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La loro Africa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando leggete che lanciano qualche molotov contro un hotel che riceve ospiti indesiderati, quando leggete che a Cona migranti malvisti e mal sopportati fermano il bus che porta altri profughi ancora più indesiderati, quando leggete di un paese che non vuole 4 stranieri, quando leggete che ci sono cittadine che dicono no allo Sprar per, dicono, tutelare le generazioni future che chiederanno conto del perché è stata tollerata questa invasione, ecco allora non accusate e condannate gli incivili concittadini.  Semmai prendetevela con voi stessi   che avete permesso che vincesse chi ha dichiarato guerra all’ umanità a colpi di paura, sospetto e risentimento.

Quando vedete con quanto entusiasmo si salutano misure muscolari, improvvide quanto impraticabili non prendetevela con gli autisti delle ruspe che hanno costituito una triste avanguardia rivendicando come fossero virtù, razzismo e xenofobia usciti allo scoperto sena pudore o vergogna. Meglio se ve la prendete con chi finge di doverli assecondare perché interpreterebbero un pensare comune, perché obtorto collo avrebbero dovuto prendere atto che così la pensano gli elettori che avrebbero penalizzato i loro comportamenti umanitari, la loro carità pelosa, tanto che a malincuore ma con virile fermezza sarebbero costretti a immaginare fantasiosi atti di forza manu militari.

Gli piace vincere facile, così senza gran fatica hanno persuaso molta gente impoverita, molta gente umiliata, molta gente anestetizzata grazie al monopolio informativo e dello spettacolo, letargica grazie al sonno della ragione che dalla politica ha contagiato la cosiddetta società civile, intimorita dal bastone dei ricatti e allettata dalla carota delle mancette estemporanee, che finalmente si è rivelata la vera natura del nemico, così tremenda da autorizzare una guerra senza quartiere e senza confini.

Il lavoro è stato depauperato di conquiste, certezze, valori, garanzie? Colpa di chi ce lo porta via mettendoci in concorrenza con gli straccioni venuti da chissà dove, anche se anelate a cambiare pannoloni, assistere moribondi, raccogliere olive e pomodori, lavare uffici e stare appesi su impalcature malsicure. 12 milioni di connazionali rinunciano alle cure? Colpa dell’indiscriminata elargizione di assistenza gratuita agli immeritevoli stranieri. I vostri figli non trovano posto negli asili pubblici e siete costretti a rivolgervi anche in questo caso ad onerose strutture privati? Colpa dei ragazzini approdati da lontano cui vengono iniquamente riconosciuti diritti, salvo quello di essere italiani anche se nascono qui.  Le strade e le piazze sono insicure? Colpa loro, dei forestieri che arrivano qui a delinquere, rubare, spacciare, stuprare, che si sa, i loro costumi e la loro fede sono incompatibili con la nostra superiore civiltà di incalliti mafiosi, irriducibili oscurantisti, evasori abituali, assassini domestici.

Gli piace vincere facile e come sempre succede imperatori e generali stanno a guardare mentre i soldati dalle prime alle ultime file degli opposti eserciti si scannano, compiaciuti e rassicurati perché finché c’è guerra c’è profitto, salutari massacri hanno un effetto calmierante di proteste e richieste, un mondo di mezzo di fedelissimi ci guadagna. E dividendo si comanda meglio, mentre intorno si alza il brusio disinformante  che comunica invasioni barbariche,  sbarchi di terroristi in vena di traversate avventurose invece di scegliersi un comodo volo in business class, minacce di  mortifere epidemie non contrastabili tramite collaudati vaccini. Per non citare il pericolo più grosso, la barbarie, la contaminazione inevitabile dei nostri nobili usi, delle nostre preclare tradizioni, che recherà oblio del passato e offuscamento del futuro, reso confuso dal perverso meticciato e da una preponderanza numerica, col rischio di non contare più da cittadini, di non intervenire nelle scelte, di vedersi imporre imperativi e decisioni anche morali di vita e di morte. A differenza di quello che avviene oggi da noi?

Se l’istruzione pubblica è morta, vive l’orrenda pedagogia della politica che vuole ammaestrare soldatini ubbidienti coi forti e feroci   coi deboli: la formazione viene decisa in vertici remoti nei quali si mettono le basi del nuovo e ferino colonialismo da realizzare sempre nelle stesse terre di conquista e rapina, stringendo patti osceni con despoti e tiranni sanguinari, ricacciando indietro in deserti chi scappa da guerre, fame, sete, catastrofi ambientali favorite dalla dissennatezza dei soliti predoni, dove la morte sicura è un ineluttabile effetto collaterale di campagne di esportazione dei nostro stile di vita, della nostra civiltà superiore, del nostro modello di democrazia “ndo cojo cojo” che la livella si abbatte su barconi,sulla rotta per l’Italia o in cammino verso la Libia, a Aleppo o nella giungla di Calais.

«L’Africa gioca un ruolo cruciale per l’economia mondiale», sono tutti per una volta concordi i leader europei, i ministri degli esteri e delle finanze, pure quelli dell’Interno che conoscono quei luoghi tramite le cronache rosa da Malindi, e che siglano accordi per realizzare lager lontani e fuori dalla vista del mondo perbene, in Niger, in Ciad, o che stringono accordi di cooperazione in modo da foraggiare improbabili decisori locali in cambio di respingimenti all’origine, anche finanziando polizie e corpi speciali col compito di “reprimere” l’immigrazione.

Ormai è inutile dire che non l’immigrazione, ma l’incapacità di gestirla a costituire un costo economico  insopportabile. Ormai è inutile dire che gli stranieri sono una risorsa. E costituiscono un rischio sociale solo se non favoriamo il loro riconoscersi tra noi e con noi, se li trattiamo da presenza utile ma molesta, da manodopera necessaria purché invisibile, silenziosa, priva di status e diritti. Ormai è inutile dire che abbiamo rinunciato a ogni trattativa con l’Europa quando abbiamo accettato tutti i suoi capestri e contribuito alle sue spedizioni belliche, così che  tardive resipiscenze, moti di rivalsa, qualche bluff da pokeristi suonano ridicoli.  Abbiamo accettato di essere tutti naufraghi, tutti stranieri che nessuno vuole e difende nel peggiore dei mondi possibili, il nostro mondo troppo piccolo per ospitare l’umanità

 

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Morte nel pomeriggio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una strage degli innocenti,  come a Damasco, come ad Aleppo, come a Baghdad, come, senza bombe, nel canale di Sicilia, corpi di ragazzini dilaniati mentre si recano a un concerto di una di quelle star melense che passano come meteore con lagnose cantilene,  colonne sonore perfette per prefigurare un futuro di eterni bambini fragili e quindi ricattabili, intimoriti e dunque assoggettabili, ignoranti e dunque dubbiosi, precari e perciò insicuri.

Ormai stancamente si ripete la cerimonia  del lutto,  officiata da sacerdoti che ogni volta vengono colti a sorpresa dalla rivelazione che il mostro era noto alle polizie locali, che non era un inquietante barbaro appena arrivato ma un cittadino del paese vittima, che qualcuno si è permesso, sia pure ben conosciuto da servizi e intelligence, di arrogarsi l’incarico di compiere  ritorsioni assassine per vendicare altre stragi, saccheggi, sodalizi con tiranni sanguinari, imprese coloniali, dirigendo le armi contro chi gliele aveva vendute, facendo esplodere ordigni in sale da concerto, stazioni, treni, piazze piene di gente ricordandone altri di “fondamentalisti” neri e nostrani.

E, ancora di più, che la guerra dell’impero al terrorismo si riveli una rappresentazione segnata dall’insuccesso: un clamoroso fiasco per via di attori mediocri  e di un copione troppe volte ripetuto dal 2001, nel quale è sempre più arduo distinguere i buoni e i cattivi. E comunque inefficace se dal 2000 al 2016 i morti per opera del cosiddetto terrorismo islamico sono cresciuti di 9 volte.  E comunque poco credibile se  i paesi occidentali, gli Usa in testa,  il Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa, sono fieramente i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari e gli amici fraterni se non disinteressati, delle nazioni che sono i principali sponsor, finanziatori, ispiratori, suggeritori e ideologi del terrorismo, le monarchie che nuotano nel del Golfo Persico, l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Conoscenze queste che hanno perso la potenza epica del complottismo e l’efficacia narrativa del sospetto grazie al prezioso corredo di mail di Hillary Clinton, alle molte ammissioni in merito alla  cooperazione generosamente profusa a suon di armi  e di supporto finanziario e logistico clandestino all’Isis e ad altri gruppi sunniti radicali, mentre prosegue con protervia la guerra di distrazione contro l’Iraq, la Libia, la Siria. E soprattutto contro la democrazia in tutte le forme superstiti in cui cerchi di esprimersi e con varie tipologie di armi e strumenti di intimidazione, ricatto, terrore, come in Grecia, come nel teatro della Brexit, come in tanti paesi nei quali si disperdono lavoro, dignità, cultura, informazione, coesione, cancellati per legge e soffiati via dal vento del sospetto, della paura, della diffidenza, dell’incertezza che suggerisce di ridurre libertà, reprimere solidarietà, frenare la ragione per sbrigliare rifiuto, insensatezza, isolamento.

Così ci stiamo preparando a generare altre geografie dello scontento,  del malessere, che in  tempi non proprio recenti avevano lanciato segnali inequivocabili e inascoltati, quelle delle periferie marginali e emarginanti, quelle dei saccheggi e delle fiamme nelle banlieue,  narrate come inevitabili effetti secondari del progresso e non come implacabili condanne e inesorabile punizione per uno modello di sviluppo e stile di vita, capaci solo di incrementare tremende disuguaglianze

A ridosso della tragedia  si è già levato il coro dei benpensanti che invocano la conversioni dei buonisti in cattivi, la richiesta pressante di autocritica dei manifestanti di Milano, conseguenza non inattesa dell’escalation di chi fa finta che l’accoglienza possa, anzi debba, ridursi a un moto emotivo dell’anima, un delicato sentimento di pochi e discutibili volontari e non un’azione politica sociale e civile che non deve aspettarsi gratitudine così come non le richiedono politiche, misure  e leggi che devono  garantire il godimento di diritti per tutti, nessuno escluso, nessuno diverso, nessuno altro, nessuno inferiore, prerogative, consolidando così la tendenza a esercitare una giustizia ingiusta in quanto disuguale, esercitata su base etnica  e patrimoniale, premessa necessaria perché si declini anche in base alle affinità, all’appartenenza,  punendo differenze di pelle, pensiero, credo, premiando buona indole,  vocazione all’assimilazione e all’ubbidienza.

Per ora ci stanno dando la guazza, nutrendo la nostra convinzione di essere superiore e alieni dalla barbarie che viene da dentro, così non ci accorgiamo che lavorano per suscitarla, per farla crescere e legittimarla contro gli altri da noi, incompatibili con la nostra civiltà, la nostra tradizione, la nostra democrazia, proprio quella che  stanno smantellando  in modo da ridurci stranieri in patria, poveri, impauriti, ricattati e per essere autorizzati a punirci per la nostra ingratitudine, per l’irriconoscenza che dimostriamo per i loro fondi e derivati, per il loro Jobs Act, per il loro pareggio di bilancio, per i loro costosi giocattoli da guerra e per le loro guerre nelle quali da soldataglia siamo e saremo sempre di più ridotti a inevitabili effetti collaterali.

 

 

 

 


Le scontrose di civiltà

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Devo fare una premessa, ormai necessaria per discolparsi dalla bruciante accusa di dabbenaggine, insipienza, buonismo fino alla correità,  che viene mossa contro chiunque abbia la proterva determinazione a porsi domande e cercare risposte, invece di affidarsi fiduciosamente a messaggi caduti dall’alto, a pregiudizi condivisi e consolidati o all’accettazione di un pensiero che si vuole sia comune.

I fatti avvenuti in Germania sono da condannare. Come è obbligatorio fare nei confronti di atti criminosi, e con particolare forza quando si tratti di reati  e violenze concertate e praticate da gang,  da organizzazioni malavitose che mutuano modi e rituali di stampo mafioso, che compiono atti illegali contro individui singoli o collettività con una potenza amplificata dalla liberazione degli istinti e delle pulsioni che albergano  e vengono esaltati dalla massa: sessismo, omofobia, razzismo.

Ancora più grave se proprio quegli  impulsi viscerali e irrazionali che trovano sfogo e forza proprio grazie all’appartenenza e al reciproco riconoscimento in una folla, in un gruppo, in un credo prendono la forma della sopraffazione su soggetti più vulnerabili, più deboli e disarmati, del machismo, quando il sesso diventa un’arma fisica e culturale brandita dal più forte, per tradizione sociale e culturale.

Tutto questo è odioso e grave e preoccupante. Ma credo che minacci di diventare altrettanto preoccupante – e miope se non strumentale –  una interpretazione dei fatti come della manifestazione di un fenomeno di “genere”, che raccomanda a tutti i costi agli europei  la tutela dai selvaggi, per usare l’icastica definizione di Pascarella, delle “nostre donne”, che così siamo state definite da chi non manca di rivendicare un diritto proprietario anche sulle persone, che sollecita a risparmiarle a tutti i costi, compresa la perdita di libertà, dal brancicare di mani colorate, avide e oltraggiose, che vuole persuaderci dell’inevitabilità di incrementare diffidenza, favorire emarginazione e esclusione, come ha suggerito di fare la sindaca  Reker consigliando alle donne di tenere gli stranieri  “a un braccio di distanza”. E che si tratti  di un episodio tra i più significativi di quello scontro di civiltà in nome del quale siamo stati e saremmo pronti ad andare in guerre esportatrici di democrazia e a sfondo umanitario, più dell’accoglienza difficile e dell’integrazione che si dimostrerebbe irrealizzabile: da una parte il fanatismo di una fede e di identità di popolo nelle quali  sarebbero   connaturati violenza, barbarie,  misoginia feroce e   imperativi refrattari a logica, umanità e democrazia,  dall’altra il consolidato riconoscimento dell’uguaglianza tra le persone, dei pari diritti di uomini e donne, dell’addirittura superiore rispetto dovuto alle donne in quanto madri.

Come se, è perfino banale dirlo e vale la pena di ricordarlo all’Annunziata e ad altre che annunciano la buona novella della nostra civiltà superiore, non ci accadesse di essere palpeggiate in tram, di essere stuprate, oltraggiate, violentate, prese a botte fino al femminicidio da lombardi, romagnoli, toscani, alto atesini, calabresi, sardi eccetera eccetera, senza distinzioni geografiche e anche dentro le mura di casa. E  come se le disuguaglianze del nostro tempo non avessero anche accentuato perversamente quella tra donne e uomini, nel salario,  nelle opportunità di lavoro,   nelle scelte di vita, nei diritti, compresi quelli che riguardano la maternità diventata un lusso e – come dimostrato da fatti recenti – un rischio. O come anche se nella progressiva mercificazione di tutto,  lavoro, paesaggio, arte, cultura, risorse, noi donne non fossimo più esposte, da tempo oggetto di scambio nelle pratiche di corruzione, di nuovo e diffusamente schiave in una tratta internazionale che passa per i nuovi trafficati di immigrati come per il turismo sessuale ed anche per i caporali che fanno vivere giorno e notte in baracche senza porte e finestre le lavoratrici straniere che taroccano le grandi firme della moda.

È vero, non c’è giustificazione per i raid intimidatori e aggressivi compiuti ai danni di un centinaio di donne in una notte di festa.

Ma se come è probabile  avrebbero agito in maniera sostanzialmente organizzata gruppi di giovani, che i testimoni  descrivono come di origine nordafricana e araba, molti dei quali parlavano tedesco,  se come sembra  le molestie siano servite da “copertura” ai furti di denaro, gioielli e telefoni cellulari o se siano un effetto ed una conseguenza dei borseggi di gruppo, se come si è detto, apparterrebbero a una rete criminale  forse proveniente da   Düsseldorf specializzata in rapine e scippi, se quindi – come sempre avviene – siamo di fronte all’operato di una delinquenza che si è strutturata e che si avvale di una manovalanza di disadattati, marginali, esclusi, allora siamo obbligati a riflettere su moventi, colpe, responsabilità e rischi comuni. A ripeterci che in presenza di una crisi mondiale anche i Paesi che avevano praticato l’accoglienza per includere forza lavoro, oggi non sanno garantire il minimo necessario a non favorire malessere e rabbia, che avremmo dovuto imparare dalle lotte nelle banlieu, dagli espropri violenti nei sobborghi di Londra e in tutta la Gran Bretagna che le seconde e terze generazioni di immigrati non si accontentano di una malmostosa accettazione della loro scomoda presenza, ma vogliono partecipare del benessere, perfino di quello che abbiamo largamente perduto noi nativi.

Non si tratta di avere indulgenza, ma di capire prima che sia troppo tardi, se non è già troppo tardi, che se esporti violenza e guerra, succede che ti siano rese in casa. Che non sono diversi i ragazzi che ciondolano nei bar dei loro paesi, senza lavoro e senza futuro, dagli altri  ragazzi che arrivano pretendendolo, fuggendo da morte e paura, ma vengono costretti in campi o accampati nei giardinetti a simboleggiare il loro potenziale aggressivo in modo da suscitare diffidenza e rifiuto. Che siamo stranieri in patria e la soluzione non è darci battaglia.

 

 


La bomba moderata

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è una novità che i regimi stravolgano perfino la semantica per adattarla  alla loro narrazione della realtà. Così le guerre sono diventate missioni di pace, i bombardamenti azioni per l’esportazione di democrazia. Misure vengono dette impopolari, per persuadere che possiedono una carica innovatrice e anticonformista, mentre sono semplicemente dirette contro i popoli. Il piegarsi senza discussione e l’ubbidire vengono comunicati come ragionevolezza e senso di opportunità dettati dalla necessità, anche quella oggetto di revisione convertita in obbligatorietà di  rinunce di beni, conquiste, diritti.  Per non dire della chiamata alle armi per resistere alla “barbarie”, proclamata da chi si fa forte  della superiorità dei valori nati dalla rivoluzione francese e che caratterizzano la civiltà occidentale, gli stessi affetti da una non sorprendente passività  di fronte al massacro della guerra civile siriana e al caos irakeno e libico o che  hanno finanziato e finanziano in chiave anti Assad e anti sciita, le milizie dell’ISIS.

È che le parole sono importanti, è importante la loro origine e il loro affermarsi nel tempo, e più ancora l’interpretazione che ne vuol dare, per definire fenomeni, comportamenti, azioni, processi storici. Ad esempio,  nel Risorgimento italiano il pirmo palesarsi di  un movimento definito come “moderato”  si può far risalire al 1794 quando a Napoli – discioltasi la Società Patriottica – sorse il club “Lomo” (Libertà o morte) in contrapposizione al radicale “Romo” (Repubblica o morte). All’anima della moderazione, se si volesse intendere il riconoscersi in una inclinazione o in una attitudine improntata al conservatorismo più cauto in opposizione a massimalismo e radicalismo. Meglio non farlo sapere agli islamici che vengono quotidianamente apostrofati perché rendano palese la loro prudente appartenenza a aree non estreme, a un cauto e morigerato pragmatismo, che la scelta quella volta era tra Libertà o morte e Repubblica o morte.

Non voglio aggiungere nulla al già detto e ripetuto a proposito dell’insana e ingiusta richiesta pressante che viene da pulpiti non autorizzati a disconoscere, dissociarsi, e rivolta il più delle volte a chi da una “pertinenza” storica, religiosa, etnica, geografica ricava e riceve solo danni e reprimende, come se ogni giorno in quanto italiani fossimo chiamati a prendere le distanze dalla mafia, diventata fenomeno nazionale, in quanto cattolici dalla crociate, in quanto bianchi dallo schiavismo, in quanto europei dal rifiuto opposto alla richiesta di aiuto di milioni di profughi  e così via. Viene da dire, magari fosse così. potremmo cominciare a fare autocritica sia pur tardiva del nostro colonialismo per niente “familiare” e incruento, del nostro razzismo manifestatosi con il susseguirsi di due “leggi razziali”, della nostra indole a accettare ben al di là della tolleranza o della paura, dittature  di uomini della provvidenza, perlopiù non eletti, nominati o imposti da elezioni truccate. O della nostra   propensione a voltare e rivoltare gabbane, anche quelle rattoppate, non solo quelle gallonate di generali, politici, intellettuali, che tanto Franza o Spagna purché se magna, con alleanze o ostilità intermittenti a seconda di come comanda il padrone.

È che è proprio la parola moderato, interpretata da chi comanda e informa secondo metodi estremi, fanatici, aggressivi e repressivi, che dovremmo mettere al bando. Oppure, se proprio non vogliono dismetterla, obbligarli a adattarla anche a loro, come manifestazione almeno di buona educazione. Esigendo che cattolici moderati si dissocino da Giovanardi, che obiettori di coscienza moderati condannino i medici che non eseguono le leggi dello stato, che cardinali moderati puntino il dito accusatore contro preti pedofili che allo stesso modo si sottraggono ai tribunali degli uomini, preferendo quello di Dio quando sarà, che servitori dello Stato dissentano platealmente da chi nella sua ombra e sotto la sua protezione ruba, corrompe e collude.

Non vorrei che di questo passo dovessimo trattare  con i fascisti moderati,coi  razzisti moderati, con gli  xenofobi moderati, i mafiosi moderati,  perfino  i serial  killer moderati. Perché va detto con franchezza che i richiami rivolti agli immigrati perché collaborino, trascurano  che il terrorista che spara  nel mucchio della povera gente comune invece non distingue, non risparmia arabi, islamici, nordafricani, come non si esime dall’ammazzarli nella sua area di influenza,  dimenticano che le vittime di questa guerra non sono i parigini soltanto ma lo sono e sono stati e saranno sempre di più i profughi: quelli che hanno varcato i confini dell’Unione europea, ma soprattutto i dieci milioni che stazionano ai suoi bordi: in Turchia, Siria, Iran, Libano, Egitto, Libia e Tunisia; in parte in fuga dalla guerra in Siria, in parte cacciati dalle dittature e dal degrado ambientale che l’Occidente ha prodotto nei loro paesi di origine.

Fa parte della carità pelosa quella mano tesa verso gli “altri”, purché moderati, una mano abituata a prendere più che a dare, perché si guadagnino una volta di più l’indulgente generosità degli europei e la loro tolleranza a buon mercato, suona non come il segno manifesto di una conquistata consapevolezza della necessità di confermare i diritti di cittadinanza per chi arriva qui, chi lavora, paga le tasse e i contributi, ubbidisce alle leggi e parla italiano meglio di Borghezio, bensì come l’imperativo categorico di sottoporsi di buon grado a controlli, occhiuta sorveglianza, limitazione di circolazione e riduzione di diritti, già circoscritti, fino a sottintese remunerazioni per delazioni  più o meno credibili.

Il fatto è che è proprio la parola moderato che mi fa venire l’orticaria, perché rasenta l’indifferenza, sfiora la dimissione dalla  responsabilità di schierarsi e di scegliere, preferendo prudenza e conservatorismo, perché la riprovazione per il radicalismo ha spennato le ali del pensiero, ha chiuso l’utopia dentro la scatola del realismo, ha imposto una codarda “ragionevolezza”, quella del meglio nemico del bene e del noto, accettabile anche se è brutto perché conosciuto invece dell’ignoto magari bello, vivo, potente e libero.

Io vorrei che i cittadini dell’Occidente che rivendicato il primato della civiltà contro la  barbarie smettessero di essere pacifisti moderati, per militare davvero contro la partecipazione a guerre imperialistiche e padronali, che scegliessero di non essere xenofobi moderati, ma comprendessero che il respingimento, l’emarginazione,  minacciano di allargare il malessere di una  moltitudine di cittadini europei o di migranti già residenti in Europa che condividono con i disperati che arrivano qui cultura, nazione, comunità e spesso lingua, tribù e famiglia di origine, che il  cinismo  dei governi “civili” schiaccia verso una radicalizzazione che è suscettibile di concretizzarsi  in un’adesione estrema e fanatica all’Islam. Per  non essere moderati diventiamo disertori, disfattisti contro guerre che i nostri governi conducono dentro e fuori della nostre povere “patrie”.

 

 

 

 

 


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