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La guardia e il ladro

Macron-e-Benalla-nel-maggio-2017-quando-il-sig_-Benalla-era-a-capo-della-sicurezza-del-candidato_0Dopo tanto attivismo militare e mediatico destinato a deviare in qualche modo il malcontento sociale suscitato dalla loi travail e dalle sue applicazioni, Macron è scivolato su una buccia di banana così insidiosa da coinvolgere la presidenza in tutte le sue dimensioni, compresa quella personale. Lo scandalo Benalla sta facendo calare in modo impressionante la già scarsa popolarità di Macron che a stento già prima superava il 30% e che contrasta in modo stridente con le lodi sperticate dell’oligarchia europea che ne esalta i tagli ai servizi e alle pensioni, la rigidità imposta agli orari di lavoro e lo scasso dei diritti. Ma chi è Alexandre Benalla? E’ la guardia del corpo tunisina che Macron si porta sempre dietro e che ha tentato in tutti i modi di confermare nelle sue funzioni anche dopo il corteo del primo maggio, quando il gorilla presidenziale è stato filmato mentre,”travestito” da poliziotto si accaniva col manganello sulla testa di due manifestanti stesi sull’asfalto.

Il fatto che Macron non abbia ritenuto opportuno allontanare subito questo personaggio nonostante lo scalpore e l’indignazione suscitati dall’episodio, anzi la sua ferma volontà di tenerlo a tutti i costi, è stata la prima di linea di frattura politica, allargata dal fatto che Benalla era destinato a  diventare il capo di un nuovo dispositivo di sicurezza dell’Eliseo, dal silenzio totale del presidente sull’episodio incriminato, dalla stratosferica paga del personaggio che supera i 10 mila euro al mese su specifica disposizione macroniana, dalla lussuosa berlina con autista concessagli, dall’appartamento prestigioso messogli a disposizione, dalle tessere per entrare nelle aule parlamentari e dalle password per accedere a documentazioni riservate. Tutto questo per un personaggio conosciuto per la sua violenza al ministero dell’Interno.

Al quadro già pesante per il quale si preparano accese sedute in Parlamento, si è sommato  negli ultimi giorni un inquietante livello istituzionale quando sono giunte le notizie provenienti dall’Algeria, anzi dall’organo ufficioso del governo algerino, il quotidiano Algerie Patriotique, secondo le quali la guardia del corpo apparterebbe ai servizi segreti marocchini che sarebbero riusciti ad infiltrarsi ai più alti livelli del potere francese grazie a questo aitante giovanotto. Solo dopo tale ulteriore batosta e dopo il definitivo riconoscimento di Benalla nei video del pestaggio, Macron si è mosso e a quasi tre mesi di distanza dai fatti ha detto che l’episodio “è inaccettabile”. Nel frattempo però si è saputo che Benalla, abita nell’appartamento riservato ai bei tempi all’amante di Mitterrand, una circostanza quanto mai strana che ha definitivamente aggiunto un terzo livello e una nuova dimensione personale alla vicenda.

Naturalmente  quello che fa o non fa Macron nell’intimità sono fatti suoi, ciò che impressiona semmai è il complicato e barocco meccanismo messo in piedi per nascondere ciò che a un perbenismo feroce e cinico sembra sconveniente. Tanto più che non si tratta di un architettura episodica o solo a scopo elettorale, ma dura fin dall’adolescenza: se Freud fosse vivo il presidente francese sarebbe una pepita d’oro per la sua teoria psicanalitica estesa peraltro a una società che fa dell’apparenza la sua sostanza. In ogni modo e al di fuori di qualsiasi sfumatura di grigio, c’è da chiedersi con quale criterio Macron scelga le sue guardie del corpo, visto che il precedente favorito che lo ha accompagnato in ogni minuto della campagna elettorale, un gigante congolese alto più di due metri, soprannominato Makao, è stato beccato in un video nel quale lo si vede accompagnarsi a Jawad Bendaoud, mentore dei terroristi della strage di Parigi del novembre 2015. Ce n’è in abbondanza per il più aggrovigliato e forse anche divertente romanzo di fantapolitica o di politica tout court, ma ce n’è anche per suggellare il definitivo tramonto di questo golden boy delle oligarchie finanziarie che è riuscito in poco più di un anno a coniugare la protesta sociale susciatata dalle sue riforme con le dense ombre che si allungano sulla sua personalità. Poco male si troverà qualcun altro per reinterpretare il peggio.

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“Siamo in guerra”. Ma che mi dici mai

arton30706-42d75Mentre gli inglesi addestrano un nuovo gruppo di ribelli contro Assad e Dowing street ne dà la notizia ufficiale, mentre  gli jiahdisti che resistono ad Aleppo contro le regolari truppe siriane vengono riforniti di armi dall’Arabia Saudita, in Occidente l’opinione pubblica viene confusa e depistata verso la xenofobia generica e infantile della guerra di civiltà, l’unica che garantisca di nascondere dentro un contenitore oscuro le contraddizioni insensate e il caos creato dalla geopolitica del neo colonialismo. La difficoltà non consiste nell’ammettere la politica di rapina  che è sempre stata accettata e perseguita, ma nel giustificare le vittime innocenti che questo comporta beninteso nei Paesi dominanti – degli altri chissenefrega – e nell’armonizzare tutto questo con i topoi, gli archetipi del pensiero unico fondati sull’individualità e sul conflitto tra individui. Esiste il denaro, esistono vincenti -perdenti, secondo un darwinismo da balera, mentre tutto il resto, stati, religioni, classi, comunità, popoli e culture non sono che varianti ammissibili anzi da difendere nei singoli, ma res nullius nel loro insieme.

Invece queste sovrastrutture che si era pensato di abolire e annegare nel globalismo si tornano ad esigere i loro diritti e allora come ai vecchi bei tempi del suprematismo bianco, ecco che bisogna ricorrere a categorie collettive come l’Islam e i barbari, tornare a mostrane il volto diabolico, deciso a sopprimere l’occidente con le pallottole, i camion, le asce, ma soprattutto con la demografia colpendo a tradimento il bianco che preferisce la televisione alla riproduzione. Scherzo, ma non troppo e in ogni caso per non dare a queste considerazioni il sapore un po’ fumoso dell’astrazione voglio fare un esempio concreto, quello del Paese che negli ultimi due anni è stato più colpito dal terrorismo, ovvero quella Francia che pare la custode dei più alti valori del repubblicanesimo. Bene, la scia di sangue e di ipocrisia è molto lunga e quando Hollande ripete ad ogni attentato che il Paese è in guerra, perché solo nel conflitto può cancellare i suoi fallimenti e i suoi tradimenti, parrebbe che la cosa giunga inaspettata da parte di una barbarie e di un oscurantismo senza senso.

Ma seguiamo il filo degli eventi e senza andare troppo lontano fermiamoci ai primi anni dopo la guerra mondiale. Tra la fine del ’46 e i primi  ’50, Parigi manda in Indocina mezzo milione di uomini per conservare la sua colonia asiatica e il  43.5% di questo corpo di spedizione permanente è formato da soldati che provengono da altre colonie, l’ Africa nera e il Magreb, ma poiché l’azione è voluta dal socialista Leon Blum, presidente del governo provvisorio ed espressione della resistenza al nazismo, la cosa trova piena approvazione anche da parte di tutta la sinistra e dello stesso partito comunista. Nonostante che l campagna fosse finanziata con un miliardo di dollari dagli Usa, una cifra allora stratosferica. La sconfitta dopo centinaia  di migliaia di morti fatti in Vietnam arriva nel 1954 a Dien Bien Phu, ma nel frattempo, nel ’47, la Francia organizza un massacro contro i malgasci che chiedono l’indipendenza: 11 mila morti secondo Parigi e 100 mila secondo la resistenza del Madagscar, ma anche qui ci si serve in modo massiccio di truppe coloniali, dei magrebini e dei neri della Costa d’Avorio. Poco dopo partecipa con entusiamo alla guerra di Corea a fianco degli americani che con i bombardamenti terroristici fanno 2 milioni di morti.

Più avanti di qualche anno troviamo la guerra di Algeria che per la verità si era già annunciata con la strage di Setif nel 1945 dove morirono a seconda delle fonti da mille a 80 mila algerini con una spaventosa repressione successiva che fu voluta dallo stesso Pcf, ancora aureolato dalla resistenza contro il nazismo. Ma la vera guerra cominciò nella seconda metà degli anni ’50 e si protrasse per un decennio con centinaia di migliaia di morti, la tortura utilizzata come strumento normale e soprattutto con una tattica peculiare da parte francese: quella degli attentati terroristici come contraltare della tattica di guerriglia messa a punto dal Fronte di liberazione. Poiché in questo caso non potevano essere utilizzate le truppe magrebine nei reparti operativi, la guerra, con i suoi coscritti provenienti dalla douce France, rischiò di travolgere il Paese in un progetto neo fascista da parte dei generali. Con l’indipendenza di Algeri non finiscono però le guerre coloniali francesi: tra il 1960 ai giorni nostri  ci sono stati oltre 80 interventi di truppe francesi nell’ Africa sub sahariana di cui 23 a sostengo di regimi dittatoriali amici e 14 per imporre governi amici.

Ma la guerra di Algeria inaugurò anche la nascita dello spettro del nemico interno di cui

17 octobre 1961 2

Qui si annegano gli algerini, dice la scritta

Hollande in prima persona e poi gli altri governi europei oggi si servono a mano bassa: il 17 ottobre  del 1961 decine di migliaia di Algerini, importati per salvare l’industria francese, manifestano pacificamente contro  il coprifuoco a cui sono costretti dal 5 ottobre precedente e la polizia fa duecento morti. Dicasi 200 e da allora che il timore di una quinta colonna, del nemico interno si è installato in pianta stabile in Francia e poi in Europa . Ed è inutile parlare del ruolo che il Paese  ha avuto nella questione siriana: nel 2010 su impulso della segretaria di stato Hillary Clinton ( è questo già illustra che tempi ci attendono) Parigi firmò assieme alla Gran Bretagna una sorta di intesa, detta di Lancaster House, in cui venne stabilito che le forze dei due Paesi dovessero attaccare Libia e Siria il 21 marzo 2011. La Francia, con Sarkozy che scende nei sondaggi,  freme a tal punto da anticipare di due giorni l’attacco a Tripoli, mentre per la Siria  salta tutto a causa di un ripensamento americano forse indotto da una reazione molto dura di Mosca dopo l’assalto a Tripoli. Ma questo non vuol dire che Parigi non agisca egualmente: nell’estate dello stesso anno  reparti della Legione straniera trasferiti in tutta fretta dalla Corsica e agli ordini del generale  Benoit Puga, capo di stato maggiore presso la presidenza della Repubblica, fondano e inquadrano l’Esercito siriano libero, con 3000 “estremisti moderati” raccolti un po’ dovunque, in Europa  e soprattutto nella Libia conquistata. Ed è ben noto come si sollecitassero gli ambienti dell’integralismo islamico in Europa a impegnarsi in Siria contro Assad: allora chi partiva era salutato come un eroe, oggi  è sospettato di essere un barbaro.

Ecco perché mi viene da ridere quando Hollande con la gravità di un pizzicagnolo dice desolato: “siamo in guerra”. Ma come non ve eravate accorti prima?


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