Anna Lombroso per il Simplicissimus 

Chi l’avrebbe detto che quella che è stata definita la filosofia del ritiro, avrebbe assunto la forma di una vera e propria militanza attiva.

Per anni i disillusi dal progetto emancipatorio del socialismo reale, trasformatosi a loro avviso in totalitarismo poliziesco e economico, si erano appunto “ritirati”, rifuggendo qualsiasi posizione di potere – che non può essere per sua natura virtuosa – scegliendo di appartarsi, elogiando l’inoperosità contemplativa, di gran lunga preferibile al prestarsi vano in forme di organizzazione politica e sociale.

Insomma, preso atto che ha vinto l’ideologia della fine delle ideologie, quella che ha stabilito che non esiste alternativa nemmeno intellettuale allo status quo, non resta che rifugiarsi in una contestazione morale silenziosa e accidiosa al Dominio, intimista più che individualista e che perde di vista le asimmetrie di classe, una volta che quella guerra è stata vinta dal nemico.

Sbrigativamente, caduti Stalin e il muro di Berlino, meglio starsene a casa tra le copertine bianche di Einaudi, direbbe Moretti, in istituto, in biblioteca, chiudendo le persiane per resistere alla tentazione di guardare lo scorrere della realtà affacciati al davanzale, lasciando l’onere della critica alla schiuma della terra, ai diseredati, beati loro! che nutrono ancora qualche illusione dettata dallo stato di bisogno, ai naufraghi, beati loro! anche quelli, che rimpiangono la terra d’origine rispetto a questi straziati esuli e stranieri in patria,  che lacrimano amaramente sul pc, sulle bozze dell’ultimo saggio infinito e pure sugli assegni della casa editrice e della rivista di studi storici o filosofici un tanto all’etto.

È stato così. Ma ora c’è un certo risveglio dinamico, quelli più giovani pare abbiano deciso di interpretare con un approccio più attivo l’antiutopia, condannando esplicitamente velleità oppositrici, emancipatrici e libertarie: vedi mai che il sogno del socialismo solleciti qualche pulsione emancipatrice.

Per loro straccioni, miserabili, marginali sono fenomeni letterari, stilemi narrativi cui guardare con interesse da entomologo, così come non si può che riservare commiserazione senza comprensione a certi avanzi del secolo breve, che si trastullano nella contestazione patetica alle misure di gestione del cigno nero pandemico: loro cautamente si sono vaccinati, qualcuno ha anche aderito a appelli in favore del governo che ha istituito lo stato di eccezione, compresi dell’impegno di conservare con la salute del corpo la loro sterile intelligenza, stizziti e avversi nei confronti di chi, a me è successo ormai più volte, si gingilla nella lettura del Pnrr, denuncia le azioni violente per censurare e reprimere qualsiasi forma di protesta delle varie tipologie di addetti alle nuove servitù, o cerca di dare conto di quei fermenti dei margini che difendono come possono i diritti alla casa, alla cultura, al territorio.

O, peggio ancora, si balocca con i principi obsoleti di legalità e legittimità, addirittura esplora le geografie e gli usi della criminalità organizzata e della coincidenza di interessi con quello a norma di legge, esercizio quanto mai futile, se lo sanno anche i bambini e i cretini che la giustizia è una sovrastruttura borghese, che le norme le scrivono nei grandi studi internazionali al servizio delle multinazionali che poi le dettano ai governi e ai parlamenti e che dietro a ogni dogma ci sono i quattrini.

La tesi è che così si finisce per dialogare e accreditare il “Potere”, gli si fa riconoscere la nostra impotenza, gli si rivela il nostro moralismo piccolo-borghese. Come se l’impero e la sua ideologia che ha occupato cervelli e immaginario, non sapesse già tutto e non si fosse impossessata di tante delle nostre parole d’ordine e dei nostri “temi” a cominciare da quei diritti che si rivelano aggiuntivi e funzionali nel momento in cui siamo stati espropriati di quelli fondamentali che credevamo inalienabili.

Quindi visto che non spetta a questa élite indossare la veste lacera- si sa il bianco sbatte e non dona all’incarnato pallido di chi sta in monasteri e pensatoi, salire sulle barricate e guidare il popolo riottoso e rinunciatario, umiliato ma servo, meglio criticare chi critica, deridere chi si fa possedere dalla collera, sentimento rivoluzionario e perciò inadatto ai tempi moderni, visto lo scarso successo registrato nel corso della Storia.

Ma quelli come me sono ostinati, sono quelli che una volta  chiamavano compagni perchè spezzavano il pane per dividerlo con altri che sentivano “amici” nella lotta e nella speranza, quelli che non volevano essere lasciati soli né lasciare soli quelli che pativano gli stessi stenti, quelli che sapevano che la compassione non è pietà o carità ma provare gli stessi sentimenti e la stessa collera. Non c’è nulla di vecchio, nulla di patetico e retorico, nulla di sorpassato e stucchevole nel non voler far parte dell’elegante restaurazione progressista o della ragionevole consegna riformatrice o dell’aristocratico distanziamento, ma  preferire la Comune.