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Linguacce

manifesto_lutto_camilleri-625x350-1563556031Qualche giorno fa, dopo la scomparsa di Andrea Camilleri è scoppiata la grana del lutto cittadino a Porto Empedocle, accompagnato da un manifesto pieno zeppo di errori il che per onorare uno scrittore è il massimo della figuraccia. Forse alla cosa è stata data un certo rilievo visto che la sindaca del paese è dei Cinque stelle e dunque gli avversari onusti di titoli accademici che vanno alla terza media e ai diplomi presi a 40 anni grazie alla posizione politica, non hanno resistito a questa chicca. In realtà però, abbandonando questa miserabile batracomiomachia, l’episodio rappresenta molti motivi di preoccupazione per i destini di questo Paese: errori marchiani come “fù” con l’accento, “sicinialità” invece di sicilianità, il verbo essere alla terza persona indicativa senza accento, a parte il testo di una banalità che avrebbe offeso Camilleri, denunciano un stato comatoso della abilità linguistiche degli italiani, del resto già da tempo ai primi posti in fatto di analfabetismo funzionale, e secondi nel mondo solo a Indonesia, Cile e Turchia.

Il manifesto per la cittadinanza onoraria deve essere passato per molte mani prima dell’invio in stamperoa e nessuno, nemmeno dopo l’uscita delle copie, si è accorto di nulla: accusare il solo tipografo sembra un po’ troppo facile, soprattutto in considerazione delle tecnologie di stampa attuali e del fatto che almeno dovrebbe essere usato il correttore ortografico presente in qualsiasi sistema di scrittura. Dunque diciamo che c’è stato un largo e appassionato concorso di disabilità linguistica e primitivismo informatico nell’incidente, ma questo è ciò che ci si deve attendere dal degrado della scuola che è figlia di molti di padri. Il più importante è stato senza alcun dubbio l’impatto del pensiero unico che porta alla riduzione dei fondi in funzione della privatizzazione e alla trasformazione della scuola in centro di addestramento pre lavoro: la capacità di esprimersi e di comprendere ciò che si legge viene così affidata non alla competenza linguistica, grammaticale e sintattica, ma soprattutto all’assemblaggio di frasi fatte, modi di dire, topoi gergali con la conseguente scomparsa di congiuntivi e consecutio temporum e il ricorso a una sovrabbondante sostantivizzazione propiziata dall’inglese che costituisce un tipico fenomeno di involuzione linguistica e di impoverimento di contenuti mentali in favore di quelli commerciali e commerciabili.  Tuttavia questo processo ha avuto anche degli antecedenti di destra e di sinistra nella seconda metà degli anni ’80 che hanno volutamente svalutato il ruolo dell’italiano fino a renderlo di fatto marginale nel corso degli studi come dimostrano le orrende tesine universitarie che si devono leggere. Ma mentre i neocon mettevano in risalto la necessità dell’inglese svalutando il ruolo anche valoriale della lingua madre, le sinistre sotto choc e aggrappate ad alcuni feticci come l’internazionalismo confuso col globalismo e in odio pavloviano agli stati nazionali, mettevano piuttosto l’accento sui localismi linguistici (e ahimè folclorici) concedendo loro non la dignità originaria che ad essi spetta, ma solo quella tolta all’italiano. Era un  modo di trarsi d’impaccio dall’elaborazione di un nuovo orizzonte, ma sta di fatto che la buona conoscenza e comprensione dell’italiano è considerata ormai una cosa marginale, se non addirittura inopportuna: la pretendiamo solo dagli immigrati. .   

Così si arriva al manifesto di Porto Empedocle nel quale l’ intero complesso delle persone al vertice paesano dimostra una scarsa capacità di scrivere le cose più semplici e di controllarne l’ortografia. Badate che io sono uno che odia gli accademismi ammuffiti, uno che scriverebbe qual’è se dovesse dare retta al suo istinto (vedi nota) che insomma sa che la lingua si evolve e non può essere messa in una teca come l’osso del santo. Ma qui siamo di fronte semplicemente all’imbarbarimento che poi è specchio di ciò che accade in generale perché la lingua è alla base di tutte le interazioni, anche se pochi se ne rendono conto. Nominare le cose è come crearle e mettere in ordine gli eventi è come dare senso al tempo: basterebbe semplicemente riferirsi a una comune e antica consapevolezza.

Nota Si dovrebbe scrivere qual è perché non si tratta di elisione, ma di apocope o di troncamento che consiste nella caduta di un elemento fonico in fine di parola, indipendentemente da come cominci quella successiva. Il fatto è che questo andrebbe benissimo se la forma tronca  “qual” sussistesse nella mente dei parlanti mentre invece è ormai scomparsa e relegata ad alcune  forme pronominali composte come qualcuno o qualcosa o in frasi fatte tipo qual buon vento vi porta. In realtà il parlante italiano pensa sempre e dice “quale è” riproducendo fonicamente l’elisione e non l’apocope, visto che il troncamento non è più ” nella lingua”. Insomma si tratta solo di una convenzione ortografica obsoleta e non più in accordo con i parlanti e gli scriventi tanto anche parecchi autori come Tommaso Landolfi e Bonaventura Tecchi scrivevano tranquillamente qual’ è.  Mica possiamo esprimerci come Boccaccio o Petrarca, ma anche il fatto che il degrado della lingua sia combattuta attraverso questa resilienza degli arcaismi non è per nulla un buon segno.

 

 

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2 responses to “Linguacce

  • jorge

    Il manifesto per la cittadinanza onoraria deve essere passato per molte mani prima dell’invio in stamperoa

    “stamperoa”….. a prendere per buoni i ragionamenti del simplicissimis, allora simili errori, frequenti nel blog, dimostrerebbero che l’uso commerciale e commerciabile della espressione linguistica, che ha come archetipo l’inglese, e si è imposto a livello mondiale col neoliberismo, oramai struttura costantemente la tessitura linguistica e concettuale dei post che continuiamo a leggere…

    Forse il Simplicissimus si sente De Sausurre, Mr. Minutolo ci rappresenta i vari significati della lingua involgarita come definiti una logica sincronica, che oggi è quella del fare commercio di ogni cosa. Ma il Simplicissimus resta alla superfice, da la colpa all’uso dell’inglese, che invece può essere anche una lingua difficile e nobilissima, a questa o a quella fenomenologia del liberismo, come la scuola privata, come se la scuola pubblica non fosse stata spesso una istituzione atta a trasmettere l’ideologia delle classi dominanti
    E in realtà la necessità del capitale di sussumere sotto il suo processo ogni ambito della vita sociale per trarne profitto (soprattutto oggi che è in crisi), ed analogamente, di servirsi sempre a fini di profitto di ogni energia anche individuale incanalandola nell’alveo di una lingua e di un immaginario dal capitale stesso definito (ciò che alcuni chiamano biopolitica), sono queste precipue necessità della valorizzazione del capitale a ridurre ogni struttura linguistica ed ogni immaginario alla semplice relazione dello scambio mercantile, che nasconde per altro l’abbrutimento e lo sfruttamento di chi in tale relazione costituisce il lato debole e può scambiare solo la propria forza lavoro
    La critica va indirizzata al capitalismo in quanto processo che torna sempre su se stesso, cioè sull’aumento del profitto di partenza, modellando tutto secondo le proprie necessità oggettive, Un po poco immaginare come causa di questo infernale meccanismo di colonizzazione dell’essenza umana, un uso crescente della lingua inglese, o il neoliberismo quale cedimento etico-morale delle elites, che fin quando credevano alla scuola pubblica e ad un ruolo dello stato all’interno dell’economia capitalistica avrebbero garantito all’umanità benessere e sviluppo di ogni facoltà della mente umana. Se il profitto finale deve essere sempre un pò maggiore di quello di partenza, come ci si può illudere che alla lunga e nella storia qualche argine resista o qualche esigenza venga salvaguardata rispetto al tritacarne che è il processo del capitale ?

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  • Evaporata

    Prof., anche a Lei servirebbe un revisore testi eh… 😉🐾

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