Venezia, 28/02/2011. Il passaggio in bacino della nave Msc Magnifica.Anna Lombroso per il Simplicissimus

In una civiltà che ha innalzato innumerevoli totem per celebrare la teocrazia del mercato, si sono aggirati,  rimossi ed infranti molti tabù, con una certa preferenza per quelli che stabilivano la proibizione a tornare indietro sulle conquiste conseguite, sui pilastri dell’edificio di regole, responsabilità, leggi e diritti che tengono in piedi la democrazia: articolo 18, sovranità dello Stato, costituzione e così via.

Sarà per questo che resiste invece una parola interdetta e aborrita, piccola ma potente e simbolica: no.

Pare che in cinese esistano centinaia di modi di dire si, più o meno assertivi, più o meno  decisi. E anche noi  decliniamo il nostro assenso e consenso con una varietà di parole, mugugni, cenni.  Mentre il no è no, non permette sfumature, compromessi, accomodamenti, inciuci.

Infatti a dimostrazione che siamo il bel paese dove il si suona, sembra che a tutti i livelli sociali il no resti una interdizione sacra,  da rispettare per evitare il rischio di schierarsi, magari addirittura dalla parte giusta, di assumersi responsabilità, nutrire ostilità e creare inimicizie, dispiacere a potenti, perdere occasioni di compiacente guadagno.

Tanto per dirne una il ministro Orlando,  che avevo accusato di stare ben bene accomodato nella compagine dei convitati di pietra del governo, proprio non è dotato, non possiede l’equipaggiamento giusto per dire un semplice no. in effetti non si può proprio più tollerare che immense navi passino rasentando la riva di San Marco, mettendo in pericolo una città unica la mondo, un ecosistema delicatissimo, in totale dispregio di storia, bellezza, cultura arte e ambiente. Se la prende con il suo predecessore, colpevole di aver solo denunciato il rischio, già collaudato al Giglio, ma senza dare soluzioni.  E mostra una determinazione e una fermezza che francamente non ci saremmo aspettati: adesso, abbiamo pensato leggendo la sua intervista alla Stampa, le canterà chiare  all’Autorità portuale che ha stretto un patto scellerato con le muscolari multinazionali delle crociere, con il sindaco che si barcamena tra navi, dati tarocchi sui benefici del turismo profittevole ancorché intensivo,  dichiarazioni troppo ragionevoli del collega Lupi, portavoce governativo dei signori delle navi preoccupato di danneggiare un brand così redditizio alla faccia della salvaguardia  di beni che dovrebbero essere inalienabili e nostri. Adesso finalmente pronuncerà quella breve parola irrevocabile, quel no capace di fermare un fenomeno che, è lui stesso ad ammetterlo, “continua a crescere: nella prima metà del 2013 il traffico delle Grandi Navi a Venezia è cresciuto del 7%. Erano 629 approdi nel 2010, siamo passati a 661 nel 2012, e la tendenza continua a crescere”.

Macché, proprio come farebbero i cinesi, sceglie un altro modo per dire si, quello del disonorevole compromesso, chiedendo soluzioni a tutti i soggetti interessati,  proponendo un numero chiuso, un bonario contingentamento, in attesa di una “ragionevole alternativa” da scegliere nell’ambito della naturale tendenza governativa alle opere pesanti, invadenti, irragionevoli e  irrazionale: un canale di passaggio sostitutivo,  un porto fuori laguna, o un canale esterno rispetto alla Giudecca, da “varare alla luce di un’istruttoria che si sta facendo in termini di sostenibilità economica e di impatto ambientale”.

È che ci sono tante forme di corruzione, economiche e morali, proprio come ci sono tanti modi di dire si per non voler mai dire no. Una consiste nell’accettazione supina delle ragioni del profitto – anche senza Thatcher, che basta Letta – nella convinzione che non può esistere alternativa, che il rispetto dei diritti, dell’ambiente, della salute, delle garanzie rappresenti una arcaica utopia, che la guerra contro lo sfruttamento sia un retorico residuo di ideologie del passato, di quelli che paralizzano la potenza della crescita e  la libera iniziativa, come d’altra parte leggi e regole. E che, con bustarella o no, bisogna persuadersi che la necessità fa sì che siamo tutti sulla stessa barca o su una maxi-navi,  padroni e lavoratori, ricchi sempre più ricchi e  poveri sempre più poveri, carnefici e vittime,  condannati e danneggiati, rapinatori e derubati.

È un contagio che incoraggia a acconsentire alla cessione di prerogative e conquiste, che spinge all’ineluttabile compromesso, che convince della necessità che la giustizia sia meno giusta, che consiglia la strada della servitù piuttosto che quella della libertà, che persuade che non esiste un antidoto alla strategia del capitalismo finanziario che da 40 anni ha sostituito in gran parte dell’Occidente quello produttivo e che ha visto come suo caposaldo ideologico, la progressiva eliminazione   della progettualità sociale e della speranza, che è l’unica grande nave con la quale possiamo uscire dalla tempesta.