Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una inclinazione a godersi i “ponti” (del quale intenderà avvalersi in altra location), aerei e ristoranti pieni: il Presidente del Consiglio traccia un ritratto giocondo e ottimistico di un paese benestante e ben assestato nell’opulenza occidentale e nelle pingui certezze dell’industrializzazione (video alla fine del pezzo). L’’immaginario del Presidente risente della narrazione di vita che ci ha somministrato con larghezza tramite format televisivi più che attraverso progettualità e attività di governo.

In effetti chi avesse percorso le strade del centro di Roma nei giorni del ponte avrebbe visto osterie pizzerie e locali pieni. Ma mi sento di associare il fenomeno alla sindrome Trony, a una festosa e dissipata disperazione, al brulicare di vermi su un corpaccione morto, al dinamismo effimero profetico di disastro. Insomma alla mazurka sulla tolda della nave di folli. Nel dipingere la sua Italia spensierata Berlusconi echeggiava però una certa riprovazione: per la stampa ostaggio dei comunisti, per gli sleali cittadini, per i traditori del PDL e della patria, per le cancellerie invidiose della sua vitalità. E una certa delusione che gli si legge in faccia in questi giorni, nel suo salutare le telecamere oltre le quali non c’è nessuno, nel suo ghigno tirato, nel suo incedere impettito, in quella rigidezza che hanno gli animali impagliati. Disilluso da tutti quelli che non gli riconoscono i meriti, gli lesinano il consenso, minacciano defezioni da fronteggiare con grande dispendio, perché le emergenze alzano i costi della corruzione. Incompreso, straborda, esagera e dà materiale a chi pensa che sia un demente. Invece è un tiranno.

Come tutti i tiranni, per natura, è poco equilibrato, l’ego gli pesa nella testa e non solo. E come tutti i despoti ha come cifra l’eccesso: nell’accumulazione, nel sesso, nel protagonismo, nell’arroganza, nella collera, nell’ossessivo perseguimento del consenso, della fidelizzazione fino alla cieca obbedienza. È la faccia prestata agli italiani contemporanei ed è anche il volto che interpreta la sfrenatezza del nostro tempo segnato da un’avidità incontentabile, da una rapacità che arraffa e consuma incontrollatamente. E che, come è consuetudine dei tiranni, considera appannaggio del potere, virtuosa espressione di muscolare potenza, monopolio intoccabile della ricchezza, esclusivo e che esclude. Guarda alla sua plebe bambina che le sue televisioni, i suoi supermercati e i suoi spot hanno infantilizzato con il compiaciuto disprezzo del demiurgo che si è speso per loro ma non è ricambiato, si sa i ragazzini sono ingrati. E allo stesso modo guarda con risentita frustrazione al tavolo dei grandi che lo tiene d’occhio, ridacchia di lui, diffida della sua incompetenza e della sua estemporaneità quella di uno che preferisce prodotti, ville, corpi, macchine, orologi, epopee sportive, monete sonanti alla immaterialità delle nuove potenze.

Si è l’interprete più adeguato dell’insensata illimitatezza, della crescita malsana che comporta l’arricchimento dei pochi e l’estensione della miseria ai molti, lo sperpero delle risorse e l’irreversibile impoverimento e degrado dell’ambiente. Di una modernità neo-medievale che traduce l’aumento della ricchezza in aumento della disoccupazione, in sottosalari e in erosione di diritti per alcuni e in iperguadagni e iperoccupazione per altri. Quando gli uomini sono ridotti a merce è inevitabile che la ricchezza si muti in nuova povertà: della bellezza, del territorio, del sapere, della conoscenza, della libertà. Abbiamo avuto sempre più auto e sempre meno Mozart, sempre più televisori e sempre più analfabeti di ritorno, sempre più notizie e sempre meno informazione, sempre più opulenza privata nel pubblico squallore. Abbiamo vissuto in una società sempre più ricca che ora soffre un costante peggioramento del suo benessere sociale. Che ora vive catastrofi dentro alla catastrofe, ambientali, morali, culturali. E come dice Amleto, il re ne ha colpa. Ma ne abbiamo colpa anche noi se non sostituiamo allo sviluppo della potenza, lo sviluppo della coscienza. I dinosauri erano votati a un destino di crescita della loro materiale potenza, ma il loro cervello era piccolo rispetto alle loro possenti proporzioni. E c’erano invece abitanti delle tenebre, i terapsidi, piccoli insignificanti lemuri. Possedevano un cervello congruo per dimensioni al loro corpo tremebondo. E decisero di usarlo, in branco. I dinosauri occupano solo il nostro immaginario, loro sono ancora qui. noi stiamo dalla parte dei lemuri.