Chi non ama le lunghe pappardelle può leggere solo i primi due capoversi

La Cassazione ha bocciato il piano di Silvio contro i referendum: si andrà a votare anche sul nucleare. Un’altra bella notizia in due giorni anche perché sappiamo che l’appuntamento della consultazione popolare è quello davvero decisivo per uscire da questa epoca di populismo senza popolo, di democrazia ferita nei suoi strumenti essenziali e di declino economico e civile. Credo che ognuno si debba impegnare a fondo per arrivare ad ottenere il quorum e per superare il silenzio imposto dal potere e che diventerà assordante ora che è l’unica arma. Ognuno per quello che può naturalmente. Ma ognuno per tutto quel che può.

E’ chiaro che come in tutte le cose di questo particolare e desolante tempo bisognerà insistere sugli aspetti più banali relativi al nucleare e alla privatizzazione dell’acqua, il rischio e l’aumento delle bollette: sono quelli che stimolano l’egoismo cui siamo stati ammaestrati e la mancanza di pensiero e di sentire sociale di molte persone.

Ma permettetemi in questa prima giornata di conto alla rovescia di affrontare un discorso più complesso, un discorso di radice, che va oltre gli effetti immediati e anche oltre le ragioni politiche per le quali è opportuno dire sì ai referendum: il rifiuto di una forma di energia non solo rischiosa sotto vari aspetti, ma molto centralizzata, anzi la più centralizzata di tutte come il nucleare, capace di conferire molto potere a pochi e, per ciò che concerne l’acqua, la mercificazione di un bene comune essenziale e vitale.

Però voglio andare più a fondo per cercare di afferrare i fili che ci legano al futuro e alle segrete cose e al destino che ci stiamo fabbricando. Fili che affondano e si perdono anche nel passato. Per cui comincerò con Aristotele che 2300 anni vedeva cose che a noi sono tenute accuratamente nascoste da un meccanismo di informazione portato a riprodurre costantemente un modello di pensiero come se fosse l’unico possibile.

Dunque Aristotele nell’ Etica Nicomachea a e nella Politica, distingue molto nettamente crematistica ed economia, una distinzione che noi abbiamo perso. Bè l’economia deriva da oikos che vuol dire casa, ma anche comunità di persone che ad essa fanno riferimento e dunque l’economia ha il significato di mettere a frutto i beni per il benessere e la felicità della casa, dei suoi membri, della famiglia  e della società nel suo complesso.

La crematistica deriva invece da  τὸ χρῆμα, la cosa di cui ci si serve ed indica le tecniche per arricchirsi a prescindere dai consumi e della distribuzione. Lo scopo è ” nessun limite all’incremento della ricchezza e della proprietà” , mentre la tecnica è quella di conciliare la scelta di mezzi finiti per un accumulazione indefinita.

Probabilmente a qualche lettore sarà già venuto il sospetto che la nostra scienza economica ha usurpato quel nome e che fin dalle teorie di Smith e Ricardo, per arrivare alla scuola di Chigago l’oggetto non sia altro che la crematistica, cioè l’accumulazione indefinita. Laddove l’economia propriamente detta è ridotta al pregiudizio umanamente misero e matematicamente errato che la ricerca di ricchezza da parte di ogni individuo faccia ricca l’intera società.  Questa teoria ha avuto un nome il “laissez faire” che negli ultimi vent’anni di storia italiana è stata applicata anche all’etica, con il clamoroso successo di un declino generale.

Ora se la nostra casa è la terra verrebbe naturale avere cura delle strutture e degli abitanti, sarebbe spontaneo applicare i principi della cura e del benessere generale, un parola fare un discorso economico evitando appropriazioni singoli di beni comuni, rischi colossali, problemi insolubili o comunque di ardua soluzione come quello delle scorie. Ma in realtà noi siamo nell’era della crematistica, dove tutto diventa merce e tecnica per l’accumulazione che fatalmente è sempre a vantaggio di pochi. Soprattutto dove il concetto stesso di accumulazione, seguendo passo passo Aristotele, quasi che il capitalismo abbia fatto dei corsi di greco antico,  ha un senso solo se è indefinito. Vale a dire se è potenzialmente infinito.

Certo nella Grecia antica non c’era una quantificazione delle risorse nemmeno grosso modo, la concezione delle cose era diversa quindi non era immediata  la contraddizione che esiste tra crescita indefinita e risorse finite. Noi invece la vediamo benissimo, ma non riusciamo a farla operare, perché se le nostre concezioni economiche e dunque anche politiche dovessero fare effettivamente i conti con il limite crollerebbero immediatamente, svelando la necessità di avere un numero illimitato di risorse. Svelando di essere crematistica e non economia.

Non è del resto un caso che queste teorie e questo modo di vedere le cose sia cresciuto e si sia affermato in tempi in cui le economie occidentali potevano attingere alle risorse di tutto il mondo e successivamente alle riserve di carbone, petrolio, gas, senza doversela vedere con l’economia delle energie rinnovabili ma non infinite, come per esempio la legna da ardere.

Ed è per lo stesso motivo che il nucleare viene tendenzialmente preferito alle rinnovabili, nonostante queste mettano in moto un meccanismo economico più vivace ed esteso: non solo perché esse sono democratiche, perché in alcuni casi si può essere produttori ed utilizzatori legati ad una rete orizzontale e non più verticale, ma perché il nucleare promette di sostituire il petrolio e il gas ereditando però la loro caratteristica di essere così abbondanti da poter essere usati come se fossero illimitati.

Le energie rinnovabili al contrario sono molto abbondanti, ma hanno un limite che deriva sostanzialmente dalla radiazione solare catturata e dal moto di rotazione terrestre: fonti straordinarie, ma con un limite definito e misurabile, anzi di fatto misurato. E’ proprio questo che non viene tollerato dal capitalismo e dal liberismo: in queste condizioni occorre pensare in termini economici e non crematistici. Al di là del fatto che sole, vento, maree possano fornire molte volte l’energia che oggi ci è necessaria e probabilmente molta di più quanto ne potrà mai dare il nucleare a fissione, esse sono un ostacolo teorico e psicologico.

Avere un limite certo significa infatti curare l’ambiente che non può essere infinitamente avvelenato e distrutto, significa avere attenzione alle persone, non mercificare ogni cosa in nome di una sottintesa e fasulla promessa che, nonostante le accumulazioni di alcuni ci sono potenziali risorse per tutti. Così il nucleare, al di là dei problemi tecnici, che infatti vengono o nascosti o minimizzati o semplicemente trascurati promette di essere assai più coerente con le basi dell’attuale sistema di produzione e non una contraddizione all’interno di esso.

Ecco perché è radioattivo sempre.