Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’era una volta la diplomazia, quella delle feluche, delle divise fantasiose e sfarzose, dei bizantinismi e dell’arte della mediazione, degli avvertimenti trasversali, dei deterrenti e delle minacce educate.
Ambasciatori e ministri erano maestri di minuetti, di baciamano, elargiti con discrezione elegante alle dame e non ai tiranni, capaci di proferire atroci offese con garbato distacco e di ordinare copiosi versamenti di lacrime e sangue, asciugandosi le mani con fini fazzolettini profumati.
Una volta era così, poi, colpa dei comunisti, c’è stato chi imponeva silenzio battendo la scarpa sul tavolo negoziale dell’Onu, chi entrava in consessi internazionali impugnando i fucili.
Ma a parte esternazioni più o meno esuberanti, cancellerie e superpotenze hanno cercato di mantenere procedure e modi rispettosi di quell’etichetta che non è solo bon ton, ma anche espressione del livello di civilizzazione raggiunto dai popoli che in vario modo rappresentano.
Sembra volersi estraniare da questo manierato contesto l’Italia pervasa da un istinto sgangherato allo stravolgimento di direttive, dettami e consuetudini in nome di una innovativa “modernità”, adottata con successo dal governo in tutti i campi, compreso il rispetto della carta costituzionale, del parlamentarismo e delle istituzioni, dell’ ormai francamente obsoleta giustizia e ancor più ammuffita democrazia.
Non sto parlando dell’improbabile ministro Frattini, più adatto di direbbe a fare il console onorario di Courmayeur e che usa la Farnesina come osservatorio privilegiato per effettuare il monitoraggio della compravendita immobiliare di Montecarlo.
Bensì del Ministro Maroni che ha voluto dare un segno della discontinuità con il linguaggio sprezzante e aristocratico di Talleyrand, quello che ci definì espressione geografica, rivolgendosi con piglio meneghino agli Stati Uniti cui ha raccomandato di “darsi una calmata”.
E per una volta la cultura del “ghe penso mi” non intendeva rappresentare solo Lecco, Brescia e Voghera minacciati sia pur da lontano dagli esodi biblici, ma tutta la sia pur riottosa e inadempiente Europa.
Sarà che in era di globalizzazione il ministro leghista vuole invece ridare vigore al “glocalismo” se non addirittura a campanili e municipalità, sarà che ha voluto restituirci quel brivido di ribelle indipendenza che ci fu regalato a suo tempo con Sigonella dal “padrino” del suo premier, certo è che la diplomazia di Maroni ci ricorda quella delle bocciofile dove si litiga a colpi di “l’è longa l’è curta” e tutto finisce, alle prime gocce di pioggia, davanti al caffè lamborghini, incuranti che fuori invece si addensano le premesse del diluvio universale.