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I Beccafichi

saor veroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il saòr è un tipo di marinatura da sempre usata a Venezia, che somiglia al condimento delle sarde a beccafico, con lo scopo di conservare gli alimenti durante le lunghe traversate. È talmente efficace che, narra una leggenda cara a Hemingway, quando morì un alto prelato di Torcello considerato alla stregua di un santo, si volle seppellirlo in Basilica. Ma imperversava da giorni una tremenda tempesta con trombe marine che impedivano il trasporto, così per mantenere l’augusta salma si pensò di coprirla con l’antico bagnetto di cipolle, aromi e aceto e il feretro giunse in perfette condizioni in San Marco pronto per le celebrazioni e l’adorazione di fedeli.

E cosa c’è di meglio per le sardine del saòr, come vuole la ricetta tradizionale, che aggiunge sapore ma soprattutto raggiunge lo scopo di conservare le pietanze, le carni e i pesci, compresi quelli in barile. Si moltiplicano in questi giorni i paragoni tra gli intepidi banchi marini e altre espressioni movimentiste del recente passato: il popolo viola, gli schizzinosi girotondi, le madamine Si-Tav, eredità approssimative di quel situazionismo che concepiva la politica come costruzione di eventi e momenti di vita collettiva destinati a creare una qualche forma di comunicazione effimera tra la gente, egemonizzata dalla spettacolarità e unita dalla musica, da slogan, da parole d’ordine, da performance creative senza sceneggiatura e copione.

E infatti senza perdere troppo tempo a definire questo “agire” e i suoi attori – e chi li vuole sinistra sommersa (ne ha parlato ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/19/sardine-in-scatola/) , e chi li vuole riscatto di popolo purchè non populista, e chi li vuole  intrinsecamente rivoluzionari, e chi li vuole post qualunquisti – viene bene il paragone con un’altra “situazione”, il plebiscito su scala nazionale del Se non ora quando, contro il Berlusconi puttaniere, fedifrago nei confronti della paziente consorte che ebbe l’onore non delle lettere alla posta del cuore, ma delle prime pagine, volgare e spudorato nelle sue esternazioni maschiliste proprio come un cumenda incarnazione della maggioranza silenziosa.

Scesero in piazza allora insieme a centinaia di migliaia di signore inviperite, al seguito di alcune penne intinte in quota rosa,  numerose perfino per la questura, anche tanti uomini della società civile e della politica, che non avevano mai manifestato  e non lo fecero nemmeno dopo, contro il golpista, contro il deus ex machina delle leggi ad personam che avevano trasformato l’interesse generale in occupazione privata della società imponendo la corruzione in forma di legge, contro l’amico dei mafiosi, contro l’utilizzatore finale di ragazze ma pure di deputati e senatori, oltre che di intellettuali pronti a mettersi in vendita nel mercato delle vacche dell’editoria e delle tv.

È facile da spiegare, vien meglio una manifestazione di dissenso che preveda l’incendio in piazza di un simulacro riconoscibile, che potrà risorgere dalle ceneri, se, una volta dato alle fiamme il gattopardo, tutto può andare avanti come prima, permettendo in quel caso la più mesta e iniqua austerità, la rinuncia definitiva alla sovranità statale, il sopravvento delle lobby delle privatizzazioni, lo smantellamento dell’edificio costituzionale e democratico perfino per via di referendum.

E allora si capisce l’entusiasmo per questi vispi ragazzotti, ben attrezzati di buone conoscenze e di un certo istinto per lo spettacolo che va ben oltre la recita della poesia sullo sgabello a Natale davanti a nonno Romano e prima che arrivino in tavola i tortellini fumanti.

Il fantoccio da bruciare per esorcizzarne l’oscuro potere era pronto, preceduto da una fama a lungo confezionata a tavolino per farne un Hannibal Cannibal, come incarnazione dell’eversione fascista.

Se  fascista lo è di sicuro, è meno certo che si tratti di un sovvertitore dell’ordine costituito e dell’establishment: appena ha fatto irruzione sulla scena governativa, ha dimostrato nelle parole e nei fatti la sua adesione alla irriducibilità e incontrastabilità dell’Ue, ha testimoniato la sua fidelizzazione al modello di sviluppo rappresentato emblematicamente dai suoi monumenti e altari: Tav, Mose, trivelle, Muos, ponti e piramidi, ha  riconfermato la volontà di essere ammesso alla cerchia padronale multinazionale. E diciamo la verità, sulla questione immigrazione non ha spostato di un centimetro il già pensato e fatto dai predecessori in qualità di ministri e legislatori, da Bossi e Fini, a Turco e Napolitano, a Alfano e Minniti, seguito dagli attuali esecutori come dimostra il rinnovo degli accordi con la Libia e il prolungamento delle serrate dimostrative dei porti.

A essere maligni, non può che venir bene un po’ di saòr, che copra lo squalo fritto e conservi tutto com’è e dov’è. Non a caso le sardine piacciono al movimento 5Stelle costretto a una riservatezza coatta e prona alla tracotanza degli alleati di governo di oggi ancora più subordinata che a quello del passato, che hanno nostalgia dei rave party dell’opposizione opposizione, che sognano di riprendere consenso facendo casino, sì, ma anche stando sulle poltrone irrinunciabili dei trascurabili dicasteri concessi loro.

E perché dovremmo aspettarci che le sardine dettino una linea se sono come i pesci pilota che precedono l’arrivo degli squali, e se la linea politica c’è ed è quella del progressismo perbenista che accoglie e integra purché in crestina e grembiulino, in tuta sull’impalcatura incerta, con le forbici da giardiniere o la csta per le olive i i pomodori, quella del politicamente coretto che cede su lavoro, sulla scuola, sulle delocalizzazioni, sulle svendite,  sulla privatizzazione dello stato sociale per fare il muso duro sul minimo accettabile dello isu soli, che doveva essere obbligatorio almeno cinque governi fa, quella del sindacalismo dei patronati senza lotta di classe ormai assimilata all’odio da censurare tramite commissione parlamentare.

Le sardine, vezzeggiate da tutti,  piacciono alla gente che piace, ecologisti che fanno giardinaggio, femministe che vogliono che l’altra metà del cielo si conquisti mediante al sostituzione di stronzi maschi al potere con altrettante stronze femmine nei ruoli di comando, agli antifascisti sì, purchè non antisistema, quelli che pensano che sia sufficiente togliere di mezzo la ferocia in felpa per addomesticare il totalitarismo che si esprime con i metodi criminali di sempre per ridurci a Ausmerzen vite indegne di essere vissute.

E infatti eccoli a Bologna contro Salvini, ma non contro il Global Compact di Merola fotocopia della cooperazione secondo Renzi, quel neo colonialismo che dovrebbe normalizzare  l’invasione fornendo un esercito di riserva al padronato in modo che il potere di ricatto di una concorrenza avvilita e intimidita faccia recedere da conquiste e diritti del lavoro i lavoratori locali. Si esibiscono in tutta l’Emilia, la loro culla, senza riservare una parola di dissenso  nei confronti della pretesa di autonomia divisiva e quella si, eversiva, patrimonio indiscusso della Lega. Oggi ci sono anche in Puglia, dove non abbiamo visto manifestazioni di piazza di una qualsiasi specie ittica, nemmeno le cozze pelose,  per dare appoggio alla città martire di Taranto. Ci sono in Sardegna dove resistono da anni quelli che si battono contro la militarizzazione dell’isola, o in Sicilia dove i No Muos sono ridotti al silenzio dalla repressione e censurato dalla stampa.

Eppure sono ben altri l’argento vivo del paese, quello che non dovremmo lasciare solo perchè fa paura e viene tacitato e emarginato,  quello che si muove per noi e che non si piega a essere costretto dentro al vecchio termometro che non registra mai la febbre di chi vorrebbe davvero rovesciare il tavolo e cambiare le cose.


Roma Ball Club

onAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sono tempi duri per chi non è a suo agio nel “progressismo” liberal e nemmeno nello schieramento indicato come “populista”: in nessuna delle due tifoserie alberga il mutuo riconoscimento democratico,  men che meno il coltivare l’idea – considerata velleitaria e visionaria, di una alternativa allo stato di necessità e alla imprescindibilità della realpolitik. Tempi duri per chi si rifiuta di fidelizzarsi a uno dei due club di ultrà, per chi è recalcitrante ad aderire sotto coercizione morale, e per i mai contenti, che rifiutano l’arruolamento e si sentono addirittura autorizzati a esprimere critica con pari forza agli uni come agli altri, differenti, con buona pace dei crociani da tastiera, più nella forma che nei contenuti, gli uni primitivi e irrispettosi, gli altri più manierati nell’uso delle armi.

Per questo non posso compiacermi che ormai Roma sia come Palermo, dove il problema è il traffico. E non mi riconosco nella manifestazione aperta al popolo romano del web che si terrà il 27, partita da un gruppo di Facebook, “per dire basta al degrado della Capitale” in un evento “senza colore politico”, etichetta quest’ultima fortemente dissuasiva per chiunque rimpianga un colore e soprattutto abbia nostalgia della politica.  E che chiama a raccolta i “cittadini che sono stanchi, a quanto si legge sulla pagina di Tutti per Roma, Roma per tutti, di doversi sobbarcare le lacune di un’amministrazione”. Sulla pagina si possono vedere articoli e foto scattate dagli utenti sul degrado della capitale e un video che ha avuto più di 25 mila visualizzazioni  e che in meno di due minuti  informa  lo spettatore “sull’enorme momento di disagio vissuto da Roma, inguardabile vestita com’è di buche e spazzatura”. E infatti il 27 in piazza oltre a striscioni e cartelloni, saranno esposte anche foto che testimoniano il declino della capitale e apposite urne dove verranno raccolte e poi portate personalmente al sindaco Raggi le “proposte” costruttive che provengono dal territorio.

Non ho mai dubitato che l’iniziativa potesse non piacere a Repubblica che se ne è fatta testimonial prestigiosa, tanto assomiglia alla nobile e signorile fuffa del senonoraquando, allorché si scese in piazza per denunciare il laido puttaniere, senza il “colore politico” necessario a fare invece scendere dallo scranno il golpista, allorché sembrò lungimirante condurre una campagna elettorale senza nominarlo per uso di mondo a quella discrezione sobria e ragionevole, che ha sempre impedito di condannare i rei di conflitto d’interesse. E infatti abbiamo avuto modo di assistere al sollucchero con il quale è stato proposto in ritratto delle promotrici, “donne comuni unite in una battaglia comune”, con alla guida una che si definisce “esperta di attivismo e nuove forme di partecipazione”,  una giornalista, un’ architetta, una ricercatrice, una storica dell’arte e una militante per la tutela del paesaggio, per fornirci la versione più aggiornata, acculturata e corretta delle onorevoli Angelina di oggi, con tanto di contributo rivisto della paccottiglia comunicativa e virtuale che ha sancito il successo della rivoluzione virtuale dei vituperati  5stelle.

Non potevamo sperare di meglio, dopo la caduta notarile di Marino decretata dal fuoco amico per via dell’incontrollabilità temperamentale del soggetto. Dopo la candidatura di qualcuno segnato alla nascita dal destino di trombato, per via di un curriculum esageratamente scarso perfino per questi tempi, di un carisma ancora più scarso, per non dire del programma, a sancire l’interesse del partito  proponente a perdere, in modo da rifugiarsi per un po’ nella comoda cuccia dell’opposizione, magari finché si calmavano le acque agitate dal vento di Mafia Capitale, anche in vista delle impari difficoltà di governare un città soffocata dei vincoli di bilancio e da un passato bipartisan inqualificabile di speculazioni, malaffare, impotenza e incompetenza.

Eh sì, non potevano sperare che si andasse oltre le “cronache in città” della stampa locale tenuta saldamente in mano da costruttori penalizzati dal nuovo, da proprietà esplicitamente “nostalgiche” alla vecchia maniera, oltre alla monnezza, oltre alle buche, oltre agli zingari che borseggiano indisturbati, oltre ai tombini intasati. Temi che dopo l’età di Pericle di Petroselli e Argan, perfino di Vetere, sono stati promossi a prioritari e cruciali.

Che la sindaca Raggi non ha risolto, in effetti, ma che sono solo l’allegoria di una capitale che soffre degli stessi mali delle piccole e grandi città italiane sottoposte alle richieste del racket del patto di stabilità, ricattate dagli appetiti insaziabili di proprietà e rendite private, di costruttori e immobiliaristi che hanno retrocesso l’urbanistica e la pianificazione a attività negoziale sottoposta ai loro comandi,  nelle quali le aziende di servizio servono si, ma al voto di scambio, come riserve intoccabili di clientele, dove in presenza di amministratori incompetenti, poco preparati, molto ambiziosi, le scelte sono suggerite dalla megalomania della grandi opere, invece che dalla scienza della tutela e della manutenzione.

Ma proprio perché Roma è una vetrina, un laboratorio simbolico e esemplare, ce ne sarebbe di “trippa” per gatti che volessero fare vera opposizione e molto politicamente “colorata”. A cominciare dal problema della casa, ridotta a emergenza di ordine pubblico (ne ho scritto qui https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/02/la-repubblica-degli-sfratti/?fbclid=IwAR1SoPXseARmWY2bLmOXgiriqIgUGc98BcqOqeLNJw7I_7e82idyT68z7IM), anche qui nulla di nuovo se l’onesto Marino si era limitato a farne oggetto di commissioni di studio e a fronte di falansteri disabitati frutto di speculazioni in cui non vogliono risiedere nemmeno  i manager beneficati;  per proseguire con le oscillazioni miserabili sullo Stadio della Roma (e dire che in tanti avevano votato Raggi proprio nella speranza di fermare la smania costruttivista ben interpreta dal contendente in campagna elettorale, (ne ho scritto qui:https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/08/gli-ultra-del-cemento/?fbclid=IwAR0oMgIXL6PGsSTgKnKGMqSfsMtsasMBEnLrFhEJF86C3ccxsonXGXwBFzU) anche queste frutto di una pianificazione territoriale piegata agli appetiti padronali. Dall’accondiscendenza ai capricci dei padroni della città, con le pareti di un palazzo storico ricoperte di pelliccia: stesso pelo sullo stomaco che ha permesso che le giunte di centrosinistra alienassero un edificio storico di fianco a San Giorgio al Velabro e abitato da cittadini e artigiani, per consegnarlo alle sorelle Fendi, ai parcheggi di Via Giulia, accettati, perché pare che la maggioranza cittadina, come quella di governo del Paese, non sappia dire di no, in aperto contrasto con ragione e qualità ambientale che raccomanderebbero di portare le macchine fuori da centro e non di farle entrare. Fino alla normale attività di manutenzione, che non viene esercitata, anche perché pare largamente riconosciuto che il decoro consista nell’allontanamento di indesiderati allogeni, salvo topi e zanzare, e nell’occultamento di certe vergogne condivise e perciò sgradite.

Così quelli che hanno nostalgia del rosso, quelli che patiscono il rimpianto della politica, possono aggiungere al loro  rammarico anche il ricordo di certe piazze, dove suonavano parole e canti di collera e di amore.


L’Unità rinasce. Ma senza mutande

l_unitaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci  spiace dirvelo, ma ve l’avevamo detto. Era improvvido far scendere in piazza un milione di persone per manifestare riprovazione per lo sfruttamento del corpo femminile, per la sua mercificazione – battaglia sacrosanta per carità, ma parziale rispetto alla complessiva demoralizzazione della vita pubblica, con l’ostensione di un modello aberrante di comportamenti e  valori, grazie alla conversione di vizi in virtù: ambizione, arrivismo, arroganza, prevaricazione, fidelizzazione al posto della riconoscimento in valori e aspirazioni comuni, rispetto alla personalizzazione della politica, delle istituzioni, della Costituzione, tramite leggi promulgate e adottate per la tutela di interessi privati, rispetto alla spregiudicata legittimazione di comportamenti trasgressivi, quando non esplicitamente criminali, giustificati dall’emergenza, dalla necessità, rispetto all’autorizzazione, ancora più imprescindibile in un’era di precarietà, arbitrarietà, di clientelismo, familismo,corruzione come fossero caratteri nazionali dai quali è inevitabile non discostarsi, pena la marginalità e la segregazione, rispetto alla prodigiosa sostituzione della selezione e valorizzazione di elite, di competenze e meriti, con alleanze opache, pratiche oscure di scambio e ammissione in circoli  chiusi, dediti al profitto, all’accumulazione di quattrini e al potere che ne consegue.

Ci spiace dirvelo, ma l’avevamo detto che non poteva essere quello il fronte su cui combattere un costume diffuso, una patologia che aveva contagiato un ceto politico senza distinzione generazionale o ideologica, che di idee ce n’erano già ben poche, una cifra antropologica che ha caratterizzato la mutazione da democrazia, vulnerabile, fragile, in plutocrazia, per non dire peggiocrazia, visto che ad affermarsi  è la crème de la crème dei più immorali, dei più scriteriati, dei più inadeguati, die più incompetenti.

Come la mettiamo adesso che l’aspirante editore del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e via via seppellito da un buon numero di becchini, rivendica proprio questi caratteri come “rifondativi”, ostenta spregiudicatezza e cinismo come irrinunciabili qualità per piazzarsi nel mercato e vincere, esalta la sua volontà, a fronte di un impegno finanziario di 10 milioni  che agli altri 20 di debiti pregressi ci penserà qualche santo del suo paradiso, a confezionare un giornale “popolare”, probabilmente  nel segno della continuità con la sue esperienza professionale maturate tra Vero, Miracoli, Stop, determinato, se ne presentasse la fausta opportunità, a mettere in pagina la fidanzata di Berlusconi nuda. Lo schifo più miserabile non ha più etichette e si manifesta anche grazie al festoso uso ed abuso delle differenze, sicché diventa buono e giusto, oltre che profittevole,  lo sfruttamento dell’immagine femminile, purché sia quella della Pascale, mentre sarebbe sleale e infame pubblicare un paginone centrale con la Madia in veste sadomaso. che poi sarebbe quella più congrua con l’indole accertata della ministra.

Perché  in questo mondo discrezionale e di disuguaglianze, perfino nei corpi nudi, ci deve sempre essere qualcuno di più uguale,  grazie all’appartenenza al circo magico di sodali, affini, affiliati, lacchè dei potenti, in questo caso del premier, nei cui confronti il vispo imprenditore della carta stampata  esprime soggiogata ammirazione. “Renzi mi piace moltissimo. E’ bello, sveglio, ha una gran dialettica ed è uno dei pochi politici che si capisce quando parla”.

In piena ed entusiastica condivisione del renzi pensiero, il Veneziani, che ammette “trascorsi di sinistra e girava con in tasca l’Unità e anche Cuore”, è determinato a “ fare un giornale popolare, nell’accezione positiva del termine. Addio a elzeviri e commenti in politichese, che si occuperà di politica e di sociale, ma con un linguaggio giovane, adeguato ai tempi moderni. Anche la cronaca, non nera, avrà un grande spazio”. E lo affiderà a un direttore che esprima lo spirito del tempo, fresco di giornata, dinamico, innovatore, che ne so, come il Fanulli, il Nardella, come le aggraziate squinzie di governo, mica a un vecchio trombone della nomenclatura, come è successo nel passato. Sistemata così anche la mamma del Senonoraquando, che se lo merita per aver svolto con solerzia il ruolo di “cassamortara” portando il giornale ai minimi storici,  l’editore di gossip, che agli scoop del settimanale Miracoli aggiunge quello tutto suo di rilanciare l’Unità, ha sistemato per le feste anche la cordata gradita, si dice, a D’Alema, quella guidata dal banchiere Matteo Arpe, respinta ufficialmente perché mancavano le garanzie necessarie. che invece il Veneziani possiede: il suo gruppo, la Guido Veneziani Editore spa, ha chiuso il 2013 con 3,9 milioni di utile netto,13,6 milioni di patrimonio e 6,3 milioni di indebitamento finanziario netto, nel corso dell’anno  ha acquistato il 92% delle Grafiche Mazzucchelli, azienda di stampa roto-offset, ha firmato un nuovo accordo di distribuzione con la società Messaggerie Periodiche, ha rimborsato un prestito obbligazionario emesso a gennaio e ha costituito due nuove società: la Gv Periodici e Vero Tv in cui sono stati conferiti i rami d’azienda dei rispettivi business ovvero i periodici e la televisione digitale lanciata di recente. E sempre occupa un posto d’onore nei suoi programmi, e ci mancherebbe,  comprarsi una bella televisione. Ci aveva  già provato con la Sette, ma un giorno, sull’onda lunga delle privatizzazioni, potrebbe candidarsi anche per una rete Rai, vedi mai.

Poco ci vuole a capire che per i dirigenti del Partito della Nazione  uno che aspira a diventare il Berlusconino del domani  offre più garanzie perfino di un banchiere della vecchia guardia, prime tra tutte quella di mettersi al servizio del management, quella di promuovere il brand,  quella di fare marketing, quella di nutrire il business.

Tra le testate del pimpante zerbinotto spicca anche Rakam. Penso che mi abbonerò e magari farò anche distribuzione militante la domenica mattina: ci servirà a perfezionarci in attesa di sferruzzare a Place de la Concorde.


Cassandra Crossing

cassandra_595Anna Lombroso per il Simplicissimus

In attesa che alla signora Karima El Mahroug, un tempo ‘Ruby Rubacuori’ – di volta in volta sfacciata puttanella, minorenne traviata, sfruttatrice di lenoni, sfruttata dai medesimi, vittima di una infanzia sventurata, profittatrice di vecchi porci in cerca di bersagli infantili, eccetera, eccetera, vengano assicurati una posizione e un trattamento di tutto rispetto magari mediante una carica elettiva, secondo regole, che pur nel necessario cambiamento, avevano favorito la nomina della sua garante Minetti e di altre ed altri altrettanto inadeguati, oltraggiosi sorprendenti rappresentanti del popolo – mi voglio concedere il lusso di dire “avevo ragione”, esercizio di solito interdetto alle cassandre che vengono zittite prima della conferma delle loro audaci profezie. Ma viviamo in tempi di tollerante indulgenza, o forse di così estrema sordità che nessuno le sta a sentire e così sopravvivono all’avverarsi delle più fosche previsioni.

Quando tutta la società civile decise per la festosa scampagnata del “senonoraquando”, riuscendo ad orchestrare quella che ai più creduloni parve riprovazione in attesa di qualcosa di arcaico e dimenticato di nome opposizione, quando le donne e gli uomini più “avveduti” decisero di dire basta! scendendo in piazza a milioni, allora ebbi, con pochi altri e ancor meno altre, l’ardire di dire che, a me, non bastava! Che non era sufficiente dimostrare contro il vecchio porcello, ma che ci si doveva battere contro il porcellum, che lo sfruttamento del corpo e dell’immagine delle donne era una sacrosanta esibizione di civiltà, ma che era un segmento dell’uso e dello sfruttamento a scopo mercantile dei corpi e dei cervelli di tutti indistintamente, perché era in atto una tremenda e inarrestabile mutazione che stava conducendoci alla schiavitù.

Allora mi permisi di dire che la mobilitazione di una sinistra annacquata contro il protervo vizioso non era “meglio di niente”, no, era peggio, perché deviava e distraeva dalla tolleranza di anni del conflitto di interesse, diventato interesse comune alla classe politica. Perché copriva immonde correità nella manomissione della Costituzione, perché autorizzava le prerogative di un golpista che stava imponendo una dittatura sostenuta dal voto e da una maggioranza legale ma non legittima, se le elezioni per vent’anni di erano svolte secondo una palese disparità, in condizioni di disuguaglianza dei contendenti. Perché era indecente che l’opposizione si animasse in nome della “decenza” quando aveva delegato alla magistratura la speranza di abbattere l’idolo, conducendo campagne elettorali nelle quali nemmeno si nominava l’antagonista, , quando nelle realtà locali, negli affari e nel malaffare, si costituivano alleanze opache, quando l’interesse personale di uno diventava interesse comune di un ceto, che ne aveva assunto abitudini, inclinazioni, perversioni e non solo quelle esssuali.

 

Avevamo ragione allora. Oggi la larga intesa è benedetta e sancita dal sigillo di una giustizia che si adegua ai tempi, che comprende con indulgenza e avalla con clemenza l’assoggettamento ai potenti, così come assolve il traffico di influenza, che ratifica le differenze manomettendo la bilancia e i pesi, così chi ha e può si acquisisce salvezza, rispetto, e, in un futuro prossimo, eleggibilità e grazia.

Così oggi e ancora di più che ai tempi di “senonoraquando”, il tycoon che vuole lasciare un’impronta con suo tallone di ferro, anzi d’oro, come le sue imprese più o meno legali, le sue attività più o meno criminose, conta, pesa, influenza e decide.

Oggi che è stato assolto e domani quando altri processi condizioneranno alleanze, concordia tra le parti, patti aziendali tra antichi avversari, diritti, leggi, libertà, rappresentanza e le nostre vite, compresa quella delle inascoltate cassandre.

 


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