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Nostra Signora della Mafia

imma Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che le  gerarchie ecclesiastiche  abbiano  guardato, un decennio fa, con benevola approvazione, all’offerta alla pubblica devozione della statua del santo protettore di Guardavalle Agazio,  da parte dei buoni cristiani della locale famiglia di ‘ndrangheta Gallace.

Non deve stupire: si chiama  punciuta (puntura)  la cerimonia di iniziazione dei membri di Cosa nostra, quando l’affiliato, alla presenza di tutti i componenti del clan, si punge l’indice della mano destra  con uno spillo o con una spina d’arancio, proferendo la formula di rito: «giuro di essere fedele a cosa nostra. Possa la mia carne bruciare come questo santino se non manterrò fede al giuramento» e  imbrattando col suo sangue una immaginetta sacra, per poi bruciarla.

È così per la Camorra, per la ‘ndrangheta,  per la sacra corona unita, è così per la yakuza giapponese, le triadi cinesi o l’ms-3 salvadoregno: si “consacra” un locale, che da allora diviene “ luogo sacro, santo e inviolabile”, si attinge a testi popolari, mitologici o religioso e si evocano icone che vanno  dall’arcangelo Michele alla Madonna del soccorso, da Osso, Mastrosso e Calcagnosso, a Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma pure a Mazzini, Garibaldi e la Marmora, per chiamarli a testimoniare delle intenzioni dell’adepto a rispettare un codice d’onore davanti a Dio e agli uomini d’onore.

È così anche oggi, che le mafie rappresentano una parte consistente del sistema economico e finanziario, fanno parte dei consigli di amministrazione di banche e istituti di credito,  mandano in malora aziende sane per impadronirsene, occupano settori strategici dello Stato a cominciare dal brand del gioco, si spartiscono con coop e ong il mercato “umanitario” dell’accoglienza, in molto casi usano gli stessi bacini professionali delle gradi aziende, manager, commercialisti, tecnici informatici, si accaparrano comparti merceologici, dalle vendemmie del prosecco alle pizzerie di Milano, dai buttafuori delle discoteche alla protezione delle boutique dei quadrilateri della moda.

Ma non rinunciano a funerali fastosi con i carri funebri impennacchiati e la benedizione dell’alto prelato, comprensivi di lancio dall’aereo di fiori e volantini col testo de De Profundis e il commosso ricordo del caro e autorevole estinto, e a battesimi e matrimoni imponenti officiati in siti di interesse artistico e culturali generosamente concessi per la festosa occasione.

E d’altra parte senza sollevare scandalo alcuno, nel  2008 si scoprirono gli “altarini” della festa di Sant’Agata, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità per il suo valore etno-antropologico, grazie ad un’inchiesta della Procura di Catania  che rivelò come il monopolio delle celebrazioni dal 1999 fosse nelle mani del gotha mafioso, attraverso una influente associazione cattolica,  il Circolo di Sant’Agata, alla quale facevano capo  le famiglie Santapaola e Mangion.

E’ che la collusione tra Chiesa e mafie, per via della combinazione di interessi economici e ricerca di consenso dovuto a tutti i potentati, confermata anche per via semantica dall’uso del termine “pentito”, è sempre stata oggetto di indulgenza  e tolleranza e, malgrado  con la stagione delle stragi  la Chiesa abbia iniziato a “predicare” l’antimafia, a metà strada tra l’attivismo clericale e la religione civile,    per un don Luigi Ciotti  ci sono chissà quanti preti che tacciono o si adeguano per paura, per non rinunciare al radicamento in geografie infiltrate, per non dover rinunciare alla protezione di notabili della politica e del denaro, si pure in odore di mafia, che esigono una legittimazione  e  una conferma “celeste” della loro appartenenza alla cultura  e alla tradizione locale.

Come nel caso della pedofilia, con il reiterato rifiuto di sottoporre i suoi preti al giudizio dei tribunali terreni in attesa di quello di Dio (dopo decenni di scandali solo ora Francesco ha deciso di “abolire” il segreto pontificio sugli abusi sessuali dei sacerdoti), la Chiesa ha continuano a venir meno   alla sua secolare funzione di indirizzo etico, celebrando per i mafiosi e le loro famiglie battesimi, cresime, matrimoni e funerali in pompa magna, abiurando al dovere di esecrazione aperta, scomunica, emarginazione dalla comunità dei fedeli di quelli che, contravvenendo ai suoi comandamenti e alle leggi terrene, commettono delitti e crimini contro la vita, i beni comuni, i diritti fondamentali, secondo una interpretazione della “coabitazione” nel nostro Stato che permette di non pagare le tasse, di godere di un trattamento privilegiato per le sue proprietà, di imporre una gerarchia di priorità perfino nei finanziamenti per la ricostruzione del post terremoto:  prima le chiese poi le case.

E non sono poi così lontani i tempi nei quali il cardinale Ruffini ripeteva nelle sue pastorali che la mafia era una creazione del comunismo, l’ideologia della “negazione di Dio”.

Se il papa nel 2014 lancia una non meglio definita  “scomunica” per i mafiosi,  se i suoi sacerdoti condannano i delitti delle organizzazioni, non pare abbia altrettanta rilevanza morale l’anatema contro il sistema criminale della corruzione come strumento-chiave per la penetrazione nel tessuto politico e istituzionale dello Stato e per l’acquisizione delle posizioni di potere, e nel quale, attraverso i reati economici, si fondano nuove relazioni asimmetriche intese a snaturare la democrazia, producendo la disuguaglianza sociale.

Da decenni le cronache giudiziarie  denunciano  movimenti di capitali di dubbia provenienza che transitano attraverso le banche vaticane, lungo la scia dei soldi mafiosi si incrociano  potenti interessi politici, ingenti capitali della finanza, opachi accordi con insospettabili soggetti istituzionali per favorire il transito depenalizzante dell’illecito dentro i territori di una “nuova” legalità,  da sempre corrotti e corruttori, peccatori impenitenti e criminali incalliti trovano accoglienza e comprensione benevola, e da qualche tempo poi le pratiche di pubblica devozione si sono arricchite di nuovi testimonial che hanno attualizzato il repertorio iconografico di immaginette e santini e i “luoghi” canonici del loro culto.

E non stupisce perché i poteri forti si assomigliano da sempre nelle loro modalità, nella loro comunicazione, nella loro propaganda, sanno impiegare bene i messaggi dell’intimidazione della paura, dal sequestro della prima casa, all’incendio del bar, dalla minaccia rivolta a un popolo, oggetto di un processo di infantilizzazione, dell’arrivo dell’uomo nero o del diavolo.  E altrettanto bene sanno stringere vincoli e accordi temporanei tra imprese spesso legali ma non legittime, come dimostrano certi episodi: Portella della Ginestra ad esempio, e certi protagonisti: Marcinkus, Sindona, Calvi.

Così non stupisce che il contrasto alla mafia non sia presente nell’agenda dei partiti, neppure nei decaloghi e nel galateo  dei movimenti che piacciono alla gente che piace e che vuol continuare a piacere costi, quel che costi, a conferma che ci sarebbero violenze e tipologie di odio legittime o autorizzate a seconda della direzione che prendono, dall’alto verso il basso.

E non sorprende che il sindaco del Comune di Guardavalle, sciolto negli anni scorsi per infiltrazioni mafiose, sia stato colto mentre confessava: “se tolgo la statua, mi sparano”, riferendosi non solo ai donatori, la ‘ndrina Gallace, ma alla pia e devota popolazione che da sempre è abituata a rivolgersi ai santi in paradiso e pure, in mancanza di altri protettori, ai diavoli in terra.

 

 

 


Nostra Signora della Mafia

safe_imageLa statua della madonna, preceduta da politici e sacerdoti, viene fatta inchinare davanti a un boss della ‘Ndrangheta durante una processione in Calabria ad appena 15 giorni dalla visita del Papa e dalla scomunica minacciata ai mafiosi. Un segno molto chiaro di due cose: la prima che l’intreccio fra criminalità organizzata e rozza devozione di tipo magico – superstizioso (che poco a che vedere con la fede) è sempre fortissimo, anzi strutturale a una Chiesa che si fonda essenzialmente sul potere e che ne è abbacinata in ogni sua forma, che ambisce a benedire lo stato e l’antistato, che santifica il povero e sta con il ricco.  La seconda, strettamente correlata, è che la risposta ufficiale delle gerarchie a cominciare dal papa, appare debole, puramente predicatoria e poco credibile: davvero si pensa che incalliti uomini d’onore, picciotti rotti ad ogni cosa, un’intera società che onora il padrino e la madrina possano meditare su una punizione così inflazionata da essere stata inflitta persino ai divorziati risposati, ai massoni (dunque anche a parecchi vescovi e cardinali), alle donne che hanno abortito? Anzi proprio il fatto che l’appartenenza alla criminalità organizzata, con tutto ciò che essa implica, sia stata considerata per molti decenni meno grave  delle vicende matrimoniali la dice lunga sulla tracotanza etica della chiesa e sul suo autismo sociale.

Del resto non si contano inchieste, studi, libri sui collegamenti tra la mafia devota e  Chiesa omertosa – l’ultimo in ordine di tempo  è quello del magistrato Gratteri, “Acqua santissima, la Chiesa e la ‘ndrangheta: storia di potere, silenzi e assoluzioni.”- per cui l’inchino della Madonna al boss è nell’ordine delle cose, tutt’altro che un miracolo in negativo. Ed  è un impressionante documento di imbarazzo e di ambiguità ciò che dice il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino: che non è la Madonna ad essersi inchinata al boss, ma la statua della Madonna, superando con un balzo felino monsieur de la Palisse. Fa il paio con ciò che dice il sindaco di Oppido Mamertina, paese dove si è verificato l’episodio, che “prende le distanze” dal gesto, ma aggiunge che l’inchino si svolge da trent’anni. E infatti la popolazione, a testomonianza dell’insegnamento della Chiesa, si stringe attorno al suo boss e caccia quelli che vogliono mettere il naso in quella cosa loro.

Insomma mentre il mondo cattolico è fortemente presente nelle associazioni che si battono contro la mafia, il regno Vaticano continua a chiudere occhi e orecchie verso le vaste collusioni tra un mondo religioso di sapore arcaico e le mafie. Esiste una lunga tradizione in questo senso che risale agli scontri risorgimentali tra Stato e Chiesa che vedeva le gerarchie “vicine” a tutto ciò che contestava per i più svariati motiva l’unità italiana comprese le onorate società in formazione. Poi, dopo il fascismo la strana convergenza di interessi si è riproposta in funzione anticomunista (celebre il meglio mafiosi che comunisti del cardinale di Palermo Ruffini) tanto che solo oggi all’alba avanzata del terzo millennio, arriva una punizione ufficiale, anche se priva ormai di reale significato. Tanto che persino l’arcivescovo di Catanzaro, Vincenzo Bertolone (postulatore della causa di beatificazione di don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia) ha molti dubbi sull’efficacia di questa novità:  “sono tante le cose che  la Chiesa può e deve fare, prima e al di là di una pena canonica. Inoltre poi, mi chiedo: oggi c’è una sensibilità ed una formazione religiosa tale che faccia  comprendere la gravità di un tale provvedimento?”. Di certo no visto che la chiesa stessa l’ha reso spuntato in funzione delle sue politiche.

E’ un segnale certo, ma tutto dentro la nuova comunicazione del papa argentino e che arriva quando la mafia è altrove: certo la criminalità organizzata tiene il territorio dove si è incistata e forma i suoi soldati, ma essa opera dove ci sono i soldi, gli affari, i grandi appalti, le ruberie che non sono affatto scomunicate. Il Papa com’è nello zeitgeist  dice e adombra ciò che la gente vuole sentire, è un pontefice del facile consenso, ma quanto al fare non c’è alcuna traccia di cambiamento. La retorica pauperistica non ha cambiato di una virgola l’utilizzo in gran parte auto referente dell’ 8 per mille e delle altre prebende dirette e indirette che derivano dalle sante esenzioni, le esternazioni sui gay non hanno alla fine cambiato nulla in fatto di esclusione e di dottrina, lo stesso vale per la questione femminile, mentre viene spacciato per rinnovamento un cambio di camarille nelle latebre del Vaticano e dello Ior. Anche questa scomunica latae sentenziae che peraltro si dovrebbe applicare automaticamente a chi si macchia di gravi delitti, è soprattutto un atto comunicativo più che scomunicativo, che peraltro ha già ottenuto una ironica risposta dai detenuti mafiosi che si rifiutano di andare alla messa e una reazione da parte dei devoti locali degna dei cattivi selvaggi. E che non ha alcun effetto pratico: chi rifiuterà la comunione a un qualche boss, ammesso che ne abbia l’intenzione? La cancrena è profonda, antica e non basta coprirla con le garze per guarirla.

 

 


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