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I chierichetti dell’Impero

chierc Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai vogliono convincerci che si combattano i danni del mercato con i meccanismi di mercato: lo dimostrano quelle negoziazioni acchiappacitrulli rivendicate dai governi in combutta con le multinazionali per addomesticare il clima incollerito, grazie a commerci e scambi di diritti di inquinare.

Ormai si affida la salute a “scienziati” mantenuti dalle case farmaceutiche, uniche detentrici della ricerca, che traggono profitto, come è naturale, dalle malattie mantenute come cespite irrinunciabile.

Ormai le riforme che dovrebbero garantire benessere e sicurezza vengono energicamente raccomandate da un racket feroce impegnato a penalizzare popoli riottosi a farsi egemonizzare e determinato a limitare la sovranità con le stesse armi di cui dispone la democrazia: voto (controllato), informazione (manipolata o deviata).

Una volta ci si illudeva che una selezione di cittadini che avevano avuto la fortuna o il talento di mettere a frutto il sapere e la conoscenza, potessero contribuire alla creazione di un pensare libero e critico.

Ormai comunità e cerchie che un tempo venivano definite intellettuali sono state oggetto di circonvenzione da un mercato culturale e accademico monopolistico, nei cui confronti rinnovano atti di fede cieca, in modo da consolidare, ed essere rassicurati della loro appartenenza  a una élite superiore, socialmente e moralmente, autorizzata a giudicare e disprezzare quelli che stanno sotto, quelle classi disagiate che meritano la loro condizione di subalternità per ignoranza, suggestionabilità. E quindi manovrabili da una leadership rozza e riprovevole che si rifà ai valori arcaici assimilabili alla destra: autoritarismo, razzismo, xenofobia, con il contorno di sciovinismo, virilismo, bigottismo, populismo e sovranismo.

Quindi per essere ammessi  a quei circoli pare sia necessario e sufficiente fare pubblica dichiarazione di antifascismo – basta uno stato: je suis.. oppure io sto con.. sui social per guadagnarsi il patentino – cantare Bella Ciao, o, a scelta, l’Inno di Mameli o Com’è profondo il mare, difendere a spada tratta la libertà di look della ministra in falpalà, per sentirsi a posto con la coscienza e l’affiliazione al “cartello” socialmente compatibile con progresso e democrazia, grazie anche a quella spirale del silenzio che toglie voce e risonanza a qualsiasi articolazione di pensiero e verbale critica nei confronti dell’establishment.

Sarà che da tempo immemore non viene data importanza al conflitto d’interesse, che riguarda politici/imprenditori, scienziati “commercializzati”, economisti e perfino filosofi comprati un tanto al chilo per indottrinarci alla servitù e alla rinuncia doverosa di dignità e diritti, tutti ormai compromessi  e proseliti del neoliberismo che ha innervato   non solo le strutture dell’economia, della finanza e della politica, ma anche la psicologia delle masse e la percezione dei bisogni e delle aspirazioni.

Se non vi siete stupiti per la sorprendente attestazione di fiducia illimitata di pensatori e intellettuali offerta al Governo Conte, indifferenti che, nonostante nel nostro ordinamento non sia presente in modo esplicito una fattispecie definibile come “emergenza”,   si sia prodotta una compressione dei diritti, che partecipazione e rappresentanza siano stati aggirati e scavalcati,  che, come ha osservato qualcuno, si sia adottata una gerarchia delle prerogative costituzionali mettendo al primo posto al sopravvivenza  o che si siano distrutti beni immateriali fondamentali come l’istruzione …. ecco, allora non vi stupirete se Micromega, la rivista d’Opinione Unica della Gedi, esulta per via dell’iniziativa promossa dal politologo  Mark Lilla, con la quale, cito: “150 tra i più autorevoli intellettuali americani, di diverse sensibilità politiche e culturali, hanno intonato un sacrosanto “Basta!” alle estremizzazioni censorie di quello che sembra essere diventato il nuovo oscurantismo: l’ideologia cioè del Politicamente Corretto.

C’è proprio da ridere, per non piangere, del grottesco paradosso: la “cultura” che ha colonizzato il mondo e perfino l’immaginario non si pente del contagio della sua pestilenza, ma proprio lo rinnega per ritagliarsi un posto in un ipotetico futuro moralmente più accettabile, nel quale il grande casinò della finanza creativa, l’illusionismo delle bolle soffiate a avvelenare il globo, potrebbero essere addomesticati dall’irrompere di valori personali e individuali più umani e civili.

Eppure era da là che serpeggiava ovunque la convinzione che gli imperii del mercato fossero ormai diventati leggi naturali incontrovertibili, incontrastabili e totalizzanti. Da là, e grazie a quello stesso ceto intellettuale che si accorge di essere stato oltrepassato e schiacciato come un vaso di coccio  tra il neoliberismo insinuante e il neo populismo aggressivo e razzista, si sono sparsi per il mondo i fermenti ideali di un progressismo opportunista che ha assimilato narrazioni e parole d’ordine del capitalismo finanziario, quelle del “merito” conquistato grazie arrivismo e  ambizione spregiudicata, della competizione, compresa quella di genere, di una supremazia spirituale e culturale che si attribuisce l’incarico di dettare le sue leggi e di vigilare sulla loro osservanza nelle province dell’impero.

Viene proprio voglia di rispolverare l’abusata locuzione “radical chic” per i 150 e per i fan d’oltreoceano, entusiasti del “manifestino” a uso e consumo propagandistico/elettorale contro Trump, ma che, retroattivamente per via della sconfitta di Sanders, cui non hanno mai dato un concreto sostegno,  e preventivamente, in risposta al malessere che si materializza in contestazioni e manifestazioni, ha il chiaro intento di condannare aprioristicamente qualsiasi possibilità che si materializzi una sinistra che occupi uno spazio politico  capace di interpretare e rappresentare le vittime del ripetersi di crisi strutturali che partono da là e là ritornano potenziate, di mercati finanziari artificiali e sovrastimati, e dove è stata eliminata qualsiasi forma di coesione sociale.

E infatti nel mirino non c’è il “sistema” di sfruttamento, non c’è l’imperialismo, non c’è una concezione delle relazioni incentrata  sullo squilibrio dei rapporti di potere, nemmeno  un tentativo di revisione di una critica al capitalismo che si è imperniata solo sull’analisi e la contestazione dei processi e dei modi di produzione. Macchè il problema è l’egemonia di una “sinistra”  che, è Flores d’Arcais a chiosare l’appello,  “bolla di “islamofobia” ogni sacrosanta critica all’islam e al velo sessuofobico e di sudditanza delle donne, o che ostracizza grandi classici dai corsi universitari perché figli del loro tempo”, in sostanza, conclude, si tratterebbe di “una sinistra-harakiri, che finisce per infangare o rendere sospette anche le lotte più sacrosante”.

Viene da chiedersi secondo i 150 e la cheerlieder che gli fa la hola dalla comoda poltrona garantita da Gedi, quali sarebbero le lotte più sacrosante, quelle che devono salvarci dal conformismo ideologico  che impedisce, sono loro a dirlo, “l’inclusione democratica” in una “società liberale”, se a preoccupare non è la fame, l’esclusione dai diritti fondamentali di milioni di individui, della riduzione in schiavitù di interi ceti, no, sono le avventate misure repressive e le censure attuate ai danni di “capiredattori licenziati per aver pubblicato articoli controversi, libri ritirati dal commercio per presunte falsità, giornalisti diffidati dallo scrivere su determinati argomenti, professori indagati per aver citato in classe opere letterarie, un ricercatore licenziato per aver diffuso uno studio accademico sottoposto a revisione inter pares, leader di organizzazioni cacciati per quelli che a volte sono solo errori maldestri”.

A guardar bene i 150 e il Nando Moriconi di Micromega  si sono accorti adesso che c’è Trump che forse con il sogno americano è evaporato anche l’utopia di Tocqueville, una delle più consolidate fake della storia, che dietro a una architettura istituzionale  concepita  in forma di democrazia si celerebbe un potere oligarchico, dominato da   lobby, imprese economiche e media, materializzatasi solo ora e solo ora venuta alla luce, quando colpisce le loro corporazioni e i loro circoli.

Vi fa venire in mente qualcosa e qualcuno? A me, si. Mi fa venire in mente un posto e un ceto che non vuol persuadersi che il fascismo è una declinazione del totalitarismo economico e finanziario e che agisce  anche senza  volgarità perentoria e modi tracotanti, che reprime, corrompe e ruba a norma di legge, se la legalità e il rispetto della Costituzione possono venir sospese,  che ricatta a minaccia anche senza sfoderare la pistola, che è autorizzato a applicare tremende disuguaglianze dividendo un paese in due, dove qualcuno che fa lo stesso lavoro dovrebbe avere salari diversi a seconda del luogo di residenza, dove milioni di persone sono messe in condizione, in quanto variamente garantiti, di salvarsi da una epidemia e altri invece hanno il dovere “sociale” di esporsi al contagio in cambio della pagnotta.

Altro che fine delle ideologie, se a imporsi è una, globalizzata, che obbliga a maturare una falsa coscienza in grado di legittimare l’ordine sociale esistente, funzionale al suo dominio, tanto da adottare una gerarchia e una graduatoria di diritti, per persuadere che quelli fondamentali siano ormai conquistati e inalienabili e che adesso la mobilitazione debba riguardare quelli “aggiuntivi”, ancora più primari perché interessano la sfera psichica, le inclinazioni, l’emotività.

Come se i primi fossero stati concessi dal benessere elargito dalla manina del capitale e non da battaglie di riscatto e libertà, e qualche rinuncia o qualche limitazione fosse compensata dall’appagamento di altre istanze, proprie di minoranze non numeriche. Quando invece non c’è cessione di un diritto che garantisca l’esercizio di un altro, così come non c’è lotta di liberazione di un segmento di società che assicuri l’affrancamento di tutti.

È che quello che fa paura ai 15 Born in the Usa e agli americani a Roma è che la loro autorità sociale e morale venga scalzata grazie all’unica lotta che li minaccia, quella di classe.

 


Immunità di grigliata

condoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Se l’esodo di Pasquetta dei forzati della gita fuori porta sarà infelicitato dalla nebbia che grava sul Gra, sulla Pontina, sulla Via del Mare, noi saremo comunque afflitti dalla concorde riprovazione per chi, già da venerdì, complici il sole e la maledetta primavera più dolce che si sia vista da anni,  ha scelto di evadere dalla galera urbana, da chi improvvisava rave con grigliata sulle altane dei tetti di Palermo , sugli “irresponsabili” promotori e ospiti del party in terrazza beccati dagli elicotteri adibiti all’applicazione delle leggi marziali.

Il Presidente del consiglio Conte ha ammannito i suoi auguri di Pasqua senza sorpresa: “le rinunce che ognuno di noi compie in questa domenica così importante, ha scritto su Facebook, condannando implicitamente i rei di assembramento,  sono un gesto di attaccamento autentico a quello che conta davvero…”

L’interpretazione di che “cosa conti davvero”, pare ai più opinabile e controversa, ora che perfino la stampa ufficiale mostra le prime crepe nella narrazione monoteista del demone del Terrore (il Corriere oggi solo online offre un esame della decodificazione aberrante dei dati statistici su infetti, decessi, guariti, accorgendosene solo adesso) , ora che perfino Mefistofele avrebbe pudore nell’offrire la scelta tra la borsa e la vita, se tanti dei reclusi sanno che la clausura li butterà per strada, tra esercenti di pubblici esercizi, negozianti, parrucchieri (gli ultimi a aprire), artigiani.  Ora che molti si interrogano se la mera sopravvivenza in qualità di sani occasionali e comunque esposti a altre patologie future e agli effetti sanitari e sociali della cancellazione della cura e dell’assistenza, valga la limitazione delle prerogative individuali e collettive e del libero arbitrio, e la censura e l’anatema nel confronti di chi esprime dubbi sull’obbligatorietà di uno stato di emergenza e di conseguente eccezione in palese dispregio delle garanzie  costituzionali.

Forse andrebbe riservata la doverosa considerazione a chi è convinto che conti davvero ricongiungersi a familiari anziani, ristabilire vincoli di affetto e amicizia messi alla prova dall’isolamento coatto, far uscire i bambini dalle camere a gas cittadine tra viuzze e marciapiedi invasi da auto anche quelle in parcheggio obbligato, che per molti conti davvero raggiungere il proprio laboratorio, il negozio, il bar chiusi da un mese, che per altri conti davvero, in carenza di banda larga, andare a svolgere personalmente le pratiche per vedersi elargire le magre mancette, che per le badanti irregolari e i lavoratori precari conti davvero guadagnarsi la pagnotta con attività non annoverate tra quelle essenziali, compresa l’assistenza a un anziano, dimostrabili con un susseguirsi di impervie certificazioni.

Forse l’imprescindibilità di certe occupazioni, che, in barba alle raccomandazioni melense e stucchevoli dei VIP dello spettacolo e dello sport, alla melliflua retorica sciovinista praticata da inveterati venditori di patria e sovranità, fa muovere ogni giorno milioni di addetti costretti a circolare e a provocare allarmanti assembramenti su metro, bus, fabbriche, uffici, call center, aziende produttrici di armi, andrebbe spiegata meglio al fine di non consolidare la convinzione che le disuguaglianze sono eque e possono essere autorizzate per legge al fine di dividere i cittadini in meritevoli di salvezza o  condannati al sacrificio.

Perché è senz’altro doveroso rispettare le leggi. ma è altrettanto doveroso che le leggi siano rispettose dei cittadini, altrimenti il confine tra legalità e giustizia si fa sempre più labile e discrezionale.

Il che avviene ancora più frequentemente quando le regole sono troppo severe, quando sono contraddittorie, quando sono soggette a interpretazioni impervie e di conseguenza arbitrarie, quindi inapplicabili. E quando trasmettono la percezione di essere imperativi imposti da un potere assoluto che adopera le sue armi anche gergali per reprimere i trasgressori o per elargire licenze a chi se le sa prendere, come avviene solitamente quando una crisi viene convertita in emergenza anche a questo fine, incrementando la pressione autoritaria e trasformandola in problema di ordine pubblico.

Non deve stupire quindi che un bel po’ di romani, napoletani, palermitani abbiano tacitamente deciso di sperimentare insieme, che l’unione fa la forza,  l’immunità di gregge, se non dal Covid19, da controlli e sanzioni, mettendosi presto per strada, all’albeggiare, quando i militi di Strade Sicure, corpo eccezionale promosso per il contrasto alla mafia e quando si sarebbe voluta in passato analoga mobilitazione per assolvere ai compiti istituzionali,  sono ancora in caserma,  per poi trovarsi in file interminabili  ai blocchi, esibendo autocertificazioni improbabili, sulle quali avrebbero dovuto scrivere semplicemente in cima alle cose che contano davvero secondo Conte: non ne posso più, con tanto di punto esclamativo.

Non deve stupire che ogni giorno qualcuno si svegli dal letargo favorito del berciare di opinionisti della scienza che occupano le Tv tanto più prepotentemente quanto più si allontanano dal caposaldo della loro missione, il Dubbio, dalla ninnananna encomiastica tributata agli ubbidienti davanti a Netflix, dal colloquio solipsistico coi cristalli liquidi dei condannati allo smartworking.

E che  si interroghi se questi sacrifici, queste rinunce non siano della stessa qualità di quelle richieste per mantenere saldo il sistema salvando le banche, i profitti dei grandi azionisti, le multinazionali e i gestori dei casinò finanziari, se non si tratti di abiure a diritti e garanzie richieste per assoggettarsi e contribuire a imprese coloniali, al consolidamento di primati bellici e egemonie del terrore.

Non deve stupire se la scienza ha perso qualsiasi autorevolezza di neutralità e terzietà, se la sua voce di regime Roberto Burioni, affiliato al San Raffaele di Milano, clinica privata di Don Verzè, diffida per vie legali    Maria Rita Gismondo, dell’ospedale pubblico “Sacco” di Milano, se vengono oscurati i pareri prestigiosi di  centinaia di esperti   europei, americani, asiatici, che mettono in discussione le interpretazioni e l’opportunità dei mezzi e metodi impiegati,  se solo in rete hanno circolazione i pareri di clinici che operano sul campo e che contestano le terapie applicate frutto di diagnosi inappropriate.

Ma soprattutto  se i numeri sugli infetti, i contagiati, gli asintomatici, i guariti sono inattendibili, confusi, travisati, occultati, mentre gli unici credibili sarebbero quelli che dei condannati preventivamente a morte per malasanità, per infezioni ospedaliere, cancellazione remota di prevenzione e cura, e di quelli che verranno i malconci, depressi, soli e senza sole, aria, come pare impongano le leggi di una eugenetica a rovescio.

Di solito chi azzarda una critica viene subito intercettato con la perentoria richiesta di dare, invece  delle obiezioni, delle soluzioni. Una, sempre la solita, sarebbe quella decisiva, rovesciare il tavolo e con esso il modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento, oggi più che mai se perfino blandi riformisti come Sanders vengono messi all’indice come anarcoinsurrezionalisti grazie alla propaganda apocalittica della pandemia liberista.

Se vi dicono così, guardate che non si tratta solo di quella mesta indole alla delega che fa parte della nostra autobiografia nazionale.

È più probabile che si tratti del desiderio di stare sotto schiaffo nella convinzione che così ci si possa salvare da peggiori manrovesci, stando acquattati nella tana mediocre dell’irresponsabilità, del conformismo, della subordinazione. Allora una soluzione di sarebbe, ricominciare a pensare.


Sinistra letale

fratAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte abbiamo sentito dire, come promessa o come minaccia, che la fine dell’economia produttiva, la trasformazione delle imprese in azionariati in accidiosa attesa dei dividendi, la finanziarizzazione con le   acrobazie e i trucchi del gioco d’azzardo, le mutazioni intervenute nel lavoro, manuale e intellettuale, che rende meno agevole il ricorso all’esercito industriale di riserva, la stessa globalizzazione e l’instabilità indotta dai movimenti migratori voluti e provocati, ma alla lunga ingovernabili,  avrebbero portato il capitalismo al suicidio.

Quante volte abbiamo sentito dire che il sistema non avrebbe saputo gestire la sua «strategia del caos», che doveva innervare tutto dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze, né contrastare la crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta, mettendo in discussione  la supremazia della «civiltà» superiore, dei «valori» della predazione economica e del consumo coatto di merci, della condanna bellica e morale delle vittime della guerra economica e militare, indicate come sudditi da schiacciare e «rifiuti» da conferire nelle discariche della schiavitù. E si sarebbe data la morte.

Invece a tragica dimostrazione della immonda e ingiusta superiorità dei padroni che a differenza dei proletari di tutto il mondo, sanno unirsi e sopravvivere ai danni che provocano, a suicidarsi se pure nella forma visibile delle loro rappresentanze, sono gli sfruttati. Stanno vincendo gli istigatori come ai tempi delle antiche rapine coloniali con tanto di missionari al seguito, come racconta Elias Canetti in Masse e potere a proposito dell’autodistruzione degli Xosa, grazie alla cancellazione dell’identità e della coscienza collettiva, all’abiura del valore attribuito a libertà e responsabilità personale e comune.

Non so bene come ci stiamo “sacrificando” sull’altare delle divinità dello sviluppo, del benessere, dell’ordine, (ne scriveva ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/05/31/la-sinistra-lemming/ )se come gli Xosa condannati per non aver accolto di buon grado le magnifche sorti e progressive portate loro dall’occupazione manu militare della modernità, o come i lemming di Disney. Certo a leggere le dichiarazioni post elettorali dei vinti della sinistra incarnati efficacemente da un cartone animato si capisce chi ha aiutato gli istigatori, che si rivolge così “a tutti quelli che sono oggi interessati a costruire un’alternativa a questa destra“.

Rispetto”, dice Fratoianni, “l’entusiasmo del Pd, non lo contesto perché ho il senso della misura, ma se immagina un’alternativa concreta non può limitarsi alla riproposizione di schemi vecchi. Tanto meno il centrosinistra. Serve rivolgersi ai 5 Stelle e favorirne il cambio di prospettiva. Per tirarlo dentro questo campo. Costruendo uno spazio di discussione in una prospettiva diversa. Perché questa alternativa abbia gambe serve un lavoro sociale per riconquistare tutti quelli che sono andati a destra e che hanno smesso di votare..… pretendo che il programma sia il nostro. Ma si devono porre al centro i diritti e le libertà, lo dico a M5S. E i diritti sociali, il lavoro, la distribuzione della ricchezza, la protezione di chi non ce la fa, e questo lo dico al Pd”.  Eh si, lo dice al Pd e perfino a Calenda perché “se il tema è la costruzione di un’alternativa la discussione si fa tra diversi”.

Qui non parliamo di eutanasia, qui certi soggetti e certe liste più che del dottor morte si accreditano in veste di killer spietati per i quali l’alternativa desiderabile è costituita dall’alleanza funzionale al sistema e al suo establishment delle socialdemocrazie che hanno introiettato l’ideologia neoliberale, abiurando la rappresentanza delle classi subalterne, quelle di Gad Lerner, immeritevoli di attenzione perché se la sono voluta e se la vogliono ancora votando Salvini, per prendersi il dolce carico di quella della borghesia transnazionale sempre più ricca e sempre più esigua, insieme al configurarsi “nuovo” di movimenti anche antichi  che si sono esonerate dei contenuti e delle aspirazioni antagoniste per limitarsi alle rivendicazioni di alcune categorie e gerarchie di diritti, perdendo ogni afflato antiautoritario e anticapitalistico, perché nella loro citta del Sole  non c’è posto per conflitti  economici, di genere e etnici, meno che mai di classe. Il che spiega bene la preferenza accordata alle visite ufficiali di Greta piuttosto che ai picchetti davanti alla Whirpool o alla lotta dei tarantini, cittadini o dipendenti ugualmente traditi dal compagno Vendola oltre che dal futuro sodale Calenda.

E tanto meno c’è posto per il populismo, tantomeno per quello di sinistra indegnamente competitivo, quello di Sanders e Corbyn, di Podemos o Melenchon, oggi visti come visionari velleitari e irrealistici sediziosi ma che fino a poco tempo fa sarebbero stati annoverati tra posati, pragmatici e pure prudenti socialdemocratici con le loro modeste proposte di redistribuzione del reddito, reintegrazione del Welfare, nazionalizzazione di comparti e attività strategiche, controllo delle banche centrali, e così via.

Ogni tanto un interprete di Marx ci ricorda l’ammirazione riservata al modo di produzione capitalistico che nasceva dalla convinzione che la sua accelerazione potesse propiziare e avvicinare la transizione al comunismo, ma anche per la potenza (ora sappiamo, irresistibile) con la quale è capace di espandersi.

E figuriamoci se con tutto comodo e anche in nome di interessi di classe e personali, la sinistra anche prima di quelli che l’hanno ripudiata come velenoso ostacolo alla costruzione democratica, non si è fatta possedere dalla stessa venerazione grazie allo stravolgimento semantico per il quale il capitalismo è diventato sinonimo di progresso e la globalizzazione il volto nuovo dell’internazionalismo, e la tecnologia il totem da adorare perché ci libererà dalla fatica, dalle malattie, in una società beata e civile nella quale le relazioni, tutte, sono equilibrate, soddisfacenti, feconde, regolate come saranno, dal mercato. Come se il mercato combinato con la tecnologia non abbia già mostrato il suo vero volto con le bolle dei titoli delle imprese digitali prima ancora di quelle immobiliari, con il controllo su lavoratori e cittadini, con le illusioni del successo del casinò finanziario.

Compostamente proprio come dei Veltroni qualunque certi rimasugli cercano di contenere l’ira e il disprezzo per la marmaglia il cui voto dovrebbe probabilmente essere limitato, per offrire un diritto/dovere già arbitrario a chi sostiene le élite che interpretano i principi cosmopoliti e multiculturalisti che è doveroso esportare e imporre anche con le armi, sul grossolano localismo dei “subalterni”, degli “sdentati” come li chiamava Hollande, dei dementi” (la definizione è di Bifo).

Eh certo, non si sono accomodati su un seggio nella fortezza, dove andare di tanto in tanto a fare i turisti per caso, ma ho il timore che gli abbiamo concesso la certezza di stare sempre dalla parte di chi vince, che non importa se non è quella giusta.

 

 

 

 

 

 


La Ue non è un unione per poveri

povert_in_una_foto_simbolo-550-340-482977Si potrebbe dire che così va il mondo, se non fosse che è così che lo lasciamo andare. Sembra davvero straordinario che in realtà molto diverse tra loro troviamo gli stessi falsi sillogismi, le stesse proterve ragioni della diseguaglianza che sono l’unica cosa davvero globale. A gennaio Bernie Sanders, il famoso socialista d’America che la Clinton era riuscita a vincere nelle primarie con trucchi ignobili, aveva presentato un disegno di legge per portare il salario minino da 7,5 a 15 dollari l’ora con un processo graduale da terminare nel 2024. Ma adesso gli stessi democratici fanno marcia indietro con l’argomento che questa sontuosa cifra che si riduce a 9 dollari netti cui poi bisogna sottrarre l’assicurazione sanitaria e altri balzelli locali, non può essere attuata dovunque perché in alcuni stati ricchi come la California andrebbe bene, ma in altri come l’Alabama sarebbe troppo. E’ il medesimo inconsistente argomento che viene usato in Italia contro analoghi progetti ma che è totalmente privo di senso perché queste misure servono appunto a raggiungere un riequilibrio che poi fa bene a tutti come qualsiasi esperienza e statistica economica dimostra: non fosse altro perché se il valore marginale di un minimo salariale è più ampio in alcune aree e meno in altre più sviluppate, è ovvio che queste ultime finiranno per intercettare parte di quel surplus.

Si tratta solo di far naufragare qualcosa che dà fastidio ai poveri ricchi, perché alla fine “molte aziende ne risentirebbero negativamente” come dice il documento anti Sanders, solo che non si vuole mai mettere in primo piano la ragione vera del rifiuto di questi provvedimenti e si cazzeggia con assolute idiozie che a una lettura distratta possono apparire plausibili, ma solo a pensarci un attimo si rivelano delle assolute castronerie. Il fatto è che il ruolo dell’informazione è proprio quello di impedire il ragionamento.

Altro scenario, altra farsa che in questo caso ci riguarda da vicino. Questa volta ripassiamo l’Atlantico e torniamo nell’Europa dei tormenti. La Bce dal 2015 ha creato oltre 2600 miliardi di moneta, andata esclusivamente alle banche, un vero buco nero, che poi si sono guardate bene di riversarla nell’economia reale. Sarebbe stato molto meglio dare quel denaro agli stati per dare impulso ai lavori pubblici, alle infrastrutture, al recupero del territorio, al welfare o al limite trovare un sistema per darlo alle aziende in funzione della produzione e dell’innovazione del prodotto. Ma questo è vietato dallo statuto della Bce e dai trattati di Lisbona per cui una enorme massa di denaro va ad esclusivo beneficio dei padroni della finanza. Se non vivessimo in questo mondo si potrebbe persino pensare che quei 2600 miliardi avrebbero potuto trovare impiego nella riduzione della povertà la cui area si è estesa in maniera enorme nell’ultimo decennio, ma anche questo non è possibile – secondo la dottrina ufficiale perché potrebbe creare inflazione e addirittura come nelle parole dell’economista belga De Grauwe “creerebbe il rischio che la Bce fosse caricata  di troppe responsabilità sociali che non può gestire correttamente”.  Questa frase è davvero sorprendente e sconcertante perché la Bce gestisce la moneta unica cui sono strettamente legati e intrecciati tutti i trattati europei ed è come dire che la Ue stessa non può correttamente gestire responsabilità sociali.

In mezzo a tutto il chiacchiericcio emerge almeno questa verità programmatica, ovvero che l’Europa  non è in grado di gestire responsabilità sociali: ce ne eravamo accorti in mille occasioni a parte la Grecia dove questa visione ha raggiunto il suo apice, ma almeno adesso lo sappiamo con certezza e in un certo senso in maniera ufficiale. La Ue è una costruzione per ricchi.


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