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Il Bel Salame

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono notizie che esplodono come bombette puzzolenti lanciate da bulletti dentro ai cinema di periferia. Poi sembrano scomparire, il lezzo si affievolisce, i giovinastri pare si producano in altri miasmi. Invece  bisogna stare attenti perché il pericolo di essere asfissiati non passa. Succede con certe provocazioni lanciate per tastare il terreno, con certi annunci governativi sotto forma di promesse che al contrario sono minacce. Succede anche con progetti infami che si compiono sotto traccia nel silenzio complice dell’informazione.

Capita così che non sappiamo più nulla di quel centro  agroalimentare promosso dalla regione Umbria, dal Ministero delle politiche agricole e dalla Nestlé, capofila nella raccolta fondi, ma perlopiù  finanziato con fondi della Protezione Civile  peri via della sua profittevole qualità sociale di “struttura temporanea e reversibile” (sic)  “organizzata in una logica di rinaturalizzazione del sito”  e che dovrà ospitare  attività commerciali e di ristorazione a Castelluccio di Norcia. Ma guai chiamarlo centro commerciale: a luglio   la regione Umbria, insorta  in nome della verità e contro le fake news   (cui avevo modestamente contribuito anche io qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/07/22/svenduti-senza-un-piatto-di-lenticchie/ ) aveva magnificato  pregi di iniziativa nata per rivitalizzare la piana – ancora senza strade e collegamenti, al fine di offrire una vetrina agli allevatori e imprenditori messi in ginocchio dal sisma – ancora senza stalle, con le bestie morte di fame e freddo, molti dei quali ancora senza alloggio e quindi sfrattati dal loro territorio, e concordata a suo dire con le risorse umane locali, ma aperta a produttori, industrie e osti di tutta Italia e quindi in un festoso regime di concorrenza sleale, volto, c’è da sospettarlo, a mettere a disposizione il luogo, la fama e la memoria di un territorio simbolo del settore agroalimentare italiano, a multinazionali, ben rappresentate dallo sponsor caritatevole coi nostri soldi, e a da salumieri di regime. E aveva annunciato   che  entro la metà di agosto si sarebbe conclusa la fase di gara per l’affidamento dei lavori, con una rapidità finora mai esperita per quanto riguarda lo sgombero delle macerie, l’assegnazione di alloggi quelli sì temporanei e reversibili, per non parlare dei sussidi agli operatori locali, delle defiscalizzazioni e degli aiuti.

Pare che invece abbia proceduto con invidiabile efficienza il concorso di attori a sostegno dell’ultima poliedrica iniziativa del real fornitore del giglio magico, Oscar di nome e autopremiatosi Oscar del coraggio, come da bestseller, del mecenatismo grazie a trasvolate di guglie del Duomo e a vergognose mostre a fine didattico sul Rinascimento tramite luganeghe, e ora candidato anche a miglior fico del bigoncio, grazie appunto a Fico, il sequel dell’Expo in cui ha imperato in regime di esclusivo monopolio: 80.000 metri quadrati dati  in concessione per 40 anni dal Comune di Bologna e della Regione Emilia Romagna, 45 punti di ristoro alle porte di Bologna che saranno presenti all’interno di  Fabbrica italiana contadina, “un’arca” sulla biodiversità dell’agroalimentare italiano, con un percorso che andrà – pensate un po’ – dai campi, con due ettari di coltivazioni, alla produzione, con 40 stabilimenti artigianali, fino al piatto. “Puntiamo a 6 milioni di visitatori l’anno”. Al cui servizio presteranno la loro opera, nella maggior parte volontaria ma “formativa”,  700 dipendenti   in un’altra gioiosa sperimentazione dei fasti del Jobs Act, grazie al trionfo di contratti non più straordinari e al vergognoso istituto di sfruttamento legale dell’alternanza scuola lavoro.   E siccome Farinetti vanta anche una vocazione pedagogica,  Fico  ospiterà 40 monumenti di archeologia industriale come significativo corredo a gorgonzola e ‘nduja, gentilmente concessi dal Museo della civiltà contadina, incantato dal sogno demiurgico di  una «disneyland dell’ enogastronomia made in Italy» cui partecipano, con il Gran Norcino,  il Centro agro alimentare di Bologna (Caab), il Comune di Bologna e Coop Alleanza 3 e che verrà promossa in tutto il mondo grazie all’ Enit, l’ agenzia nazionale per il turismo.

Intanto Confesercenti denuncia che a Cascina Merlata “ un nome bucolico per una ulteriore gettata di cemento tra i quartieri Gallaratese e Quarto Oggiaro”  dovrebbe sorgere uno dei più grandi centri commerciali d’Europa, realizzato e gestito da Falcon Malls, del gruppo Fawaz Alhokair dell’Arabia Saudita, cui si aggiungerebbe ben presto una struttura gemella a ridosso – solo “a ridosso”? –  delle aree che hanno ospitato l’ Expo, di fianco all’ipotizzato distretto della salute, dove dovrebbero andare gli Istituti Besta e Tumori, in modo da avvalersi di servizi e viabilità.

Il destino d’Italia è segnato: quello di un parco tematico che combina merci uguali in tutto il mondo e storia senza uguali, una mangiatoia dove cittadini ormai affamati devono prestarsi a mansioni servili,  un supermercato della memoria e della creatività, organizzato per offrire a passanti frettolosi lo sfondo per i loro selfie, un mall della bellezza senza residenti, ma solo clienti. Clienti che sono sempre più poveri e in numero sempre più ridotto. Proprio perché viene meno quel tessuto  diffuso di beni artistici e paesaggistici, per far posto a imitazioni delle città e dei loro palazzi, perfettamente sovrapponibili a Milano come a Dubai, in Sicilia come in Minnesota. Così è preferibile aggirarsi tra i canali falsi della Venezia di Las Vegas e tra le vie della San Gimignano di Chongqing, se i banchi e le vetrine della Mecca e Riyad, di Pittsburgh o di Chandigarh espongono lo stesso lusso per gli stessi ricchi, ugualmente avidi e annoiati.

 

 

 

 

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Svenduti senza un piatto di lenticchie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sia pure non sorpresi, ci siamo indignati per lo scherno osceno di tal Vito Giuseppe Giustino presidente del Cda della società cooperativa l’Internazionale,  intercettato nel corso della la nuova inchiesta della procura dell’Aquila sugli appalti per la   ricostruzione  nelle zone compite da sisma del 2016. Di lui il Gip scrive: “ ride  l’uomo, ai domiciliari, annuisce e ride parlando delle future commesse, in particolare ad Amatrice” mentre sta al cellulare  al telefono con  un compare, il geometra della sua stessa ditta, che gli riferisce del proficuo colloquio  con Lionello Piccinini, dipendente del Mibact Abruzzo, a sua volta ai domiciliari, dopo il terremoto di Amatrice. Sia pure non sorpresi ci siamo indignati per le conclusioni delle indagini preliminari nell’inchiesta sui crolli delle palazzine ex Iacp di piazza Sagnotti ad Amatrice dopo il terremoto della scorsa estate, che causarono la morte di 22 persone.  “Per come erano state realizzate sarebbero crollate con qualsiasi sisma”, ha detto il pm di Rieti Rocco Maruotti.  “Tutti i pilastri risultavano molto sottili, con spessore prevalente pari a 20 cm, e la loro armatura era esigua”.

E ecco che scopriamo che si sono indignati anche i vertici della regione Umbria targati Pd insieme alla Nestlè, che si sentono vittime di una campagna denigratoria a suon di  fake condotta dai soliti noti, quei disfattisti di professione che sanno solo azionare macchine del fango. Alcune associazioni e organizzazione di base, ma si sono associati anche   urbanisti – in odor di 5Stelle? –   professoroni molesti, parrucconi e gufi di quelli che stanno sempre a sollevare obiezioni e alzare ostacoli alla libera iniziativa avrebbero lanciato una petizione menzognera per fermare una iniziative lanciata appunto dalla regione, che in accordo con l’azienda si propone di realizzare una mega struttura nella piana di Castelluccio.  I fondi per l’avvio dell’opera, circa 200 mila euro sono frutto di generose donazione della Nestlè e altri benefattori. Al resto, circa 2 milioni, penserebbe la Protezione Civile con fondi pubblici da impegnare nella costruzione di un imponente falansterio, provvisorio a loro dire – e dio sa quanto questo termine  suoni inquietante quando si parla di terremoti da Messina in poi – destinato a “riavviare l’economia messa in ginocchia dal sisma, accreditandosi come polo d’attrazione per operatori dell’alimentazione e turisti”.

Ah sono proprio stizziti e risentiti  i partner dell’operazione. Hanno convocato la stampa per far sapere che a differenza di quanto denunciato dai diffamatori non si tratta di un centro commerciale. Magari viene da dire, macché, benedetto dall’immancabile archistar chiamata a coprire le magagne esonerata dal progettare il dopo fiera, il “cosa fare dopo” opera costosa come la realizzazione soprattutto dove i rottami e le macerie restano a futura e vergognosa memoria, quello che hanno in animo i promotori è l’edificazione di una specie di expo dell’alimentazione 2, con stand, capannoni e padiglioni tirati su nel bel mezzo della piana della lenticchia. Messi a disposizione di dinamici imprenditori della nutrizione, ristoratori, commercianti, dettaglianti, insomma quella tipologia di operatori che ha come figura leader il norcino dell’ex reuccio, quello che ha imperato in regime di monopolio al ballo excelsior di Milano. Che stavolta non chiameremo norcino, perché produttori e imprenditori locali saranno si invitati come d’altra parte quelli del resto d’Italia e magari anche di Europa, ma probabilmente sono condannati ad essere esclusi.  Perché a Castelluccio non ci arriva nessuna strada, il paese crollato è ancora invaso dalle maceria, non sono mai arrivate le famose casette di legno. Nel lungo inverno le bestie degli allevamenti sono morte di fame e freddo, le aziende hanno chiuso i battenti che gli addetti erano stati esiliati in alberghi, si sono rifugiati da parenti e hanno perso la speranza di un ritorno dall’esodo.

Ma come? Rintuzza la cordata dell’Expo del fu paradiso della lenticchia, cittadini . poco più di una decina, e operatori del settore sono stati informati e consultati sulle sorti della loro radiosa  e immaginifica pensata, pubblicizzata dalla ditta Nestlè e dalla regione con poche e sentite righette che magnificano le potenzialità della loro fiera delle vanità mangerecce e le ricadute per le sventurate popolazioni locali, che possiamo già figurarci nei panni di camerieri precari, kellerine, comparse a uso turistico nei tipici costumi mentre affettano e incartano rpodotti venuti da chissà dove mentre intorno c’è il vuoto di idee, case, attività, socialità e cittadinanza.

Non c’è da stupirsi, troppe volte in tanti abbiamo denunciato l’immondo programma di rivitalizzazione e rilancio delle zone colpite dal sisma, zone di scarso interesse elettorale perfino in tempi nei quali le elezioni sono retrocesse a pratica notarile di accettazione ubbidiente di decisioni prese in alto, condannate a diventare parco tematico per la rivendita di parmesan  e wurstel, circuito per il turismo religioso . una delle parole d’ordine largamente imposte è stata “prima le chiese”, anche delle casette sorteggiate e mai consegnate – così come si vuole diventino le città d’arte e il paesaggio, spopolato di cittadini e servito da manopera senza vocazione, talento, cultura e dignità. Come saranno i ragazzi che oggi possono essere indotti a osgliere l’occasione di qualche vaucher, di un volontariato formativo dietro ai banconi della Nestlè. Svenduti senza nemmeno un piatto di lenticchie, quando nulla è stato fatto per restituire loro un lavoro, la terra e le attività tradizionali che ha generato, le case, le strade e le piazze in cui incontrarsi e ragionare, insomma un domani ma anche un oggi che valga la pena di vivere, di restare o di tornare là, di riavere quello che è loro e nostro.


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