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Turismo grottesco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avete visto che aveva ragione la fantascienza profetizzando gli effetti aberranti del  progresso illimitato che ci avrebbero riportato all’età della pietra?  

Avete visto che avevano ragione i complottisti, che se pure non c’era stata una cospirazione all’origine della pandemia, poi il sistema totalitario avrebbe saputo trarne profitto per toglierci diritti e conquiste, in nome di una nuova barbarie che separa sempre di più noi “umani” dai poteri egemoni, istituzionali, scientifici, tecnologici che vogliono rimuovere gli strati di ragione, sapere, conoscenza, per far posto alla loro intelligenza “artificiale” riportandoci nelle caverne?

E figuriamoci se non approfittava dello spirito  del tempo l’immaginifico Ministro Franceschini, per lanciare un nuovo brand primordiale, quello del turismo della pietra creando  un Fondo, con una dotazione di 4 milioni di euro per l’anno 2021, finalizzati alla tutela e valorizzazione delle “aree di interesse archeologico e speleologico”, grotte naturali e complessi carsici da riqualificare e valorizzare grazie a innovativi impianti di illuminazione, di sicurezza e, potevano mai mancare?  multimediali , per concretizzare anche là le promesse della digitalizzazione.

Che lungimirante, ha proprio pensato a tutto, perché “quando tornerà il turismo internazionale, ha presagito, ci troveremo di colpo ad affrontare degli eccessi di crescita, a dover affrontare il tema degli affollamenti e dei ticket d’ingresso nelle città”.  

Meglio quindi dirottare gli assembramenti e i pellegrinaggi dei forzati dello svago nelle miniere dismesse della Sardegna, nelle grotte care a Slataper, verso le buie spelonche dell’Amiata, in modo da  “distribuire equamente il turismo su tutto il territorio nazionale”, lasciando le città d’arte a disposizione di viaggiatori sopraffini in regime di esclusiva, anche grazie al contributo del Recovery Found. I cui finanziamenti benevoli e generosi serviranno alla “riqualificazione delle strutture ricettive, per non puntare su un turismo di tipo mordi-e-fuggi, bensì su un turismo di alta qualità con alta capacità di spesa”.

E lui ci ha già pensato grazie ai prodighi e fertili uffici della Cassa Depositi e Prestiti, sempre quella, che ha stanziato  250 milioni “dedicati” a resort di lusso diHotelturist S.p.A. e Valtur, TH Resorts in partnership con Club Med, a grandi catene alberghiere multinazionali, con Forte in testa.

Sempre grazie alla partita di giro dei nostri stessi soldi erogati a termine dall’Ue, per superare la crisi che ha messo in ginocchio il comparto (il 2020 si chiude con 53 miliardi di euro in meno rispetto al 2019 e per i primi tre mesi del 2021 si stima una perdita di ricavi di 7,9 miliardi di euro) il piano del titolare del Mibact che a ogni riconferma giura ancora una volta la sottomissione alle leggi del mercato, riconferma la volontà di potenziare il sistema delle Grandi Opere, purché non siano quelle celebrate nei templi della lirica, o i tesori dell’arte contenuti nei musei chiusi, o i testi sacri della lingua in archivi e librerie interdette a esperti e studiosi ai quali in cambio si promette un insensato  progetto ad hoc, un museo “dedicato”  in una Firenze che non è in grado di mantenere a disposizione del pubblico quelli civici.

E infatti si tratta invece degli interventi per realizzare o completare  aeroporti e ferrovie con treni ad alta velocità per arrivare in tutto il Paese. Così a dimostrazione dell’unità di intenti con il dicastero della collega di partito De Micheli, determinata a dare una mano ai dinamici sindaci di Parma, Pavia  e Firenze, c’è tutto un concorde fervore di opere per potenziare scali ridotti a mesta archeologia aeroportuale, e a riportare in cima alle priorità improcrastinabili la Tav, quella “storica” ma pure quella Napoli-Bari, o quelle locali, sotto le pietre e i selciati delle città d’arte, mentre in dieci mesi non è stata capace di  formulare una strategia per potenziare i trasporti pubblici zeppi di pendolari, lavoratori e studenti di serie B, colpevoli di produrre e studiare come una volta, non da “remoto”.

Ci fanno sapere che sono interventi di interesse generale perché finalmente uniranno il Sud pigro e indolente, immeritevole di tanta bellezza paesaggistica e artistica, all’opulento Nord motore di sviluppo e civiltà sia pure con qualche recente défaillance, e che potrà contribuire ai destini della madre patria adeguando i suoi territori all’Utopia dei Grandi Artefici, i Farinetti di Pea, il Briatore che vuol fare del mezzogiorno la Sharm El Sheik d’Europa, il Franceschini che sogna di convertire la Sicilia in un susseguirsi di green per il golf di americani, tedeschi e giapponesi  al cui servizio in veste di alacri caddies dovranno prestarsi i cittadini di quella Italia “minore” come la chiama lui, rispetto a quella maggiore delle città in fallimento, inquinate, espropriate dei loro beni comuni, risorse, cultura, bellezza, in modo da condannare anche i “cafoni” alla stessa sorte di moderna servitù.  

Non so voi, ma io mi sento offesa e dileggiata da un governo che ha affrontato quella che ha definito una crisi sanitaria promuovendola a emergenza sociale, senza affrontare e risolvere i problemi e gli squilibri che l’hanno prodotta e acutizzata, ma devastando il tessuto produttivo, incrementando precarietà e disoccupazione, devastando interi comparti, generando insicurezza e sfiducia e che poi ha la faccia di tolla di proporre la ripopolazione di borghi, come presepi di offrire ai visitatori in forma di ostelli diffusi con comparse e figuranti in costumi tradizionali, il business dei cammini religiosi (“abbiamo cento Santiago di Compostela”, si compiace l’inossidabile Ministro) per farci capire che non  ci resta che confidare nei santi, o il percorso delle ferrovie inutilizzate che suona come un affronto a un Paese nel quale la capitale della cultura è dotata di una stazione dalla quale non partono né arrivano treni, nel quale due convogli a gran velocità si scontrano lungo un tratto a binario unico, nel quale un treno merci deraglia in piena stazione di Viareggio, nel quale i lavoratori pendolari sono trattati come bestiame avvilito e vilipeso.

Si fa un gran parlare del Grande Reset –  tema tra l’altro del prossimo Forum di Davos, il consesso annuale dove si riuniscono i potenti della terra per decidere su questioni che riguardano la governance mondiale, contrastando le pulsioni populiste, nazionaliste e sovraniste che li minacciano – come del momento perfetto nel quale un incidente della storia può e deve trasformarsi nell’occasione per un profondo cambiamento epocale in modo che nulla torni come prima, come l’alba rosea di un nuovo giorno del nostro mondo, più equo e più sostenibile.

In realtà sarebbe più corretto chiamarlo Grande Paradosso, meglio ancora il Grande Imbroglio, se la quarta Rivoluzione Industriale mette le ali sorvolando le macerie di milioni di imprese finite, se intere geografie produttive sono state cancellate come da un terremoto, peraltro prevedibile, se le misure restrittive e repressive dei governi hanno fatto intravvedere le potenzialità di pratiche, dallo smartworking alla teledidattica, attuate in maniera occasionale, scombinata, dilettantistica sicché se ne percepisce solo l’effetto divisivo del fronte degli sfruttati, isolati e ricattabili, se digitalizzazione e automazione si traducono in slogan a fronte del ritardo strutturale percepibile dove l’accesso alla rete è disuguale e costoso, l’innovazione e ancor più la sicurezza non fanno parte dell’agenda delle imprese e tanto meno della Pubblica Amministrazione, della sua burocrazia, della ricerca scientifica consegnata all’industria privata.

È probabile anzi certo che i lampi della tempesta perfetta illuminano il declino dell’Occidente, ma è decisamente irrealistico sperare che  si faccia strada un Nuovo Migliore, incarnato da “timonieri” come Macron, Biden, Conte, Draghi, Starmer, ambientato nei vaccinifici e nella fabbriche della bugia dove si confezionano le dosi di terrore in polvere e di elettrochoc virtuale da alternare con gli esilaranti delle mance, dei ristori, delle elemosine, del Progresso.  

Tutto sommato non è una cattiva idea quella di trovar riparo nelle grotte oscure in attesa di riprenderci la luce.    


Avvocato del Diavolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gentile Avvocato, permetta a una cittadina che ha maturato una lunga esperienza professionale nel settore della comunicazione -anche se non può annoverare nelle sue referenze quella scuola di percezione dell’opinione pubblica offerta da un reality – di darle qualche consiglio a titolo gratuito, a differenza delle alte autorità che ha scelto per indicare la strada al governo in sostituzione del dibattito parlamentare.

Mi pare chiaro che l’esecutivo da Lei presieduto con mano ferma ha scelto una strada, quella per la quale se le cose funzionano anche grazie alla massa di dati e informazioni spesso contraddittorie e criptiche che ci mette a disposizione, il merito è suo e perfino delle regioni, se con giudiziosa indulgenza ha scelto di non commissariarle. Se invece le cose si mettono male la colpa è di questo popolino capriccioso e viziato che ha preso il suo semaforo verde per l’autorizzazione a scriteriate vacanze, licenze dissipate, ammucchiate imprudenti.

E da ieri si è aggiunto un altro potenziale capro espiatorio costituito dai sindaci con tutta evidenza non sufficientemente occhiuti  per disperdere tavolate di 7 convitati, per impedire fiere di paese da ora proibite a differenza di prestigiosi meeting nazionali e internazionali.

Ora siamo rassicurati dal fatto che le nuove misure non menzionino provvedimenti organizzativi in materia di trasporti pubblici: vuol dire che le autorevoli personalità scientifiche che ha selezionato per fornirle le linee guida della strategia antipandemica confermano le tesi della ministra De Micheli e del governo tutto, secondo le quali un virus particolarmente insidioso dopo le 21 e potenzialmente pericoloso anche dopo le 18 tanto da proibire dopo quell’ora consegna e consumo del cibo da sporto, aborrisce la marmaglia che sale sul 56 o sulla metropolitana di Scampia, evitandoli con lo stesso sdegno che riservano loro i frequentatori di auto blu.

Oppure, e questo sarebbe dirimente, le mascherine la cui produzione con lungimirante capacità di previsione avete affidato a una dinastia così beneficata anche nel recente passato da doversi prestare per il pubblico interesse, sono davvero un dispositivo salvavita, che allora, c’è da dire, risparmierebbe il ricorso alle misure eccezionali messe in atto.

Però, però, gentile Avvocato, dovrà prendere atto che comincia a tentennare perfino il consenso dei promotori e firmatari del noto appello pubblicato dal quotidiano “comunista” inteso a darle sostegno contro gli attacchi strumentali di soggetti interessati a spartirsi torte italiane e sovranazionali.

Perché se è vero che i suoi connazionali sono facilmente preda di populismi arrischiati, a maggior ragione sarebbe consigliabile che dopo tanto bastone si eroghi anche qualche carota, magari per contrastare quei tumulti, finora evitati sventolando la bandiera gialla della peste, quei fermenti dei margini della società temporaneamente contenuti o occultati con qualche mancetta.

Voglio farLe una rivelazione che le sarà stata tenuta nascosta dai suoi fidi consiglieri, per molti che pure hanno presa per buona la narrazione millenaristica sui pericoli del virus tanto da assoggettarsi sia pure a malincuore a quelle rinunce necessarie e quindi “doverose” agli spazi di libertà, come perorate dal Grande Malato Giannini (da non confondersi con altro più autorevole qualunquista), si presenta la drammatica scelta tra crepare di Covid o di fame, tra salute e salario, tra sicurezza e pagnotta, alternativa già in voga in alcune aree del Paese, Taranto per fare un esempio.

Tanti poi si sono accorti che è meno facile morire di Covid che di malattie trascurate, di terapie sospese, di prevenzione già da prima concessa solo ai ceti che potevano permettersela, che è più difficile morire di Covid che di infezione ospedaliera e o di cure sbagliate, eventualità che da anni tutti i “clienti” della sanità pubblica affrontano come rischio calcolato.

Allora le carote che sarebbero auspicabili consistono in una chiara e trasparente strategia per la salute pubblica, che non si limiti ai cerotti richiesti dall’emergenza ma ripari i danni del passato e prepari un futuro “sicuro”.

Invece….

Invece, anche tra i suoi fan persuasi dalla bontà della sua azione e della esigenza fatale di imporre provvedimenti drastici e restrittivi dei diritti, cominciano a dubitare della loro efficacia se a risentirne è proprio quello che si doveva tutelare come primario e “sostitutivo” degli altri, lavoro, istruzione, la “salute”. Perfino loro sospettano che le notizie incoraggianti che hanno persuaso a prendersi qualche licenza coincidessero con  i riti elettorali e referendario, quest’ultimo indispensabile a rafforzare il governo. Perfino loro pretendono ormai qualcosa di più dei lucidi proiettati sugli schermi di Villa Pamphili, con 130 cantieri per la ricostruzione, che, vedi un po’, non prevedono investimenti e opere per la sanità.

Così o decide con apposito Dpcm che siamo tutti sani, tutti guariti, tutti negativi oppure dovrà proprio pensare a offrire qualcosa in cambio di tasse e obbedienza, all’esecutivo, a Confindustria, all’Ue.

Non so se ricorda la storia della ricottina, con il contadino che si reca al mercato portando il suo formaggio e comincia a fantasticare sulla possibilità di prendere con i quattrini ricavati una gallina, che farà le uova che rivenderà per acquistare una capra il cui latte …e così via. Peccato che l’incauto contadino inciampi e la ricottina cade rovinosamente sul sentiero.

Ecco, funziona così anche la favola del Mes, o per meglio dire del suo “sportello sanitario“: il Documento di programmazione di bilancio, la sintesi della “Finanziaria”, approvata dal consiglio dei ministri  e che stiamo inviando a Bruxelles, non contempla le risorse del Mes, limitandosi a finanziare la sanità ricorrendo per 4 miliardi a deficit ordinario e per 6 miliardi, nei prossimi anni, con le “promesse” del Recovery fund, quella partita di giro che se verrà e quando verrà, sarà condizionata secondo le regole imperiali, quelle scritte nella famosa letterina a firma congiunta Trichet e Draghi e che comprendeva la obbligatoria austerità applicata anche alle spese sanitarie.

Altro che carote, con quei 4 miliardi si conferma per il 2021 l’assunzione “a tempo determinato per il periodo emergenziale” di  30mila fra medici e infermieri e un sostegno alle “indennità contrattuali” per queste categorie di lavoratori promossi a eroi nazionali. E soprattutto viene introdotto  un fondo speciale per l’acquisto di vaccini e per altre esigenze correlate all’emergenza sanitaria in atto, in modo da “ fronteggiare in modo efficiente l’emergenza Covid e migliorare la sanità”.

I quattrini servono anche ad aumentare di un miliardo la dotazione del Fondo sanitario nazionale, che ha dimostrato la sua efficienza in questi anni, quello che ha ripartito per il 2020  tra le Regioni oltre 113 miliardi, tra fabbisogno sanitario standard e quote di premialità di cui 113,069 miliardi di fabbisogno standard e 291,648 milioni di premialità aggiornata in conseguenza dell’aumento del Fondo di 2 miliardi di euro come stabilito dalla Legge di Bilancio 2019, con i risultati che conosciamo.

Vallo a spiegare ai cittadini delle regioni che hanno registrato maggiore mortalità attribuibile alla cattiva gestione dell’emergenza combinata con le politiche di tagli e con la consegna della sanità ai privati, compresi finanziamenti straordinari, come è avvenuto in Lazio, come avviene in Lombardia, in Veneto, in Emilia dove il presidente Bonaccini pronto a esigere quella maggiore autonomia pretesa con le due regioni leghiste, decanta la bontà del modello sanitario privato, grazie anche a quell’insieme dei servizi erogati dal datore di lavoro in sostituzione di un incremento stipendiale, che viene chiamato welfare aziendale, le cui regole sono state sottoscritte dai sindacati.

E che riguarda anche i dipendenti della Regione accontentati sotto forma di “rimborsi di prestazioni sanitarie non coperte dal servizio sanitario regionale, ad esempio spese dentistiche, farmaci non inclusi nel prontuario e parafarmaci” con la diffusione di forme assicurative  spesso vicine alle forze politiche al governo della Regione.

Vede, gentile Avvocato, a quasi otto mesi dallo scoppio della bomba, dal tragico incidente della storia, peraltro più prevedibile di ben altri cigni neri, non crede che dovrebbe dare qualcosa di più delle sanzioni, delle proibizioni, delle toppe su buchi prodotti da anni sui quali i “poteri” vogliono stendere un velo pietoso?

Non si dovrebbe immaginare un rafforzamento della medicina di base, non sarebbe indispensabile rivedere la gestione delle Asl, diversamente pubbliche: non a caso si chiamano aziende, nelle forniture, negli appalti, dell’organizzazione di servizi, non si dovrebbe impegnare gli organismi di controllo nella sorveglianza all’attività degli enti privati a cominciare dalle case per anziani?

 Altrimenti ci toccherà dar ragione a Cacciari che pretende di non essere trattato da deficiente, esigendo di essere trattati invece non da clienti, non da utenti, non da imbecilli, ma semplicemente da  cittadini.


Basta la salute…

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il lavoratore manuale nemmeno sapeva che quello alla salute era un diritto, sapeva soltanto che doveva contare su una macchina che funzionasse bene e sopportasse la fatica per conquistarsi gli elementari mezzi di sussistenza, che spettava a lui conservarsela efficiente e effettuare la necessaria manutenzione, perché il signore, il feudatario, il principe permettevano nel migliore dei casi che un cavadenti girasse nelle piazze o distribuisse un elisir, unico antidoto nel caso di peste nera, provvidenziale per ridurre la popolazione degli inutili parassiti.

Era quella la condanna degli schiavi, per i quali l’unico diritto immutabile e riconosciuto era la fatica e dei quali non resta memoria storica se non quella indiretta delle piramidi che hanno tirato su, intitolate ai loro faraoni, celebrati invece in vita e in morte. La malattia era la pena capitale comminata e applicata per fame, isolamento e abbandono del soggetto diventato rifiuto superfluo da conferire in una fossa senza tante cerimonie.

Avevamo sperato nella fine della schiavitù, almeno da noi – che in altre geografie destinatarie di operazioni di rafforzamento istituzionale, esportazione di democrazia e campagne di aiuto umanitario vigeva ancora con profittevole dinamismo seppure sotto altro nome. E’ successo quando lo sviluppo richiedeva individui talmente in buona salute da garantire non solo uno sfruttamento più fertile e profitti più sicuri ma anche nuovi consumi compresi quelli edonistici più fervidi e prodighi e redditizi.

Il corpo, a un certo momento e per un certo tempo, è stato promosso a prodotto oltre che merce, esteticamente obbediente  a canoni e requisiti imposti dalla somatica di regime, che ci voleva eternamente giovani, scattanti, lisci e ben oliati, depilati e tonici sia davanti alla pressa, ormai quasi in disuso, che al desk del nuovo impero digitale, grazie a frequentazioni di istituzioni ginniche, parchi e perigliose strade cittadine inquinate, perché poi si sa, sulle minacce sanitarie dell’inquinamento dell’industria e dei trasporti  il sistema economico si è mostrato meno attento in vista della definitiva conversione dell’economia produttiva in economia finanziarie, quando il pericolo nella futura società del rischio sembrava altrettanto immateriale dei quattrini aerei circolanti in fondi, bolle, titoli.

È che la salute, quella fisica – che quella mentale e psichica ha cominciato a essere “garantita” artificialmente da equilibratori dell’umore, farmaci da auto somministrarsi o gentilmente erogati dal servizio sanitario per ottenere il buonumore e l’oblio, per sopportare il passato, il presente e più che mai il futuro – si è sempre più trasformata in un brand.

Ed è avvenuto non solo con l’irruzione in borsa e nel mercato di multinazionali farmaceutiche che hanno monopolizzato la ricerca, con la sostituzione della sanità pubblica con le cure e le cliniche private, diventate sempre più profittevoli a confronto con un sistema assistenziale volutamente impoverito e inefficiente,  ma anche con l’ostensione di modelli estetici e di comportamento che hanno accreditato perfino nuove patologie redditizie e di moda, dalla celiachia alle decine di intolleranze, che hanno imposto canoni di salute e bellezza che andavano rispettati per  accedere a posizioni, posti, opportunità.

Così le disuguaglianze si sono espresse in nuovi modi sorprendenti, facendo diventare doveroso laminare le ciglia e inevitabile ricorrere a lenti a contatto colorate quando gli anziani aspettano mesi e mesi per un intervento di cataratta in una struttura pubblica, dimostrando l’indispensabilità della sbiancatura della chiostra dentaria quando sono stati dichiarati “sans dents” dall’allora presidente francese quelli che non hanno meritato le magnifiche opportunità del capitalismo e sono costretti a rinunciare alle cure mediche private tramite fondi e assicurazioni spesso promossi dagli stessi padroni che così li sfruttano due volte.

Ma la vera allegoria simbolica dell’iniquità di un sistema, nel quale la salute non è un diritto uguale per tutti come non lo è la giustizia, è rappresentata dalla scelta obbligata, per migliaia di lavoratori e per i cittadini di posti dove per anni hanno prodotto veleni industrie criminali tra salario e malattia, tra fatica malremunerata e cancro. Come succede a Taranto, come nei siti dell’amianto del primo iscritto al Partito Democratico che dà dell’imbroglione a Berlusconi proprio come la padella che dice su della farsora, come è accaduto all’Ipca (oltre 130 morti di tumore), e come con tutta probabilità succede nelle ridenti campagne trevigiane dove la stessa malavita che si compra le vendemmie di prosecco rovescia tonnellate di rifiuti tossici.

Che la salute potesse essere a rischio anche senza l’inanellarsi delle sette piaghe bibliche, che poi erano 10 (acqua mutata in sangue, rane, zanzare, mosche velenose, mortalità del bestiame, ulcerazioni, grandine, locuste, tenebre, morte dei primogeniti) lo si doveva immaginare per l’analogo inanellarsi di crisi (ambientali, migratorie, tecnologiche, debitorie e finanziarie), perché stiamo sulla terra ormai stretta in quasi 8 miliardi, perché  a forza di manipolare natura, uomini e forme abbiamo esposto ogni “cosa” a inattese vulnerabilità, perché i sistemi più sono complessi e più di rivelano fragili, perché ogni epidemia locale è suscettibile di  avere una diffusione globale rapidissima.

Eppure per anni la gran parte di noi si è fatta persuadere dell’inevitabilità se non addirittura della desiderabilità dei questi effetti collaterali del progresso, della globalizzazione, fenomeno a alto contenuto ideologico se ha trasformato l’internazionalismo nel cosmopolitismo per pochi che va dalla cucina fusion all’Erasmus, del primato della scienza  che contrasta le malattie, dell’egemonia digitale, insomma di quella parvenza di onnipotenza virtuale che ci è stata concessa a fonte dell’impotenza concreta che abbiamo sperimentato i questi mesi.

E così d’improvviso, anche se c’erano tutti i segnali, ci siamo ritrovati come i cenciosi del lumpenproletariat, un ceto senza identità di classe,  privo di coscienza politica, disorganizzato e condannato a  trarre il suo reddito   da occupazioni occasionali che talvolta sconfinano nell’illegalità e  per le quali, come per il cottimo soggetto al caporalato, la salute diventa il bene primario, in nome del quale è necessaria la rinuncia a altri diritti diventati secondari, istruzione, lavoro, la cessione di spazi di autonomia e libertà.

Ormai succede sempre che un bisogno resti tale e non dia luogo a un diritto. Succede perfino oggi che il diritto costituzionale alla salute ha preso il sopravvento per una insensata gerarchia, mentre sono sospese prevenzione, cura, assistenza, perchà l’unica malattia concessa pare sia il Covid.

Succede perfino oggi, quando scopriamo che per rafforzare il sistema sanitario le cui falle volontarie e promosse da anni di consegna ai privati, di favori alle cliniche e pure ai cucchiai d’oro in barba alle leggi dello stato,  dobbiamo attendere l’elemosina che ci dovrebbe forse arrivare con la partita di giro europea, trasmettendoci i quattrini che abbiamo erogato, condizionati da comandi e priorità, come si apprende se ci si prende la briga di  leggersi il documento ufficiale del board del MES dell’8 maggio 2020,  con la specifica  delle clausole che regolano il prestito per affrontare il Covid.

Mentre una quindicina di giorni fa è passato sotto un pudico silenzio la determinazione del Ministero dello Sviluppo Economico  di proporre al Dipartimento per le Politiche Europee della Presidenza del Consiglio le schede di sintesi delle aree progettuali ritenute strategiche e per la cui realizzazione sarà chiesta la copertura finanziaria con il Recovery Fund dell’Unione europea, tra i quali fanno spicco  quelli finalizzati al Potenziamento della filiera industriale nazionale, dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza per cui si prevede di impiegare nei prossimi sei anni 12 miliardi e cinquecento milioni di euro di provenienza Ue.

Tale è la confusione indotta tra sopravvivenza e vita, tra salute e sicurezza che sempre di più il cittadino, che vive sotto il tallone della biopolitica quando ogni funzione e comportamento e scelta umana deve iscriversi e assoggettarsi al modello economico dell’impresa e all’obiettivo del profitto e dell’accumulazione,  verrà persuaso che per meritarsi di stare al mondo e per essere una merce di valore nel mercato, battendo la concorrenza di altri corpi,  sia necessario pagare con la rinuncia alla libertà e il tradimento della dignità.


Caro amico, ti scrivo

letteraAnna Lombroso per il Simplicissimus

Caro amico, ti scrivo perché pare proprio, l’ha detto la televisione, che ci sarà una trasformazione dal nuovo anno: sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno. Grazie alla strenna anticipata, quel buon Recovery Found che ha preso il posto del feroce Mes, offrendo a formiche e cicale un pacchetto di “prestiti” saliti da 250 a 360 miliardi, e “sovvenzioni”, scese da 500 a 390 miliardi.

Come è giusto la banda dei 4, i frugali  (Olanda, Svezia, Danimarca, Austria) merita gli sconti dei contributi al bilancio comunitario per il periodo 2021-2027 – così si incamerano  26 miliardi –  e alla Germania, che se ne piglia altri 25,6. A noi che abbiamo  cantato estate e inverno spettano 127 miliardi di prestiti e 82 di “sussidi”, concessi tra il 2021 e il 2024,  e che dal 2026 andranno restituiti, o aumentando quello che paghiamo per stare seduti al tavolo dei grandi a guardarli mentre mangiano e ridacchiano di noi, oppure con un aumento della pressione fiscale.

Ti chiederai e allora com’è che sono tutti contenti? Mi sono fatta l’idea che quello che tra noi chiamavamo l’atto di fede nell’Europa, sia diventato un superstizione, un rito apotropaico che richiede “fioretti” alla divinità come si faceva una volta. E dire che di che sacrifici si possa trattare lo sappiamo bene, fa testo quella famosa letterina a 4 mani di Draghi e Trichet entrata nella leggenda più di quella di Totò e Peppino e che ha avuto il seguito che sappiamo in un paese poco lontano da noi, dove è stato effettuato il test dell’efficacia delle armi sperimentali.

Ti ricordi, no? Come si ingiungeva all’Italia indolente e dissipata  di ravvedersi per “ripristinare la fiducia degli investitori” con  “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, con “privatizzazioni su larga scala” e  “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali”, con la doverosa “riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso quella dei salari”.  E con l’auspicata “riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale” e l’imposizione di “criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” insieme a “riforme costituzionali in grado di inasprire le regole fiscali”. Mi pare che ci fossero anche gli improrogabili tagli al welfare, eseguiti scrupolosamente a vedere quello che è successo negli ultimi mesi.

Pensa che ci sono stati momenti, come dopo Sigonella per Craxi, che il sussulto d’orgoglio del Cavaliere Gran Marpione sembrò quasi un riscatto della patria fierezza, che infatti venne seguito dalla caduta dal cielo dell’uomo in grigio della provvidenza. La storia si ripete e non insegna nulla, quindi non stupirti se sembrano tutti soddisfatti di quello che li attende quando ripagheremo le sovvenzioni con il doveroso e implacabile contributo da mettere insieme con un aumento della tasse, quando il beneficio ottenuto sarà più o meno un punto di Pil, quando i “prestiti”,  che vanno a aumentare il debito pubblico, richiederanno l’intervento severo e occhiuti di qualche divinità dello spread.

Sai cosa c’è? Quando uno come noi evade dallo smartworking, si astrae dal ciarlare dell’opinione pubblica testimoniata dalla stampa tradizionale e dai social, scopre che c’è un sacco di gente che non ha diritto di parola e nemmeno di convinzione dettata dall’esperienza, scaffalisti del supermercato, commesse e cassiere, baristi e bagnini, magazzinieri e pony al sevizio delle uniche attività poco toccate dalla pandemia, cassintegrati che non hanno visto un quattrino, partite Iva e piccoli imprenditori che hanno messo in piedi la procedura per ottenere in contributi per la rinascita e cui le banche rispondono sollevano mille ostacoli e obiezioni.

Mettici anche quelli che hanno qualche patologia per i quali già prima la prevenzione era uno slogan della Pubblicità Progresso e che non vengono da mesi e non saranno per mesi sottoposti a controlli e indagini diagnostiche.  E questi non sono fiduciosi e speranzosi, come non lo sono i precari, le donne che fanno il part time in casa, metà lavoratrici e metà casalinghe, infermiere, e insegnanti di sostegno, quelli che hanno perso il posto o lo perderanno in mille situazioni già labili, effimere e incerte prima del Covid.

Proprio non ci credono alla generosità profusa a piene mani dall’Europa, non confidano che quella carità pelosa in sostituzione della solidarietà faccia arrivare qualcosa anche a loro, e men che mai  reputano che il ceto politico e amministrativo immagini e poi realizzi delle riforme per il bene comune e l’interesse generale, a vedere la compagine governativa della quale fa parte chi ha contribuito alla devastazione della scuola, della sanità,  del territorio, alla cancellazione dei diritti e delle conquiste del lavoro, insieme a eterni nuovi venuti che non possono più contare sulle qualità originali dell’impreparazione, dell’incompetenza, della improvvisazione.

È che appunto su questi campioni non si effettua un’analisi della percezione, perché a contare in termini di consenso, quando il voto è un timbro notarile su decisioni imposte e obbligate, sono le “opinioni” che devono formare la resistenza ai nuovi pericoli, populismo e sovranismo, quelle di chi a un’opposizione di classe a anticapitalista preferiscono la sinistra fighetta baluardo contro certi ammutinamenti elettorali e di piazza del popolo bue che vota Salvini, Trump e la Brexit, e che vogliono morto di fame o almeno invisibile in qualità di rifiuti della globalizzazione, delle multinazionali, del liberismo, da conferire in discarica, quella delle periferie, dei borghi da trasformare in Disneyland, delle fabbriche e delle miniere da convertire in tunnel dell’orrore e tiro a segno.

È più facile così, arruolare tutti insieme Le Pen e Sanders, Salvini e Mèlenchon, Sanders e Podemos, in modo da alimentare una comune e condivisa diffidenza, in modo da condannare all’ostracismo insieme ai fascisti dichiarati anche chi denuncia e combatte il fascismo, declinazione dell’unico totalitarismo che il Parlamento Europeo non mette all’indice, quello economi e finanziario, il suo sfruttamento, la sua pervicace guerra condotta contro diritti, libertà, uguaglianza.

Ecco, nemmeno io credo che ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno, perché non mi convince la pretesa superiorità morale di una sovranità sovranazionale dove una nazione piega le regole- e l’euro – agli interessi della sua posizione di predominio economico, dove alcune nazioni si insigniscono dell’onore di dare il loro placet o di ostacolare governi, dove gli stati giurando fedeltà hanno subito in cambio della onerosa affiliazione la perdita di poteri e competenze. Dove sulle democrazie e sulle carte costituzionali pesa l’anatema di essere il frutto, velenoso per la compattezza della superpatria, delle lotte di resistenza dei popoli.

E nemmeno credo che anche i muti potranno parlare, perché ogni giorno si fanno strada censure e autocensure per zittire quelli che la voce ce l’avrebbero. Per quello ti scrivo, per distrarmi un po’ mentre già vedo gente mettere i sacchi di sabbia vicino alla finestra.


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