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Mamma, solo per te la mia riforma vola

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fosse vero che le persone che abbiamo amato sono sedute su una nuvola a guardar giù, fosse vero che ci tengono d’occhio per guidarci e proteggerci, fosse vero.. beh, se mia mamma leggesse un suo ricordo nel giorno dei cioccolatini coatti, dei fiori obbligati e delle inevitabili poesie della Merini su Facebook, mi tirerebbe i piedi con sacrosanta collera.

Invece, proprio come me, si interrogherebbe sul ruolo pedagogico ed esemplare di alcune mamme, sulle loro prestazioni di educatrici che la collettività è chiamata a scontare. Dopo l’avvicendamento di mamme Rosa, per una curiosa coincidenza si chiamavano così la Signora Bossi i  Berlusconi e la Signora Maltoni in Mussolini, c’è stata una eclissi su questa fondamentale figura parentale, così influente e spesso negletta, così formativa e spesso così ingombrante, almeno per quanto riguarda dinastie e genealogie del potere contemporaneo.

Mentre invece il popolo femminile, quelle normali, sono oggetto di studi, misure, azioni, critiche, in quanto strategiche nel disegno imperiale per sostituire welfare, assistenza, istruzione ridotti a sistemi suppletivi privati,  ma anche per consolidare un modello di consumo e uso commerciale delle persone dalla culla alla tomba, tramite spot di merendine, libracci per indottrinare sulle sfumature della subalternità sessuale, gratificante espulsione dal lavoro, accreditata come recupero di valori tradizionali, contributo – è di questi giorni – alla precoce sessualizzazione di bambine spossessate della loro naturale infanzia. Sancendo così l’innocenza dei padri, comparse casuali e distratte, per via, fanno credere, del loro protagonismo nell’arena pubblica, come se fosse di nuovo delegata a loro la partecipazione, la politica, la collera, l’opposizione, la resistenza. Se è così stiamo freschi. E è opportuno ricordare il concorso di ambo le figure genitoriali e imprenditoriali nella promozione di veline, nella ostensione di letterine, nella presentazione al tempio di cene eleganti di  adolescenti intraprendenti. Come rammentare che se la letteratura e la cronaca ci ripropongono le mamme di Bellissima, sono anche piene di papà entusiasti per imprese bulliste della prole, ai campi di calcetto, nel cortile della scuola, nel contesto virtuale dell’iniziazione sessuale via selfie, e questo per restare nella “norma”, nella quotidianità.

Sappiamo qualcosa di più invece dei padri celebri, quello di Renzi, quello della fidanzatina d’Italia, quello della Guidi, e così possiamo indovinare il loro apporto alla formazione dei fanciulli, fatto, ci scommetterei, di  una combinazione di cinismo e frustrazione, tale da rimettere ai figli velleità e ambizioni, di marketing e tecniche di allenamento da coach, in modo da ammaestrarli a tracotanza e sopraffazione, nel più totale disprezzo per regole, buona educazione, solidarietà e nell’ignoranza di tutto,  del sapere, delle leggi, della socialità.

Però possiamo immaginare che babbi e mamme siano poi uguali nell’orgoglio, nella fierezza che oggi li anima, davanti alle prestigiose carriere della prole, attribuibili proprio a quei vizi pubblici e privati cui li hanno avviati, a coronamento di un’opera instancabile condotta per farli essere come sono, dei gran figli di puttana, definizione che perversamente restituisce un ruolo primario alla donna, e che viene apprezzata e riconosciuta tramite commissariamenti influenti, posti prestigiosi, emolumenti sibaritici, prodighe consulenze, fino a culminare in leggi “dedicate”, grazie a una conversione di quelle ad personam, in provvedimenti su misura al servizio del su’ babbo.

Ma mi vien fatto di chiedermi quanto ha contribuito la mamma e far diventare com’è la Boschi, che in queste ore ha raggiunto l’apoteosi della sfacciataggine più burina, della sfrontatezza più ignorante, della tracotanza più piduista, parlando di fascismo, argomento sul quale rivela competenza, qualità finora mai manifestata. A quale modello si sarà ispirata, anche lei indirettamente favorita da una riforma, in qualità di preside simbolo della buona scuola, beneficata da innumerevoli ingressi premio all’Expo,  per contribuire a disegnarla così, con quel mix di dispettosa ignoranza ed esibita volgarità, che dà luogo a una narrazione di finto candore, ostensione di sentimentalità, indole a una vezzosa seduttività,  che dovrebbero arrivare a noi come delicati e femminei segnali di qualità muliebri e vellutate dentro un’armatura di ferro, che sarebbe quella che tiene dritto il vuoto tremendo e pericoloso che si scoprirebbe alzando la celata.

 

 

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Ma perché qualcuno non mena Rondolino?

imagesAnna Lombroso per il Simplicissimus

Più volte abbiamo scritto che l’opposizione alle misure di sostegno alla privatizzazione dell’istruzione e alla sperimentazione nella scuola di un modello politico e sociale accentratore e autoritario che vanno sotto il nome di “Buona Scuola” , non può e non deve riguardare soltanto gli insegnanti o i genitori o gli alunni, ma tutti i cittadini.

Perché non è una riforma ma una scatola vuota che verrà poi riempita di provvedimenti “eccezionali”, quelli dettati da emergenze fittizie , nutrite artificialmente per legittimare anomalie che diventano regola, di sanatorie straordinarie elargite come riparazioni occasionali, come oboli, come bistecchine in bocca agli affamati.

Perché mette al centro una figura dispotica, quella di un datore di lavoro modellato sui manager e gli imprenditori che hanno ispirato il Jobs Act, investiti del potere eccezionale, promosso a normale e necessario per la competitività e la formazione della futura forza lavoro, di assumere, promuovere, rimuovere, retrocedere licenziare, abilitata ad abbassare il salario, aumentare l’orario, favorire o penalizzare il lavoratore secondo criteri discrezionali e arbitrari.

Perché consolida la potenza del ricatto come sistema di governo, ricatto esercitato nei confronti degli “addetti ai lavori”, dell’arena dei soggetti variamente interessati, agitando lo spauracchio di azioni criminali e disfattiste di docenti scioperati, dei precari sottoposti a angosciose docce scozzesi, dei cosiddetti garantiti, indicati come parassiti responsabili della esclusione da prerogative e diritti dei colleghi soggetti a condizioni di insopportabile provvisorietà, sia pure di lunga durata, di rappresentanti e parlamentari esortati a adempiere con celerità a compiti notarili di registrazione delle decisioni dell’Esecutivo, dietro la minaccia della perdita di consenso e dell’attribuzione della colpa di non aver risolto un “problema”, che ormai sono soltanto problemi gli immigrati, le pensioni, la retribuzione dei dipendenti statali, l’occupazione, l’abitare nelle città, il territorio, la salute, gli anziani, per non dire delle famiglie minacciate da costumi e inclinazioni inaccettabili.

Perché conferma le disuguaglianze che esistono già, quelle territoriali e geografiche, quelle legate al censo e alla “posizione sociale” delle scuole e delle famiglie che gravitano intorno a istituti divisi non solo virtualmente in gerarchie, dove ad essere premiati e quindi potenzialmente più competitivi saranno gli istituti alla cui gestione contribuiranno in forma “volontaria” i padri dei figli di papà, con il valore aggiunto di finanziamenti per l’ordinario e lo straordinario.

Perché un cattivo dirigente, poco autorevole, poco determinato, poco attivo finirà per circondarsi di insegnanti affini, per far decadere il livello del suo istituto, per assecondare il progressivo impoverimento della didattica, non potendo o sapendo aspirare agli strumenti per “raggiungere i più alti gradi degli studi”, nnon potendo o non sapendo “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E la stessa colpa ricade sui genitori che non appartengono a ceti privilegiati.

Perché anche le materia ed in particolare quelle ad alto valore aggiunto umanistico, sono considerate optional arcaici: l’insegnamento di storia dell’arte e delle scienze sarà soggetto a scelte strategiche decise a livello ministeriale. Quindi con tutta probabilità penalizzate in quanto non corrispondono agli obiettivi di una ideologia che condanna a non possedere i modi, gli strumenti, la preparazione di base per godere della bellezza, della conoscenza, della cultura.

Perché “enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Così le nostre tasse servono a collaborare all’istruzione dei figli di serie A, a finanziare le scuole private, sia quelle di eccellenza per dinastie di ricchi e arricchiti, che quelle confessionali e persino i distributori di diplomi e in Juke box di maturità, pronti a scaricare aspirabti laureati a Tirana.

Perché l’accento messo sulla valutazione è esemplare della priorità che viene attribuita alle teorie, e alla pratica della “cultura” aziendale e finanziaria, secondo la quale il valore di persone e prestazioni dipende dalla capacità di mettersi al servizio di un’organizzazione, garantendo deferenza e dipendenza, rispettando obiettivi legati unicamente al profitto, premiando fidelizzazione e ambizione personale.

Perché l’iter del provvedimento è diventato la pièce de rèsistence della forza muscolare, intimidatoria e autoritaria del “nuovo” del riottoso bullo di Palazzo Chigi e del suo sogno distopico, che vuole replicarsi attraverso la figura del preside per creare un ceto di uomini al comando, di volta in volta podestà, sceriffi, prefetti, padroncini, caporali, kapò, scekti tra quelli che dimostrano un’indole a spaccare teste di chi obietta, a denunciare chi manifesta, a zittire chi protesta, a escludere chi osa interferire, a punire e escludere chi commette il reato di lesa maestà.

E, non ultimo, perché ieri Fabrizio Rondolino, rivendicando la rappresentanza di quella maggioranza silenziosa che ha sempre parlato troppo – quella che ai tempi di Bava Beccaris e di Tambroni, ma poi via via negli anni mugugnava davanti i cortei di lavoratori e alle manifestazioni studentesche: andate a lavurà.. e lo dice anche oggi che non c’è lavoro – si è permesso di scrivere a proposito delle proteste degli insegnanti: ”Ma perché la polizia non riempie di botte sti insegnanti e libera il centro storico di Roma?”. Lui l’ha motivato come un richiamo alla disciplina: della quale i docenti dovrebbero essere custodi?, come un’esortazione perché l’ordine regni a Roma, la capitale dove invece il disordine della corruzione, dell’incompetenza, della speculazione, dello sfruttamento, delle differenze più inique imperano. Io spiego questa frase maldestra, provocatoria come lo sberleffo del Marchese del Grillo, infame come uno sleale tradimento nei confronti del lavoro, come il lamento frustrato e gretto di qualcuno che non conosce il coraggio di difendere la dignità sua, della cittadinanza e della democrazia. E prova una terribile invidia per chi invece ce l’ha e malgrado lui e quelli come lui ancora non si arrende e lo porta in piazza e lo alza come una bandiera, stracciata, sbiadita, ma nostra.


Bocciarlo, più che un piacere, è un dovere

Anna Lombroso per il Semplicissimus

Lavoratori trattati come marionette i cui fili sono tirati da gerarchie di burattinai, umiliati come irresponsabili parassiti, divisi in una «minoranza aggressiva che strilla» a fronte di una «maggioranza abulica», tacciati da “squadristi”, probabilmente manovrati da “aree Cobas  e da studenti  legati ai collettivi universitari e  ai centri sociali di Bologna”. La “promozione” della funzione del preside da dirigente a caporale, esaltandone il carattere arbitrario e discrezionale, tanto che l’unico limite previsto, quello di non favorire i famigliari, fa sospettare la tacita autorizzazione  allo scambio di favori tra omologhi, vertici di una scala di stipendio, ruolo e potere assoluto rispetto a docenti ridotti a dipendenti. Distorsioni perfino semantiche, a cominciare dall’uso del termine “crediti”, a sancire la realizzazione di un immaginario tutto imperniato su valori “aziendali”, di marketing e di un merito che antepone conformismo e ubbidienza a talento e vocazioni, testato da un organismo   di valutazione scelto da una dirigenza politica con esiti comici. La riconferma dell’indole a consolidare e perpetuare le disuguaglianze, impoverendo il sistema pubblico per proclamare la desiderabile superiorità di quello privato. La centralità data alle famiglie, che quelle disuguaglianze potranno riaffermare, di modo che quelle più abbienti e con maggiori risorse di censo e culturali possano essere più proprietarie   di  quelle meno facoltose per le quali dovrà intervenire uno Stato sempre più indebitato e renitente: la cosiddetta riforma della scuola è davvero il paradigma del Paese e di come si vuole che sia da oggi in poi.

Per quello è ancora più sleale, ancora più codarda l’astensione di quelli che una volta, quando l’Unità era il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ma anche dopo, si chiamavano intellettuali, organici o no, magari troppo dediti alla sottoscrizione di pomposi appelli e alla firma di lussureggianti lettere aperte, dei quali peraltro oggi ci sarebbe comunque un gran bisogno.  Latitanti per assoggettamento, silenti in quanto appagati dall’appartenenza a un ceto castale con le sue rendite di posizione, i suoi privilegi, le sue sicurezze editoriali, televisive, ma anche perché per lo più, salvo qualche illuminata eccezione,  si tratta di  apparatchik del mondo accademico che hanno digerito e sintetizzato a loro beneficio quella riforma dell’università, prodromo della Buona Scuola, di Berlinguer che ha dato pari dignità a istituzioni pubbliche e private, omologato i corsi di laurea e la durata,  cancellando le distinzioni tra ricerca e insegnamento, creando gerarchie su base geografica – sempre la stessa, esaltando il potere di rettori e di consigli permeabili a ingerenze esterne, anche quelle sempre le stesse.

Eppure la logica che muove questa riforma, approvata benché sia una ignava e regressiva scatola vuota, è talmente ed esemplarmente simbolica del golpe inteso a cancellare quel che resta della democrazia in ogni contesto ed ambito della società, che in piazza non dovrebbero scendere solo gli insegnanti, gli alunni, le famiglie, ma dovremmo andarci tutti, compresa la signora Agnese Landini in Renzi, se fosse preoccupata del presente e del futuro suo e dei suoi figli, messo in discussione dal governo del partito unico che ha firmato l’esecuzione dell’istruzione pubblica, la condanna  della libertà di insegnamento e di apprendimento, la morte quindi della scuola come la disegnarono i costituenti, un luogo di emancipazione, di riscatto, di uguaglianza.

E infatti le “consultazioni” via web somigliano proprio a una operazione di marketing, intesa a porre un sigillo su dialogo, concertazione, negoziazione ed ascolto, come succederà con la legge elettorale che suggella il rito notarile di conferma, effettuato nella cabina elettorale.

La fretta pre elettorale imposta al Parlamento: occorre condurre in porto la navicella ubriaca della riforma pena la mancata assunzione dei precari, ripropone la logica del ricatto come abituale sistema di sopraffazione e lo svuotamento delle facoltà della rappresentanza, lenta e inadempiente tanto da imporre l’esercizio di poteri sostitutivi da parte del governo. E intende mettere fine al gioco della parti della deliberazione e della decisione, scavalcando le regole democratiche che da oltre vent’anni vengono oltraggiate, insultate, aggirate, additate come una perdita di tempo in chiacchiere, che il troppo deliberare e il poco decidere ostacolano il “fare”.

L’enfasi messa sulla valutazione evoca il sopravvento che hanno preso teorie, procedure e  strumenti propri della “cultura” aziendale e finanziaria, secondo la quale il valore di persone e prestazioni dipende dalla capacità di mettersi al servizio di un’organizzazione, garantendo deferenza e dipendenza, rispettando obiettivi legati unicamente al profitto.

Il sostegno esplicito alla privatizzazione della scuola pubblica e alla valorizzazione di quella che privata lo è già è il regno in terra  della teocrazia del mercato,  che deve imporsi ovunque, per forza o per proselitismo, espropriando beni comuni, premiando la rendita e la speculazione, abbattendo l’edificio di regole e controlli, favorendo leaderismo e egemonia proprietaria.

La forza muscolare e autoritaria del “nuovo” preside esemplifica su scala il sogno del bullo narcisista di Palazzo Chigi, quello di un uomo al comando, di volta in volta podestà, sceriffo, tutore, prefetto, padroncino, caporale, dirigista e decisionista per il nostro bene, che pontifica da balconi, predellini, davanti a lavagne, mentre dovrebbe stare dietro, slide, schermi luminosi, sui quali segnare buoni e cattivi e proiettare gli slogan del suo regime cafone e maleducato, strapaesano e  ignorante, ma ciononostante violento, sopraffattore, aggressivo, pronto a spaccare teste di chi obietta, a denunciare chi manifesta, a zittire chi protesta, a escludere chi osa interferire con la sua sceneggiatura, a punire che commette il reato di lesa maestà.

Bocciarlo non è solo un piacere. E’ un dovere. Per tutti.


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