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Patacche da Oscar

2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viene proprio da dire “povero diavolo”, se viene chiamato in causa da certe mezze tacche di lestofanti. In questo caso a nominare il suo nome invano non è Faust e manco Lucifero,  ma l’ex norcino reale, Oscar Farinetti, quello di Eataly, di Fico, del Pisello su cui non siamo aggiornati,  che ride delle accuse di essersi “venduto l’anima” al demonio di Atlanta.

Aver ceduto il marchio Lorisia alla multinazionale”,  secondo  il profeta del km.0, del Made in Italy fatto circolare in tutto il mondo con tanto di accompagnamento delle guglie del Duomo benedette da storici del Rinascimento un tanto al chilo come il Lardo di Colonnata, i pistacchi di Bronte e i fagioli di Lamon (località che da sputi nel mondo grazie al suo carisma si sono espanse sulla mappa e producono tonnellate di merci pregiate prossime patrimoni Unesco ), quello che si è meritato in regime di esclusiva il flop della greppia Expo, ecco secondo lui costituisce   “un ottimo segnale per il Paese”. “Con i soldi incassati potrò aprire altri sei negozi negli Usa”, dice, e aggiunge: “nel’68 anche io ero contro l’imperialismo delle multinazionali. Ma da allora queste realtà sono cambiate e migliorate”, dicendosi sicuro che Coca-Cola abbia comprato il marchio Lurisia per farlo “crescere in tutto il mondo”.

E si dice certo che anche lo storico partner, Slow Food, presto concorderà con lui che  “è molto più efficace nel lungo termine dialogare anche con le grandi aziende internazionali, convincendole ad accettare i nostri valori e le nostre regole”. Ne siamo convinti anche no: quell’alleanza pare proprio inossidabile infatti avendo  garantito una copertura ideale e morale alle sue operazioni, come Coop ha assicurato la sua esperienza in appoggio alla distribuzione degli stessi prodotti che si trovano nei suoi scaffali, ma a prezzo maggiorato per via della narrazione che aveva trovato un aedo autorevole nell’ex presidente del Consiglio e un caminetto davanti al quale tramandarla nella Leopolda.

Sono loro infatti con varie modalità i “soci” sostenitori e investitori del figlio del fondatore di Unieuro (da lì nasce la sua fortuna) che lo accompagnano nella sua “lucida follia che è alla base delle grandi rivoluzioni” – la parole sono appunto di Petrini.

Verrebbe subito da denunciarli per abuso di “diavolo”, di “anima” e, peggio, di “rivoluzione” data a una serie di patacche benedette anche a livello istituzionale, oltre che da quelli che perfino io  mi sento di chiamare radical chic, creativi con casa ai Navigli, televisivi approdati a Testaccio e Pigneto, elzeviristi e columnist che frequentano i suoi spacci acchiappacitrulli in cerca di spunti per il brunch domenicale con altri fotografi modaioli, comparse di Endemol e così via, quelli che non vogliono arrendersi a essere la nuova classe disagiato o degli sfigati, direbbe il Cavaliere, ancora gabbati abilmente e che  continuano a farsi rifilare le stesse leccornie dell’uomo Conad purché costino di più come lo spumone, a differenza dei ruspanti bolognesi che da subito non si sono fatti incantare dal suo villaggio del gusto, il Fico, indicato su tutte le strade che portano a Bologna come a Roma San Pietro, ma tetramente deserto, come merita di esserlo una cittadina del Far West di cartone a Cinecittà, una volta finite le riprese e scappate via le comparse di pastorelle, caciottari, cioccolatai.

E’ che lui quando gli tocca vendersi i gioielli di famiglia, proprio come al nostro ceto governativo,  (pare che Fico, già ceduta ai delfini in vista dei nuovi orizzonti visionari del patron, abbia suscitato un certo interesse di magnati alimentari cinesi), fa buon viso a cattiva sorte, finge che sia necessario a sanare le falle della cattiva gestione, anche se il gruppo ha concluso il 2018 in perdita con 17 milioni di rosso. Ciononostante (a detta di MilanoFinanza) pare che il mondo della finanza gli riservi un trattamento privilegiato con la concessione di  ulteriori crediti per 21,65 milioni, che farebbero salire l’indebitamento verso le banche a 96,3 milioni.

Se a voi non erogano nemmeno un prestito per cambiare la Punto non dovete stupirvi: l’impero di Farinetti altro non è che l’allegoria neoliberista, il monumento edibile del totalitarismo economico e finanziario, quello che non subisce le condanne dell’Europarlamento, che incarna come un incubo i peggiori vizi del turbocapitalismo, avidità, dissipazione di risorse, espropriazione di territori, gestione privatistica di centri cittadini, sfruttamento dei lavoratori precari. E aggiungiamoci anche l’ideologia farlocca che ispira la sua predicazione che fa il paio con i miti berlusconiani, le visioni di Briatore, il “fare” leopoldino, i “giacimenti” del petrolio culturale del tenutario di B&B  Franceschini, insomma quella paccottiglia taroccata che viene smerciata con tanto di slogan che dovremmo tutti ricordare prima del voto: il nostro Sud dovrebbe diventare come Sharm el Sheik, la Sicilia potrebbe essere il nostro polo del Golf mondiale, le multinazionali garantiscono la continuità produttiva dei nostri territori, i nostri musei devono fare cassa come gli Starbucks, e anche Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, dal titolo di un immortale testo sempre del Grande Protettore del re delle salsicce.

Di solito quando cade un regime, perfino un “regimetto”,  passa qualche ragionevole tempo, sempre troppo breve, prima che i suoi nani e le sue ballerine tornino in auge, le sue attricette trovino un impresario per ridarsi al varietà, i suoi tirapiedi diventino ministri, i suoi pizzicagnoli riforniscano le cucine dei palazzi. Se non è così è un gran brutto segno.

 


Farinetti, da Fico a Pisello

farAnna Lombroso per il Simplicissimus

Come se non bastasse, tocca anche occuparsi del Pisello di Farinetti, simbolo della nuova chimera del patron di Fico che già esprime dal nome la sua filosofia,  quel pensiero ottimista che “non tiene pensieri” dei padroncini contemporanei, quel loro festoso fanatismo del fare, che poi sarebbe fare profitti, fare speculazioni, fare strame dei diritti e dei beni comuni per brandizzare la società, siano norcini che fanno export di salami, di rinascimento e di guglie del Duomo, o tenutari di pullman turistici, con scarsa attitudine alla selezione del personale alla guida, o rampolli in possesso di master prestigiosi convertiti all’accoglienza grazie a appartamenti di papà e mamma e case coloniche avite,  o giovani promotori di start app che interpretano e applicano la follia visionaria cara ad Erasmo e pure a Berlusconi e che deve essere alla base di ogni rivoluzione (la formula è del guru dello Slow Food, preferibilmente con la produzione di una birra “artigianale” della quale lo stesso Farinetti è comproprietario, venduta nei suoi supermarket a prezzi che vanno da 8,80 a 14,80 euro, o scegliendo Apple per chattare.

E vorrei anche vedere che non fossero allegri proprio loro che ci promettono  un avvenire migliore, anzi ce lo assicurano, probabilmente con Unipol, insegnandoci a affinare il gusto, a scegliere la nicchia piuttosto che il grande consumo, a schierarci secondo una discriminante certa costituita dalla predilezione per gli erborinati invece che per le caciotte, per il lardo di Colonnata invece che  per la coppa, per il riformismo invece che per la scaciata e volgare destra.

E infatti veniamo infatti a sapere, grazie a una intervista agiografica con tanto di santino del faccione contento, sornione e soddisfatto di prenderci ancora una volta per i fondelli, che Oscar Farinetti  ha deciso di lasciare in buone mani dinastiche la gestione della Fabbrica Italiana Contadina e la mission del tubo digerente per dedicarsi col Pisello alla sostenibilità del tubo di scappamento investendo talento e risorse nella cittadella dell’energia, Green Pea, la disneyland proposta a un target che dovrebbe andare dai gretini a Carlo d’Inghilterra, lo showroom della green economy  di 15.000 metri quadrati.

“Al primo piano, racconta l’immaginifico, metterò i veicoli a energia pulita, quindi elettrica, solare, a biometano, a idrogeno. Al secondo: mobili ecologici. Al terzo: abbigliamento in fibre naturali. Al quarto: ancora vestiti, ristorante, bistrot e bar. Al quinto: dopo quattro piani di negozio, l’ozio. Per 50.000 associati che ci credono. Con la piscina, il giardino pensile, le margherite fotovoltaiche e le pale eoliche disegnate da Renzo Piano”, che un po’ di dolce far niente è meritato dopo che si è fatto tanto per l’ambiente e per contrastare il cambiamento climatico percorrendo l’imponente e avveniristica costruzione che ospita le exhibition  costruita “valorizzando” il legno dei boschi  spazzati via dal tornado che devastò il Bellunese mesi fa, proprio come “valorizziamo” le foreste amazzoniche  convertendole nei nostri parquet.

Tanto per togliervi ogni dubbio in merito alla coscienza ecologica, risvegliatasi con più vigore in memoria delle prime esperienze militanti sul campo: la vendita della catena di elettrodomestici fondata dal babbo agli inglesi, e ditemi se non è una referenza coi fiocchi, il Farinetti torna nei luoghi dai quali è partita la sua utopia gastrica, germinata nel 2007 con Eataly e fiorita dieci anni dopo a Bologna con la Fabbrica italiana contadina,  quella Torino, che oggi potrebbe diventare uno dei luoghi deputati dell’ambientalismo, grazie al Treno per antonomasia che gufi e rosiconi luddisti vorrebbero fermare, incuranti della brutta figura al cospetto del mondo, tante volte già rischiata per via delle insane analoghe lotte incomprensibili dei suoi dipendenti, potenziali terroristi alla pari di chi sabota i compressori nei cantieri Tav, o per sgradite indagini condotte sulla trasparenza degli appalti dell’Expo, tutti sabotaggi ai danni del nostro Bel Paese che invece merita di diventare un meraviglioso luna park, una formidabile greppia globale, e la meta turistica più ambita se saprà diventare a partire dal suo Sud una grande  Sharm el Sheik.

Eh si la grande avventura del Capitano (aveva chiamato così i tutor, lui e Renzi in testa, convocati presso il suo Laboratorio di Resistenza Permanente,  che già questo meriterebbe una denuncia per abuso e oltraggio) è cominciata a Torino quando nel 2002 l’Oscar alla patacca mette su carta il progetto di EatItaly, benedetto sotto forma di disinteressata consulenza dal Petrini di Slow Food, officiato dal sindaco Chiamparino e da un’assessora molto influente, Tessore passata ma non è la sola, è processo fisiologico,  da Craxi a Renzi, che gli propone una serie di location appetibili. Ma lui non ha esitazioni, vuole talmente l’ex fabbrica della Carpano, che, per segnare il territorio, durante il sopralluogo ci fa la pipì. E la cosa funziona, perché casualmente, ma il fato aiuta gli audaci, sarà sorprendentemente proprio lui, in veste di unico partecipante, ad aggiudicarsi l’affidamento per concorso dell’area del complesso in concessione per 60 anni e dove in quattro e quattr’otto apre il primo Eataly frutto di un rapporto societario con la Coop e pronubo Slow Food, che per quell’operazione ha deciso di essere fast.

C’è ancora Coop  e in gran spolvero dietro alla conquista di Bologna da parte di Farinetti che si appoggia anche là all’impero rosso che conta già allora di 4 Ipercoop nella provincia, 33 supermercati Adriatica tra Bologna e provincia, 18 supermercati Coop Reno nella provincia, 16 minimercati Adriatica e 6 minimercati Reno, costringendo interi comparti e la città stessa ad adattarsi al suo modello e flusso distributivo dove è obbligatorio inserirsi per non star fuori dal sociale.

E infatti la comunicazione della salsicciopoli bolognese di Farinetti deve persuadere a fare un passo in più oltre “la Coop sei tu”, che per essere “Fico”, per non essere disadattati e marginali bisogna comprare là a prezzo più elevato quello che si trova sui banchi dell’influente partner ma anche su quelli sugli scaffali di qualsiasi Esselunga, di essere serviti dai volontari loro malgrado sotto contratto capestro che sono meno pagati e appagati dell’uomo Conad, ma portatori di ben altro messaggio morale, di mangiare in imitazioni di chalet, stube e hosterie, dove si mima la ristorazione altoatesina o calabrese, di passare la domenica in un baraccone squallido che dovrebbe Bengodi grazie alla narrazione virtuale, alla simulazione arcadica della mungitura di tre vacche smunte ridotte a comparse, della coltivazione di pallidi pachino, della preparazione di esangui cioccolatini nemmeno si fosse Binoche, per comprarsi l’appartenenza alla cerchia dei meglio – gourmet esperti, avveduti acquirenti, intenditori come Michele – grazie alle specialità uniche, introvabili e inimitabili di Rana, di Vinchi, di Mutti e Balocco, Granarolo in quello che doveva diventare, parola del patron, il monumento più visitato  d’Italia(reduce da un’esperienza gustativa ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/08/09/fico-secco/ ).

Non è stato così. Fico è naufragato insieme alla Leopolda e forse anche con l’eclissi degli imperativi categorici croccanti e acidi imposti dalle icone delle cucine televisive: pudicamente si tace su introiti, ricavi e guadagni (contrariamente a quando annunciato, Eataly non si è quotata in Borsa), non si conoscono le cifre delle frotte di visitatori, chi passa per la cittadella vede il mesto panorama postatomico delle infrastrutture obsolete, dei ristoranti tematici chiudi, dei parcheggi vuoti, che spiegano la svolta energetica del fondatore più ancora della sua confessione: ogni 10-12 anni mi stufo di quello che sto facendo, come d’altra parte succede a tutti i geni poliedrici salvo il suo amichetto di un tempo, ossessionato dalla politica, che non appartiene più alla cerchia delle più strette frequentazioni.

D’altra parte chi ha in testa la sua vocazione pedagogica e è posseduto da uno spirito di servizio che lo porta a combattere epiche battaglie, non può fermarsi a coltivare relazioni non redditizie e meno che mai indugiare nell’osservanza di regole: lui, rivendica, i suoi Eataly li ha aperti senza licenza. E nella politica e nelle amministrazioni sceglie chi come lui è pronto a forzare lacci e laccioli, premessi e certificazioni che ostacolano la libera iniziativa e pure la redistribuzione, pronti a applicare le leggi che il capitale scrive e in base alle sue urgenze, senza remore nell’identificarsi nel mercato e quindi nel benessere e nel progresso, proprio come ha sempre fatto il Cavaliere oggetto di tenera nostalgia: “l’altrieri, ha svelato, mi sono scoperto a parlare bene di Silvio Berlusconi, non le dico altro. Rimpiango il suo progetto per il ponte sullo Stretto di Messina. E sono totalmente a favore della Tav”.

E come lui a suo tempo, Farinetti sembra dire “ghe pensi mi” a salvare il mondo, a riparare i danni fatti dall’uomo con le virtù del mercato. A suo tempo Renzi gli offrì il ministero dell’Agricoltura: “rifiutai, dice, mi sentivo inadatto. Ma poi perché retrocedere? Eataly ha 42 negozi in 15 nazioni, dagli Usa al Giappone, dalla Svezia all’Arabia, dal Brasile alla Corea del Sud. Ogni giorno vende 800.000 prodotti italiani e mette a tavola 350.000 persone”.

E come no? con leader d’opinione come questi e un’opinione in cerca di leader come questi,  la critica dei consumi si fa uso e voga di moda, il commercio equo diventa etichetta di quello iniquo, il locale viene assorbito dal  globale. E l’ambientalismo diventa marca,  brand,  Pisello.

 


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