Annunci

Archivi tag: ospedali

Venezuela, il reality del grande fratello

Accendete la televisione e molto probabilmente cascherete su una fiction,  su un qualche notiziario o su qualche reality pensando che siano qualcosa di completamente diverso, invece si tratta  di un unico genere trattato però con stili diversi: le serie o gli sceneggiati sono dichiaratamente narrativi e ambiscono ad essere riproduzioni analogiche e  metaforiche della realtà, i notiziari vorrebbero restituire la realtà così com’è e i reality sono un semplice gioco di simulazione. Tutti insieme però collaborano all’irrealtà sia che lo dichiarino, sia che lo nascondano: anni fa fu coniato il termine infotainment, il giusto correlato oggettivo della politica spettacolo, ma era già troppo tardi per cogliere appieno l’effetto matrice che l’insieme dalla comunicazione andava creando man mano che essa si concentrava in poche mani. Negli ultimi dieci anni questo sistema si è  rodato sull’Ucraina e sulla Siria non limitandosi a produrre qualche menzogna, ma creando un intero quadro di riferimento completamente artefatto, così che anche quando da queste scatole nere ( nel senso che avrebbero in fisica) riescono a far baluginare segnali di realtà prodotti grazie al fatto che esistono pur sempre gli avversari, essi non vengono creduti  e non ottengono l’attenzione che dovrebbero: rimangono come gatti di Schrödinger, veri e falsi, contemporaneamente, in una indeterminazione etico – politica che smorza ogni reazione.

Il Venezuela è il capolavoro di tutto questo e recentemente.Mark Cook un giornalista che sta seguendo da tre anni la vicenda del Paese sud americano ne ha fa fatto un lungo racconto che sarebbe anche divertente se non fosse al tempo stesso un bozzetto della vergogna. Si comincia dal 2016: “Ero seduto nel mio appartamento a Caracas, leggendo l’edizione online di Time Magazine (19 maggio 2016)  ) il quale  riportava che ” in Venezuela non esiste nemmeno qualcosa di così basilare come l’aspirina “. Sono andato alla farmacia più vicina, a quattro isolati di distanza, e ho trovato  abbondante aspirina, paracetamolo  e ibuprofene  con un team di professionisti esperti per invidiare qualsiasi farmacia degli Stati Uniti. Pochi giorni dopo l’articolo di Time, la Cnbc (catena internazionale di tv a tema economico ndr) lo riecheggiava sostenendo che prodotti di base come il paracetamolo non erano disponibili, cosa piuttosto strana visto che questo farmaco viene prodotto direttamente dalla succursale venezuelana della Pfizer. Ho comprato i tre prodotti, più sciroppo per la tosse e altri farmaci da banco perché dubitavo che qualcuno mi avrebbe creduto negli Stati Uniti se non avessi potuto mostrare questi farmaci nella loro confezione originale.  In effetti, avrei dubitato di me stesso se qualcuno mi avesse detto questo senza darmi una prova concreta, data l’intensità della menzogna.

Quando ho menzionato tutto questo in un dibattito all’Università del Vermont, uno studente mi ha detto che aveva avuto la stessa sensazione quando partecipava al campionato di calcio Panamericano. Si chiedeva se i giocatori venezuelani sarebbero stati in grado di giocare  indeboliti dalla mancanza di cibo. Però, ha detto, la squadra venezuelana ha giocato in modo superbo e ha raggiunto livelli di competizione più alti del previsto, anche contro squadre titolate come Brasile e Colombia.”

man Maduro

Enorme manifestazione in appoggio a Maduro praticamente ignorata dalla stampa occidentale

In effetti tutte queste notizie hanno un solo scopo che va oltre lo stesso Maduro e che si  è incarnato in reportage della Cnn del 2 gennaio scorso in cui esplicitamente  veniva evocata “l’utopia socialista che oggi svuota praticamente tutti gli stomaci”. E’ una tesi  che ricalca pedissequamente la propaganda della guerra fredda, segno che il capitalismo non ha altro da offrire che pance piene di cibo spazzatura, per poi svuotarle una volta che i fumi e i veleni della digestione abbiano intorpidito le persone (il people come dicono i piddini) come vediamo bene nel nostro stesso declino. Così non ci si può nemmeno stupire della differenza tra le manifestazioni del bolivarismo che raccolgono centinaia di migliaia di persone, anche un milione, e quelle dell’opposizione che fanno numeri 15 volte inferiori, nonostante le generose dazioni, anche se poi le foto vengono opportunamente scambiate o “adeguate” già in ripresa nella narrazione occidentale. Ma del resto non potrebbe che essere così, anche se per caso i report dal Venezuela fossero veri: viene infatti nascosto che la maggior parte dell’opposizione non sta con Guaidò come ha pubblicamente detto, Henrique Capriles Radonski, governatore dello stato di Miranda, legato a doppio filo con Israele e uno dei competitori più in vista di Maduro tanto da essere stato il suo principale avversario nelle elezioni del 2012.

La cosa è meno leggera di quanto non si pensi: una grande manifestazione antigovernativa avrebbe potuto rendere possibile un colpo di stato, una manovra che gli Usa hanno utilizzato spesso – in Iran nel 1953, in Guatemala nel 1954, in Brasile nel 1964 e in molti altri casi fino a l’Honduras nel 2009 e l’Ucraina nel 2013. Ma l’affluenza alla “grande mobilitazione” annunciata dall’amministrazione Trump è stata deludente e il colpo di stato non è riuscito, Guaidò è ormai un morto che cammina ( vedi qui)  . Il risultato è che Trump ha improvvisamente espresso un vivo interesse nel consegnare medicine e cibo ai venezuelani, lo stesso uomo che ha nascosto la morte di 2500 persone a Porto Rico per mancanza di aiuti dopo un uragano e mette in gabbia i bambini  al confine con il Messico, da un’ora all’altra si è trasformato in un campione di aiuti umanitari: davvero irreale, grottesco, ma i media fingono di prenderlo sul serio. Anzi la maggior parte ​​ha oscurato informazioni provenienti dalla Croce Rossa e dall’ONU – che stanno già fornendo aiuti umanitari al Venezuela con l’approvazione del suo governo – rifiutando di amministrare aiuti statunitensi ritenuti uno stratagemma politico – militare come dimostrato anche dalla cattura di un aereo americano  pieno zeppo di armi invece che di aiuti.

Ignobili, ma divertenti anche le fole sugli ospedali che tendono a criminalizzare l’unico governo che abbia tentato di estendere la sanità anche ai ceti più poveri. Quando il New York Times ha prodotto alcuni articoli  sostenendo che le condizioni negli ospedali venezuelani erano orribili ha suscitato la rabbia dei colombiani a New York, i quali hanno notato che un paziente può morire alla porta di un ospedale pubblico in Colombia se non si  ha una onerosa assicurazione privata, raggiungibile solo da pochi, mentre in Venezuela, i pazienti sono trattati gratuitamente. Tali condizioni in Colombia come in altri regimi neo-liberali, non sono ovviamente menzionati dai media statunitensi pappa e ciccia con il regime colombiano di destra che direttamente o attraverso 800 aziende legate agli Usa ha governato con gli squadroni della morte. E del resto basterebbe solo riferirsi al fatto che i governi bolivariani del Venezuela hanno creato 12 nuovi grandi ospedali e ne hanno ristrutturati e ammodernati oltre cento: tutte cose che vengono in un certo senso censurate per cui poi non si capisce come mai la maggioranza dei venezuelani stia con Maduro, nonostante una informazione interna all’80 per cento in mano ai magnati dell’opposizione.

Ma sono considerazioni assurde perché tutto questo è solo un reality da grande fratello, la sordida finzione di un sordido potere.

Annunci

Le Olimpiadi della mazzetta

Presentazione di PowerPointAnna Lombroso per il Simplicissimus

A volte ho la tentazione di copiarmi, di fare copia incolla con post del passato su vicende che, come sempre succede non hanno insegnato nulla ai posteri. In questo caso potrei riprendere solo cambiando il nome della città, quelli scritti per motivare il fermo no alle Olimpiadi a Roma di tutti quelli che avevano e hanno a cuore la tutela del territorio da speculazioni e da opere e eventi che hanno come unico fine promuovere corruzione e malaffare a spese dei cittadini.

In realtà mi sbaglierei perché su questo argomento le lezioni della storia anche recente hanno insegnato qualcosa, ma non a tutti. Ad esempio Calgary nei giorni scorsi, con una disposizione della sua amministrazione comunale ha deciso di ritirare la sua candidatura  ad ospitare le Olimpiadi invernali del 2026, ratificando il risultato di un referendum consultivo in occasione del quale il 56% dei votanti ha bocciato la proposta. I fautori del no, contro una campagna pressante condotta dallo stesso sindaco, hanno motivato il loro dissenso dimostrando semplicemente che gli investimenti necessari, sottratti a altre voci fondamentali (salvaguardia dell’ambiente, assistenza, istruzione) del bilancio del comune, sarebbero stati in massima parte finanziati  da un aumento delle imposte di famiglia per i prossimi 25 anni. Ed anche rendendo noto che già in fase preparatoria il budget per sostenere la designazione è stato del 600%.

Insomma le motivazioni erano le stesse che originarono l’opposizione di monti e della giunta Raggi, e che  avrebbero dovuto dissuadere altri potenziali candidati insieme a qualche elementare constatazione: la  scia di opere incompiute – basti citare la Città dello sport a Tor Vergata, con due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009–o che si sono dilatate oltre ogni pessimistico pronostico di tempi e di costi che resta dopo giandi eventi sportivi, il dato che per onorare i suoi impegni con gli organizzatori delle Olimpiadi, lo stato di Rio de Janeiro è stato costretto a tagliare le spese per servizi e salari dichiarando lo stato di “pubblica calamità”, come accade in caso di terremoto o inondazioni e rivelando che  si era arrivati al “totale collasso della sicurezza pubblica, della salute, dell’istruzione, della mobilità e della gestione ambientale”, o che la Russia per Sochi ha speso  50 miliardi, o che  Montreal ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 ma attualmente senza padrone, ridotto a archeologia monumentale, o che Tokyo ha visto lievitarei costi  da 7,3 miliardi iniziali ai 30 miliardi di dollari attuali. Ed è misericordioso tacere sui giochi di Torino, sugli edifici compreso il villaggio olimpico da145 milioni, ridotti a ricetto di criminalità, sulle piste che avevano obbligato al disboscamento e alla  cementificazione del paesaggio montano e che ora spiccano come scheletri abbandonati a damnatio memoriae della hybris nostrana.

Macché. Un giorno fa il tandem  Milano-Cortina ha presentato il progetto di candidatura all’Olimpiade invernale 2026  davanti ai membri dell’Anoc, l’assemblea dei Comitati Olimpici Nazionali. Venti minuti con gli occhi addosso, scrive il Corriere esultante e palpitante, per cominciare a convincere chi materialmente a giugno 2019 voterà la città olimpica della bontà del dossier italiano rispetto a quello della concorrente Stoccolma. Sul palco si sono alternati il presidente del Coni, il sindaco di Milano, il governatore del Veneto e Arianna Fontana,  fuoriclasse nostrana dello short track, in qualità di gentile ambasciatrice. Nel menù anche un filmato che sottolinea le eccellenze del Lombardo-Veneto (e non solo) e il logo della candidatura, che inevitabilmente cita il Duomo e le Dolomiti.  Il prossimo passaggio sarà la presentazione del masterplan, incluse le garanzie finanziarie, a Losanna l’11 gennaio.

Tutto fa pensare che se una iniziativa parte in perdita, ma ci si impegna per realizzarla contro buonsenso e interesse generale, qualcuno conta, da quello spreco, di guadagnarci.

Presto detto, lo si doveva alla capitale morale, forte dell’esperienza dell’Expo, dimentica che quel ballo excelsior  è stato il laboratorio delle più famigerate misure antisociali e antiecologiche, sottoposto a commissariamenti e controlli delle autorità anticorruzione impotenti che hanno dovuto digerire malaffare e infiltrazioni mafiose dimostrate in nome dell’equivoco più illegale imposto dalle leggi, e cioè che si trattava di un’opera di interesse generale che non si poteva né doveva fermare, rendendo una serie di irregolarità e reati, legittimi e autorizzati. Un principio quello che paghiamo e pagheremo caro, digerendo tav/triv/mose/ magari ponte sullo Stretto? grazie alle minacce del racket del cemento e alle intimidazioni della cosca delle penali davanti alle quali il governo piega la testa.

Presto detto, lo si doveva alla regione che vanta una serie di primati di efficienza, come nel settore dei rifiuti o in quello dell’assistenza sanitaria, come si evince da recenti casi di cronaca, per non dire dei record di consumo del suolo, secondo i dati dell’Ispra e della stessa regione:  Veneto, e nel dettaglio Verona, maglia nera nella classifica del suolo consumato nel 2017, con 1.134 ettari consumati in un anno e una percentuale di incremento pari allo 0,50%, superficie più colpita dalla cementificazione e impermeabilizzazione del territorio, doppiando la media nazionale.

L’accordo tra i due partner potrebbe fare da motore e esempio costruttivo, è il caso di dirlo, a ben più alte future alleanze. E c’è da preoccuparsi pensando a quale ideologia si ispira il governo di Milano, una città bevuta e ubriaca dei fumi di una visione megalomane che un grande urbanista, toccato dalle conseguenze delle olimpiadi barcellonesi del ’92 chiama   “necrourbanismo”, specializzato  cioè nel generare spazi vivi per il capitale e per la circolazione delle merci, mentre in cambio condanna alla morte, depreda, manomette tutti gli spazi pubblici, di convivialità, di reciprocità, di socialità. O il governo del Veneto, che, tanto per far presto a definirlo, si ispira al modello Benetton, all’occupazione cioè del sistema economico e sociale  attraverso un gioco di scatole cinesi in modo che un padronato locale spregiudicato al servizio di un ceto sovranazionale in regime di monopolio, occupi e si impossessi con manovre speculative dei gangli vitali: spazi comuni compresi i luoghi della produzione culturale, immobili pubblici espropriati e svenduti,  appalti e concessioni, territori, strade, stazioni, editoria e, tanto per non andare lontani, anche lo sport con il sostegno a candidature del passato fortunatamente tramontate e con la partecipazione in squadre di basket e rugby, oltre a quella nella competizione più praticata, lo sfruttamento dei poveracci in patria e altrove.

C’è davvero da preoccuparsi perché è possibile che queste Olimpiadi che nessuno vuole, le concedano proprio a noi, ridotti a hangar, trampolini di lancio, basi militari dove conservare le porcherie che posti e popoli rifiutano, mesta espressione geografica ridotta in stato di servitù, che come le vecchie contesse in miseria si vende i gioielli per comprarsi i pennacchi da inalberare alla prima della Scala.


Epidemia e carenza: due pezzi facili sull’America

San-Diego-epidemia-di-Epatite-ASono di quella generazione che ha visto i più giovani di qualche anno sognare California, un vizio che ancora non hanno perso, anzi hanno trasmesso ai propri figli. Ma qualcosa ora comincia a non tornare nelle mitologie che di volta in volta vengono rinnovate e oggi succede che quel modello apparentemente così inclusivo e per certi versi lontano da quaccherismo della cintura biblica, mostra le sue piaghe: l’epidemia di epatite A che si è diffusa fra i senza tetto di Petco Park a San Diego, nei dintorni del quale più di vent’anni fa il sottoscritto prese una multa per un divieto di sosta non segnalato, ha qualcosa di allegorico dell’America di oggi, ma anche di significativo della totale confusione di giudizi e di valore nel quale viviamo.

Tutto nasce dall’aver voluto sgomberare i senza tetto temporaneamente ospitati attorno alla stadio di Baseball costruito sull’area nel 2003 e in grado di usufruire dei servizi igienici dell’impianto sportivo, rafforzato anche da toilette chimiche. Poi un torneo sportivo di livello nazionale ha indotto allo sgombero dei poveracci attuato con un metodo semplice ed efficace: la chiusura di tutti i bagni e le toilettes costringendo gli homeless a spargersi sul territorio, senza poter nemmeno ricorrere ai sacchetti di plastica per i loro bisogni, visto che nella contea di San Diego sono vietati per motivi ecologici. Poco importa poi che ci sia un aeroporto fumigante di cherosene proprio in mezzo al cuore cittadino e che la prospicente base della marina, la più grande della Us Navy, comporti un continuo pullulare di aerei ed elicotteri: non c’è ecologia che tenga quando si tratta della sicurezza nazionale e degli affari del turismo.

Insomma le deiezioni non contenute in nessun modo hanno man mano incubato l’epidemia che ha fatto finora una ventina di morti e non solo fra i senza tetto. Ma è il contesto ad essere importante: la California infatti è al contempo lo stato più ricco degli Usa, ma anche quello che ha il maggior numero di senza tetto, circa 115 mila persone che costituiscono un quinto di quelli dell’intero Paese. Senza dubbio stupisce un così alto numero di persone che non è in grado nemmeno di acquistare una roulotte usata, quella che salva milioni di americani con tettuccio più che con tetto ed è ancor più indicativo ai nostri fini che tutto questo si verifichi dentro una mentalità liberal che vieta ad esempio agli agenti di polizia di costringere gli homeless ad andare negli appositi dormitoi dopo le 9 di sera. Si sono fatte molte giuste battaglie per i diritti dei senza tetto, ma evidentemente nessuna perché essi non lo siano più: una delle caratteristiche, delle stigmate del peculiare progressismo regressivo suggerito dal pensiero unico globalizzante.

E’ un po’ come l’incongruenza di immagine saltata fuori dopo che l’uragano Maria ha colpito i caraibi e il Texas: si è scoperto che tutti gli ospedali Usa soffrono di una gravissima carenza di soluzione salina perché gli unici stabilimenti di produzione sorgono a Portorico e sono stati distrutti dal ciclone. Ma perché la soluzione fisiologica che dopotutto è solo acqua purificata con cloruro di sodio, in certi casi fattibile anche in casa, si produce unicamente nell’isola caraibica? Perché esiste un monopolista, uno dei tycoon di Big Pharma, ossia la  Baxter che ha la sua convenienza a sfruttare i bassi costi del lavoro dell’isola. Il fatto è che un litro di soluzione standard allo 0,9% per cento, ha costi di produzione così bassi, intorno ai 3 – 4  centesimi di dollaro, inclusi gli ammortamenti degli impianti, che il suo prezzo di vendita di 300 o 400 volte superiore ( un ricarico del 10 mila per cento tanto per intenderci)  sarebbe molto conveniente anche se negli stabilimenti ci lavorassero tutti i nobel della chimica e della medicina  Siamo insomma di fronte a una situazione provocata da iperbole di profitto che tuttavia è la via maestra indicata dal neoliberismo.


Sciocchi e sceicchi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il fenomeno della trasfigurazione amorosa può verificarsi anche nel contesto della pura speculazione e dell’avido profitto,  che si giovano degli accorgimenti della propaganda “acchiappacitrulli” più spudorata.

Basterebbe vedere la pubblicità insinuante di un Hotel della catena Marriott situato nella laguna di Venezia, alla cui cucina potrebbe accedere l’iaspirante vincitore di una di quelle tremende e ferine competizioni  tra sguatteri, incapaci di prodursi anche di una besciamella, messi in croce da perversi satrapi masterchef,  e che trasforma l’isola, una volta adibita a accogliere e isolare i malati di petto, in un paradiso a un tempo del lusso e della biodiversità, grazie a un miracoloso microclima mai manifestatosi in tempi antichi e che oggi, grazie agli uffici della prestigiosa multinazionale alberghiera, favorisce lo sviluppo di piante rare e preziose. Senza alcun senso del ridicolo, dopo aver cambiato anche il nome dell’Isola da Sacca Sessola, denominazione sgradita in quanto evocativa di contagi e annesse malinconia, in Isola delle Rose, le immagini mostrano la mesta e severa facciate del vecchio nosocomio, convertita, miracoli del Mercato, in desiderabile corpo centrale del sibaritico relais, con tanto di approdo, anche quello mutato da darsena per ambulanze in arrivo peri motoscafi di prestigiosi clienti.

È proprio una mania, un’ossessione che ha colpito il ceto dirigente e imprenditoriale veneziano, la conversione di antiche strutture ospedaliere della città, in non sorprendente sincronia con la fine dell’assistenza pubblica e la implacabile espulsione dei residenti dalla città, in alberghi di lusso, grazie al ricorso altrettanto compulsivo all’istituto magari legale ma non sempre legittimo, di destinazione  d’uso. Ormai applicato anche estemporaneamente, vista la facilità con la quale  siti archeologici e monumenti storici si prestano a diventare location per convention, cene sociali, pranzi di nozze e sfilate di intimo.

Adesso pare che ci sia un ripensamento a leggere frettolosamente  i comunicati che annunciano il provvedimento dell’amministrazione comunale che segnerebbe la fine delle licenze e delle concessioni facili per residence, hotel e B&B. Ma  a guardar bene la misura non è poi così draconiana, visto che a decidere sulle autorizzazioni sarà lo stesso comune, caso per caso – a sancire il primato inarrestabile della discrezionalità e dell’arbitrarietà – in nome della solita mistificazione, quella balla stratosferica che parla di interesse superiore e ,che raccomanda di favorire speculazioni, predazioni, saccheggi, espropriazioni, in modo da promuovere crescita, quella che caccia gli abitanti per concedersi a pellegrini dello sfarzo, e dell’occupazione, quella che ci vuole camerieri, locandieri, portabagagli. Il tutto in un posto unico e fragile dove a fronte di  55 mila residenti (in calo rilevazione dopo rilevazione) ci sono 47 mila posti letto a disposizione (in crescita),  che, calcolando quelli illegali e sfuggiti al controllo fiscale, supera di gran lunga il rapporto di 1 a 1. E dove sono oltre 10 milioni e mezzo i visitatori del centro storico nel 2016, con una permanenza media di 2,26 notti, più di tre volte dei turisti che si fermano in terraferma.

E comunque il peggio è fatto, a guardare come si sta perseguendo sfacciatamente il disegno di realizzare la perfetta Morte a Venezia, usando come laboratorio proprio il Lido, che  grazie all’appoggio entusiastico che la neonata Agenzia di sviluppo per Venezia – voluta dal sindaco Brugnaro e guidata da un lidense come Beniamino Piro – ha dato al progetto appena presentato da Cassa depositi e prestiti,  si doterà di due resort di lusso da 300 stanze e 600 posti gestiti da Th Resorts e Club Mediterranée, con oltre mille metri quadrati di spazi commerciali, due piscine a mare di fronte alla spiaggia e un centro benessere che promuoverà – come ha sottolineato  Brugnaro – la sua “ vocazione sanitaria” nel solco dell’area prescelta. Perché anche stavolta il sito e i fabbricati son o quelli dell’ex ospedale al Mare.

Ma non basta,  si parla di un altro resort nell’ex colonia Enel degli Alberoni – portata avanti da Marzotto e una cordata di imprenditori vicentini –  e prende corpo la rinascita dei due hotel Excelsior e Des Bains, quello di Gustav “von” Aschenbach e di Tadzio, grazie al generoso prodigarsi di  Manfredi Catella, fondatore e amministratore delegato di Coima sgr, che ha annunciato con gran pompa il via libera all’operazione di ristrutturazione del fondo Real Venice I, oggi fondo Lido di Venezia, con un budget di 250 milioni, quella Coima che vanta la partecipazione di influenti “fondi sovrani”, prima di tutto quello del Qatar, di Abu Dhabi e altri meno o più tristemente famosi.

Agli abitanti del Lido, umiliati, invasi, espropriati, impoveriti di servizi e bellezza dopo alcuni interventi assassini compiuti sulla vegetazione, i viali, le spiagge leggendarie, resterà l’amaro piacere di assistere alla miracolosa trasfigurazione dello sterco del diavolo marchiato Qatar in ambiti, desiderabili  e graditissimi investimenti. Perché con buona pace dell’imperatore coi boccoli, dei suoi compagni di merende sauditi, di un’Europa ridotta a ridicolo re Travicello, non c’è da dubitare che,  anche in vista delle nuove spese che comporta l’appartenenza all’alleanza atlantica, quelle da erogare in armamenti atti a dimostrare l’indole all’ubbidienza e al servilismo,  tutti guardino con grata riconoscenza al munifico erogatore di discutibili risorse, quattrini incriminati, ma che già  hanno permesso alla Qatar Holding di comprarsi  un intero quartiere  di Milano, quello di Porta Nuova, e poi Olbia, Firenze, Porto Cervo,  con programmi e  progetti che spaziano dall’immobiliare alle banche centri dello shopping a Milano, Firenze, Roma, Pisa e Modena, su 6000 metri quadrati e del valore complessivo di 50 milioni,  fino ad arrivare alla moda in una ragnatela di intrecci che ha la stessa griffe: Al Thani, la famiglia reale di Doha che governa il Qatar dal 1850 circa, strapotente e indisturbata anche sotto protettorato britannico.

E dire che ci si preoccupa tanto per l’invasione di immigrati e profughi che arrivano sui barconi, superano monti e scavalcano muri, che ci si spaventa per la loro fede religiosa incompatibile con valori democratici, che ci si turba per la presenza di irregolari extracomunitari poco inclini  all’integrazione e molto a prestarsi a azioni trasgressiva e criminali, quando invece siamo diventati noi i veri vu’ comprà che si svendono coi beni di fami9glia anche l’antica dignità.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: