C’è una cosa che ha accomunato l’Occidente appena uscito dalla seconda guerra mondiale, ovvero il culto di Churchill di cui Trump è ancora un fan sfegatato, tanto da avere un busto dello statista inglese sulla sua scrivania. Se Hitler, nella sua ansia patologica per il Lebensraum, avesse aspettato di domare la Britannia prima di scornarsi con l’Unione Sovietica, oggi ne avremmo un’idea molto diversa, non quella dello statista che con assoluta determinazione ha salvato l’impero britannico, ma quello di un conservatore elitario e guerrafondaio che aveva cacciato il suo Paese nei guai. Sapeva di poter contare sugli Stati Uniti e sulla loro intenzione di entrare nel conflitto: la sua determinazione era quella di un signorotto con le spalle coperte. Ma non mettiamo troppa legna in fascina, c’è qualcosa che potrebbe legare Trump e Churchill più da vicino: fu infatti quest’ultimo, nella sua funzione di primo Lord dell’Ammiragliato, ricoperta dal 1911 al 1915 a ideare lo sbarco dei Dardanelli, altrimenti chiamata campagna di Gallipoli, che fu una delle più umilianti sconfitte dell’Inghilterra nella sua storia.

Con l’idea di liberare lo stretto dei Dardanelli in mano alla Turchia, allora ancora impero ottomano e alleato degli imperi centrali, per permettere il passaggio di navi e rifornimenti da e per la Russia, progettò e impose questo delirante tentativo di invasione, pensando che l’esercito turco fosse disorganizzato, debole, quasi anacronistico. L’idea era di forzare lo stretto con una flotta anglo francese che avrebbe poi sbarcato una forza d’invasione destinata nell’immaginazione a raggiungere in breve tempo Istanbul, e si pensava che una decisa azione navale, collegata a uno sbarco avrebbe in breve suscitato una rivolta della popolazione contro il governo di Enver Pascià e costretto gli ottomani alla resa. Ma erano illusioni, perché a dirigere le truppe turche c’erano ufficiali tedeschi, poi perché i forti dei Dardanelli erano difesi da ottimi cannoni della Krupp, in particolare da obici da 152 millimetri che erano anche molto mobili e potevano essere spostati in continuazione, evitando il tiro navale. e infine perché i turchi non pensavano nemmeno a rivoltarsi proprio nel momento in cui venivano aggrediti. Già la campagna navale iniziale fu un disastro con numerose navi gravemente danneggiate o affondate, tra cui tre corazzate e un incrociatore da battaglia. Ciò indusse a pensare che la questione non avrebbe potuto essere risolta solo a distanza grazie ai grossi calibri delle navi e sarebbe stato necessario uno sbarco in grande stile con questo risultato: 250 mila caduti nel corso di un anno di inutili scontri, fino a che le truppe dell’Intesa dovettero andarsene, non prima però che Churchill fosse sostituito da lord Balfour a cui, dopo la fine della guerra, fu dovuta la sistemazione del Medio Oriente nel modo che sappiamo.

La settimana scorsa Douglas MacGregor ha sottolineato la sinistra analogia con ciò che l’amministrazione Trump sta tentando di fare nella guerra contro l’Iran. Avverte che qualsiasi forza statunitense che tenti di sbarcare su qualche isola nel Golfo Persico o sulla costa dello Stretto di Hormuz andrà incontro a perdite catastrofiche a causa della formidabile potenza di fuoco di cui dispone l’Iran. E non si tratta solo di armi: al pari di quello dei Dardanelli il territorio costiero iraniano è abbastanza impervio e sovrastato da montagne, quindi è difficile avanzare oltre i primi tratti di spiaggia, anche ammesso che le navi possano arrivare a distanza utile senza essere danneggiate o affondate dal tiro iraniano. Come scrive un noto commentatore: “La spavalderia di un presidente che ha evitato la leva per la guerra del Vietnam, unita a un segretario alla Guerra puerile e psicotico, e a un’immagine hollywoodiana di un eroe alla Churchill, è una ricetta per il disastro.”

Ovviamente Trump ha il busto di Churchill sulla scrivania, ma è improbabile che abbia una qualsiasi cognizione storica e la consapevolezza che il suo idolo fu l’autore di un inutile massacro che gli costò il posto. Né probabilmente è a conoscenza del fatto che fu proprio Churchill a convincere l’amministrazione Eisenhower ad avviare un’operazione di cambio di regime nel 1953, dopo che il primo ministro Mohammad Mossadeq aveva nazionalizzato l’industria petrolifera del Paese fino ad allora in mano ai britannici e anche ad azionisti di rilievo come la Casa Savoia. Ma questa è un’altra storia. Fu il MI6 a condurre tutta l’operazione che portò sul trono quello Scià così amato dalle cronache mondane, ma che in realtà non era altro che un feroce dittatore. Così il fantasma di Churchill aleggia sulla testa (si fa per dire) di Trump: quasi l’alfa e l’omega di un tentativo di sottomissione lungo un secolo.