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Se proprio vuoi sparì’, va in Metro C

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Se invece vuoi spari’ va in metro C”, canta un comico che ha dedicato alcune terzine in musica alla metropolitana della Capitale. Nata da un  immaginifico auspicio a sfondo religioso – che poi quale divinità è più idolatrata del dio denaro? –   quello di unire le due grandi basiliche, San Pietro e San Giovanni, con un collegamento sotterraneo veloce, il percorso sotterraneo tra i due monumenti della cristianità è diventata una via crucis.

Non c’è stato candidato, nominato, eletto, dimissionato che non abbia vantata la sua paternità vera, il sostegno personale al progetto e all’intento sociale che lo ha promosso, insieme a quello “confessionale”, quello di permettere ai romani di raggiungere il centro con i mezzi pubblici da tutto l’hinterland:  in costruzione dal 2007, è progettata infatti per attraversare la città da nord-ovest, nel quartiere  Della Vittoria, alla periferia est estendendosi oltre il Gran Raccordo Anulare per una lunghezza originariamente prevista di circa 25,6 km e 30 stazioni passando per il centro storico.

Nella realtà possiamo dire che la Metro C è un laboratorio sperimentale, di vizi, crimini, reati, approssimazione, incompetenza, dei quali c’è ben poco da vantarsi.

Prima di tutto è esemplare della colpa della quale il ceto dirigente locale e nazionale si macchia ogni giorno, non garantendo alla cittadinanza il diritto di muoversi e circolare liberamente con i mezzi pubblici nella città nella quale paga le tasse, contribuisce ai servizi, dovrebbe poter usufruire di luoghi, arte, bellezza, beni comuni. Invece 3 milioni di residenti (ma perfino qui le cifre non tornano), più migliaia e migliaia di turisti, più altre migliaia di pellegrini sono defraudati di questa possibilità, per il traffico aggravato dal fatale ricorso all’auto privata, per le condizioni invivibili dei mezzi pubblici, per  i tagli, “officiati” come un doveroso atto sacrificale, un’offerta alla crudele divinità del pareggio di bilancio, di decine e decine di linee di bus, per gli incidenti quasi quotidiani alle altre due linee della metropolitana e così via in un mortale stillicidio di ostacoli, accidenti, sabotaggi, soprattutto effetti di politiche e decisioni casuali, occasionali, senza una strategia e una programmazione se non quella dell’efficiente e capillare diffusione di metodi clientelari e familistici, quelli sì esercitati con talento professionale.

Poi, ma non avevamo bisogno di questa ulteriore conferma, segna il fallimento prevedibile della strumentazione amministrativa e giuridica prevista dalla Legge Obiettivo, più che un quadro di norme, un sistema nato per favorire con i criteri del monopolio, dell’opacità e dell’irresponsabilità le cordate padronali che hanno occupato tutti i suoli d’Italia, in questo caso quel consorzio   che annovera i nomi di Astaldi, Vianini,  Caltagirone, l’Ansaldo, azienda “pubblica”, colossi della cooperazione, personalità “inviolabili” insomma, anche se discutibili, se per la tratta San Giovanni- Colosseo il direttore dei lavori era quel Perotti della gang Incalza-Lupi. Perché il bello – per loro ovviamente e di quelli che una volta venivano chiamati i loro padrini politici, prima che il rapporto di protezione e potere si rovesciasse  – della legge Obiettivo, che Cantone ebbe a definire “criminogena”, è che è nata per liberare da ogni responsabilità le imprese di costruzione e le loro ramificazioni giù giù per li rami, in sub-appalti, studi professionali, affidamenti:  il costruttore ha solo l’impegno di realizzare i lavori per  poi consegnare l’opera finita all’ente appaltatore,  non ha interesse sulla qualità, sulla destinazione, sulla sua efficacia, sulla sua gestione. Finita la costruzione sono finiti i guadagni  questo spiega perché  in 15 anni di operatività della norma, sono stati realizzati poco più del 15% delle opere previste e meno di 1/3 degli investimenti programmati.

La sua storia dimostra come, cancellati i criteri e i requisiti di  razionale  programmazione e utilità sociale, gli interventi sul  territorio diventino  oltre che oggetto di sprechi economici e ambientali inaccettabili, permeabili a speculazione, corruzione, criminalità organizzata. E come  non sia sufficiente individuare e sostituire i titolari, se l’unico meccanismo di contrasto efficace si rivela l’interruzione dei flussi di danaro, cioè del contratto di appalto, soprattutto  quando è la corruzione stessa che ha determinato la natura delle operazioni come nel caso del Mose. Quello che non fece Berlusconi, lo completa Renzi, si sa, così tra Sblocca Italia e “semplificazioni”  resta centrale ed egemonica   la figura del contraente generale, gruppo di imprese appaltanti che può scegliersi addirittura il direttore dei lavori, secondo la moda in voga di controllori controllati da se stessi, controllando così se stesso,  intorno alla quale si coagulano  ingenti risorse,  quell’enorme arcipelago di società piccole e grandi che  ruotano attorno a opere pubbliche e project financing (sarebbero più di ventimila) e che condiziona, blandisce e ricatta le amministrazioni pubbliche, i decisori, i rappresentanti.

Anche grazie alla Legge Obiettivo, la Metro C è diventata, come se non bastasse, un laboratorio “empirico”: in quasi di 10 anni  i lavori sono stati condotti senza  programmazione, andando per tentativi, forse per dare una conferma di quel talento italiano che si chiama improvvisazione, in assenza dei necessari  rilevamenti archeologici, dell’effettiva sostenibilità delle vecchie tratte in vista dei collegamenti, di ostacoli di natura strutturale e geologica che non erano stati previsti e calcolati fina alle trivellazioni rivelatrici. Come ha dimostrato lo scandalo nello scandalo dell’interscambio   nella stazione di San Giovanni, che doveva essere completato nel 2011, che ha richiesto  varianti in corso d’opera per oltre 50 milioni di euro   perché, come si seppe da qualche breve in cronaca, non si  riusciva a trovare i tunnel e  i passaggi per l’incrocio e lo scambio delle linee, tanto che perfino i Vigili del Fuoco  hanno chiesto il fermo dei lavori per evidenti condizioni di rischio.

Non sono un tecnico, non sono un urbanista, sono solo sospettosa e più volte mi sono chiesta perché anziché valorizzare il trasporto di superficie con mezzi veloci, ecologici, numerosi, si sia invece deciso di realizzare un’opera pesante, che esercita una pressione incalcolabile in termini di inquinamento acustico, di vibrazioni, di interazione con un sottosuolo fitto di memorie del passato. E che finora ha unito, sottoterra, periferia a periferia. Ogni volta mi sono data  spiegazioni malevole   sull’abiura della  finalità di interesse generale della classe politica locale e nazionale. Compreso l’onesto marziano che – pure lui – ha inaugurato, terzo dopo Carraro e Rutelli e in gran pompa la Metro C, incurante del fango e delle tossine che circolano in quel sottosuolo:  “mancanza di trasparenza ed efficienza”, irragionevoli “vantaggi riconosciuti al contraente generale dell’opera”, “lievitazione dei costi a fronte di un ridimensionamento del progetto”, se Roma Metropolitane srl, società controllata dal Comune di Roma e il Consorzio Metro C (associazione temporanea di imprese tra le società Astaldi, Vianini Lavori, Consorzio Cooperative Costruzioni, Ansaldo Trasporti sistemi ferroviari) dovranno rispondere di fronte alla Corte dei Conti per come  hanno gestito la realizzazione dell’appalto per i 25 chilometri di tracciato, con un solo tratto consegnato e funzionante, 15 stazioni per 12,5 chilimetri da Monte Compatri/Pantano a Centocelle e i 9 chilometri in costruzione da Centocelle a Fori Imperiali), e il cui costo per le casse dello stato   è già lievitato dal valore iniziale di 3.047.424.000 euro a 3.739.863.000 euro.

Ma non basta: oggi apprendiamo che   a 4 giorni dall’inizio del Giubileo, i lavori per la Metro C si fermano. Il Consiglio di Amministrazione della Società Metro C ha deciso di sospendere i lavori lamentando i “mancati pagamenti per oltre 200 milioni di euro”. “Se nel corso dell’ultimo anno la città di Roma è stata dotata della terza linea di metropolitana – spiega in una nota la società Metro C – tale risultato è stato conseguito nonostante i plurimi gravi inadempimenti dell’Amministrazione che hanno costretto il Contraente Generale, fra l’altro, a supplire con le proprie risorse ai mancati pagamenti per oltre 200 milioni di euro dovuti, negli ultimi due anni, per lavori regolarmente eseguiti e certificati. Tale situazione è stata ripetutamente segnalata a tutti i livelli della Pubblica Amministrazione che ha dichiarato di non avere disponibili le necessarie risorse finanziarie”. Come a dire che i trionfi di Roma si fanno coi fichi secchi. Peccato che a pagare perfino quelli saremo sempre noi, per giunta pigiati dentro tram sferraglianti, bus ansimanti, prigionieri di tutte le strade. che se te piace de puzza’ prendi la Metro A, ma se vuoi davvero spari’, piglia la Metro C.

 

 

 

 

 

 

 


Quo vadis Roma?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da sospettare che uno dei caratteri della nostra autobiografia nazionale consista nel repentino passaggio da cronaca a oblio, senza transitare nella storia. È successo sempre, ma mi limito a citare il secolo breve: marcia su Roma, imprese coloniali, leggi razziali, fascismo ladro e corrotto, guerra sanguinosa, sospensione della giustizia ai fini di una finta pacificazione, costituzione inapplicata,  e a ripetere all’infinito regimi ladri e corrotti, partecipazione a guerre sanguinose, sospensione  della giustizia in favore di leggi ad personam, Costituzione prima disattesa poi stracciata.

Succede che il ricordo a fini storici venga cancellato o perpetuato tramite giornate e commemorazioni annuali, in modo d dimenticare tutti gli altri giorni, o attraverso monumenti, tirati giù con violenza dai piedistalli o eretti come quello al macellaio Graziani approvato da una giunta di centro sinistra e ci si augura sospeso, o la casa del fascio a Predappio promossa a oneroso quanto indispensabile sacrario della conoscenza storica.

Leader nel bene e nel male, a meno che non dimostrino una certa inclinazione immortalità come successe con Andreotti, dirigenti politici autori di svolte storiche, ladroni e santi, criminali e maestri di vita durano poco nell’immaginario, giusto il tempo di schierarsi per sentirsi a posto, in linea con varie topologie conformismo e ad ondate più o meno consolidate di pensiero comune e via, pronti per l’almanacco, per i supplementi illustrati dei quotidiani e dei settimanali e che ogni anno regalano le foto già ingiallite nella nostra testa del recente passato e che sfogliamo con sorpresa.

Succederà anche a quello che ormai universalmente viene definito il “povero Marino” e che in qualità di vittima, che è giusto riconoscergli anche per quando riguarda il suo personale contributo al sacrificio umano, spera di guadagnarsi una fettina di immortalità lanciando minacce per niente trasversali di tirar giù tutti, come sempre fanno i sansoni piccoli o grandi – e francamente veder crollare un po’ di filistei non spiace a nessuno.

La cronaca adesso gli regala titoli di testa e notorietà, gode di un consenso ineguagliato nella sua sorprendente carriera politica, è osannato da fan e premiato da petizioni, ma non ha la tempra – e questo gli va riconosciuto, per restare in sella malgrado il cavallo sia caduto giù dal piedistallo, non verrà chiamato in futuro a Porta a Porta, all’Aria che tira, a Piazza Pulita, a Otto e mezzo insieme a sinistri figuri che hanno devastato come unni le nostre esistenze, il lavoro, i territori, le speranze e che vengono invitati in qualità di tecnici dell’austerità, di fautori sia pure obsoleti del golpe in corso, che poi sono quelle ormai le uniche concessioni al ricordo, riproporci le facce della nostra rovina, cui dobbiamo assuefarci come a una patologia cronica.

È successo per Craxi, l’unico per il quale si sia applicato il teorema che da lui ha preso nome, visto che adesso si può essere presidenti di regione,m sindaci, premier senza sapere nulla degli illeciti commessi dai propri assessori, collaboratori etc. In fondo è successo perfino a Berlusconi, dagli altari alla polvere, resta in vita grazie ai custodi della sua sporca ideologia di maneggione e in virtù dei suoi eredi che stanno coronando le sue imprese con ancora superiore grado di accondiscendenza a padroni interni ed esterni. E che qualche volta viene riesumato appunto in forma di monumento, magari del nemico, così da imprimere l’immagine di ritrovata unità, di sessismo, celebrato nelle aule parlamentari, di imprenditore tanto disinvolto e dedito all’illecito reso legittimo, da trovare emuli perfino oltre oceano.

È che a noi non piace la storia, ed è probabile che la buona scuola provvederà a cancellarla   dalle materie di insegnamento, perché costringe a fare i conti con le responsabilità, anche quelle personali, con la ragione oltre che con le passioni, a esprimere  giudizi oltre che pregiudizi, a guardare a eventi passati e ai loro effetti, inducendo rimpianti, rimorsi, pentimenti, autocritica, tutti sensi e sentimenti cui è preferibile sottrarsi per sopravvivere.

E siccome  la cronaca a differenza dell’angelo della storia,  non cammina con la testa girata all’indietro ci si può esporre nell’immediato, far parte di tifoserie effimere nutrite dalla dimenticanza a dalla rimozione di quello che si è pensato, compiuto, accettato o respinto, voluto o sopportato.

Così nel caso attuale diventa tutto legittimo e tutto credibile: che la pressione per destituire Marino, pur favorita da una sua caratterialità e  dal reiterarsi di leggerezza,  nasconda la pervicace volontà di far fuori un soggetto disturbante e indi­spo­sto ad assoggettarsi a quei poteri forti, criminali e autoritari, in modo che possano agire  e fiorire indisturbati  dalla «poli­tica», dai mass media, dalle alte sfere vaticane. E altrettanto che sia invece l’ultimo atto della parabola triste di un uomo ambizioso “prestatosi” alla politica e all’amministrazione di una città complessa e che non ha saputo ad un tempo rispondere alle aspettative dei capibastoni e a quelle dei romani. A quelle spesso perverse dei suoi sponsor –  ricordo quanto in realtà si spese il Pd, Bettini, Bersani che lo caldeggia con un “signor sindaco del cambiamento”, Madia pronta a rinnovare fiducia nel caso di una seconda candidatura al chirurgo che risana Roma, Bianco che lo omaggia come esemplare unico di integrità, perfino Renzi immortalato ai Fori nel selfie del partito dei sindaci , Boschi che ribadisce: Marino deve restare – alle quali tanto ha tenuto, se in recenti occasioni aveva riconfermato che la sua priorità era  avere il consenso e l’appoggio del premier,  ribadendo il nucleo centrale del suo insuccesso,  la lontananza incolmabile dalla città. E appunto a quelle dei cittadini, delusi o scettici di vecchio corso, colpiti comunque dal ripetersi su scala locale della tossicità delle politiche di austerità, quindi dai tagli ai servizi pubblica, all’assistenza, penalizzati anche dalla fine per molti di quelle compensazioni non sempre legali, mai lecite che hanno prosperato proverbialmente nella capitale: le mezze sòle, impiegati pubblici con doppi lavori, clientelismo, favoritismo, familismo, e che si possono tranquillamente attribuire al succedersi degli ultimi sindaci, che non a caso qui si dice che er più pulito c’ha la rogna.

Ma il gusto della commedia, dei suoi retroscena  e delle sue maschere, fa preferire l’incollerita denuncia del complotto con i veleni negli anelli, come nella cena delle beffe, i coltelli con la lama che rientra e le spade di legno, la rappresentazione dell’eterno conflitto tra Davide innocente e Golia feroce, quando le vittime di un gioco delle parti tra affini mossi dai medesimi interessi, che non sono i nostri, sono i cittadini.

Così perde vigore denunciare l’assenza di una politica per la città, la conversione dell’urbanistica in pratica di concertazione con rendite e speculatori   o in scienza del controllo sociale, la chiusura mai abbastanza precoce di una discarica senza accelerare il negoziato con gli altri attori interessati per una soluzione alternativa che non sia l’onerosa emigrazione dei rifiuti, l’azzeramento benedetto dei vertici di aziende sleali ridotta a beau geste estemporaneo, la riduzione delle linee che collegano quelle periferie infiammabili nelle quali ci si affaccia una tantum, segnate dalle guerre fratricide alimentata dai fascisti, la vaghezza legalitaria sul problema delle case occupate, oggetto di scrupolose liste e del lavoro di commissioni dall’infinita attività di rilevazione,   la chiusura di teatri e cinema, la conferma di scelte irragionevoli e scriteriate: stadio della Roma a Tor Vergata, Candidatura alle Olimpiadi,  la cautela nella riduzione degli spazi edificabili, la svendita di are e immobili preziosi , il nulla seguito alla pubblicazione degli elenchi degli affitti passivi che il Comune paga, e poi le buche, gli alberi che cadono come il soffitto della metro, i Fori pedonalizzati ma che si allagano a ogni temporale, i viaggi da piazzista dei primi cittadini e non perché le gite costano all’erario, ma perché prefigurano la liquidazione di beni comuni. Perché finisce per essere fatto rientrare nella logica del complotto, del linciaggio, della macchinazione, del capro espiatorio, ruolo toc­cato al mal­de­stro e imprudente Marino sulle cui spalle sono state fatte cadere tutte le respon­sa­bi­lità di un disa­stroso declino delle con­di­zioni urbane di Roma che per­dura  da anni, e che pur avendo accettato l’imposizione di assessori e papi neri, badanti prefettizie, sorveglianti ha sempre rivendicato l’autonomia da lobby e da consorterie politiche.

Ma non è che in altre grandi città ita­liane, gover­nate da sin­daci eletti fuori dalle cerchie partitiche e per espressa volontà popo­lare, come Doria a Genova, Pisa­pia a Milano, De Magi­stris a Napoli, le cose  vadano  molto diver­sa­mente, tanto che è più che lecito chie­dersi se il declino  delle grandi città non sia piut­to­sto da ricer­care ben più in alto o ben più in pro­fon­dità, se la loro contaminazione dalla speculazione, dalla corruzione, dalla criminalità non richieda la stessa ricetta necessaria al Paese, il cambiamento che non è l’avvicendamento di sindaci o premier più o meno popolari, più o meno attenti all’interesse generale, più o meno spacconi. Bensì un progetto  alternativo vero che richiede una coalizione sociale  per un governo della città, che si apra ad una demo­cra­zia pub­blica fon­data sulla par­te­ci­pa­zione delle comu­nità locali e dei quar­tieri, con il consolidarsi di nuove isti­tu­zioni di pros­si­mità che sap­piano inter­pre­tare e rap­pre­sen­tare il biso­gno di sicu­rezza, di soli­da­rietà,  con il nutrimento a quegli organismi, quelli che Renzi chiama con disprezzo comitatini, ma che esprimono invece e testimoniano la determinazione a contare sulle scelte e le decisioni che riguardano il posto in cui vivono.

Ma per questo occorre scendere dagli spalti, smettere di essere ultras, diventare cittadini.


Freud e lo strano caso di Ignazio M.

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Medico cura te stesso, sarebbe da dire a proposito del Caso di Ignazio M. , come avrebbe scritto il dottor Freud davanti a un quadro clinico così complesso: quello di un uomo influente che passa con spericolata rapidità dalla carriera di “luminare” specializzato in arditi trapianti a quella, ancora più ardua, di alta autorità sanitaria in una città malata di corruzione, disordine, traffico, improvvisazione urbanistica, speculazione, rifiuti, degrado di quartieri periferici, e altro ancora.

Quella di un soggetto che a volte manifesta i segni della disinibizione, come quando getta baci come la Osiris ai suoi detrattori o si pavoneggia con mossette e risatine indirizzate a chi gli urla insulti. Ma che poi con eguale veemenza si dichiara vittima di complotti foschi, in preda alla più virulenta mania di persecuzione. O che alterna l’indole a stare asserragliato nei suoi uffici – si dice senza rispondere alle pressanti telefonate degli esponenti del suo partito, come a quelle dei suoi assessori –  forse per esprimere la volontà di sottrarsi a pressioni e intimidazioni, forse per una certa inclinazione a un cupo solipsismo, con quella a un forsennato e dinamico presenzialismo, sicché quello che per certi versi pare Amleto non è sfiorato dal dubbio: mi si nota di più se ci sono o se non ci vado? No, lui va, va comunque e ovunque a spese nostre o su cortese, generoso e inspiegabile invito, va anche non richiesto, imbucandosi come un “portoghese” al varietà e mettendosi in posa vicino alle più svariate autorità come Paolini, raggiungendo e arpionando presidenti in partenza per bloccarli sulla scaletta dell’Air Force One,   dopo essere stato precedentemente e prudentemente rimosso e ufficialmente evitato non sappiamo per quali ingombranti leggerezze, o peccati veniali, forse esagerati dalla stampa, che graverebbero sul suo passato negli States.

Eh, la stampa è un bel cruccio per Ignazio M.. Che subisce da sempre una doccia scozzese di servi encomi e discredito, di riconoscimenti per la sua “innocenza” di capitato per caso, e di derisione. Come in questi giorni quando addirittura il Papa ha dovuto ammettere che il sindaco che sta preparando il Giubileo si era infilato non invitato e non desiderato nel parterre delle auguste presenze nella sua “pastorale americana”. Lui non lo aveva convocato, nemmeno gli organizzatori ci avevano pensato. Probabilmente, suggerisce il pontefice con una certa malizia, “lui si professa cattolico”, quindi avrà voluto partecipare. E in quella “professione” i più sospettosi di noi, quelli più avvezzi a leggere tra le righe di prediche, encicliche e omelie potrebbero intravvedere una certa insinuante incredulità, qualche titubanza e qualche dubbio sulla sua militanza di fede.

Ma noi invece con ancora più incredulità ci atteniamo alle sdegnate risposte dell’accusato. Per una felice coincidenza sarebbe stato invitato a Philadelphia proprio a ridosso della visita papale, nella indubbia veste di consulente speciale in materia di organizzazione di eventi epocali e a conferma di ciò il viaggio di Francesco è andato liscio come l’olio, mentre a Roma, in sua sfortunata quanto frequente assenza, è crollato il soffitto della metropolitana nella stazione più frequentata da turisti e shopping victim. Il viaggio poi e la permanenza gli sarebbero stati offerti dal sindaco della città americana. Ma a ben pensarci a volte noi stessi, abitanti di Roma, siamo tentati di fare una colletta per mandarlo in vacanza e governarci da soli, che non solo non si vedrebbe la differenza, ma sicuramente i risultati sarebbero migliori.

Oggi il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/09/29/la-maschera-marino/, ha azzardato una serie di ipotesi tutte plausibili sull’inamovibilità di Marino in Campidoglio, sia per la sua pretesa estraneità a Mafia Capitale, che suona più come un io non c’ero, non sapevo, se c’ero ero in letargo, che a un incrollabile, veemente e pervicace amore per la legalità, sia per la  possibilità quanto mai opportuna per il Pd di poter contare su un sindaco – marionetta, apparentemente riottoso, in realtà tenacemente assiso sulla sua poltrona e pronto, per non farsela sfilare da sotto, a circondarsi della più inopportuna e improbabile luogotenenza del premier.

Ne aggiungo un’altra che non mi pare poi troppo fantasiosa: Marino resta là, fa da parafulmine, distrae con le sue intemperanze, suscita ilarità e sconcerto perfino oltre Tevere, fa malanni e li attribuisce al passato e al futuro, agli altri e al suo amichetto immaginario, lascia che gli affaristi proseguano indisturbati la sua opera, si stupisce di incidenti e inefficienze, inveisce e ride, ride molto. E poi, quando si potrà sostituire, si potrà dire che purtroppo Ignazio M. era matto, anche lui affetto da una di quelle patologie che vengono col potere e a volte fanno salire al potere.


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