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Sciocchi e sceicchi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il fenomeno della trasfigurazione amorosa può verificarsi anche nel contesto della pura speculazione e dell’avido profitto,  che si giovano degli accorgimenti della propaganda “acchiappacitrulli” più spudorata.

Basterebbe vedere la pubblicità insinuante di un Hotel della catena Marriott situato nella laguna di Venezia, alla cui cucina potrebbe accedere l’iaspirante vincitore di una di quelle tremende e ferine competizioni  tra sguatteri, incapaci di prodursi anche di una besciamella, messi in croce da perversi satrapi masterchef,  e che trasforma l’isola, una volta adibita a accogliere e isolare i malati di petto, in un paradiso a un tempo del lusso e della biodiversità, grazie a un miracoloso microclima mai manifestatosi in tempi antichi e che oggi, grazie agli uffici della prestigiosa multinazionale alberghiera, favorisce lo sviluppo di piante rare e preziose. Senza alcun senso del ridicolo, dopo aver cambiato anche il nome dell’Isola da Sacca Sessola, denominazione sgradita in quanto evocativa di contagi e annesse malinconia, in Isola delle Rose, le immagini mostrano la mesta e severa facciate del vecchio nosocomio, convertita, miracoli del Mercato, in desiderabile corpo centrale del sibaritico relais, con tanto di approdo, anche quello mutato da darsena per ambulanze in arrivo peri motoscafi di prestigiosi clienti.

È proprio una mania, un’ossessione che ha colpito il ceto dirigente e imprenditoriale veneziano, la conversione di antiche strutture ospedaliere della città, in non sorprendente sincronia con la fine dell’assistenza pubblica e la implacabile espulsione dei residenti dalla città, in alberghi di lusso, grazie al ricorso altrettanto compulsivo all’istituto magari legale ma non sempre legittimo, di destinazione  d’uso. Ormai applicato anche estemporaneamente, vista la facilità con la quale  siti archeologici e monumenti storici si prestano a diventare location per convention, cene sociali, pranzi di nozze e sfilate di intimo.

Adesso pare che ci sia un ripensamento a leggere frettolosamente  i comunicati che annunciano il provvedimento dell’amministrazione comunale che segnerebbe la fine delle licenze e delle concessioni facili per residence, hotel e B&B. Ma  a guardar bene la misura non è poi così draconiana, visto che a decidere sulle autorizzazioni sarà lo stesso comune, caso per caso – a sancire il primato inarrestabile della discrezionalità e dell’arbitrarietà – in nome della solita mistificazione, quella balla stratosferica che parla di interesse superiore e ,che raccomanda di favorire speculazioni, predazioni, saccheggi, espropriazioni, in modo da promuovere crescita, quella che caccia gli abitanti per concedersi a pellegrini dello sfarzo, e dell’occupazione, quella che ci vuole camerieri, locandieri, portabagagli. Il tutto in un posto unico e fragile dove a fronte di  55 mila residenti (in calo rilevazione dopo rilevazione) ci sono 47 mila posti letto a disposizione (in crescita),  che, calcolando quelli illegali e sfuggiti al controllo fiscale, supera di gran lunga il rapporto di 1 a 1. E dove sono oltre 10 milioni e mezzo i visitatori del centro storico nel 2016, con una permanenza media di 2,26 notti, più di tre volte dei turisti che si fermano in terraferma.

E comunque il peggio è fatto, a guardare come si sta perseguendo sfacciatamente il disegno di realizzare la perfetta Morte a Venezia, usando come laboratorio proprio il Lido, che  grazie all’appoggio entusiastico che la neonata Agenzia di sviluppo per Venezia – voluta dal sindaco Brugnaro e guidata da un lidense come Beniamino Piro – ha dato al progetto appena presentato da Cassa depositi e prestiti,  si doterà di due resort di lusso da 300 stanze e 600 posti gestiti da Th Resorts e Club Mediterranée, con oltre mille metri quadrati di spazi commerciali, due piscine a mare di fronte alla spiaggia e un centro benessere che promuoverà – come ha sottolineato  Brugnaro – la sua “ vocazione sanitaria” nel solco dell’area prescelta. Perché anche stavolta il sito e i fabbricati son o quelli dell’ex ospedale al Mare.

Ma non basta,  si parla di un altro resort nell’ex colonia Enel degli Alberoni – portata avanti da Marzotto e una cordata di imprenditori vicentini –  e prende corpo la rinascita dei due hotel Excelsior e Des Bains, quello di Gustav “von” Aschenbach e di Tadzio, grazie al generoso prodigarsi di  Manfredi Catella, fondatore e amministratore delegato di Coima sgr, che ha annunciato con gran pompa il via libera all’operazione di ristrutturazione del fondo Real Venice I, oggi fondo Lido di Venezia, con un budget di 250 milioni, quella Coima che vanta la partecipazione di influenti “fondi sovrani”, prima di tutto quello del Qatar, di Abu Dhabi e altri meno o più tristemente famosi.

Agli abitanti del Lido, umiliati, invasi, espropriati, impoveriti di servizi e bellezza dopo alcuni interventi assassini compiuti sulla vegetazione, i viali, le spiagge leggendarie, resterà l’amaro piacere di assistere alla miracolosa trasfigurazione dello sterco del diavolo marchiato Qatar in ambiti, desiderabili  e graditissimi investimenti. Perché con buona pace dell’imperatore coi boccoli, dei suoi compagni di merende sauditi, di un’Europa ridotta a ridicolo re Travicello, non c’è da dubitare che,  anche in vista delle nuove spese che comporta l’appartenenza all’alleanza atlantica, quelle da erogare in armamenti atti a dimostrare l’indole all’ubbidienza e al servilismo,  tutti guardino con grata riconoscenza al munifico erogatore di discutibili risorse, quattrini incriminati, ma che già  hanno permesso alla Qatar Holding di comprarsi  un intero quartiere  di Milano, quello di Porta Nuova, e poi Olbia, Firenze, Porto Cervo,  con programmi e  progetti che spaziano dall’immobiliare alle banche centri dello shopping a Milano, Firenze, Roma, Pisa e Modena, su 6000 metri quadrati e del valore complessivo di 50 milioni,  fino ad arrivare alla moda in una ragnatela di intrecci che ha la stessa griffe: Al Thani, la famiglia reale di Doha che governa il Qatar dal 1850 circa, strapotente e indisturbata anche sotto protettorato britannico.

E dire che ci si preoccupa tanto per l’invasione di immigrati e profughi che arrivano sui barconi, superano monti e scavalcano muri, che ci si spaventa per la loro fede religiosa incompatibile con valori democratici, che ci si turba per la presenza di irregolari extracomunitari poco inclini  all’integrazione e molto a prestarsi a azioni trasgressiva e criminali, quando invece siamo diventati noi i veri vu’ comprà che si svendono coi beni di fami9glia anche l’antica dignità.

 

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Italia? Un club privé

 imagesAnna Lombroso per il Simplicissimus

A Venezia si può quasi tutto ormai: far passare navi alte sei o sette piani davanti a San Marco, allargare un hotel già brutto grazie a una sciagurata appendice di cemento bianco, trasformare un antico “fondaco” in centro commerciale del lusso, stravolgendone carattere e tradizione, scavare un gran buco,  cancellando un boschetto, per farci un Grande Palazzo del Cinema, scoprire che sotto il suolo c’è l’amianto, prelevarlo e spedirlo in Germania a pagamento dove lo usano come base per costruzioni edilizie con doppio profitto, ricoprire alla bell’e meglio la vergogna, soggetta a annuale camouflage come l’Expo in occasione del Festival e comprare un ospedale per farci il Grande Palazzo del Cinema n.2, che non si fa perché non ci sono i soldi e le imprese che si erano impegnate a contribuire in regime di project financing, tutte ampiamente coinvolte in “Mafia Serenissima” non sono mica così sceme da tirar fuori quattrini, che per quello c’è lo Stato e ci sono le tasche dei cittadini. E poi cambiare acrobaticamente la destinazione d’uso di edifici a vocazione e funzione abitativa per farne B&B, hotel, case-vacanza, meublé: dal 2010 al 2014 sono quasi 3000 le “conversioni” autorizzate dal Comune.

L’ultimo caso, particolarmente sfacciato, riguarda una giovane ed esuberante signora che non ricavava sufficienti utili  da alcuni  suoi immobili situati in posizioni a suo dire “poco appetiti”  dal mercato – Riva degli Schiavoni e adiacenze, insomma accanto al Danieli che infatti ne usava alcuni come dependance – dandoli in fitto a normali inquilini e alla quale, per far fronte a tasse e spese – anche i ricchi piangono – il Comune ha concesso di convertirli in strutture di accoglienza alberghiera. Con un’aggiunta non trascurabile: la pimpante imprenditrice in questione, che rivendica di voler “investire” nella città, e che potrà approfittare di una generosa e benevola delibera comunale, in quel munifico municipio è consigliera, eletta nella lista del Sindaco Brugnaro.

A Venezia si può fare quasi tutto. Ma mica solo là.   A Genova sta per essere completata la costruzione di un parcheggio a pagamento da 350 posti auto   sulla sponda destra del torrente Bisagno, a 10 metri dall’argine. Il costo, 5 milioni di euro, interamente coperto con i fondi europei destinati ai Piani Organici Regionali, erogati dall’ente gestore, l’allora provincia di Genova, coprirà i costi della imponente struttura in cemento armato,   due piani della quale saranno interrati, nonostante il Puc, Piano urbanistico comunale vieti di costruite parcheggi sotterranei. Per aggirare il fastidioso ostacolo e concedere l’autorizzazione all’opera e alla sua appendice underground, il garage è stato “millantato” come “costruzione in struttura” che avrebbe impiegato gli spazi di un precedente deposito della Protezione Civile, protetto da un argine alto appena un metro. E l’argine del torrente è stato innalzato a 10 metri, creando una specie di diga che, a detta dei geologi, potrebbe trasformasi in una sorta di “salto”  delle acque nel caso fosse investita da un’onda di piena. Ma si trattava di un’opera di pubblica utilità e quindi irrinunciabile: prelude a una successiva e prossima colata di cemento che si abbatterà su quell’area, anche quella super autorizzata da Comune e Regione (il cui presidente, regalatoci anche grazie all’inopportuna candidatura proposta dal Pd,  confida in una crescita per la regione interamente affidata all’edilizia) con centri commerciali e quartieri dormitorio.

Il fatto è che in Italia si può fare tutto. Basta pagare. E nemmeno tanto, è sufficiente appartenere al gotha, nazionale e non, del mercato immobiliare e dell’edilizia, del cemento e delle trivelle, delle grandi opere, dei grandi eventi, dei grandi buchi, dei grandi tunnel e dei grandi ponti. Ma anche di quelli più piccoli, perché è in corso una mutazione della speculazione i cui grandi promotori sono il settore pubblico e le sue declinazioni territoriali: Stato, comuni, Regioni, città metropolitane, tutti legittimati a dissipare territorio, beni comuni, risorse, a dilapidare quattrini per opere futili, a investire in fondi e derivati, a tagliare servizi essenziali  per far fronte all’indebitamento e per sopravvivere ai nodi scorsoi del  pareggio di bilancio. Tutti in realtà ben addestrati e contenti di beneficare privati potenti o contigui, alte o basse sfere, padroni o famigli.

In una ormai continua prova generale del TTIP, ogni settore della nostra vita diventa oggetto di  commercializzazione, di mercificazione, a cominciare dai servizi, grazie alle accurate definizioni che ne danno i trattati secondo i quali non sono da considerarsi “servizi pubblici”  quelli la cui attività di “distribuzione”   può essere effettuata anche da soggetti diversi dall’autorità di governo nazionale o locale, sicchè finiscono per essere considerati tali non l’assistenza, non la sanità, nemmeno la scuola, l’acqua, l’energia, ma solo l’amministrazione della giustizia, la difesa, l’ordine pubblico e poco altro.

Si, basta pagare. E questo principio sempre di più viene sancito per legge e tramite “riforma”, come succede con l’egemonia attribuita a rendite e soggetti proprietari dalla Sblocca Italia, dal quadro ideologico cui si ispira l’Inbar, la legge urbanistica “dettata” da Lupi e prontamente raccolta dal governo anche in sua assenza per non nobili motivi. O dalla legge sul consumo di suolo, che da legge ambientale è diventata legge urbanistica anch’essa e che aspira, tramite deleghe e attribuzione di competenze irrealizzabili, a tutelare gli stati maggiori e le fanterie della proprietà fondiaria, addirittura ripristinando, in quello che dovrebbe essere un quadro di norme a salvaguardia del territorio e dell’equilibrio ecologico, la priorità del riuso edilizio e della ristrutturazione urbanistica.

Basta pagare, ma a pagare non sono le bande del buco, siamo sempre noi. E’ ora di chiudere i cordoni della borsa e di riprenderci quello che è nostro.

 

 


Basta stranieri, rimandiamo Klimt a casa sua

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Le norme del Codice Beni Culturali per evitare lo smembramento delle collezioni pubbliche e garantire la pubblica fruizione delle singole opere, chiudono il dibattito”, così parlò Franceschini, ansioso di far dimenticare l’improvvida provocazione del sindaco di Venezia intenzionato a mettere all’asta il Klimt che fa parte della collezione di Ca’ Pesaro per aiutare le casse del Comune in profondo rosso. E dire che siccome sono maliziosa mi ero immaginata che avesse collocato  alla direzione degli Uffizi Eike Schmidt proprio perché sul suo curriculum brillava come una gemma la sua esperienza nella prestigiosa casa londinese Sotheby’s.

Invece possiamo stare tranquilli, la legge impedirebbe lo scempio, molto caldeggiato oltre che dal Brugnaro e dagli instancabili altoparlanti del mantra governativo: i beni culturali sono il nostro petrolio, i nostri musei devono diventare macchine da soldi e così via, dal più forsennato e ubiquo  promoter di mostre raccogliticce organizzate per celebrare i fasti del Gran Norcino, ultrà di ardite trasvolate di opere delicatissime inviate pericolosamente a far atto presenza in esposizioni pensate per appagare insaziabili appetiti di sponsor e imprese di Grandi Eventi.

Ma non del tutto. E non solo perché l’idea che quelli che dovrebbero essere garanti e depositari del nostro patrimonio artistico e culturale, hanno di quel petrolio, che tengono in minor considerazione di quello vero, per il quale sono pronti a sacrificare l’Adriatico tramite pittoresche trivelle, fa temere che prima o poi, per via delle crisi e malgrado la crescita eternamente imminente, per via dei patti perversi contratti con l’Ue e dei nodi scorsoi  stretti intorno al collo dei comuni e malgrado, proprio per fare un esempio calzante, la  Mostra del Correr del 2012  su Klimt, Hoffman e la Secessione sia stata visitata da 154.000 persone con un profitto dalla vendita dei biglietti di oltre 7 milioni, eh si,  fa proprio temere che prima o poi la legge magicamente si adegui a criteri più moderni di “valorizzazione” dei nostri gioielli di famiglia, destinandoli al monte di pietà come succede alle famiglie nobili colpite da non sorprendente indigenza. La dice lunga la scelta di direttori che devono dimostrare di essere manager con ardimentoso spirito di iniziativa più che custodi attenti,   esperti nel catalizzare investimenti privati più che studiosi e umanisti formati nel contesto anche territoriale di pertinenza del museo.

Come anche la consolidata aspirazione alla spettacolarizzazione dell’offerta del nostro patrimonio archeologico e artistico, dall’hic sunti leones, e magari fosse, al Colosseo con giochi d’acqua non anomali visto il fisiologico allagamento dell’area a ogni acquazzone, gladiatori, son e lumière, all’ossessione che ispira comuni piccoli e grandi, regioni, banche, fondazioni a investire in Grandi Eventi, Grandi Mostre, Grandi Personali secondo la logica che guida la progettazione delle Grandi Opere, su cui si indirizzano fondi che dovrebbero essere impiegati per la manutenzione e la tutela, e che hanno come obiettivo non secondario procurare reddito a sponsor, editori, organizzatori ormai strutturati, in regime monopolistico,  in Grandi Agenzie che hanno occupato il “mercato”.

Come anche il pudico silenzio che accompagna le iniziative di sindaci,   ridotti a solerti affittacamere dei monumenti delle loro città, offerti a prezzi modici per cene più o meno eleganti, convention, riprese di spot commerciali, nozze di rampolli in odor di mafia, sfilate di moda: proprio giovedì scorso i turisti sono rimasti fuori dalla Villa della Regina, a Torino, straordinario monumento barocco e sito Unesco. Un cartello però li informava che la villa e il parco   sarebbero rimasti chiusi perché ospitavano «i giovani manager del programma di formazione Uniquest di Unicredit».   E il ritorno a Venezia, dopo il fugace affidamento della soprintendenza di Roma, di una discussa soprintendente – quella nota per gli eloquenti silenzi sul raddoppio dell’hotel Santa Chiara,   quella secondo la quale le grandi navi  da crociera che sfilano davanti a San Marco non sarebbero “preoccupanti”, quella che ha approvato la distruttiva lottizzazione di Ca’ Roman, il progetto di “restauro” del Fontego dei Tedeschi, i progetti al Lido  e qui mi taccio perché è uso della professoressa querelare a dritta e a manca, da Italia Nostra a Stella del Corriere, alla Lipu –  non può che offrire ulteriore motivo di apprensione.

Siano benedette dunque quelle norme – speriamo non provvisorie – del Codice dei Beni culturali che costringeranno qualche amministratore a rivolgersi ad Arsenio Lupin o a Vincenzo Peruggia per alienare sottobanco qualche tesoro nazionale e mandarlo in sceiccati, da magnati giapponesi, insomma da collezionisti appassionati quanto spregiudicati. Peccato però che nessuna legge scritta ci difenda e ci difenderà dalla grande operazione di svendita che ha investito il Paese e Venezia in particolare, forse per abituarci alla Grecia prossima futura, sicché le città le coste, le isole italiane sono diventate merce.

Per far fronte al patto di stabilità pezzetto su pezzetto il “Sindaco” del Consorzio,  il Commissario scelto da Roma, ora l’ineffabile Brugnaro ma ancora prima Cacciari: «Dobbiamo arrangiarci e saperci vendere», aveva detto nel 2009, procedono con la liquidazione secondo varie modalità, tutte oscene, tutte scriteriate, tanto che l’unica speranza è che, come è successo per Ca’ Diedo e Palazzo Gradenigo, manchino le offerte. Al Lido, dove dovrebbe trovar posto una grande e inquinante darsena per 1500 posti barca con annessa parcheggio per 750 vetture,  è stato smantellato il vecchio Ospedale per far posto a una operazione speculativa per l’accoglienza di lusso, residence e alberghi. Ca’ Corner è diventata Ca’ Prada e tante volte sono tornata sulla scempio della Benettown, l’antico Fontego dei Tedeschi concesso alla lucrosa megalomania della dinastia trevigiana. Sono andate all’incanto due ville alla Giudecca, per miracolo è stata fermata si spera per sempre l’asta di villa Heriot e del suo giardino protetto da vincoli paesaggistici, forse è stata sventata la cessione di tre palazzi storici dell’università di Ca’ Foscari, ritenuti adatti alla cessione perché troppo pregevoli per ospitare sapere e conoscenza. E poi la Bibioteca di Mestre, e poi la Scuola Manuzio, e poi le spiagge, i forti, le isole. E funziona a pieno regime il sito web della Direzione Sviluppo Territorio ed Edilizia con il corner “dedicato”   Marketing Urbano e Territoriale, nella quale si aggiorna sulla  partecipazione a tutte le fiere del settore immobiliare (Expo Italia Real Estate, Urban Promo, Tre Eire, Mipim) e si   segnalano agli operatori   le opportunità di investimento. Ha scritto l’instancabile Paola Somma che “a questi eventi i funzionari del comune si sono recati con il portfolio delle “occasioni in offerta” che comprende, di volta in volta, Forte Marghera, l’Ospedale al Mare, i palazzi ceduti al Fondo Immobiliari” , proprio come il dimissionario Sindaco di Roma, come i ministri che si sono avvicendati, i premier – ricordate i tour di Monti? –  tutti trasformati in piazzisti con il book delle AAA. Offerte imperdibili dei nostri beni comuni.

Settis nel suo libro “Se Venezia muore” scrive che  «In tre modi   muoiono le città: quando le conquista un nemico spietato … quando un popolo straniero vi si insedia. .. o infine quando gli abitanti perdono la memoria di sé». Venezia sta morendo per tutte e tre le pestilenze: troppo cattivo turismo, un ceto dirigente ostile, locale e nazionale e, con  l’espulsione  dei suoi abitanti, la cancellazione del ricordo e dell’identità della città.


Dallas a Venezia

Il "buco" del Lido

Il “buco” del Lido

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si lo so sono una snob. Ma che a Venezia due incarichi autorevoli e prestigiosi del Municipio siano ricoperti non da un Nane, da un Alvise, da un Marco, da uno Jacopo, bensì da un Morris e da un Derek mi pare un segnale inquietante, da imputare forse alla spettacolarizzazione delle nostre esistenze, che sconfina ormai dalla soap all’horror, dopo tante Samantha, Deborah, Sue Ellen.

Eh si, perché si chiamano  Morris Ceron il nuovo capo di gabinetto del sindaco e  Derek Donadini il suo vice, individuati e assunti in base a vincolo fiduciario a ricoprire i delicati incarichi. E infatti di chi dovrebbe mai fidarsi il sindaco imprenditore se non di persone conosciute e di professionalità collaudate? Chi meglio potrebbe essere depositario di  quella relazione speciale basata sull’affidabilità, sulla fedeltà, sulla confidenza frutto di una lunga frequentazione – meglio ancora della fidanzata di Emiliano, meglio dei compagni di merende alle Cascine dei Renzi alla Provincia –  di due ex dipendenti della sua azienda?

La qualità speciale delle loro investitura è stata anche confermata  da un trattamento economico altrettanto speciale: a fronte del carattere provvisorio dell’incarico legato alla durata in carica del sindaco,   ai due nuovi assunti è stato riconosciuto oltre al trattamento economico di base anche quello  accessorio, azzerato dal mese di luglio per tutti gli altri dipendenti del comune.

Il favoritismo, una delle variabili del clientelismo e del familismo amorale, non è cosa nuova. Da tempo è diventato fenomeno bipartisan e condiviso entusiasticamente dagli eredi ingrati e irriconoscenti del partito che in nome di valori di onestà e trasparenza, oggi dileggiati come arcaici cascami del passato in cambio di ambizione, arrivismo, autoritarismo,  voleva segnare la sua diversità. E non potevamo aspettarci nulla di diverso da un esercizio della politica che ha cancellato la partecipazione e il riconoscimento di principi e ideali comuni per promuovere fidelizzazione e appartenenza, che aspira a coagulare il consenso unicamente intorno a una leadership personale, indifferente a progetti, programmi, idee, che crea e ricrea cerchie e cricche il cui collante è rappresentato da avidità di potere, da bramosia di affermazione individuale, da cupidigia di privilegi e rendite di posizione inalienabili.

Per anni tanti come me hanno voluto smentire lo stereotipo tacciato di qualunquismo, secondo il quale “sono tutti uguali”. Invece è proprio vero: “sono tutti uguali”,  a macabra conferma che pare non esista via virtuosa al potere. In gerarchie di scala che si replicano giù giù per li rami ogni imperatore, ogni reuccio, ogni generale e ogni caporale vuole avere accanto i suoi fidi, i suoi attendenti, i suoi capi di gabinetto, i suoi addetti stampa, scelti per familiarità, per condivisione di antiche marachelle, per provata affiliazione, per consolidato assoggettamento. Da usare per coprire vizietti, per scaricare responsabilità grazie alla comprovata indole a espiare al posto del padrone,  per farne i depositari di segreti e ambizioni, per  mandarli a fare i lavori sporchi o a pronunciare dichiarazioni spericolate, salvo poi smentirli, tradirli, svergognarli. Che tanto di sa che poi la fedeltà prima o poi viene premiata: un consiglio di amministrazione, una presidenza, una direzione sono sempre pronti per accontentare, tacitare, blandire, rimborsare per i servigi resi.

Forse la novità, è costituita dalla sfrontatezza, dalla consapevolezza ostentata e sfrenata che chi sta in alto gode di impunità e immunità che caratterizzano questo ceto dirigente, ormai largamente dispensato dal timore che scadenze elettorali si trasformino in purghe, che la cattiva reputazione condanni all’emarginazione. Ha scoperto che si può mentire, ingannare, rubare, compiere misfatti e crimini senza paura della punizione: basta un camouflage a coprire la corruzione, le inadempienze, l’inettitudine, come all’Expo, come al Lido di Venezia, dove il sindaco ha promosso quello che è stato definito un necessario maquillage prima dell’inizio della Mostra del Cinema,  coprendo l’osceno buco davanti al Palacinema,   in modo da “restituire decoro” all’area prima dell’arrivo di stampa e di ospiti internazionali. Come se  a preoccupare potesse essere il disdoro sulla voragine, sulla bruttezza dei sacchi impilati e fradici di pioggia, sul’insalubrità delle zanzare e delle pantegane, e non l’operazione speculativa di un nuovo Palazzo del Cinema da 28 milioni di euro, promossa da un Comune intorno al cui collo è stretto di nodo scorsoio del fallimento, opaca e futile come tutte le ambizioni visionarie che hanno dato origine a faraoniche quanto dannose grandi opere per grandi eventi, finalizzate unicamente a grandi scempi e altrettanto grandi malaffari.

 

 


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