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Servitù volontaria da virus

13clt2-f01Più vado avanti e più rivaluto ciò che a suo tempo non mi sembrava degno di particolare attenzione. Per esempio quella frase nell’ Anti Edipo di Gilles Deleuze e Félix Guattari  che  diceva “le masse non sono state ingannate.  a un certo punto, in certe condizioni, volevano il fascismo ed è questa perversione del desiderio gregario delle masse che deve essere spiegata ”. Una posizione che riassume e attualizza Spinoza il quale si domandava perché gli uomini combattessero per la loro servitù come se si trattasse della loro libertà. Ed è un interrogativo che mai come oggi sembra incombere, perché la propaganda finché si vuole, il martellare a lutto, le cifre sparate senza senso e senza ritegno come in una lotteria, tutto questo di certo conta, ma non si può prendere in giro tutti o quasi per molto tempo e credo che le persone abbiano avuto tutto il tempo di comprendere che il coronavirus non costituisce il pericolo che si vuole far credere e di certo la sua patogenicità scarsa o addirittura nulla per il 99,4 per cento delle persone, non giustifica il panico o le misure prese contro la sua diffusione che hanno di fatto interrotto le costituzioni, annullato le libertà più elementari, fatto crollare le economie  e messo in moto perversi affari a metà tra sanità deviata e controllo di popolazione che si tenterà di imporre dopo l’estate all’arrivo delle prime influenzine rispolverando il mostro o riproponendo la macchina della paura con qualche altro rappresentante dell’infinito pool virale.

Chi vive in Usa ha anche avuto modo di constatare come tutta la macchina della propaganda pandemica si sia completamente arrestata allo scoppio dei primi moti dopo l’assassinio di Floyd, come se la pandemia terribile e priva di scampo al mattino  fosse di nessun conto a mezzogiorno, salvo tornare a fare capolino due settimane dopo con l’abbassarsi della tensione: un indizio fin troppo chiaro della forzatura che viene attuata. E tuttavia c’è quasi la volontà di credere nel Covid, come se da qualche parte della loro mente le persone non riuscissero a sottrarsi al totalitarismo patologico, come se  esso fosse persino desiderato e valesse la pena di inaugurare la caccia ai dissidenti o quelli che non vogliono i distanziamenti sociali e le inutili mascherine come loro simbolo.  Come se quel “nulla sarà come prima” fosse una speranza e non invece la palese promessa  di un nuova cattività. Nessuno ha detto esattamente cosa sarebbe successo, anzi abbiamo assistito a una ridda di ipotesi spacciate per verità di volta in volta diverse, stupidaggini numeriche, allarmi, totale scomparsa di qualsiasi altra patologia, eppure  la stragrande maggioranza delle persone più che credere a tutto questo incredibile Barnum, ha voglia di crederci e dunque ha deciso di obbedire all’ordine di stare zitta e di seguire le misure di contenimento per quanto assurde, idiote e inutili possano essere.

Si potrebbe anche pensare che l’angoscia accumulata dentro il sistema neoliberista sia di tale forza  che il dramma annunciato arrivi persino ad essere visto come liberatorio: che l’accettazione della repressione possa in qualche modo surrogare un senso comunitario andato perduto, ma vissuto paradossalmente solo attraverso la contemporanea assunzione del nemico senza mascherina e negazionista delle fesserie vomitate dalla grande informazione: oppure percepito come una sosta nella macchinazione desiderante del capitalismo nella sua dimensione consumistica, insomma una vacanza dal desiderio. Quasi verrebbe da pensare che il nulla asfissiante nel quale si vive possa essere riempito di “qualcosa” magari terribile, ma comunque qualcosa. D’altronde non esistendo da qualche parte un dittatore visibile tutti diventano in un certo senso portatori del totalitarismo patologico e dunque si sentono politicamente corretti e in qualche modo liberi.  Tale interpretazione sconfesserebbe Deleuze e Guattari, il cui libro del ’72 rimane pur sempre uno zibaldone indigesto nel quale ogni frase è notevole e l’insieme inutile, ma insomma potremmo trovare mille ragioni e teorie di questa resa, ma di certo al fondo si può scorgere un fondo settario e rituale nella sottomissione, quasi un apparato religioso che ha i suoi testi sacri in un scienza completamente snaturata e produttrice non di dubbio, ma di dogmi, con i suoi vescovi in forma di virologi da salotto, i suoi sacerdoti dell’intellighenzia proni a smentire tutto ciò che avevano detto fino a pochi giorni prima e i suoi missionari,  con la sua terra promessa, ovvero il vaccino che rischia di diventare il vitello d’oro. E lo stesso accade per altri capitoli della mediocrità contemporanea: vediamo gente che s’inginocchia contro il razzismo, inventando una liturgia azionista al posto di un cambio di sistema.  Pare proprio che l’era contemporanea sia quella della genuflessione perché una società privata di speranza e di ragione non può che vivere di idolatrie il cui carattere è quello di non poter essere messe in discussione. sono la forma di identarismo globalizzato.

Del resto è evidente che si tratta di una condizione non recuperabile dentro il contesto dell’ubbidienza: il “virus mortale” potrebbe essere  qualsiasi  virus, qualsiasi agente patogeno che il potere può mettere in campo ogni qualvolta possa apparire opportuno e vantaggioso, sia che si tratti della irrequietezza dei ceti popolari e medi, sia che si tratti di un governo sgradito o di nuove mattanze sociali. Darsi per malati non guarisce da nulla.


Ora e sempre convalescenza

25-aprile-resistenza-1Credo che sia un vero peccato che il coronavirus abbia una letalità inferiore all’influenza, che sia una patologia soprattutto mediatica usata ad altri scopi dai poteri più ambigui e reazionari per mantenersi in sella e anzi aumentare il loro potere di controllo: se fosse stata un vero morbo almeno gli italiani avrebbero potuto evitare di trovarsi di fronte a ciò che sono diventati, un gregge tremante per la propria incolumità fisica dove l’egoismo nei suoi minimi termini costituisce l’unica e ipocrita solidarietà possibile mentre  spinge a rinunciare volontariamente alla  libertà di movimento e di espressione a fronte di un rischio imprecisabile, ma comunque remoto a giudicare dai dati che arrivano da tutto il pianeta e non più alto rispetto alle normali epidemie influenzali anche se il livello infimo dell’informazione e della politica continua ad attribuire al Covid tutti i decessi.  Hanno persino accettato di abbandonare alle macellerie ospedaliere i propri congiunti senza accudirli negli ultimi istanti, senza sapere di cosa sono realmente morti e li hanno lasciati bruciare senza funerali, pratica insensata dal punto di vista epidemiologico, ma molto opportuna in caso di future anche se molto improbabili indagini. Magari sarebbero persino disposti ad accettare le deportazioni familiari, oltre alle app e ai braccialetti da galeotti e c’è addirittura chi assale chiunque se ne vada in giro senza la mascherina che non serve a nulla, anzi è un veicolo di contagio: insomma qualunque infamia e qualunque ridicolo pur di sottrarsi a un rischio puramente ipotetico ma moltiplicato dal nulla che ci circonda , che ci arriva alla gola e ci grida dentro o da una cosiddetta “scienza” guidata dagli interessi più opachi e osceni, ma su cui confidano coloro che intendono  farsi complici del potere.

Questo non per qualche giorno o per qualche settimana, ma per mesi e chissà ancora per quanto tempo: solo degli ingenui possono pensare che tutto si concluda in poco tempo perché lo stato di eccezione e di fuoriuscita dalle garanzie costituzionali durerà a lungo e vivrà di paura e di cattiva coscienza, se non se non sarà il coronavirus  sarò qualche emergenza che andrà è verrà a secondo di ciò che farà comodo specialmente ora che si è accertata l’atarassia politica popolare quando si è in stato di terrore: così la salute pubblica abbandonata per anni agli ortiche  – e le conseguenze si sono viste – è ora diventata l’arma perfetta contro la democrazia. Intanto in assenza di qualunque dato credibile e di protocolli precisi sulla loro raccolta, in pratica in balia di chiacchiere di mestierante e imbonitori con in più evidenti segni di forzature e di manipolazioni,  si comincia a parlare di due anni e del resto le stesse opposizioni non si sognano di rilevare l’assoluta incoerenza tra le misure di segregazione inutili dopo i 15 giorni dall’inizio del contagio come prescrive una delle poche cose sicure che sappiamo sulle epidemie virale e al massimo  si limita a discutere del fatto che il governo sapeva e non agiva o ha agito in stato confusionale o ha scelto, sai che novità, di tutelare meno le fasce della popolazione più deboli. Tutto vero, per carità ma nulla di fronte al fatto di aver scientemente seminato un terrore completamente ingiustificato, di aver sostituito la buona pratica della precauzione mirata con la paura. Ma per dio i numeri sono numeri, alla fine se si vuole davvero capire che ti stanno manipolando ci si arriva facilmente persino andando a prendere siti come quello della a Johns Hopkind University  che pure  è in un certo senso uno degli sponsor della pandemia in quanto coté scientifico della Fondazione Gates, dove ci si può rendere conto delle vere dimensioni di questa sindrome, però la verità è che molta gente non vuole assolutamente  prendere atto di essere diventata esattamente ciò che disprezza ed è per questo che preferisce lasciarsi ingannare. Crede nella peste perché non può più credere in se stessa e a ciò che si è diventati.

Finché l’influenza rimane terribile morbo  possiamo evitare  di guardarci allo specchio. Giorgio Agamben dà qui una spiegazione filosofica di questa sindrome interpretandola  come la separazione fra esperienza corporea e spirituale in qualche modo innescata da una scienza che si è autodistrutta divenendo culto apotropaico, sciamanesimo da rotocalco determinando un crollo politico ed etico, ma io preferisco ricorrere al solipismo indotto dal pensiero unico, dalla cancellazione delle radici come fossero ragione di scandalo e dunque dalla inconsapevole cancellazione degli altri nella loro concretezza che così possono diventare semplici entità astratte, mentre l’umanità diventa un fattore geometrico variabile, che può essere applicato  – come accade per esempio con i flussi migratori – alle conseguenze, ma non alle cause. Così possiamo sopportare che dei mentecatti ci guidino e che il massimo esperto a cui chiediamo salvezza sia in realtà un ex attore vernacolare nei film di Mario Merola, un “malamente” che il ministro Senza Speranza ha spacciato come uno dei massimi esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità e che invece all’Oms non hanno mai visto. Sempre che essere esperto dell’Oms costituisca un titolo di merito del che c’è fortemente da dubitare  (vedi qui) .

Ma quello che vorrei sottolineare è che la società italiana si va rapidamente frantumando, man mano che passano i giorni, tra chi vive di attività proprie o lavora nelle fabbriche ed è ormai con l’acqua alla gola per la segregazione del Paese e la parte che invece lavora nel pubblico e che si è bevuta il cervello a tal punto da pensare di essere immune alle catastrofiche conseguenze economiche che verranno indotte dalle scellerate scelte del governo minchio globalista: lo stipendio corre e per giunta nemmeno si lavora, cosa c’è di scandaloso nella quarantena e nell’abolizione dei più elementari principi costituzionali che “ci salvano la vita”? Gli antifascisti per abitudine, per mestiere, per slogan, quelli che ci invitano a cantare Bella ciao oggi, ma standosene ben tappati in casa, perché per tutti è una “giornata particolare” stanno diventando i peggiori fascisti e infatti sono perfettamente allineati alla Meloni nel considerare angelico lo schieramento repressivo che agisce in virtù di decreti del tutto illegittimi, senza che i costituzionalisti, grilli parlanti quando conviene, osino profferire parola, perché non c’è miglior muto di chi non vuol parlare. Questo ceto che si pensa protetto e garantito non arriva a capire che molta dell’economia parassitaria che rappresenta, non tale in se stessa, ma per struttura ormai marcita, voto di scambio, clientelismo intrinseco e prassi opache, sarà spazzata via dalla tempesta che si sta abbattendo sul Paese e dopo la quale, avendo accettato di rimettere tutto il potere alla tecnocrazia, niente tornerà davvero come prima. E’ chiaro che in queste condizioni il patto sociale è destinato a saltare completamente, vista anche la straordinaria ventata di disoccupazione che si attende anche nelle più caute previsioni. Le conseguenze saranno drammatiche anche perché non ci sarà nessuna ripresa né rapida, né lenta, ma un avvitarsi sempre maggiore di una crisi alla greca, visto che non possiamo creare moneta e che il Governo ha solo fatto finta di stanziare denari, ma di fatto ha solo magnanimamente dato il permesso ai  cittadini di indebitarsi anche a nome delle generazioni future. E tuttavia con una menzogna ancora più grande di quella epidemica, anche se strettamente collegata ad essa,  finge di aver vinto la sua battaglia in Europa mentre ha solo raggranellato debiti su debiti.  Ma ancora una volta è già troppo tardi persino per pentirsi, e in compenso si dovrà pagare a caro prezzo per il vaccino gentilmente venduto da Bill Gates e compagni di merende filantropiche, che potrebbe facilmente rivelarsi inutile o peggiore del male come è successo in altre situazioni ( vedi Il vaccino dei killer ) . Il fatto è che per alzare la testa bisogna averla e questo il potere l’ha capito perfettamente e ha agito per eliminare questo spiacevole inconveniente. Così nel giorno della Liberazione si dovrà festeggiare l’arrivo di nuove prigioni e il Bella Ciao sarà rivolto alle libertà perdute.


25 Aprile, la festa in maschera

bel Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi proprio non mi va di unirmi al coro di Bella Ciao, mai cantata dai miei genitori, papà comandante partigiano, mamma staffetta con i volantini e pure la rivoltella nella bella borsa di cuoio a secchiello comprata nel negozio di San Salvador, che preferivano di gran lunga l’Internazionale e Bandiera Rossa.

Non mi va nemmeno di partecipare all’adunata virtuale dei “resistenti” che dai tenaci arresti domiciliari si sottraggono alla tentazione di una corsetta, del rito del sabato al supermercato, della gita al primo sole di Fregene.

Mi asterrò anche dai pistolotti canonici e dalle liturgie ufficiali che consacreranno martiri i nuovi combattenti nelle trincee delle strutture ospedaliere, delle fabbriche, delle consegne a domicilio, dei supermercati, che, se è vero che siamo di fronte a un morbo insidioso e quasi incontrastabile, ciononostante vengono mandati come i loro nonni, in battaglia con gli stivali di cartone e a sfidare i gas con la sciarpetta sferruzzata dalla mamma.

Non credo si sbagliasse Enzensberger a scrivereai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo”. Spesso nella storia la nascita e il consolidarsi di una regime è stato oggetto di inconsapevolezza e incredulità da parte del popolo prima sull’orlo dell’abisso poi trascinato in avventurismi criminali, negati a posteriori, rimossi o giustificati, dopo, da una spirale di silenzio e conformismo.

Ma nella nostra contemporaneità, grazie alla circolazione di informazioni, all’evidenza spettacolare e gridata di atti e proclami, nessuno dovrebbe essere tenuto a dire non vedo, non sento, non capisco, nessuno dovrà poter dire non sapevo, non volevo.

La stretta sulle libertà individuali e collettive originata da un stato di eccezione con la revoca di principi costituzionali e la restrizione e cancellazione di diritti, è l’iceberg affiorato dall’oceano delle disuguaglianze, della repressione esercitata da un ordine che aspettava solo di diventare esplicitamente militare, dalla cancellazione di diritti, dello stato di diritto e dello Stato, retrocesso a elemosiniere del padronato, grazie ai soldi che raccatta da esattore, macellaio delle garanzie e delle prerogative che dovrebbe assicurare i cittadini.

Non occorreva far scappare un virus da un laboratorio, non occorreva orchestrare un complotto: altri ce ne sono stati per organizzare il programma dell’austerità, per strozzare paesi, per espropriare di poteri e competenze nazioni, per indebolire parlamenti e rappresentanza e per umiliare democrazie colpevoli di essere nate da lotte di liberazione “socialiste”.

E infatti ormai dovrebbe essere sotto agli occhi di tutti che siamo spettatori di un ultimo atto, dell’accelerazione di una cospirazione che ha una chiara matrice ideologica, proprio grazie alla narrazione della eclissi delle ideologie, dimostrando che si sono oscurati valori, principi, aspirazioni per far posto a una religione, il neoliberismo, che ha innervato tutto e occupato gli ambiti della comunicazione, dell’azione politica e della riflessione, come se fosse un fenomeno naturale con leggi, quelle del mercato, fatali e incontrovertibili.

Eppure siamo ancora qua a fingere che il totalitarismo, il fascismo, sia un rischio aleatorio che si contrasta cantando Bella Ciao, esponendo al pubblico ludibrio, ultima cosa rimasta pubblica grazie a un clic del tribunale di Facebook, il bruto peraltro sempre molto invitato e propagandato dai media, celebrando l’amore che deve vincere sulla violenza dei conflitti, quando l’unica fiamma di lotta che si vuole estinguere è quella di classe. Mentre ben altre guerre si dichiarano ogni giorno, quelle coloniali, certo, ma anche quelle generazionali contro i vecchi che pesano sulla società a partire dai 60 anni, esposti alla malattia ma non alla pensione, contro le donne che devono tornare a coprire ruoli subalterni e sostituivi dei servizi, contro principi etici che sono alla base del diritto retrocessi a fastidiosi moralismi da professoroni, contro il sapere ridotto a specialismo settoriale, in modo che non si permetta di svolgere una funzione critica.

E così questo antifascismo senza resistenza, che aspetta la liberazione dalle misure di contenimento del virus, rivendicando l’eroismo dell’obbedienza a leggi marziali, tracciamenti orwelliani, disuguaglianze infami secondo le quali ci sono soggetti più meritevoli di salvezza e altri  esposti per meritarsi la pagnotta, si è ridotto a prodotto di consumo coi suoi gadget, Bella Ciao, le sardine, le petizioni che non hanno mai il coraggio di diventare raccolte di forme per impugnare leggi vergognose, le icone disobbedienti che piacciono soprattutto a chi poi vota un primo cittadino sceriffo, un presidente che vuole più autonomia di spesa sanitaria malgrado le statistiche sui record di Piacenza, un  diversamente Salvini più educato e accettabile.

Abbiamo imparato a riconoscerli questi antifascisti del tradimento e dovremmo imparare a diffidare di questo progressismo liberista che si delizia che l’edicolante inalberi il cartello con cui proclama di non vendere più Libero, come se la cattiva erba da estirpare fosse solo quella, sguaiata e cialtrona,  quando  la definitiva annessione di Repubblica al cartello di Medellin della stampa drogata altro non è che un  segnale  definitivo dell’estinzione dell’informazione cartacea  nelle mani di una editoria impropria e di una corporazione assoggettata. E quando da anni si assiste in silenzio alla fusione ideale, culturale, organizzativa, chiamatela Raiset o Mediarai, a sancire il tramonto di qualsiasi contrasto al conflitto di interessi, alla personalizzazione e alla spettacolarizzazione della politica, alla commercializzazione della società.

È l’antifascismo che sta bene a chi partecipa della simulazione di un pensiero comune, di un’opinione pubblica, che altro non è che l’espressione di un ceto che si sente ancora al sicure in una tana apparentemente protetta, che gode di un margine di beni, certezze e cultura che dona loro la percezione di una superiorità e quindi di una protezione dai rischi che corre chi non si merita la salvezza per incapacità ignoranza, indolenza. Quello  di chi  può sentirsi dalla parte giusta senza fatica, senza responsabilità grazie al fatto che una spirale di conformismo iniquo ma educato ha permesso di accreditare come fascisti  vecchi rottami, bulli inveterati, buzzurri dichiarati.

A questi antifascisti di maniera è stato permesso di vincere facile facendo propria la manomissione di valori della resistenza, che ha confinato nel deplorevole sovranismo la rivendicazione di poteri e del potere sul loro controllo, in modo che nessuno un domani potesse dichiarare la sua innocenza per impotenza davanti agli anziani morti di influenza e polmonite, davanti al martirio di Taranto, davanti ai senzatetto arrestati e a Nicoletta Dosio in galera per aver denunciato una macchina da corruzione e oltraggio al territorio e al bene comune.

E’ la stessa manomissione che, grazie all’anatema lanciato contro il populismo,  ha stabilito la secessione di una élite autoproclamatasi migliore e degna di rispetto e trattamenti speciali e agevolati dalla massa, spingendola a trovare ascolto e rappresentanza in una destra esplicita e dichiarata rispetto a un progressismo riformista convertito all’ideologia liberista tanto   da abdicare a ogni velleità anticapitalistica per concentrarsi sui cosiddetti diritti civili, elargiti al minimo,   avendo demolito l’edificio costituzionale di quelli fondamentali, come se potesse esistere una gerarchia e la perdita degli uni potesse rafforzare gli altri.

E infatti sono quelli, gli antifascisti della slealtà, in prima linea nella trincea domestica dell’ubbidienza salvapelle, appagati della mera sopravvivenza, preoccupati che questo incidente prevedibile della storia possa minacciare la loro caverna, non accorgendosi che è già diventata una gabbietta di quelle per le cavie, attrezzata con scalette per arrampicarsi sui mutui, i prestiti elargiti come mance a rendere, le bollette, le fatture di quei surplus, Neflix o Erasmus, fondi pensione o assicurazioni sanitarie, che li fanno illudere di essere esenti, risparmiati dal fallimento della società.

Sono loro che aspettano la liberazione per andare sulle metro dotata dopo due mesi e più delle limitazioni al contatto finora inesigibili da altre cavie meno pregevoli, per permettersi di andare in stabilimenti balneari privati attrezzati grazie al prolungamento di concessioni vergognose, di opportune strutture difensive, per farsi intercettare da un’app salvifica che ha l’intento di controllare ma soprattutto l’interesse a affidare alla tecnologia della sorveglianza la soluzione die problemi strutturali che il sistema non sa e non vuole affrontare.  E per andare in montagna, ma dopo, troppo tardi, non volendo sapere che è finito il tempo delle gite, perché la valanga sta già precipitando anche su di loro.

Cantano Bella Ciao, con la mascherina e sul divano, tappandosi le orecchie per non sentire che il vento fischia ancora e ancora urla la bufera.

 


Orbace per orbi

espresso Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ha mantenuto la promessa che aveva fatto nel momento della sconfitta elettorale di marzo, il leader di Forze Nuova: comunque vada non vi abbandoneremo. Non sono tornati, ci sono sempre stati. E non si può dire che – proprio come gli ultras nelle cui compagini hanno trovato “forze nuove” da affiliare –  non siano irriducibili ambedue i target guardati da sempre con indulgenza, gli uni patetici avanzi del passato che non possono incutere timore, gli altri entusiasti aficionados delle squadre del cuore forse un po’ troppo esuberanti, ma si sa alla passione calcistica non si comanda.

E infatti il Ministro dell’Interno sui primi spende qualche vaga parola di deplorazione sbadigliando per la noia, coi secondi invece ribadisce di voler aprire proficui negoziati. E in buona compagnia se perfino lo spaventapasseri messo da governi passati a intimidire l’illegalità economica e non solo, ritiene che sia eccessivo, se non controproducente, emarginare una squadra per i cori razzisti dei suoi fan.

È sempre la solita storia.

Dalla Liberazione in poi, sentiamo dire che non è ragionevole criminalizzare certe tipologie di crimini e reati, e che si fa peggio: per carità, li si trasforma in vittime e perseguitati, li si isola dal consorzio civile persuadendoli a organizzarsi in gruppo per difendersi dalla democrazia, alla quale invece si affezioneranno se pratichiamo tolleranza e indulgenza.

Dalla Liberazione in poi e con sempre maggiore protervia si è percorsa la strada della normalizzazione del fenomeno e della sua integrazione nel sistema. Basta ricordare i tentativi anche giuridici di parificare i caduti delle due parti, resistenti e ragazzi di Salò, e la legittimazione di questi ultimi come piccoli eroi ispirati da un credo quindi esonerati da colpe,  da parte di un’alta carica dello Stato, basta ricordare che a una delle formazioni più attive del neofascismo è stato regalato un immobile, basta ricordare gli inviti a colloquiare alla feste dell’Unità,  o gli sdoganamenti infervorati di sindacaliste presenti a ogni trasmissione Rai, o la visibilità concessa alla celebrata nipote in veste di irrinunciabile energumena alla pari con Sgarbi, e perfino l’accolita di supporter ambosessi della ex direttrice del Secolo d’Italia promossa a libera pensatrice. Ma mica è solo un problema dell’informazione, che si accorge del pericolo nero solo quando mena due addetti ai lavori, mica è solo una caratteristica della stampa cadere dal pero per la sorpresa con la quale si accolgono avvenimenti a lungo preparati e prevedibili, quasi fossero incidenti della storia o peggio accadimenti naturali, fulmini a ciel sereno, terremoti, eruzioni.

Basterebbe ripercorrere le carriere francamente resistibili dei leader delle formazioni fasciste per non essere colti alla sprovvista dallo loro ridondante espressività, tra contatti e probabile, anzi accertato, sostegno al terrorismo nero,  i loro curricula di pestatori, l’attivismo paramilitare proseguito anche durante esili forzati.

Bastava quello per esigere che venisse applicata la legge sull’apologia di reato, mentre si sa che qualcuno, nemmeno un oscuro cittadino qualunque, ma un ex europarlamentare, denunciato per calunnia per aver definito fascista una loro illustre figura di rilievo è stato condannato. Bastava quello per non permettere un’adunata in un cimitero in memoria di quelli che Repubblica ancora oggi definisce “martiri fascisti”, per non consentire che venissero organizzate kermesse commemorative a Musocco e pure festival musicali nazi rock nella città del sindaco Sala oggi in prima linea contro l’ossesso istituzionale.

Eh si bastava fare il minimo sindacale della vigilanza democratica, bastava applicare le leggi senza adottarne di nuove come aveva postulato un altro invasato alla Camera.

E non è certo un caso se così non è avvenuto, se fino ad oggi comportamenti, atti, slogan, propaganda, alleanze d’impresa non troppo temporanee (pensiamo alla militanza dei protagonisti di Mafia Capitale, alle infiltrazioni che più nere non si può nei club, a certe presenze politicamente manifeste in organizzazioni malavitose) sono stati sottovalutati, tollerati, autorizzati.

Mentre ora improvvisamente se ne comprende e condanna la portata e la pressione fisica e morale, il tremendo pericolo per la coesione sociale, gli attentati alla solidarietà e alla libera espressione che rappresentano e che in pochi abbiamo da sempre denunciato.

Perché a differenza del popolo degli sconcertati e degli sbalorditi, qualcuno sapeva che quella era la superficie del fango tossico, lo strato visibile, vezzeggiato e favorito perché al di sotto di quella copertura si demoliva quello che era stato costruito con un riscatto di popolo che si era battuto non solo per la liberazione dal nazismo e fascismo, bensì per rovesciare i rapporti di forza e per introdurre principi di libertà, giustizia, uguaglianza, perché al di sotto di quelle esibizioni arcaiche  si doveva nascondere la brutalità del neoliberismo, l’ipocrisia di un progressismo feroce solo con chi ostacola coi suoi bisogni la crescita e i privilegi acquisiti di chi già ha, vuole sempre di più.

Non può avere autorevolezza il mantra di chi dice che il fascismo è ignoranza, che occorrono istruzione e cultura se poi introduce la Buona Scuola, penalizza la didattica pubblica, favorisce gli istituti privati e le disuguaglianza all’interno delle classi, premiando chi può pagarsi l’accesso a servizi e insegnamenti, chi ha svuotato e umiliato il lavoro più importante che c’è, quello del docente, chi ha  fatto regredire lo studio e il sapere  a tirocinio per un’occupazione sempre più gregaria e precaria. O quello di chi predica il rispetto della legalità e ha fatto dell’interesse privato e del profitto la finalità unica di provvedimenti e norme, fino a produrre, più che leggi che autorizzano la corruzione, l’autorizzazione alla corruzione e la corruzione delle regole, come avviene con le grandi opere e i grandi eventi. O anche quello di chi dalla poltrona di intoccabile esercita  la disubbidienza come virtù solo quando non lede gli interessi e non sconvolge gli equilibri aberranti del sistema, quando cioè normalizza l’anormale: guerre di conquista e saccheggio, morte, fame, bombe, attraverso la carità, che toglie responsabilità e scarica le coscienze.

Uno storico ha scritto in un libro famoso e controverso che la Resistenza è stata una guerra civile. Credo lo sia stata, perché chi ha combattuto voleva non la tutela di una civiltà di parte, di etnia, di area, di tradizione, di cultura perché abbiano il sopravvento su altre, ma quella del rispetto, dell’uguaglianza, della possibilità per tutti di veder soddisfatti bisogni e realizzati talenti.

Chi ci rappresenta quella civiltà non la conosce, non la vuole, non la persegue, al servizio volontario o coatto dei padroni del vapore  e delle ferriere, e oggi più che mai se quel fascismo che è una delle modalità violente, autoritarie e repressive con cui si impone l’ideologia che anima il totalitarismo contemporaneo, ha avuta vinta la partita di rendere tutti uguali in basso e nel peggio, rinunciatari di dignità, volontà, libertà e utopia, che spetta invece a noi riprenderci.

 

 

 

 


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