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Buio in galleria

An unidentified visitor of the BelvedereAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi non ha conosciuto un pittore della domenica, chi non ha nel suo albero genealogico una zia che dalle nostre foto di bimbi traeva un delicato ritratto, chi non ha seppellito in cantina la forte e materica produzione di un amico di famiglia folgorato dall’astrattismo ancorché fosse un severo dipendente del Ministero del Tesoro?

 

Erano altri tempi, quella vocazione repressa per via delle necessità della vita, restava in famiglia, come le poesie scritte da giovinette romantiche e tempestosi adolescenti che oggi, invece, cercano e sono ispirati a comprarsi la fama lasciando la loro impronta creativa tramite case editrici farlocche che pubblicano a pagamento libri automaticamente destinati al macero e a popolare la bibliotechina di casa senza nemmeno passare per premi letterari ancora più farlocchi.

In fondo si tratta di una delle più accreditate leggende contemporanee che vuole che il Paese pulluli di talenti repressi e ignorati snobbati da una ottusa oligarchia di critici, lettori di case editrici, funzionari, consulenti saliti per miserabili motivazioni ai vertici di quel giustamente vituperato sistema chiamato “”industria culturale”, impegnati a mandare avanti parenti, affiliati, adulatori, tutti variamente raccomandati,  mentre basterebbe scavare sotto il loro fango per trovare tesori, vocazioni, creazioni, diamanti e smeraldi, che vengono malvagiamente sottratti ai fasti della fama e del sacrosanto riconoscimento economico.

A queste pietre preziose orbate della meritata ricompensa, ai generosi esploratori e minatori,  si rivolge un periodico online, Artribune, che rivela la sconsiderata misura messa in atto dal Comune di Roma un anno fa ma passata inosservata “che, cito, impedisce l’apertura nel centro della città di gallerie d’arte ponendo paletti invalicabili. La norma è figlia di una delle tante mentalità malate che sta uccidendo giorno dopo giorno la capitale d’Italia”. Secondo il “Regolamento per l’esercizio delle attività commerciali e artigianali nella Città Storica”,   “chi volesse provare ad aprire una nuova galleria, denuncia Artribune, dovrebbe essere presente con questa attività nelle liste della Camera di Commercio da almeno 3 anni e dovrebbe disporre di uno spazio commerciale almeno di 150 mq… Un combinato disposto che elimina tutti i nuovi del mestiere, impedisce il ricambio e uccide definitivamente qualsiasi velleità da parte di giovani galleristi di ricerca”.

Insomma lascia intendere la “piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea”,  un giovane e intraprendente  “mecenate” scopritore di ingegni ignoti che voglia aprire uno spazio espositivo    a Trastevere o a Campo de’ Fiori o a Prati,  sarebbe costretto  a registrare la sua attività come “agenzia d’affari”, per via della sua opera di intermediazione    tra chi   produce (l’artista) e chi compra (il collezionista).

Maledetta Raggi, che fa retrocedere il longanime e munificente istinto di protettori della arti a indegna speculazione, che fa entrare le regole dei mercanti nei templi della creazione e della bellezza, i cui sacerdoti sono stati costretti a “investire mesi e mesi di tempo e di pellegrinaggi nei kafkiani dipartimenti di Roma Capitale” per esercitare il loro spirito missionario.

Se proprio si volesse difendere la voglia di esprimersi di giovani vocazioni e incrementare la loro legittima aspirazione a far conoscere la loro produzione, meglio sarebbe invece far piazza pulita della proliferazione di magazzini, cantine, negozietti, androni dove qualche startup, qualche impresario delle illusioni dietro lo status di associazione e onlus affitta gli spazi a caro prezzo per l’ostensione carogna di croste indecenti, sperimentazioni e saggi, appena appena un po’ meno prestigiose, feconde e fantasiose delle provocazioni della Biennale di Venezia o di Kassel, prodotti di citrulli che sperano di comprarsi la gloria grazie a citrulli messi in mezzo dagli intermediari  improvvisati che impongono cacca seriale, d’artista ma non in barattolo, alla cerchia parentale dell’incauto espositore.

Ma non c’è mica da scandalizzarsi per il mercimonio, è questa la tendenza dell’arte e del mercato “culturale” nelle mani di un sistema, nel mare piccolo come in quello grande, di società commerciali, di curatori seriali, di assessorati condizionati da consulenti e pr, di musei e gallerie in mano alla politica o a manager che coltivano improbabili geni e sfornano eventi di cassetta intorno a opere che hanno trovato rinnovata celebrità, grazie a romanzetti o film irrilevanti, per premiare la combinazione di marketing e spettacolarità, secondo un modello culturale che deve somministrare emozioni a getto continuo, applicando parametri neoliberisti: misura dei guadagni, profitti del merchandising, impatto economico  e attrattività di testimonial e investitori, quelli che una volta si chiamavano mecenati.

Altro che deplorazione per la retrocessione a agenzie di affari: ormai c’è da rimpiangere i galleristi che si sono rovinati per amore della scoperta di geni scomodi, fratelli compresi, come Theo Van Gogh, che hanno investito in estri e fenomeni scommettendo su successi postumi e poco premianti, ma anche quelli che si sono arricchiti grazie a gusto e preparazione profetici. C’è da avere nostalgia perfino per gli osti che hanno attaccato alle pareti il corrispettivo di zuppe e entrecôte, i dottori che si sono fatti remunerati in statuine e quadretti le cure per sbornie di assenzio e polmoniti prese in soffitte umide, se pensiamo a come avviene la selezione di critici, curatori, galleristi, cui si chiede non la conoscenza, il fiuto e l’esperienza, ma un mix di buone relazioni politiche, capacità di raccogliere fondi e bernoccolo commerciale per promuovere lo sfruttamento finanziario della loro merce esposta nei loro showroom, nelle loro fabbriche di provocazione e divertimento.

Dal dominio degli “operatori culturali” siamo approdati a quello dei manager situazionisti che propongono eventi, intrattenimento, messe in scena fulminanti e decorazioni istantanee che non esigono sforzo di chi guarda, nemmeno partecipazione superiore a quella che si dedica alla vetrina del centro commerciale. A meno che non si faccia come alla Galleria Belvedere di Vienna, che ha visto un’impennata di visitatori dopo aver tentato l’arte vaporizzata e da quando folle di utenti ha preso l’abitudine di ritrarsi con un selfie mentre replicano il Bacio di Klimt.

 

 

 

 

 

 

 

 


Basta stranieri, rimandiamo Klimt a casa sua

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Le norme del Codice Beni Culturali per evitare lo smembramento delle collezioni pubbliche e garantire la pubblica fruizione delle singole opere, chiudono il dibattito”, così parlò Franceschini, ansioso di far dimenticare l’improvvida provocazione del sindaco di Venezia intenzionato a mettere all’asta il Klimt che fa parte della collezione di Ca’ Pesaro per aiutare le casse del Comune in profondo rosso. E dire che siccome sono maliziosa mi ero immaginata che avesse collocato  alla direzione degli Uffizi Eike Schmidt proprio perché sul suo curriculum brillava come una gemma la sua esperienza nella prestigiosa casa londinese Sotheby’s.

Invece possiamo stare tranquilli, la legge impedirebbe lo scempio, molto caldeggiato oltre che dal Brugnaro e dagli instancabili altoparlanti del mantra governativo: i beni culturali sono il nostro petrolio, i nostri musei devono diventare macchine da soldi e così via, dal più forsennato e ubiquo  promoter di mostre raccogliticce organizzate per celebrare i fasti del Gran Norcino, ultrà di ardite trasvolate di opere delicatissime inviate pericolosamente a far atto presenza in esposizioni pensate per appagare insaziabili appetiti di sponsor e imprese di Grandi Eventi.

Ma non del tutto. E non solo perché l’idea che quelli che dovrebbero essere garanti e depositari del nostro patrimonio artistico e culturale, hanno di quel petrolio, che tengono in minor considerazione di quello vero, per il quale sono pronti a sacrificare l’Adriatico tramite pittoresche trivelle, fa temere che prima o poi, per via delle crisi e malgrado la crescita eternamente imminente, per via dei patti perversi contratti con l’Ue e dei nodi scorsoi  stretti intorno al collo dei comuni e malgrado, proprio per fare un esempio calzante, la  Mostra del Correr del 2012  su Klimt, Hoffman e la Secessione sia stata visitata da 154.000 persone con un profitto dalla vendita dei biglietti di oltre 7 milioni, eh si,  fa proprio temere che prima o poi la legge magicamente si adegui a criteri più moderni di “valorizzazione” dei nostri gioielli di famiglia, destinandoli al monte di pietà come succede alle famiglie nobili colpite da non sorprendente indigenza. La dice lunga la scelta di direttori che devono dimostrare di essere manager con ardimentoso spirito di iniziativa più che custodi attenti,   esperti nel catalizzare investimenti privati più che studiosi e umanisti formati nel contesto anche territoriale di pertinenza del museo.

Come anche la consolidata aspirazione alla spettacolarizzazione dell’offerta del nostro patrimonio archeologico e artistico, dall’hic sunti leones, e magari fosse, al Colosseo con giochi d’acqua non anomali visto il fisiologico allagamento dell’area a ogni acquazzone, gladiatori, son e lumière, all’ossessione che ispira comuni piccoli e grandi, regioni, banche, fondazioni a investire in Grandi Eventi, Grandi Mostre, Grandi Personali secondo la logica che guida la progettazione delle Grandi Opere, su cui si indirizzano fondi che dovrebbero essere impiegati per la manutenzione e la tutela, e che hanno come obiettivo non secondario procurare reddito a sponsor, editori, organizzatori ormai strutturati, in regime monopolistico,  in Grandi Agenzie che hanno occupato il “mercato”.

Come anche il pudico silenzio che accompagna le iniziative di sindaci,   ridotti a solerti affittacamere dei monumenti delle loro città, offerti a prezzi modici per cene più o meno eleganti, convention, riprese di spot commerciali, nozze di rampolli in odor di mafia, sfilate di moda: proprio giovedì scorso i turisti sono rimasti fuori dalla Villa della Regina, a Torino, straordinario monumento barocco e sito Unesco. Un cartello però li informava che la villa e il parco   sarebbero rimasti chiusi perché ospitavano «i giovani manager del programma di formazione Uniquest di Unicredit».   E il ritorno a Venezia, dopo il fugace affidamento della soprintendenza di Roma, di una discussa soprintendente – quella nota per gli eloquenti silenzi sul raddoppio dell’hotel Santa Chiara,   quella secondo la quale le grandi navi  da crociera che sfilano davanti a San Marco non sarebbero “preoccupanti”, quella che ha approvato la distruttiva lottizzazione di Ca’ Roman, il progetto di “restauro” del Fontego dei Tedeschi, i progetti al Lido  e qui mi taccio perché è uso della professoressa querelare a dritta e a manca, da Italia Nostra a Stella del Corriere, alla Lipu –  non può che offrire ulteriore motivo di apprensione.

Siano benedette dunque quelle norme – speriamo non provvisorie – del Codice dei Beni culturali che costringeranno qualche amministratore a rivolgersi ad Arsenio Lupin o a Vincenzo Peruggia per alienare sottobanco qualche tesoro nazionale e mandarlo in sceiccati, da magnati giapponesi, insomma da collezionisti appassionati quanto spregiudicati. Peccato però che nessuna legge scritta ci difenda e ci difenderà dalla grande operazione di svendita che ha investito il Paese e Venezia in particolare, forse per abituarci alla Grecia prossima futura, sicché le città le coste, le isole italiane sono diventate merce.

Per far fronte al patto di stabilità pezzetto su pezzetto il “Sindaco” del Consorzio,  il Commissario scelto da Roma, ora l’ineffabile Brugnaro ma ancora prima Cacciari: «Dobbiamo arrangiarci e saperci vendere», aveva detto nel 2009, procedono con la liquidazione secondo varie modalità, tutte oscene, tutte scriteriate, tanto che l’unica speranza è che, come è successo per Ca’ Diedo e Palazzo Gradenigo, manchino le offerte. Al Lido, dove dovrebbe trovar posto una grande e inquinante darsena per 1500 posti barca con annessa parcheggio per 750 vetture,  è stato smantellato il vecchio Ospedale per far posto a una operazione speculativa per l’accoglienza di lusso, residence e alberghi. Ca’ Corner è diventata Ca’ Prada e tante volte sono tornata sulla scempio della Benettown, l’antico Fontego dei Tedeschi concesso alla lucrosa megalomania della dinastia trevigiana. Sono andate all’incanto due ville alla Giudecca, per miracolo è stata fermata si spera per sempre l’asta di villa Heriot e del suo giardino protetto da vincoli paesaggistici, forse è stata sventata la cessione di tre palazzi storici dell’università di Ca’ Foscari, ritenuti adatti alla cessione perché troppo pregevoli per ospitare sapere e conoscenza. E poi la Bibioteca di Mestre, e poi la Scuola Manuzio, e poi le spiagge, i forti, le isole. E funziona a pieno regime il sito web della Direzione Sviluppo Territorio ed Edilizia con il corner “dedicato”   Marketing Urbano e Territoriale, nella quale si aggiorna sulla  partecipazione a tutte le fiere del settore immobiliare (Expo Italia Real Estate, Urban Promo, Tre Eire, Mipim) e si   segnalano agli operatori   le opportunità di investimento. Ha scritto l’instancabile Paola Somma che “a questi eventi i funzionari del comune si sono recati con il portfolio delle “occasioni in offerta” che comprende, di volta in volta, Forte Marghera, l’Ospedale al Mare, i palazzi ceduti al Fondo Immobiliari” , proprio come il dimissionario Sindaco di Roma, come i ministri che si sono avvicendati, i premier – ricordate i tour di Monti? –  tutti trasformati in piazzisti con il book delle AAA. Offerte imperdibili dei nostri beni comuni.

Settis nel suo libro “Se Venezia muore” scrive che  «In tre modi   muoiono le città: quando le conquista un nemico spietato … quando un popolo straniero vi si insedia. .. o infine quando gli abitanti perdono la memoria di sé». Venezia sta morendo per tutte e tre le pestilenze: troppo cattivo turismo, un ceto dirigente ostile, locale e nazionale e, con  l’espulsione  dei suoi abitanti, la cancellazione del ricordo e dell’identità della città.


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