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Inciampati su un virus

proAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Quelo xe una merda montada in scagno”. Cacca salita su uno sgabello, è la icastica formula veneziana per definire chi pontifica sentendosi superiore per qualità e meriti dalla marmaglia miserabile che si affaccenda intorno ai piedini del trespolo.

Ogni giorno una e più di loro ci somministra le  operette morali di reclusi dinamici, di obbedienti poliedrici, impegnati a criminalizzare i trasgressori già presi di mira da sanzioni fino a 3000 euro, che non hanno capito che immunità e impunità sono riservate in regime di esclusiva ad altre merde altolocate, manager, banchieri e bancari, imprenditori, imprenditori/editori.

Consiglio a chi si volesse adirare come me,  la pedagogica lettura giornaliera della mail per gli abbonati Il Punto del Corriere che ogni giorno ci eroga un caffè di Gramellini più velenoso di quello di Sindona, oggi prendendosela con “una robusta minoranza di irresponsabili” e osservando che   “si inaspriscono le norme per i molti che già le rispettavano, allo scopo di inseguire chi se ne infischiava delle vecchie e cercherà di fare lo stesso con le nuove.  Di dritti che si riempiono la bocca solo di diritti”. E ancora: “con il loro menefreghismo giustificano o comunque propiziano misure di sorveglianza sempre più totali, che godono di un certo consenso in un Paese dove parte dell’opinione pubblica considera la libertà un lusso per gente in salute e con la pancia piena”.

Eh si, viene da dargli ragione:  regna una certa confusione tra pubblico e privato, se da sempre si socializzano le predite anche di vite umane, e si privatizzano i profitti.

Così è sempre più “privata” l’opinione corrente gestita, manovrata, condizionata da una cricca di decisori e informatori proprio come lui, che da che mondo è mondo (perfino Omero racconta le gesta dei re e dei padroni) ritiene di meritarsi la libertà, i beni, le risorse, la cultura e i suoi prodotti, le ragioni, e pure la ragione, diventata un orpello sacrificabile all’obbedienza suggerita da stati di necessità, e di essere abilitata a goderne illimitatamente. E che questo status privilegiato debba essere difeso, anche con leggi marziali, sanzioni severe e gogna ancora più feroce,  droni che controllano le passeggiate con cane e le corsette, da chi si sottrae all’obbligo di garantirlo, come sono doverosamente tenuti a fare i milioni di lavoratori diventati da pusillanimi parassiti, martiri celebrati.

E infatti il Gramellini che interviene tra un consiglio per gli acquisti di Cottarelli a fare più debito e la preghiera inviata a Draghi di sacrificarsi in qualità di divinità della salute generale, generosamente, proprio come fosse uno qualunque e a scopo pedagogico,  “la accetta”  questa ulteriore perdita di libertà. “Ma non intendo farci l’abitudine, dice.  Per farmela piacere, provo a immaginarla come un gioco di gruppo, dove se a isolarmi fossi soltanto io, sarei un asociale che fa qualcosa per conto suo. Mentre se ci isoliamo tutti, diventiamo una comunità che sta facendo la stessa cosa insieme. Ho detto tutti? Bè, tutti quelli che già ci stavano fino a ieri. E che continueranno a starci anche oggi, tra i bofonchi. Dai, giochiamo”.

Da giochiamo, e chissà che compiaciute le cassiere della Conad, i magazzinieri e i pony di Amazon, diventato ente benefattore, gli operai lombardi, quelli all’opera nella fabbrica che produce gli indispensabili F35. E chissà come saranno gratificati di sostituire la ludopatia dei gratta e vinci proibiti o Farm Ville con questo passatempo a alto contenuto identitario e relazionale, quelli che sanno già che una volta finito l’allarme, inevasa la fattura del telefono, esaurite le vettovaglie,  si troveranno senza posto, senza salario precario, probabilmente senza reddito di cittadinanza,  perché si dovrà far fronte ai costi della pandemia.

Giulivi, dai loro scranni, sono impegnati in due attività. Alimentare la paura, anche grazie ai pareri e alle opinioni della scienza, ormai riluttante e esprimere una qualsiasi certezza che denuncerebbe impotenza, inadeguatezza e forse ignoranza e che  vocifera, profetizza, sussurra e minaccia, in modo da favorire il ricorso alle maniere forti che da sempre hanno più autorevolezza ed efficacia del buonsenso e della ragionevolezza. E criminalizzare qualsiasi forma di pensiero indipendente e dunque di insubordinazione, fisica, tramite jogging, morale, se qualcuno è così audace da chiedersi se questo impegno collettivo a uniformarsi a comandi così rigidi sia motivato, recherà degli effetti positivi più fruttosi di quelli negativi del lungo periodo, se aver intrapreso la strada del Terrore intimidatorio non abbia in sé il pericolo che nessuno poi abbia il coraggio di dichiarare finita l’emergenza, nel timore di perdere potere e consenso al primo sternuto.

E infatti sono guai per quelli che non hanno uno sgabello, se si interrogano su cosa potrà succedere se arriva il Covid20, se altri virus generati dalla distruzione dell’ambiente ad opera del Progresso, e continueremo a non essere dotati di terapie intensive, se dovremo elemosinare i dispositivi e le attrezzature prodotti altrove grazie alla fine delle produzioni, alla svendita delle nostre imprese e alla cessione di nostri know how, se il personale medico oggi promosso a esercito di eroi sarà ridiventato la solita banda di fannulloni da punire rivolgendosi a clinici d’oro. Perché la spirale del silenzio funziona meglio in circostanze estreme, quando la paura dell’isolamento morale è incrementata dall’isolamento fisico, e la salvezza dall’anatema si paga con il conformismo e l’autocensura per non dover incorrere in misure punitive di carattere sociale.

Oggi è ancora più vero tutto questo perché non solo sarebbe inappropriato parlare al manovratore e del manovratore, come succede coi morti su Facebook, alle cui generalità va sempre aggiunto il “povero” e il Rip, come raccomanderebbe il bon ton delle sardine.

Ma anche perché si commetterebbe il reato di lesa maestà del Progresso, che anche quello funziona per chi ha gli sgabelli, mentre agli altri mostra la faccia cattiva, quella che si rivela quando il mito dell’onnipotenza che ci ha permesso di andare nello spazio, di guardarsi e ascoltarsi da migliaia di chilometri di distanza, che ci ha illuso di poter consumare il mondo senza limiti e confini, che ha giustificato guerre e saccheggi, sfruttamento e speculazione in modo che da essi scaturisse un po’ di benessere per tutti, che ci ha persuasi che scienza e tecnologia fossero invincibili motori di civiltà e ricchezza e strumenti per risparmiarci e dalla sofferenza, oggi è sfatato, il suo totem crolla rumorosamente e ci rivela insignificanti,   inadeguati, insensati.

Adesso facciamo i conti con la nostra onnipotenza astratta, che ci convince di poter volare, dire tutto quello che vogliamo, sapere ogni cosa, e che invece si scontra con la nostra impotenza concreta rispetto ai processi anonimi e indecifrabili a occhio nudo della globalizzazione, dell’impoverimento e della precarietà di massa,  della distruzione del pianeta, e su quelli informativi, culturali e antropologici messi in atto per ridurci allo stesso livello dei robot che dovrebbero risparmiarci dalla fatica, ma con qualcosa in meno: soggetti come siamo a ricatto, intimidazione,  paura.

 


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