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L’elemosina dopo il furto

fra Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una multinazionale operante nel settore della produzione e lavorazione dell’acciaio se la dà a gambe dal sito che ha acquisito a prezzo stracciato, restituendo alla gestione commissariale con cui ha negoziato   l’acquisto, anche la proprietà dei lavoratori che ha  licenziato e poi riassunto in modo da imporre nuovi contratti capestro e da licenziarne un buon numero nelle maglie della trattativa opaca condotta col governo locale, pavido e assoggettato, che non ha voluto assumersi la responsabilità di nazionalizzare l’impresa.

C’è da giurare che i becchini del colosso che si chiama Arcelor Mittal, siano pronti a fare lo stesso quando metteranno le mani sulla Essar Steel India, decotta e in bancarotta, per assicurarsi una posizione strategica in quell’area, in vista dei poderosi investimenti governativi nel settore delle infrastrutture. Se le cose non andranno come vogliono, se operai ancora più tiranneggiati e ricattati di quelli del precedente investimento non saranno disposti a barattare la vita con il salario, se i competitor locali  sapranno spuntare appalti e concessioni più favorevoli da paesi sorprendentemente meno  docili e malleabili di altri che avevano dimostrato la loro appartenenza a una civiltà superiore colonizzandoli per secoli, è probabile che anche in quel caso non tanto ipotetico il colosso metallurgico provvederà a caricare sui lavoratori degli oneri materiali e morali del rischio di impresa.

È uno dei frutti avvelenati della supremazia del profitto imposta anche sul piano “culturale”, grazie al rafforzamento del mito dell’efficienza, della produttività e dei benefici per la collettività che solo la  proprietà e la gestione privatistica dell’economia saprebbero assicurare, tanto che il declino e le svendite dei beni comuni sono state preparate per accreditare questa convinzione abbassando sempre di più la qualità dei servizi e innalzando i loro costi, in modo che la loro concessione a imprese private si accrediti come l’unica strada ragionevolmente precorribile.

Che poi, quando poi la verità viene a galla, quando le aziende diventano carrozzoni clientelari o alleanze mafiose per la realizzazione di interventi e grandi opere che dissanguano i bilanci statali senza offrire adeguate prestazioni, quando dimostrano che il business che porta più profitti è l’inefficienza, sono i ritardi o l’impiego di materiali scadenti, quando i nodi vengono al pettine  allora fanno come l’Arcelar Mittal, trasferendo il rischio di impresa sulla cittadinanza. Che lo sconta e lo paga sia in qualità di lavoratori dipendenti compresi quelli beneficati dal familismo, a meno che non si tratti di impunibili e impuniti manager e dirigenti, ma soprattutto in qualità di cittadini.

E c’è un concorso attivo di soggetti, le imprese, le banche finanziatrici, i governi, il cartello criminale europeo che per avvilire ancora di più e ridurre la sovranità, condanna gli interventi statali come fossero indebiti aiuti a entità parassitarie, che indirizza investimenti e risorse per sostenere le cupole finanziarie o le aziende non più produttive convertite in azionariati seduti al tavolo verde del casinò in  indolente e accidiosa attesa di godersi le rendite  di bolle e   fondi compresi quelli imposti ai lavoratori  secondo il nuovo uso che permette di sfruttarli due volte come lavoratori e come clienti e assicurati.

E dire che i soldi per l’Ilva o per Venezia o per il ponte di Genova o per i terremotati ci sono eccome anche senza andare a toccare l’intoccabile sistema della fiscalità, anche senza attuare il meccanismo redistributivo più intoccabile ancora garantendo   servizi e assistenza alle fasce meno abbienti della popolazione attraverso il prelievo di risorse nei confronti dei soggetti più facoltosi, perfino senza liberarsi ex abrupto – pare sia impossibile – dei vincoli  europei da Maastricht al Fiscal compact.

Basterebbe stornare risorse da interventi inutili e dannosi, da opere di risanamento a posteriori per investirle in  manutenzione, basterebbe rovesciare il tavolo di chi chiede risarcimenti per le sue malefatte, esigendoli invece, basterebbe chiudere la borsa e non onorare più i debiti contratti 70 anni fa e ingiustificatamente con la Nato, basterebbe non salvare banche assassine, chiamando in funzione di presenza salvifica il loro protettore dall’estero, ora in attesa di nuovo incarico. Che non accada non è certo casuale: i vincoli, l’impossibilità a riprendersi competenze e poteri ceduti, l’assoggettamento al “realismo” che si misura nel trincerarsi dietro la minaccia di sanzioni e risarcimenti onerosi, in realtà molto meno gravosi nel medio e lungo periodo della diabolica perseveranza nel realizzare interventi sbagliati, è un alibi diventato sistema di governo.

Così la strada più facile è sostituire il governo con l’elemosina, la solidarietà à con la carità, la redistribuzione con le mancette. In nome della dichiarata impotenza, a fronte della dissipazione di circa 8 miliardi, della trasformazione di una città in area cimiteriale, anche grazie a un turismo che accorre festoso a fare atto di presenza durante catastrofi e calamità, convertite in folclore e che si compiace della speranza di essere gli ultimi a godersi lo spettacolo prima dell’affondamento di Atlantide, si avvia la pesca di beneficenza, la raccolta fondi, l’appello ai prodighi sms.

Uno dei più attivi nel promuovere sottoscrizioni è il ministro Franceschini: “il mondo, ha dichiarato, deve sapere l’entità del disastro. Serve un impegno enorme dello Stato e di tutti i cittadini”. Intendendo i cittadini del pianeta. Chiamati a riparare i danni, a contribuire, a collaborare, a mettere pezze e cerotti dove quelli come lui hanno prodotto ferite e morte. Perché ci sarebbe da chiedere al contrito ministro appartenente alla cerchia degli eterni sorpresi dagli accadimenti, tutti annoverabili a fenomeni naturali e imprevedibili, come mai avendo coperto il delicato incarico sulla prestigiosa poltrona sulla quale siede oggi, nei governi Letta, Renzi e Gentiloni, non abbia avuto contezza e conoscenza dei problemi della città unica al mondo e patrimonio universale,   impegnato in festosa sintonia con il sindaco, oggi commissario straordinario,  a promuove e incentivare il turismo,  in controtendenza con altri tesori mondiali che guardano a Venezia come a un modello da non ripetere, come infausto laboratorio di oltraggio e consumo dissipato.

Sarebbe da chiedergli in veste di promotore della riforma del ministero dei Beni Culturali, e di profeta di quella religione che officia i riti del mercato, sacrificando arte, bellezza e monumenti da cui estrarre  soldi come fossero giacimenti, quali criteri e requisiti sovrintendono alla loro gestione, salvo una dichiarata preferenza per un personale esperto di marketing e vendite, che investimenti svengono mobilitati per la manutenzione ordinaria dei beni comuni, quali strumenti di controllo vengono esercitati su biblioteche, musei, pinacoteche, conservatori, se può succedere che vengano esposti a rischi prevedibile e irreversibili, come appunto è accaduto per la Querini Stampalia, per il Conservatorio Benedetto Marcello, i cui tesori sono stati travolti dall’acqua. Tesori di serie B si direbbe, rispetto a quelli di serie A, i luoghi di culto già oggetto di risarcimenti a nostro carico, per via della loro attrattività turistica e della cura sempre riservata all’ospite non pagante ma influente di là dal Tevere, il più esperto in materia di elemosine, purché si tratti di riceverle, e di doveri ma solo quelli da rispettare col padreterno,  e non di quelli in capo ai cittadini di uno stato democratico.


Ilva, l’industria dell’impunità

Ilva-ecco-come-l-impianto-puo-tornare-a-vivere_h_partbAnna Lombroso per il Simplicissimus

ArcelorMittal, nella lettera ai commissari dell’ Ilva, informa di essere in procinto di “cede” i 10.700 dipendenti che un anno fa aveva assunto dalle società del gruppo in amministrazione straordinaria, riaffidandoli ai commissari, e quindi allo Stato, dai quali l’aveva preso in carico l’1 novembre 2018 dopo la gara di aggiudicazione vinta a giugno 2017, il via libera dell’Unione Europea a maggio 2018 e l’accordo con i sindacati al Mise a settembre 2018.

La decisione, a detta della multinazionale che giudica il contratto “risolto di diritto” per “sopravvenuta impossibilità ad eseguirlo tanto che in via  di ulteriore subordine  ne chiederà la risoluzione giudiziale per i gravi inadempimenti delle concedenti e/o per eccessiva onerosità della  prestazione”, sarebbe effetto del venir meno dello scudo penale per l’attuazione del piano ambientale e del rischio di spegnimento dell’altoforno 2 per motivi di sicurezza, teatro di un incidente mortale a giugno 2015, oggetto di un intervento della Magistratura, ma soprattutto del clima di ostilità che rende impossibili il proseguimento dell’attività.

E chi l’avrebbe detto che qualche ordine del giorno di associazioni e partiti “antagonisti”, qualche post di oscuri blogger, sarebbe stato definito “clima di generale ostilità”.

Perché invece la sfera del consenso in appoggio all’azienda, all’attuale gestione e a quelle precedenti, alle misure governative che si sono succedute, alla maggior parte delle autorità regionali e locali che si sono impegnate a inquattare analisi, indagini o a manometterle persuase da una lobby che si è infiltrata negli organismi di controllo sanitario e ambientale, è unanime. A cominciare dalla stampa ufficiale che grida allo scandalo, non contro aziende criminali, macchè, ma contro chi ha avuto la dissennata impudenza di sospendere grazie al Dl imprese  l’immunità, e pure l’impunità, “rendendo impossibile, fattualmente e giuridicamente, attuare il piano ambientale in conformità alle relative scadenze, nonché al contempo proseguire l’attività produttiva e gestire lo stabilimento di Taranto come previsto dal contratto, nel rispetto dell’applicabile normativa amministrativa e penale” aprendo così, cito testualmente,  una “fase di incertezza per i dipendenti dell’Ilva, a partire dagli 8.200 dello stabilimento siderurgico di Taranto, più altri 3.500 addetti nell’indotto, per i mille dipendenti di Cornigliano, a Genova e per i 680 di Novi Ligure”, mettendo in forse la certezza di entrare, loro e i famigliari, nelle statistiche dell’incidenza del cancro e su quelle del disastro ambientale di interi territori e pure su quelle relative al cambiamento climatico per via delle emissioni di gas serra.

Inutile dire che a protestare per la cavillosa prepotenza “politica” sono scesi in campo i sindacati tutti che avevano sottoscritto «con grande fatica un accordo, il 6 settembre 2018, che da un lato l’azienda e dall’altro il Governo potrebbero far diventare carta straccia»,  condannando “un’azione politica e aziendale che ad un anno di distanza cambia le carte in tavola e agevola negativamente la congiuntura non favorevole dell’industria italiana”, confermando una volta per tutte che a forza di cedere al ricatto, caposaldo delle politiche industriali e della cultura di impresa, si è persa perfino la possibilità di scegliere tra posto e malattia, tra salario e salute, tra condanna a morte dell’azienda o condanna a morte dei lavoratori, perché chi paga ha il diritto di far lavorare solo chi è disposto ad accettare cancro per sé e concittadini, la prenotazione a una “morte bianca” in un altoforno, la cancellazione di garanzie e prerogative, la fine della solidarietà e coesione sociale sacrificate per tenersi l’unico diritto concesso, quello alla fatica.

E figuriamoci la bassa cucina del “confronto” parlamentare come sguazza in questo fango avvelenato, tra Salvini chiaramente affetto da disturbi della memoria breve e in cerca di guadagnarsi la simpatia di sfruttatori, inquinatori, speculatorie e assassini di ieri e di oggi, che prima avevano considerato poco affidabile la sua indole protesa solo alla ferocia irrazionale e bestiale, Renzi e Calenda e Gentiloni autori dell’ultimo misfatto, per non parlare del “prima”, degli anni di protezione dei Riva, dello zelo nel sotterrare reati e fanghi, delle  concessioni in forma di legge per esonerare da responsabilità penali, amministrative e “ambientali” o dell’ “oggi”, quando nessuno degli attori vuole l’unica cosa che si dovrebbe fare,  quella nazionalizzazione per la quale esistevano e esistono le condizioni, il solo strumento che permetterebbe di fare investimenti produttivi, di risanare l’ambiente, di dare un futuro al lavoro, di restituire competitività a un settore strategico per il paese.

C’è qualcosa che rende tragicamente speciale  questo caso, rispetto ad altri e rispetto ad altre province dell’Impero. Perché abbiamo oltrepassato tutti i limiti di “decenza”, perché non si tratta più di piegare le leggi  alla legge del più forte  per i suoi interessi privati, perché è finito il tempo nel quale si adottavano 30 tra decreti, indulti, condoni, “lodi”, per risparmiare a un puttaniere le manette e salvare la reputazione democratica di un golpista malfattore.

Adesso si normalizza un regime di illegalità, si beffa la giustizia,   si dimostra che l’economia è definitivamente incompatibile con la legge, si deride chi è morto, chi si è ammalato, una città diventata martire, in nome delle necessità di tutelare un padronato criminale e di salvare al faccia dei suoi kapò, demolendo a un tempo lo stato e lo stato di diritto.  

 


Italia in liquidazione

ilva-1030x615La rovina economica, politica e istituzionale italiana è iniziata in sordina, quasi inavvertita quando con la cosiddetta caduta del muro di Berlino, il “fattore K” venne meno e un intero sistema politico costruito sulla divisione del mondo in due blocchi e la presenza del più grande partito comunista dell’occidente, finì per crollare. Lo scardinamento vero e proprio avvenne con l’indagine di “Mani pulite” sulle cui origini e moventi c’è ancora molta nebbia da dissipare, ma di certo gli esiti furono esattamente opposti a quelli che si potevano pensare perché come rimedio alla corruzione di un intero sistema e non solo della sua parte politica, gli italiani risposero portando in palmo di mano a Palazzo Chigi uno degli individui più ottusi e reazionari che si potessero immaginare e la cui veste di imprenditore palazzinar – televisivo portava i conflitti di interesse, il corto circuito politica affari che si voleva colpire, al cuore dello stato. D’altronde l’opposizione ormai incapace di recitare un rosario diverso da quello neo liberista, trovò un motivo spendibile con l’opinione pubblica per entrare completamente nella cattività europea, vista come talismano della felicità , oltre garante della normalità e legandoci ad obbligazioni palesemente impossibili per la nostra economia.

Il risultato lo abbiamo visto con la perdita del 25% del sistema industriale e da quando l’Europa ha cominciato a sfilacciarsi, diventando una sorta di complicato, ma nascosto lego dell’egemonia continentale la caduta ha cominciato ad accelerare e procede ora precipitevolissimevolmente. Proprio in questi giorni anzi nel giro di una settimana, grazie a un governo di pupazzi  che i poteri economici fanno ballare sul palcoscenico del Paese, abbiamo dato ciò che restava della Fiat ai francesi, pur nella certezza che al miliardo e mezzo incassato dagli Agnelli che non finiscono mai di essere lupi, corrisponderà una rilevante caduta di occupazione e la chiusura di fabbriche ormai inutili perché doppioni di altre. E hanno anche la faccia di dire che questo serve per progettare auto elettriche cosa che un semplice meccanico è in grado fare, visto che possono comprare i componenti principali dalla Cina, come del resto fanno la Tesla e tutti gli altri. Poi c’è la questione Alitalia, che verrà ceduta per quattro soldi, probabilmente a Lufthansa,  così da perdere anche la compagnia di bandiera, che verrà trasformata in compagnia privata, con pochi aerei e priva di voli intercontinentali, così come vuole il colosso tedesco e questo naturalmente implicherà una perdita diretta di molte migliaia di dipendenti, una indiretta per ora incalcolabile a causa delle minori attività connesse ad Alitalia, ma comunque a una perdita salariale di tutto il settore. Dire che i soldi quando si vuole si trovano: per esempio nelle settimane scorse il governo ha trovato il modo di immettere – tramite la Cassa Depositi e Prestiti (le cui esposizioni entrano comunque nel conto del debito pubblico) – 166 milioni di euro nella società farmaceutica Kedrion, di proprietà della famiglia Marcucci, quella dell’attuale capogruppo del Pd al Senato. Infine c’è la questione Ilva che rappresenta la vetta dell’abominio perché attraverso il ricatto economico l’Arcelor Mittal, ovvero l’acquirente scelto per evitare la soluzione ovvia che era la nazionalizzazione della fabbrica, si dice disposta a portare avanti l’operazione solo se potrà evitare le norme sulle emissioni. Insomma per mantenere un’occupazione ridotta e molto probabilmente temporanea, perché comunque l’acciaieria sarà destinata a chiudere, si darà via libera alla tumorizzazione dei dipendenti e della città di  Taranto. E questa non è solo una liquidazione economica, ma anche e soprattutto civile Ma pensate che Conte, presidente del coniglio (e non è un errore) , si preoccupi di tutto questo? Ne è felice perché quando si parla di multinazionali e di mercato gli brillano gli occhi e sussura “j’adore” dopo aver scandito per bene il sissignore che è la sua cifra.

E’ solo la fine di un processo di spoliazione del Paese cominciato quasi trent’anni e il cui primo atto concreto sono stati l’adesione a Maastricht e subito dopo  l’accordo Andreatta – Van Miert del 1993 che smantellava l’apparato industriale pubblico e oggi di fronte all’impossibilità, in queste condizioni di calo manifatturiero, di portare l’inflazione al 2% la Lagarde, nuova presidente della Bce, prigioniera di Berlino,  ha fissato l’asticella più in basso all’1,5 per cento che per noi significherà deflazione e dunque in breve prospettiva, un’altra perdita di capacità industriale che ci toglierà definitivamente di mezzo. Insomma la condanna sancita molti anni fa sta per essere eseguita e non sarà certo un governo di mentecatti a poterlo evitare perché sono incapaci di tutto, persino di provare vergogna e si ingegnano invece di ricavarne delle buone uscite.


Stracciato il Santino di Narni

Elezioni Regionali Umbria - Summit Pd e 5 Stelle a NarniNon so se il risultato delle elezioni umbre provocherà una crisi di governo o se si dovrà attendere quelle in Emilia – Romagna, regione chiave per l’economia italiana, per arrivarci. Non saprei nemmeno dire se l’umbratile Conte, per giunta alle prese con uno scandalo vaticano, potrà resistere con il favore del Palazzo o eventualmente succedere ancora una volta a se stesso, se il suo posto verrà preso da un altro tizio qualunque pescato nelle profonde penombre del Paese  o da Draghi che nel frattempo sarà nominato senatore a vita e non so nemmeno se quest’ultimo ambisca al Quirinale o a Palazzo Chigi.  Ma una cosa è assolutamente certa: la vittoria oltre ogni previsione di Salvini e della Meloni, affondano per sempre l’illusione che basti agitare lo spettro del fascismo per essere ascoltati e per far dimenticare i tradimenti o i magna magna e che dunque l’unione innaturale tra Pd e Cinque Stelle, propiziata, anzi imposta da Bruxelles per fermare Salvini, non serve proprio a niente se non a portare più acqua al mulino del demagogo leghista.  Quella foto di Narni che riuniva gli sconfitti di queste elezioni, non è che l’ingiallito dagherrotipo di un errore.  Un santino stracciato.

Un tempo l’antifascismo si coniugava con il progresso delle politiche sociali, era insomma una cosa seria,  ora è un puro feticcio nominalistico che serve soltanto a coprire il taglio di welfare, la precarietà e la caduta dei diritti  e l’elettorato semplicemente se ne frega. Se ne frega anche se questo supposto fascismo che semmai è patrimonio nella sostanza anche degli avversari, viene espresso da personaggi rozzi, arruffoni e di straordinaria modestia intellettuale come Salvini e la Meloni, perché la voglia di cambiamento  e di togliersi dal groppone il peso delle furbate, delle clientele. degli affari incrociati  e delle politiche antisociali è talmente forte da superare il tabù. In questo caso poi c’è anche un altro elemento di cui tenere conto, ovvero il fatto  che nella coalizione degli sconfitti figura anche il partito che era stato eletto per cambiare questo stato di cose cose e che invece si è lasciato trascinare in una coalizione che più di palazzo non si può. Ciò che mi meraviglia è che i 5 stelle siano riusciti a prendere il 7 per cento, perché in queste condizioni è persino un sontuoso premio al voltafaccia rispetto alla ragion stessa di esistenza del movimento. Né si può dire che il Pd abbia fatto una bella figura: nominalmente è sul 22% che è  già un disastro in una regione governata praticamente da sempre da quella che una volta era la sinistra, ma  in realtà è ben sotto questa cifra limite perché i renziani non si sono presentati con la lista di Italia Viva, formazione neo berlusconica, e dunque è probabile che la cifra reale sia  intorno al 15 per cento o anche meno.

Adesso entrambi gli sconfitti dicono che l’alleanza celebrata e benedetta da don Mattarella, non ha funzionato, anzi è stata un disastro senza precedenti, ma allo stesso tempo dicono di voler andare avanti nell’esperienza di governo, inalberando una sfilza tale di frasi fatte e luoghi comuni nel tentare di fare stare insieme le antinomie, che persino un computer sarebbe schifato da tanta automaticità. Tuttavia l’assurda persistenza di Conte in queste condizioni, facendo finta che l’Umbria non conti un cavolo come l’ingombrante  nessuno di Palazzo Chigi ha avuto il buon gusto e l’intelligenza di dire, sarebbe la prova del nove del fatto che la coalizione di governo, ormai minoranza nel Paese, è stata sostanzialmente frutto di pressioni del tutto estranee alle dinamiche politiche italiane, che poteri esterni hanno surrogano il ricorso alle urne che nel caso specifico della crisi d’estate sarebbe stato d’obbligo.  Naturalmente non è che adesso cambierà molto, che cambiando le facce cambierà una realtà eterodiretta: ormai non è che esista una vera e propria dialettica politica se non in aspetti del tutto marginali, il vero scontro è tra Palazzo e  popolo

 


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