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Le urne e i sepolcri

http___media.tvblog.it_7_7bc_Montalbano_catarellaLa Rai si è affannata a riproporre le serie con Montalbano nella speranza che qualcosa nella mente subliminale restasse appiccicato anche a Nicola Zingaretti, fratello sanza lettere del protagonista e nuovo segretario del Pd, come fosse Catarella. Ma a che servono le indagini del commissario se poi un altro trombone piddino, il governatore della Calabria Oliviero si scaglia sulla Rai come un sol uomo d’onore per lo  sceneggiato costruito sulla strage di Duisburg, lamentando il fatto che la Calabria sia stata offesa. per il semplice fatto di aver raccontato una storia di ‘ndrangheta.  Insomma questo bel tomo richiede apertamente omertà. Tutto questo mentre il berlusconian salviniano  Belpietro ha firmato il numero odierno dell’Unità che ormai esce una volta l’anno giusto per mantenere la testata. Il comitato di redazione parla di affronto, di “gesto gravissimo” concretizzatosi all’insaputa dei redattori all’ultimo momento e da un punto di vista formale ha perfettamente ragione, ma mi chiedo se Belpietro avrebbe accettato di comparire come direttore, sia pure per un giorno, se i contenuti del giornale avessero avuto qualcosa a che fare con una sinistra reale.

Si tratta di aneddoti, ma che rivelano perfettamente la grande confusione del momento e denunciano come gli schieramenti apparenti e gli apparenti scontri non siano quelli reali, si nutrano di retorica e di un antifascismo di mercato, mentre al di sotto si scorge l’unità tra Pd, area afferente e forzaitalioti  dentro un fronte di europeismo ad ogni costo e a qualsiasi condizione. In mezzo sta la Lega che come sempre esprime una doppia natura, anti europeista di fuori, neoliberista di dentro, partito d’ordine da una parte e partito della deregulation capitalista dall’altro. Ma francamente visto che La Lega ha già avuto un ministro degli interni e Salvini (degno erede di Minniti)  è stato tra i protagonisti della governance berlusconiana, non vedo come si possa impostare una convincente campagna sul fascismo di Salvini se non fosse che girando la moneta tutto questo  diventa battaglia contro il cosiddetto populismo, ovvero contro ogni posizione critica nei confronti dell’Europa che sarebbe, ad onta delle simpatie neonaziste nell’est, l’unica istituzione in grado di esorcizzare il fenomeno.  In questo senso siamo di fronte a una sorta di finzione, a una polarizzazione artefatta tra il capo della Lega e la sinistra soi disant per ottenere il vero scopo cui tende questo intreccio: ovvero distruggere un governo che nonostante le capriole del M5S per ridurre la carica eurocritica è comunque un dito nell’occhio per chi è abituato a comandare ai propri burattini senza alcuna obiezione o mediazione.

Se infatti la Lega arriva al 30% e il movimento Cinque Stelle, prende meno voti del Pd, le sorti del governo giallo verde sono segnate, con grande felicità degli oligarchi di Bruxelles e delle cosche eurocratiche festeggianti insieme a Confindustria e alle banche, ammesso e non concesso che ci sia ancora differenza tra i due ambiti. E’ chiaro che con un risultato del genere peraltro sempre più probabile, Salvini vorrà monetizzare il successo con elezioni in autunno e gli altri saranno comunque contenti di conservare una bella fetta di potere dopo aver sbaragliato i populisti. L’Europa sarà contenta, perché Salvini è fascista, ma di nuovo conio contro cui non esiste ancora un antifascismo né adeguato, né intelligente: quello del neoliberismo rampante. Di certo Bruxelles e i costruttori del neo impero carolingio non hanno nulla da temere da lui. Quindi ci si sarebbe da augurarsi che la Lega non sfondi la linea psicologica del 30% e i Cinque stelle non tracollino sotto il livello di galleggiamento del Pd, ci sarebbe da augurarsi che si votasse con la testa e non con la pancia o facendosi confondere dal miserabile discorso pubblico, anche se dubito che questo avverrà: quando si cade si tenta di aggrapparsi a qualunque cosa, senza nemmeno vederla.

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Europa, si salvi chi può

Schermata-2018-03-26-alle-15.11.08Oggi non mi occuperò delle lezioni in Sardegna, perché riflettono esattamente il voto abruzzese, ma soprattutto le stesse parole d’ordine date dall’establishment ai loro informatori, ovvero enfatizzare il calo dei Cinque Stelle e nascondere a tutti i costi il crollo del Pd che è sì il primo partito, ma con il 13 per cento dal 22 che aveva nel 2014. Lascio ad altri questi appassionanti esercizi di rianimazione renziana e mi dedico invece alle cose serie che possono cominciare dai dati presentati dal Wall Street Journal sulla crescita economica globale  nell’ultimo decennio, ovvero a partire dal 2009: Cina + 139%, India + 96%, Usa +34%, zona euro -2 per cento. Benché il Pil sia  una misura generica, meno significativa di quanto non si voglia far credere e ampiamente manipolabile, non c’è alcun dubbio che siamo di fronte a un crollo epocale dovuto alla moneta unica e al modo con cui essa è stata  concepita e gestita. Tutte cose ormai ben note e che lavorano per la rovina comune tanto che uno degli economisti tedeschi più noti e ascoltato nonché principale consigliere del governo di Berlino, Hans Werner Sinn, nell’ottobre scorso aveva ” aperto” per cosi dire all’ipotesi di una possibile uscita dall’euro dello Stivale sostenendo che era necessario inserire una clausola di fuga dalla moneta unica.

A dicembre, di fronte al dato che la competitività italiana si è ridotta del 38% rispetto a quella tedesca dal tempo dell’introduzione dell’euro, è andato molto oltre:  “Non esiste   alcuna economia che possa sopravvivere ad un tal genere di apprezzamento rispetto al suo principale partner commerciale. E’ impossibile, nulla di quanto abbiamo discusso finora può essere la soluzione. Naturalmente la decisione è degli italiani, ma non ci può essere soluzione all’interno dell’area euro. Sono passati 10 anni e la svalutazione necessaria non ha avuto luogo e questo non solo verso la Germania, ma verso tutti i Paesi dell’Eurozona. Abbiamo aspettato dieci anni, dobbiamo aspettarne altri 10?” E poi fa riferimento alla posizione di Paolo Savona che come si ricorderà non divenne ministro dell’economia a causa del veto di Mattarella. Del resto Sinn e il suo gruppo di economisti rammenta che per recuperare competitività rimanendo dentro la moneta unica l’Italia dovrebbe svalutare stipendi e salari del 38 per cento e sopportare un tasso di disoccupazione al 25%, cosa evidentemente impossibile sul piano politico.

Naturalmente l’economista si preoccupa della Germania perché è ovvio che o alcuni Paesi escono oppure l’euro dovrebbe diventare una vera moneta comune dando luogo a massicci trasferimenti verso il Sud ovvero di ciò che è stato lucrato dalla Germania sino ad ora e che è servito all’interno sia ad arricchire i soliti pochi, sia a tamponare una rivolta sociale con la distribuzione  oculata degli avanzi. Come qualche notista ha fatto notare Sinn sostiene che l’Italia deve uscire per non dire che in realtà a questo punto è proprio la Germania a voler fuggire dalla moneta unica. Del resto il fatto stesso che all’interno dell’Unione si stia cercando di trovare una rapporto speciale e geopolitico con la Francia dimostra che ormai non solo l’euro, ma l’Europa è decotta e al suo posto si profila una specie di sistema egemonico.

Ciò che francamente mi stupisce è che il governo attuale, di cui tutto si può dire salvo che sia portatore di europeismo a tutti i costi,  abbia perso l’occasione di meditare su questo invito e raccoglierne la sfida incominciando con l’opporsi ai preannunciati diktat di Bruxelles sul bilancio (dopo essersi ovviamente parato le spalle) cosa che se non altro avrebbe finalmente portato ufficialmente sul tavolo questo tema. Tanto più che esso, insieme all’ambiguità tedesca è ormai tema di commento internazionale e un sociologo della fama di Wolfgang Streeck sostiene che ” In Germania, si cantano lodi alla Europa, ma intanto silenziosamente le strutture della UE vengono usate per  affermare i propri interessi nazionali”. Andiamo dietro a un progetto ampiamente fallito sia sul piano dell’economia, sia sul piano democratico, sia su quello delle relazioni fra stati e popoli che sono l’ ultima ossessione di una sinistra smemorata. Cosa stiamo aspettando? Se lo chiederebbe chiunque non avesse compreso che la moneta unica come testimone e feticcio di un unione dedita all’ordoliberismo, non è uno strumento economico ma politico, come del resto ebbero ad affermare parecchi economisti al tempo di Maastricht. Infatti la vera grande difficoltà a inserire il tema nel dibattito politico è che la razza padrona compresi ovviamente tutti i suoi referenti politici, sa benissimo che un’uscita dall’euro spazzerebbe via in pochissimo tempo tutte le conquiste antisociali e contro il lavoro ottenute in questi anni, mentre la grecizzazione definitiva dell’Italia, cosa peraltro inevitabile e dalle conseguenze molto più gravi di quelle elleniche vista la diversa altezza di caduta, la lascerebbe comunque al posti di comando, anzi ne aumenterebbe il potere in maniera esponenziale.


Questioni di Pil…u

Romagna al cinema con Albanese. U pilu traina l'economiaE’ davvero straordinaria la capacità del sistema post democratico e della politica spettacolo che le è propria, di trarre vantaggio proprio dalle falle strutturali delle teorie neoliberiste e dalle bugie sparse a piene mani per nasconderle. Ultimamente al bar Italia è tutto un accapigliarsi sulla diminuzione del Pil nel terzo e quarto trimestre di uno 0,3 per cento complessivo: l’opposizione dice che è colpa del governo dimenticando che sotto Monti il prodotto interno lordo diminuì dell’ 1 per cento, mentre l’esecutivo risponde che si tratta solo di un calo temporaneo della durata di sei mesi. Inutile dire che entrambe le tesi sono letteralmente prive di senso perché tutta l’Europa è colpita dal rallentamento dell’economia mondiale, tanto che la Germania che funge da maestra per questi alunni somari ha dati peggiori di quelli italiani che sono culminati con un – 4,5% di produzione industriale.

In realtà poiché il pil è una misura statistica dove oltretutto parecchie voci contengono stime puramente ipotetiche, le piccole variazioni sono facilmente giostrabili per ottenere un qualche effetto ad hoc e che in ogni caso nella flessione italiana ha giocato soprattutto il meno 20% delle residue produzioni Fiat in via di definitivo smantellamento, ma siccome in questo caso la tendenza riguarda tutta la Ue che nel 2018 ha fatto registrare un aumento molto inferiore a quello propagandato e vicino a un misero 1,7% , per di più dovuto praticamente tutto dovuto ai Paesi extra euro, non c’è alcun dubbio che la canea confindustriale la quale gode di soci che sono tra i più taccagni investitori del pianeta o le opposizioni di cappa e mazzetta che vorrebbero tenere in vita il Pil con le opere inutili o lo stesso governo che si mette su questo piano, sono proprio fuori di capoccia. Siamo di fronte a un evidente rallentamento dell’economia mondiale e continentale alla quale un Paese forzosamente devastato nella sua struttura produttiva dalla moneta unica fa fatica a reggere mentre l’impossibilità di investimenti significativi e rivolti alla domanda, impostaci dal leviatano europeo completa l’opera di distruzione. Questo non toglie che si sia costretti a sentire le sciocchezze di Draghi sul fatto che tutto ciò sarebbe dovuto ad un allentamento dell’austerità: qui delle due l’una o siamo di fronte a mentitori seriali che cantano la stessa canzone da 11 anni senza cambiarla di una virgola, oppure a cretini. La prima tesi è senz’altro vera, la seconda non è da escludere perché la natura delle menzogne ossessive risiede proprio nell’incomprensione delle cose.

Ma insomma visto che il pil cade e non solo da noi non si può certo dire che sia colpa dell’austerità imposta dalla Germania attraverso i trattati e ancor meno di può accusare il ciclo economico capitalistico, scacciandolo dall’altare delle adorazioni: così è più facile accusare governi non completamente allineati o forze politiche di opposizione che chiedono l’aumento della spesa pubblica e dunque pretendono di vivere al di sopra delle proprie possibilità e insomma tutte le fesserie di questo genere che ormai da mezzo secolo sono entrate nelle giaculatorie del rito neoliberista. Il fatto è che non ci si accorge di essere in mezzo a insuperabili contraddizioni, come quella di dover fare investimenti per sostenere il pil, ma non di non poterne fare a causa dei trattati europei, dei ricatti con cui vengono fatti rispettare e della debolezza di chi alla fine li accetta senza fare nulla per diminuirne la pericolosità.  Fino a che si accetterà questo Comma 22  non ci sarà verso di uscirne, non prima comunque di aver interamente dilapidato l’economia di un Paese per compiacere la barbarie dal volto europeo: allora si che potremo occuparci a tempo pieno di u pilu al posto del pil.


Il marasma e l’atarassia

174122639-e37f3628-8dda-485a-9525-60b9fc7cca59Come era noto a tutti i liceali classici di una volta, marasma e atarassia erano concetti chiave dell’evoluzione della cultura greca dal quarto al secondo secolo avanti Cristo: il primo  deriva dalla radice sanscrita che indica morte ed era l’essenza della tragedia, ovvero un conflitto senza soluzione, mentre il secondo apparteneva alla specifica cultura filosofica da Democrito ad Epicuro che indica uno stato di pace derivante dall’assenza di desiderio e dunque di progettualità. Per almeno due secoli queste due estremi hanno convissuto e oggi non trovo di meglio che questi due termini per descrivere lo stato politico attuale: da una parte il conflitto che dal suo tradizionale alveo destra – sinistra è stato deformato dal pensiero unico, dai suoi strumenti, dalle sue oligarchie di comando in europeismo – sovranismo. Dall’altra la consapevolezza che questo conflitto non può più essere risolto attraverso la rappresentanza democratica, visto che il potere decisionale è stato devoluto altrove, non spinge né all’elaborazione di strategie, ma a una sorta di atarassia politica, di paralisi della scelta.

In quasi tutte le vecchie aree politiche, in modo diverso e anamorfico a seconda di ideologie, modalità e tradizioni non si osa dire che l’Unione europea è ormai diventata una cosa molto diversa da quella che si immaginava e si sperava, ovvero il dominio del neoliberismo selvaggio oltre che area di una corsa all’egemonia, dunque non si ha il coraggio di constatarne fino in fondo  l’eterogenesi dei fini nemmeno di fronte al trattato di Aquisgrana che sancisce 55 anni dopo il Trattato dell’Eliseo tra De Gaulle e Adenauer, il predominio carolingio sul resto del continente, una sorta di potere sub imperiale. Ma d’altra parte non si resiste a concepire un sovranismo che non sia quello in negativo creatosi durante gli anni dell’illusione continentale e che non alluda a una convergenza tra sovranità della rappresentanza e nazionalismo regressivo, ubbidendo più che altro a riflessi condizionati. Fermo restando che in alcuni ambiti della destra questi due poli di tensione sono invertiti e generano più che altro antipolitica grossolana. Ma nel complesso è’ proprio vero che come diceva  Lukacs nessuna Weltanschauung è innocente

Così né l’uno né l’altro, nessuna linea o progetto di azione, ma una sorta di abbandono agli eventi di cui partecipano un po’ tutti, governo compreso, una tetraplegia della volontà che scarica la sua impotenza in continue analisi e controanalisi, in messe cantate e scritte, in processioni di  firme e di di mi piace che non salveranno nessuno dalla pestilenza, anzi la faranno dilagare ancora di più. A dire il vero la situazione più che alla felice mancanza di desiderio epicureo rassomiglia a quella descritta dall’apologo dell’asino di Buridano: il povero animale assetato quanto affamato si vede  mettere da una parte un secchio d’acqua e dall’altra un mucchio di fieno, ma non sapendo se mangiare per prima cosa  o bere finisce per morire di fame e di sete. Non scegliere e arzigogolare sui massimi sistemi dosando alla perfezione gli argomenti e le possibilità, il bene e il male, può sembrare saggio, ma alla fine porta al nulla. O alla banalità lancinante dell’ “altra europa” che in realtà potrebbe nascere solo se la politica dei singoli Paesi venisse ribaltata in senso democratico e dunque sovrano. Ma paradossalmente la sinistra vive la questione nazionale o nel letto di Procuste dello stalinismo e dei suoi sistemi di determinazione, oppure da concezioni affini a quelle del globalismo e cioè che gli stati sono resi anacronistici dalla mondializzazione dell’economia. Sono teorie espresse ai loro tempi da Rosa Luxembourg e da Trotsky, ma si riferiscono a stati a democrazia appena abbozzata e nei  quali il nazionalismo (non la sovranità, ma la sua caricatura) era un’arma delle classi dominanti per reagire alle lotte sociali. Oggi siamo in una situazione esattamente contraria nel quale l’antinazionalismo è diventata l’arma del capitalismo per arginare il desiderio di cittadinanza demonizzandolo e facendolo apparire altro. Del resto l’universo non è statico, ma dinamico e spesso idee e concetti cambiano di segno esattamente come le libertà individuali hanno svolto un ruolo positivo tre secoli fa e oggi sono la Bastiglia nella quale giacciono le libertà sociali.

Bene voglio proprio vedere quanto camperanno quelli che non scelgono.


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