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La falsa ripartenza

Stiamo per essere vittime di una ulteriore truffa: in questi giorni sembra che il governo voglia davvero riaprire la scuola ed evitare future segregazioni e come per miracolo i “contagi” sembrano diminuire dopo essere aumentati nelle ultime settimane di agosto: insomma tutto sembra parlare di un allentamento della presa pandemica e di una possibile quanto chimerica ripresa. Ma si tratta di rassicurazioni su un ritorno alla normalità del tutto ingannevoli e fatte solo in vista delle elezioni regionali in calendario fra tre settimane: in realtà le stime più ottimistiche che rassomigliano più a pietose bugie parlano di almeno due anni in condizioni ideali in termini di dinamiche economiche globali – che di certo non sono ipotizzabili – per recuperare i livelli di pil perduti. Questo mentre si assiste a un caos organizzativo senza precedenti nella scuola, dove davvero nulla è ancora pronto nonostante ci siano stati sei mesi per preparare la riapertura: alla fine i distanziamenti non saranno possibili perché non sono arrivati i nuovi banchi, ma soprattutto perché mancano le aule e i prof in più necessari, anzi molti docenti tirano il culo indietro e ogni piano, ogni spesa folle, rischia di finire in mascherina. D’altronde non è nemmeno possibile bestemmiare il culto pandemico e le sue liturgie per quanto possano apparire false e ipocrite: così alla fine molte scuole non funzioneranno affatto  e chiuderanno al primo positivo raccattabile su piazza, al primo raffreddore, al primo starnuto. Non è certo un caso se l’ennesimo “esperto” tale Crisanti sulla base di nulla, ha stabilito che anche con 37,1 non si può entrare a scuola. Il che vuol dire fottersene della scienza per fare un piacere al governo. E se ormai scopertamente si sovrappone l’influenza stagionale al Covid con l’intento di vendere vaccini, ma sopratutto di barare sull’epidemia.

Questo lo capiscono benissimo anche molti genitori che si stanno organizzando in proprio ben sapendo che un secondo anno perso segnerà inevitabilmente il futuro dei figli, ma se tutto va bene il governo è in grado di fingere un funzionamento scolastico fino all’interruzione per la tornata elettorale, tanto che alcune regioni hanno rinviato la “non apertura” a dopo le regionali così da togliersi subito il pensiero. D’altro canto le cose sono semplici nella loro estrema gravità: man mano che arrivano i conti da pagare, che si scopre l’inettitudine del ceto politico occorre far rialzare la testa al Covid in maniera da rinnovare  i la paura e dunque l’acquiescenza nei confronti di chi ci sta distruggendo. Per quanto possa sembrare assurdo la tenuta del sistema potrà essere affidata solo a una recrudescenza narrativa della pandemia, naturalmente servendosi delle già sperimentate manipolazioni. Un gioco facile in assenza di una vera opposizione.  Per ora hanno allentato la stretta per ragioni elettorali, fanno intendere che tutto è pronto per la ripartenza ma sono prontissimi a richiudere il cappio, perché oramai più il Paese soffoca nelle menzogne e più respirano i responsabili.


Dopo la beffa il danno: in arrivo nuovi blocchi

Potrebbe sembrare una buona notizia il fatto che all’esame dei giudici di Bergamo ci sia anche un dossier dell’ex generale Pier Paolo Lunelli, il quale ha scritto protocolli pandemici per diversi Stati europei, secondo cui se si fosse agito secondo un piano pandemico adeguato a prevenire un’epidemia influenzale probabilmente avremmo avuto 10 mila morti in meno di Covid. E che ci siano stati grossi pasticci dovuti alla disorganizzazione e ai sempre maggiori tagli alla sanità non c’è dubbio, che si debbano cercare delle responsabilità è altrettanto sacrosanto, ma tutto questo alla fine tende ad accreditare una narrazione apocalittica  fatta di cifre che non stanno in piedi. Che senso ha dire che diecimila si potevano salvare dal tremendo virus quando ancora non sappiamo quanti siano effettivamente morti per Covid e non semplicemente con Covid presunto. Qui ci sono, come tutti dovrebbe sapere, ma si guardano bene dal sapere, due problemi di fondo: il primo è che la diagnosi con i tamponi è assolutamente priva di qualsiasi valore, vista l’enorme percentuale di errore e soprattutto il fatto che il tampone può rilevare catene di Rna appartenenti ad altri coronavirus, insomma è solo il primo passo di diagnosi differenziali che non sono mai state effettuate. Secondo il  Responsabile medico della Sanità canadese , tanto per prendere una fonte ufficiale, che può prendere le distanze solo relativamente, il tasso di falsi positivi è del 50 %. Il secondo problema è che da noi, come del resto in moltissimi luoghi che guarda caso hanno il maggior numero di infetti e di decessi ufficiali, la diagnosi di Covid comporta benefici finanziari non indifferenti per gli ospedali, i reparti e i singoli medici o paramedici: una situazione che compromette in maniera radicale qualsiasi criterio statistico creando una premialità nei confronti delle diagnosi.

Ora se prendiamo le 35 mila persone ufficialmente decedute per presunto Covid e le dimezziamo per tenere conto della percentuale dei falsi positivi, arriviamo a 16 mila 500, se a questi sottraiamo i 10 mila salvabili senza gli errori commessi, rimangono appena 6500 decessi in quattro mesi, una cifra inferiore dalla metà a un quarto rispetto a quella dell’influenza stagionale. Ecco perché la sollecitudine per altro obbligatoria, verso gli errori, tende però ad accreditare in qualche modo l’allarme e le successive misure di segregazione. Questo sta avvenendo su vari livelli un po’ dovunque e il movimento per cancellare le tracce dell’Apocalissi in un raffreddore è così evidente che quasi se ne sente il rumore. Del resto è necessario tenere le carte coperte perché le conseguenze economiche di un tentativo di ingegneria sociale surfetato su un allarme sanitario in gran parte costruito, sono in qualche modo fuori controllo: la ripresa ad agosto si è fermata, anzi è arretrata rispetto a luglio, segnalando che i guasti sono stati più profondi di ciò che si poteva prevedere e adesso tutti gli analisti prevedono che ci vorranno almeno due anni per riattingere i livelli pre Covid.  In queste condizioni ogni Paese ha i suoi specifici problemi, ma da noi, dove si è tentato disastrosamente di fare i primi della classe nella narrazione pandemica, l’unica speranza per il governo non è far cadere tutto l’apparato simbolico e informativo della paura per tentare una qualche vera ripresa, ma anzi continuare a prospettare l’apocalisse, con l’invenzione continua di storie fasulle, tipo quella dei cinque giovani ricoverati,  e la riproposizione delle segregazioni per nascondere la propria totale incapacità. Non può riaprire tutto per poi far scoprire ai cittadini che non è in grado di riaprire le scuole e che anzi soldi preziosi per l’istruzione sono stati scialacquati in orrende stronzate come i banchi su rotelle: è fin troppo chiaro che ci si appresta a dire che non ci sono le condizioni di sicurezza o magari si metteranno a breve regole per rendere di fatto impossibile l’insegnamento. E questo vale per molti settori strangolati dalle misure anti virus che dovranno essere abbandonati a se stessi visto che non ci sono i soldi per sostenerle in qualche modo. e che quelli millantati in realtà sono in gran parte nostri e per il resto non si sa se e quando arriveranno

Dunque aspettiamoci un nuovo blocco totale della attività, la creazione di nuovi comitati e task force formati da sedicenti esperti , nonché consulenze milionarie.  Così, questo governo di incapaci – protetto dal silenzio del Capo dello Stato – potrà continuare a sopravvivere, a dispensare consulenze milionarie a cialtroni di livello stratosferico e a fare di tutto e di più per zittire le critiche e comprarsi – come è avvenuto per esempio con Cremaschi – i cocci infranti di un pensiero di sinistra, regalando visibilità ( e dunque soldi) purché siano i banditori dell’ubbidienza: una visibilità che sarebbe venuta totalmente meno in caso di fedeltà alla ragione.   E tutto questo avverrà con la benevolenza dell’Europa dei frugali che non vede l’ora di mettere le mani sui risparmi privati degli italiani tramite la troika.


I Nuovi Mostri

perpostAnna Lombroso per il Simplicissimus

A volte toccare tornare su temi solo apparentemente marginali, che invece rappresentano indicatori dei nuovi valori di un’opinione pubblica, la sola che si riservi il diritto di espressione in virtù di una pretesa superiorità sociale, culturale e quindi morale che la eleva sulla massa rozza e ignorante.

L’occasione è un post (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/16/laltra-meta-della-griffe/) nel quale me la prendevo  non con il presidente del consiglio oggetto quotidiano della mia critica su temi più cruciali, nemmeno la sua fidanzata, apprezzabile per il remoto e algido distacco mostrato in quel frangente come d‘altra parte in merito al generoso omaggio riservato dal governo all’azienda di famiglia, perdonata per l’omissione del pagamento della tassa di soggiorno, bensì con stampa e opinionisti della rete che si erano stretti intorno alla giovane signora rea, per qualche invidioso affetto da frustrazioni e rancori, di esibire uno  status symbol dal costo esorbitante.

Era stato un alacre affaccendarsi di quotidiani, blog, siti  e frequentatori dei social, suffragati da alcuni vangeli della mediocrazia, Dagospia e organi addetti allo smascheramento di fake, purchè non governative, inteso a dimostrare che l’acquisto e l’ostensione dell’oggetto del desiderio griffato Hermes, definito anche bene aspirazionale, o costituiva la giusta ricompensa acquisita a conferma del successo di carriera personale di una giovane donna affermatasi nell’impresa di famiglia, oppure, a piacere, di un simpatico prodotto contraffatto di quelli sciorinati sui tappetini dei vucumprà, offrendo l’affettuosa immagine “democratica” di una privilegiata che si appaga di una imitazione proprio come la proverbiale casalinga di Voghera in trasferta sul litorale.

C’è da pensare che le reprimende riservatemi con l’accusa di immotivata acrimonia e meschino livore nascano  dalla volontà di riconfermare l’atto di fede nei confronti del Bel Ami assunto a Palazzo Chigi con le funzioni di salvatore della salute pubblica, certo, ma siano suscitate anche dalla combinazione della piaggeria nei confronti di chi sta su nella scala sociale combinata con l’idolatria per i totem dei consumi del lusso che con ragione  e per merito possono aggiudicarsi, in regime di esclusiva, i potenti.

Così ho guardato con una certa nostalgia a quel vizio che una volta si chiamava ipocrisia, un tratto distintivo della nostra autobiografia nazionale attribuibile all’occupazione militare oltre che confessionale della religione cattolica, che aveva convertito in etica pubblica la sua morale confessionale. Capitava allora di vedere la mattina all’alba illustri manigoldi che prendevano la comunione e baciavano la mano al vescovo prima di analoghe effusioni dedicate a un qualche capocosca, gli stessi che magnificavano la modestia della loro signora che, qualche passo indietro, aveva contribuito in qualità di angelo del focolare al loro successo, benchè tradita con qualche stellina beneficata dalla esibizione sulla  Settimana Incom.

Anche il vestire era consono, i notabili con cappottoni che parevano confezionati con coperte della naja o con certe magliette striminzite e incolori sfoggiate durante sobri e effimeri ferragosto,  le mogli ingessate in mesti soprabiti col collettino di lapin o insalamate per le grandi quanto rare occasioni pubbliche  dentro certi abitini imprimé con sopra il cappottino foderato della stessa stoffa, una mise che francamente consiglieremmo a qualche ministro odierno, che ne guadagnerebbe in stile.

È che si trattava di riti penitenziali e convenzioni  necessari per dimostrare affinità e consonanza con un popolo che usciva dagli stenti del dopoguerra e si preparava ai fasti del boom ma proseguiti negli anni successivi quando vigevano compostezza e moderazione, confinando eccessi gli eccessi a un altro contesto “pubblico” e vistoso, quello delle opere speculative,  tanto da far subire l’ostracismo a consorti (a nessuno allora sarebbe venuto in mente di chiamarle first lady)  ree di civetterie e look inappropriati.

A pensarci bene valeva anche per la dinastia (oggi però la chiameremmo famiglia disfunzionale) che nell’immaginario degli italiani aveva preso il posto della casa non più regnante e dei suoi rampolli troppo esuberanti:  Gente, Oggi ben prima delle riviste di gossip oggi in eclissi tanto da temere la concorrenza dei settimanali del filone “criminale”, diffondevano gli stilemi dell’avvocato, ma quelli imitabili, stivaletti con la para sotto lo smoking – tenuta cui  la massa aspirava per i matrimoni anche di mattina ad onta della sua destinazione rigorosamente serale – o orologio sopra il polsino.

Ma si trattava di simpatiche bizzarrie cui faceva da contrappunto una severità ribadita dalla estrema magrezza denutrita delle bellezze di famiglia, che si supponeva piluccassero raramente un ovetto di storione tanto per gradire e niente di più, o dallo sfoggio virtuoso di abiti austeri indossati e immortalati in più occasioni private e pubbliche, eredità di divise alla marinara  simboliche di memorie domestiche in palazzi e ville poco riscaldati per abitudine monastica e esemplari  di un superiore distacco anaffettivo anche di fronte a scandali e lutti, che si sa se gli affetti producessero  reddito se li sarebbero conservati  in regime di esclusiva come i proventi azionari.

Insomma anche i ricchi come i potenti, dovevano farsi carico della fatica – almeno quella – di mostrare pentimento e di  compiere  le liturgie dell’espiazione per i  privilegi ereditati o per quelli conquistati con pratiche e intrecci opachi.

Va a sapere la data che ha segnato la fine dell’ipocrisia, nella Milano da bere di Verdiglione, degli architetti e delle modelle, con la Grande Bellezza coi peones ammessi alle terrazze sotto l’ombrellone da mercato, mentre Carminati e Buzzi si preparavano a erogare cocaina e servigi, quando la progressiva volgarizzazione di tutto avrebbe sostituito antichi vizi con l’ideologia che ha stabilito al sua egemonia innervando i riti sociali, matrimoni, funerali, comunioni, legami e inclinazioni, relazioni industriali e informazione, politica e spettacolo, somatica ed estetica, come progressione o regressione del puritanesimo negli Usa,  che ha colonizzato perfino il nostro immaginario, radicandosi nella tradizione cattolica.

Quindi per una volta è congruo usare lo slang dell’impero per dire che il polically correct ha cambiato i modi dell’ipocrisia, per adattarla al neoliberismo, in modo da autorizzare e legittimare l’onnipotenza ma pure la pretesa di innocenza  di chi sta su e da contenere collera  e ribellione di chi sta giù, riconoscendone la liceità alle “minoranze”, con l’intento di dividere i cittadini, di stabilire gerarchie di diritti e bisogni e graduatorie dei meritevoli.

Tutto viene passato nel tritacarne della rete, delle corporation, alvei nei quali nessuna forma di istruzione e sapere penetra, in modo che appaia solo qualcosa di labile in superficie, sotto forma di slogan, antifascismo, antirazzismo secondo modalità e stravolgimenti semantici sicchè sembra un passo avanti che gli omofobi menino i gay non chiamandoli froci o quelli di NYPD, abbattano gli afroamericani liberato dall’umiliante denominazione “negro”, o che muoiano di malasanità, liberando lo Stato dalla loro pressione parassitaria, quelli della terza età che non è consono al bon ton indicare come “vecchi”.

Eh si, il politicamente corretto è una pacchia per la destra, che c’è eccome, perché sostiene la grande menzogna quella secondo la quale fascismo e razzismo sono reminiscenze del passato che si possono combattere  con gli strumenti monopolio del mercato, informazione padronale, scuola privata, carità e beneficenza, e non declinazioni del totalitarismo economico e finanziario. Perché anche in grazia di pandemia, censura la critica, quando chi la esercita viene assorbito dalla spirale del silenzio e dall’ostracismo che ne consegue. Perché vieta la violenza, salvo quella autorizzata dei poteri forti e applicata a norma di legge, per prevenire e reprimere la collera connaturata nella lotta di classe, l’unica che fa davvero paura.

Ma il successo più grande consiste proprio nel lavoro compiuto sulle percezioni e sulle coscienze, costrette a bearsi dei privilegi e dei beni che non possiede e che guarda come se fossero su una serie di Netflix, con l’illusione che siano “disponibili”, carriere politiche, spiagge dorate e “panorami mozzafiato” come quelli cui hanno diritto Gori, sindaco eroe secondo il Pd  a Formentera, o “notabiline” a Ischia in barca con l’allegra brigata di Italia Viva, oggetti di culto griffati e lauree in outlet accademici di remote località, reputazioni periodicamente  sanificate, immunità fuori dal gregge e impunità.


Polvere di stelle: comandare ma non governare

CatturaLa recente decisione dei Cinque stelle di allearsi col Pd alle comunali e l’abiura alla regola dei due mandati per permettere alla Raggi di ripresentarsi a Roma , sono l’epifenomeno di ciò che rimane della politica: l’ultimo atto di un piano volto a raccogliere i voti di chi non voleva più i dem e in generale la costellazione tradizionale di potere che rappresentavano e rappresentano, per poi riportarli “normalizzati” e lobotomizzati  nel sistema che si illudevano di combattere, ma che i capi avevano già venduto in blocco come fossero un futures politico. A tal punto è arrivata la simbiosi dei Cinque stelle con gli utilizzatori finali che a Roma la Raggi si ripresenta ufficialmente, quasi certa di vincere per assoluta mancanza di avversari. Ricordo i primi tempi della sua elezione quando gli ipocritoni dei salotti romani scoprirono all’improvviso dopo trent’anni di abbandono che c’erano le buche per strada e che la raccolta rifiuti e i trasporti funzionavano male: qualsiasi pretesto sia pure di natura ormai storica era buono per dare addosso alla nemica che oltre tutto rischiava di far saltare gli affaroni degli amici degli amici. Poi man mano che si è andati avanti, la Raggi si è rivelata al di sotto di ogni aspettativa, ma ha aperto alla premiata cementeria dello stadio e ad ogni altra opaca “normalità” capitolina di superficie o sotterranea:  così adesso, i dem la corteggiano  e non si sognano nemmeno di entrare nella lizza elettorale. L’impressione può essere quella che il M5S sia diventato una corrente del Pd, ma è soprattutto che nessuno voglia vedersela con gli enormi problemi della capitale, che insomma si voglia gestire il potere senza nemmeno tentare di governare.

Ed è così dappertutto, in ogni area e settore: l’esecutivo comanda a suon di decreti, nella maniera più autoritaria possibile, deride e mette sotto i piedi la Costituzione nel silenzio del presidente di cartone per non dire di un Parlamento quasi felice di essere esautorato, eppure non governa affatto, vive di estemporaneità, al di fuori di ogni visione politica, ammesso che ce ne sia ancora qualcuna, si estenua in continue messe a punto di mediazioni con chi controlla il Paese. Ha commesso enormi errori durante la crisi del Covid, e continua a compierne di altrettanto gravi nel gestire la gigantesca crisi economica che ci sta travolgendo, coniugando il bastone della paura sanitaria con  l’inconsistenza di una carota finta,  eppure non viene davvero censurato perché dopotutto rappresenta il potere  che non è più quello concesso dai cittadini, ma quello della eterna razza padrona. Conte, quello che si è fatto dittatore con risultati disastrosi che ancora non sono del tutto chiari, ma lo saranno tra breve, è del tutto impensabile come governante, figuriamoci come buon governante e fino a qualche anno fa era un mediocre un avvocaticchio della profonda provincia, ammanicato con i preti, mai notato nella vita della Repubblica, mai spintosi in qualche arena politica, nemmeno locale, mai votato, mai eletto, non ha mai preso parte ad alcunché  E’ arrivato a Palazzo Chigi in sostituzione di uno che Mattarella non voleva semplicemente perché il suo nome figurava casualmente sull’agenda di un figuro pentastellato, ed è diventato lo squallido spago che tiene assieme i brandelli della razza padrona, la pezza a colore su una democrazia inesistente riuscendo ad essere ometto per tutte le stagioni, specie quelle pessime. E’ tutto e solo potere, ma niente politica, niente governo al punto che qualcuno ha parlato di dittatura per caso.

E del resto diciamo pure che i Cinque stelle volevano rappresentare  l’incazzatura dell’italiano medio,  erano scesi in campo con l’intendimento di cambiare ogni cosa, ma fin da subito hanno dato la sensazione di non voler affrontare nessun  problema di fondo, di non voler esercitare l’arte di governo che è la capacità di pensare al futuro con i materiali del presente, ma di voler solo fare parte del potere, di quella stanza dei bottoni che avevano impaurito e nella quale si sono scoperti camaleonti. Hanno capito subito che nel Paese non esisteva governo, ma solo gestione del potere e ne hanno subito approfittato diventando indistinguibili o forse sì, molto caratterizzati dalla fame atavica di chi ha vinto alla lotteria. Da adesso non esistono più, sono nel magma, si occuperanno anche loro di borsette e cinture come milioni di coglioni che non hanno provveduto a creare nuovi buchi per i tempi che incalzano. Vanno in giro tronfi con la mascherina: anche io sto col potere, ci sono anche io nel gioco e più perdo più rimango a puntare. Dopotutto se non si può e non si vuole partecipare, tanto vale obbedire.


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