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Emergenza, comincia il Magna-Magna olimpico

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci crederete, ma le Olimpiadi del 2026 sono già diventate un’emergenza che ha bisogno di procedure accelerate, di figure commissariali che accentrino provvidenzialmente le competenze, di leggi speciali e misure eccezionali, di uno status giuridico ( il sindaco di Milano lo identifica in una fondazione, nome che dovrebbe rispecchiare la qualità “morale e sociale dell’iniziativa) che garantisca fulminee scelte senza i maledetti lacci e laccioli della burocrazia e dei molesti organismi di vigilanza e controllo. Ma hanno soprattutto gran necessità di quattrini e di un super manager che combini dinamismo, buone relazioni con istituzioni e decisori, esperienze di comunicazione, marketing e commerciali anche maturate in paesi stranieri, cui aggiungere spregiudicatezza e  lussureggiante pelo sullo stomaco.

Per queste esigenze prioritarie possiamo stare tranquilli: apprendiamo dalle agenzie che il governo proprio ieri  ha assicurato per sostenere e “finanziare” i giochi, per emanare rapidamente la doverosa Legge e per decidere sui nomi  per mister Olimpiade.

A garantire un solenne fallimento del grande evento in linea con il fiaschi delle Olimpiadi tenutasi in questi anni, o con quello dell’Expo che viene continuamente portato come caso di successo e esperienza ripetibile, ci si sarebbe aspettati che venisse tolto dalla naftalina Montezemolo. Per assicurare invece l’appoggio di governo e opposizione toscana si poteva suggerire Lotti, nel caso non fosse già impegnato per i giochi a Firenze come vorrebbe Nardella che rivendica  l’ampliamento dell’aeroporto come un atto improrogabile per una valorizzazione dell’oscuro borgo del Giglio anche in vista di prestigiose candidature, magari in tandem con Bologna in modo da non inimicarsi la ministra De Micheli.

Ma possiamo stare sereni, il fiasco è assicurato e non solo per la natura dei giochi che ormai sono schifati da Paesi civili (ricordiamo i no di Oslo, Amburgo Denver) e in condizioni economiche migliori delle nostre, convinti dalle esperienze del passato che si tratta di investimenti a perdere, che comportano danni pesantissimi per i bilanci statali e per le amministrazione delle località interessate, per l’ambiente e per l’assetto sociale se si pensa al trasferimento coatto di residenti soprattutto nel caso come a Rio ma perfino a Londra che si tratti di cittadini di serie B e C la cui permanenza costituisce un danno per il decoro e la reputazione.

E non sono bastate le trastole, i trucchi e i giochi delle tre carte  dei governi bari a nascondere le falle: quelle londinesi sono costate cinque volte la spesa preventivata e interi quartieri sono stati stravolti, malgrado alcuni atleti siano stati ospitati in baracche, il Brasile è stato destabilizzato da quei giochi maledetti che hanno cercato di nascondere sotto un indegno camouflage le tremende disuguaglianze delle favelas, coperte da grandi tabelloni come i sipari sulla tragedia, tanto che per  onorare i suoi impegni con gli organizzatori, lo stato di Rio de Janeiro taglia le spese per servizi e salari e ha dichiarato lo stato di “pubblica calamità”, come avviene in caso di terremoto o inondazioni. Anche quelle di Montreal  sono state un disastro economico per la città, che ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 e tuttora senza padrone.Torino grazie a quelle invernali  è diventata la città più indebitata d’Italia, con una eredità di strutture costruite per l’occasione e costate decine di milioni di euro, molte in stato di abbandono. A Barcellona le Olimpiadi hanno segnato la data di inizio del processo di gentrificazione, che comincia con l’impennata degli affitti e si conclude con la sostituzione di classi medio-basse e basse con classi medio-alte e alte: il quartiere di Icaria venne raso al suolo per far spazio alla Vila Olimpica (Città Olimpica), un quartiere residenziale per ceti abbienti. E appartiene ormai alla letteratura   il caso di  Toronto, del 1976 quando i costi – inizialmente stimati in 250 milioni di dollari – lievitarono fino a ben oltre i due miliardi, quando nel maggio del 1976 il governo locale introdusse una tassa speciale sui tabacchi per ripagare i debiti, che vennero saldati solo alla fine del 2006.

La lezione della storia fa intendere che gli interessi in gioco siano così appetitosi da far affrontare e sopportare il flop certo  a tre celebrati ex, selezionati da stimate società di cacciatori di teste e che vantano tutti e tre dei curricula di altisonanti insuccessi, per il posto prestigioso di manager: l’ex amministratore delegato di Sky Italia; l’ex di Rinascente e Grandi Stazioni  che ora si occupa dello sviluppo “commerciale” di Fs, inteso come Tav immagino, anche se una nevicata a gennaio ferma i treni e lascia i viaggiatori all’addiaccio come sul Don; e l’ex ad del colosso telefonico “3”. Tanto a metterci i soldi, come assicura il governo, ci pensiamo noi, perché si può star certi  che i grandi Magna-Magna, i Grandi Eventi e i Bal Excelsior portano Grandi Debiti: l’impegno dei privati, il project financing, le cordate di generosi investitori per i quali varrebbe l’insegnamento di De Coubertain “l’importante è partecipare” anche senza profitti, fanno parte del mantra dei sacerdoti del cemento sempre sulla giostra della Tav, del Mose, dei valichi e dei ponti; così come le progressive fortune dell’occupazione indotta rientrano tra le fake news della triplice che festeggia il Primo Maggio con Confindustria, i fanatici dei lavori precari, del volontariato formativo, del part time, delle mansioni manuali e a termine che finiscono quando si chiudono i cantieri in bolletta, adesso molto propagandati per assimilare i serbatoi di merce-lavoro straniera; o come l’ecologia dei “giardinieri”, per fornire infrastrutture alle città, abbandonate prima di essere realizzate, convertite in pochi mesi in archeologia industriale,  o per piantare alberelli smunti e esili in forma di compensazione  a far compagnia all’albero della vita dell’Expo, secondo la narrazione di Legambiente che d’altra parte ha condiviso e garantito con marchio della green economy. gli oltraggi perpetrati per legge dal regime renziano Sviluppo Italia, semplificazione, Salvaitalia.

E cosa volete aspettarvi da due città e da due sindaci che avranno anche sullo scrittoio l’immaginetta di Greta ma che razzolano male, vantando, tanto per fare un esempio il primato cittadino e regionale di consumo dissipato di suolo: Milano che sta cantierizzando  progetti che coinvolgono oltre 3 milioni di metri quadrati, dall’ Area Expo (1,1 milioni di metri quadrati), agli Scali ferroviari (1,2 milioni di metri quadrati),da  Bovisa Gasometro (850 mila metri quadrati), alle Aree Falk e Città della Salute (1,4 milioni di metri quadrati), da Città Studi  a Citylife, da Fiera Milano City, alla Piazza d’Armi e a  Milano Santa Giulia a Rogoredo,  mentre i residenti vengono espulsi verso l’hinterland per appagare gli appetiti dei protagonisti della bolla immobiliare; Cortina dove varianti creative ai piani e alle leggi regionali   hanno fatto della Perla delle Dolomiti uno dei posti più variamente e oltraggiosamente cementificati e oggetto di speculazione intensiva. Dove i cittadini si erano pronunciati per l’anschluss al Trentino Alto Adige, ma adesso ci ripensano in vista della beata autonomia dei ricchi, viziati ed evasori secessionisti del Veneto.

E che dire di un altro indotto, quello della  corruzione che in questi casi diventa autorizzata perché riesce nella doppia operazione di servirsi di leggi speciali, di corromperle e di essere concessa per legge: da questo punto di vista sarebbe giusto delegare tutte le competenze a uno dei maggiori esperti del settore, il sindaco di Milano ed ex commissario dell’Expo, che ha riempito tutte le caselle come dimostra la sentenza con cui il Tribunale lo ha condannato a sei mesi convertiti in multa per il reato di falso materiale e ideologico, convertendolo in vittima del dovere per aver  sottoscritto  due verbali “consapevole delle illecite retrodatazioni” ma con “l’obiettivo (…) di evitare che la questione della paventata incompatibilità dei due” componenti della commissione di gara per la Piastra potesse comportare il “rischio di ulteriori ritardi nell’espletamento della procedura” e quindi dell’apertura di Expo.  Chissà da adesso in poi quante firme pazze verranno abbonate  agli unici pupazzi di neve capaci di far sciogliere  i nostri soldi.

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Tav di mare

grandi-navi-venezia-inquinano-veramente-navi-crociera-v6-381602-1280x720Anna Lombroso per il Simplicissimus

Già me li immagino quelli del Simby, si purchè nel cortile degli altri. Le compagnie Costa e Aida, del gruppo mondiale Carnival Corporation, hanno prenotato per l’anno prossimo gli approdi a Trieste e a Ravenna  per tutte le navi che abitualmente iniziano e finiscono le loro crociere alla Marittima a Venezia.

In realtà si sono riservati di attraccare anche a Venezia, come hanno già fatto altre volte, ma è probabile che in questo caso si tratti di un segnale intimidatorio lanciato al Governo in previsione di un provvedimento, applaudito da autorità scientifiche come Celentano, che dirotti il passaggio delle navi corsare dal Bacino di San Marco al Canale alternativo, quello certamente meno suggestivo. dei Petroli rinforzato all’uopo da opere affidate all’immancabile Consorzio Venezia Nuova.

E infatti la stampa locale ci fa subito sapere che le due compagnie, da sole, coprono il 30% del traffico della Marittima; l’approdo che è il nono porto crocieristico nel Mondo, il terzo in Europa ed il primo home port italiano,   ristrutturato con la munifica magnificenza di più di 100 milioni di euro nel corso del decennio dal 1990 al Duemila, per conseguire il traguardo dei 2,5 milioni di crocieristi in transito all’anno, è economicamente sostenibile solo se mantiene determinati standard di utilizzo, pena un incremento delle tariffe praticate alle compagnie, che, sottolineano i riflessivi cronisti,  si sono dovute sobbarcare i costi conseguenti agli incidenti di giugno e luglio. Senza dire che già dal 2015 a causa della crisi è diminuito di almeno il 30% il numero dei croceristi, altro duro colpo dopo quella fase di arresto simbolico del 2012 con il naufragio della Costa Concordia e la promulgazione del Decreto Clini-Passera, che vietava il passaggio in Bacino di San Marco e nel canale della Giudecca alle navi di stazza lorda superiore alle 40.000 tonnellate. Il provvedimento, scaturito dall’emozione e dalla preoccupazione che un simile pericolo possa verificarsi  all’interno della città storica,  rinvia però la propria applicazione al momento in cui sarà trovato e realizzato un percorso d’ingresso alternativo. Così nel confuso e contraddittorio rimpallo di proposte, stalli, progetti e ricorsi che ne consegue, la provvisorietà diventa definitiva.

Ora chiunque dotato di un modesto buonsenso capirebbe che siamo di fronte a un altro caso Tav su scala appena un po’ ridotta: si pensano e si realizzano opere ingiustificatamente  superbe  e sovradimensionate senza fare il conto con l’oste, la riduzione del traffico, l’austerità che restringe i consumi, la proposta di nuove rotte, una inversione nel percorso della megalomania gigantista che ha abbassato l’altezza dei grattacieli in tutti i posti civilizzati salvo Milano e che  potrebbe provocare un ridimensionamento anche nelle stazze  al fine di ridurre  rischi e consumi.

Invece no, meno di venti anni fa proprio come  circa di venti anni fa si sono cominciati a praticare inutili buchi sulla montagna, si è attrezzato il porto della città più sensibile, fragile ed esposta del mondo per essere oggetto di un oltraggio quotidiano che a volte ammonta a 13 passaggi in un giorno  e che perfino a detta dell’Università che ha avuto tra i suoi prestigiosi rettori lo stesso che poi ha davvero applicato il format distopico del transito delle navi davanti a San Marco, non porta benefici economici alla città pericolosamente sfiorata dai mostri, dalla cui pancia nemmeno scendono più i suoi forzati, preferendo fotografarla e fotografarsi sul ponte più alto con la Basilica ridotta a modellino dentro la palla di vetro anche senza neve.

In previsione di trovare destinazioni con tasse e imposte più basse, per evitare altri purtroppo probabili rischi, per non aver a che fare con un’opinione pubblica che si è fatta più attenta, le compagnie stanno decidendo con il buonsenso della tasca al posto dello spirito di servizio e della cautela   dei governi che si sono succeduti, oggi incarnati dalla De Micheli che avverte che sulla Tav è inutile discutere, è tutto deciso e si è provveduto sollecitamente ad avvertire di questo l’Ue.

Che tanto si sa che a fare le scelte sono sempre i padroni: sono state le compagnie a darsi un codice di comportamento scegliendo, dopo l’incidente della Costa e in attesa che le autorità si pronunciassero,  di posizionare a Venezia solo unità fino a 96.000 tonnellate confermando la volontà di dettare le regole al posto dei soggetti pubblici fino ad acquisire nel 2016 l’intera proprietà della Vtp, la società privata a partecipazione pubblica  incaricata di “governare ed incrementare il traffico passeggeri”, diventando di fatto  gestori e clienti del terminal passeggeri veneziano, un mostro giuridico che ha altri illustri precedenti nella Serenissima.

Adesso i combattenti Non Grandi Navi saranno imputati di aver prodotto un danno economico che avrebbe dovuto risarcirci di quello morale prodotto sulla nostra reputazione dall’aver permesso quell’affronto recato alla crescita, come se le navi da crociera fossero virtuose più delle petroliere della Schell,  come se i loro carburanti fossero più respirabili di quelli dei vecchi Concorde (in Europa 203 navi da crociera inquinano più di tutte le auto, 260 milioni, in circolazione), come se non fosse dimostrato dimostrato il pericolo prodotto dallo spostamento d’acqua  sulla idromorfologia lagunare, come se non fossero in discussione da anni il volume  e la tipologia di turisti che si riversano e occupano una città già drammaticamente desertificata  dall’espulsione di residenti e attività. E come se i proventi non fossero a unico beneficio non di Venezia bensì dei privati che con la privatizzazione dell’aeroporto di Tessera e grazie al regalo offerto a una enclave extraterritoriale (le navi) da gestire in regime di monopolio da compagnie  straniere – che hanno interesse a fare apparire pochi profitti in loco, per trasferirli all’estero – hanno creato e consolidato un polo che accentra e gestisce l’accesso navale e aereo, estraneo alla città anche se costruito con capitali pubblici.

Diceva il Marco Polo di Calvino: ogni volta che descrivo una cottà dico qualcosa di Venezia. Adesso potremmo dire che ogni volta che decsriviamo la morte di una città dobbiamo pensare a Venezia, al suo Arsenale dove di costruivano le navi che ne avevano fatto una trionfante potenza, davanti al quale sfilano i tetri condomini con i loro nuovi forzati.


Uomini e topi

uomini e topiCiò che mi inquieta e mi illumina è la strana coincidenza tra la furbata di Renzi, uscito da Pd per afferrare le palle di Conte dopo averlo aizzato e illuso di aver fatto il colpo grosso e l’uscita per i tipi della Mondadori del libro di tale Giulia De Lellis, grandefratellista da parruccheria e  dicitur incapace di scrivere da sola una singola frase,  “Le corna stanno bene su tutto” in cui si racconta una banalissima e risaputa storia di futili tradimenti dietro le quinte della vacherie televisiva. Le due cose diventate immediatamente fulcro vuoi della rappresentazione politica che della grande editoria, restituiscono in tutto il suo  orrore il degrado del Paese, la guerra per bande di un ceto politico  diviso tra furbi e idioti, ma entrambi servi dei  poteri economici e poltronari senza vergogna, disposti a tutto pur di conservarsi la prebenda, anche quando sono stati eletti proprio per porre fine al mercato delle indulgenze. Ma anche di un popolo “piccolo” aggrappato come un mollusco allo scoglio delle proprie paure, a cui piace talmente guardare dal buco della serratura che quasi non ha vita propria, ma vita televisiva.

Ci meritiamo  pienamente Renzi e la De Lellis, le invereconde nullità pentastellate, l’opposizione sotto forma di Salvini o le alate parole del compiacione Cacciari, perché è proprio il degrado della cultura ad accompagnare come un’ombra di banco il degrado politico. Non abbiamo più poesia, la narrativa è ridotta ad operazioni editoriali, le ideologie diverse da quella che inconsapevolmente si professa, sono esorcizzate come male assoluto, la filosofia si è rifugiata nell’accademismo  più futile e auto referenziale, l’arte è divenuta showbusiness, la musica viene composta al computer o peggio ancora ad imitazione del computer ed è ormai solo una sorta di droga leggera che rievoca i ritmi placentari, il teatro vive del solo ricordo di se stesso, i musei sono divenuti dei mercati e i beni culturali sono offerti in leasing o marciscono. Tutto è diventato “instant”, frutto di suggestioni ed emozioni momentanee, ed è inevitabile che la politica la quale non è altro che la socializzazione del potere sia essa stessa travolta dall’asportazione chirurgica di senso critico e di prospettive, di tutto ciò che appunto non sia instant o dell’ultimo minuto: anche i cinque stelle non erano che un instant partito e Renzi un instant leader che oggi propone il partito divertente, la compagnia di giro che saluti le cosiddette tradizioni novecentesche e si trasformi in compagnia di spettacolo. Qui non è in questione la cultura dei singoli o il fatto che uno abbia letto Proust o Tomas Mann (anche se farebbe solo bene) o che conosca qualcosa di storia o di scienza, quanto meno del suo funzionamento e dei suoi metodi, e non è nemmeno il rapporto tra intellettuali e politica: è il fatto  è che manca la consapevolezza del presente e delle prospettive della sua trasformazione, è venuto meno un sistema di saperi per cui anche avendo lo spirito di lottare per qualcosa non si sa più per cosa lottare e tutto viene lasciato o all’improvvisazione o a un potere immutabile e invisibile contro il quale non si può fare nulla se non  sfruttare i pezzetti di formaggio sparsi per far meglio funzionare le trappole del pensiero unico. Siamo diventati topi politici

Non ci può essere alcun cambiamento reale se non c’è un cambiamento di idee e di paradigma che offra la capacità di uscire fuori  dal circuito dell’individualismo – egoismo – consumismo che come avrebbe detto Focault  plasma i desideri, i bisogni stessi degli
uomini e ne controlla il corpo e la mente. Abbiamo bisogno di qualcosa che risolidifichi la società attorno a delle idee di trasformazione che non siano futili o frivole e momentanee come miraggi. Finché rimarremo allo stato gassoso più che liquido non potremo che avere come fari nella notte i Renzi, i Conti, le De Lellis, i poltronari pentastellati  e il falsi e innocui profeti di ogni tipo, potremo avere solo illusioni e disillusioni non vittorie e nemmeno sconfitte.


Tutto bene

famAnna Lombroso per il Simplicissimus

Tutto bene. Adesso che il ridicolo bestione ebbro di mojito si è fatto fuori da solo, lui che  per più di un anno ha impersonato con entusiasmo l’unica incarnazione contemporanea del Male Assoluto, riconquistato lo status di umani e antifascisti,  possiamo finalmente dormire sonni tranquilli al sicuro nelle nostre tiepide case.

Tutto bene. In attesa che si riaprano, ospitali e generosi,  i nostri porti per dare ricetto  confortevole al nuovo sale della terra, il  governo guarda con dolce aspettativa alla possibilità di riprendere Mare Nostrum sottoscritto con controparti nè legittime nè legali di  Stati in disfacimento che traggono proventi organizzando la tratta dei loro cittadini, o all’opportunità di avviare quella nuova e profittevole cooperazione in Africa  immaginata da Renzi e da Minniti intrecciando rapporti commerciali ed economici con despoti grazia all’esportazione coloniale di guerra, rapina e corruzione, o all’eventualità non remota di accordarsi con l’Ue per la riapertura dei confini (i sorrisi tra Conte e Von der Leyen non lasciano dubbi) in previsione di un sistema di sanzioni per i paesi che non collaborano alla redistribuzione, che altro non sarebbe poi che la possibilità di “risarcire” l’Italia per i migranti che sbarcano sulle sue coste, secondo un meccanismo di mercato che aggiorna il tradizionale schiavismo.

Tutto bene. Possiamo continuare a dormire tranquilli nelle nostre tiepide case, che resta in vigore il decreto sicurezza bis chiamato così anche se non ve ne eravate accorti, perchè  bissava le misure di ordine pubblico e di gestione dell’immigrazione del passato aggiungendo il suono della grancassa: quelli che manifestano e protestano, quelli  che si “travisano”  con una sciarpa per proteggersi dai lacrimogeni, quelli  che si tengono un casco in testa in caso di non inusuali pestaggi  sono promossi a pericolosi criminali da galera insieme a quelli che offendono il ministro in carica con striscioni  o tirano un sasso sulle vetrate di Banca Etruria. Alla pari con quelli che disturbano in decoro – purché non si tratti di scritte che inneggiano al duce – meritevoli di Daspo.

Tutto bene. Ormai l’alta velocità non è nemmeno più in agenda perchè come disse   il promettente Calenda di allora Corrado Passera nel 2013, ormai è fatta grazie a più buchi che il groviera, all’accondiscendenza di chi non la voleva, rimossa come una piccola vergogna che si deve far presto a dimenticare e a far dimenticare. Se per caso con le liste di nozze vi siete guadagnati una crociera, il nuovo governo vi rassicura: se i molesti gufi impediranno il passaggio davanti a San Marco, potrete sempre sfiorare la Serenissima per altra via, scavata all’uopo dall’irrinunciabile concessionario di tutte le opere mai finite, in atto o previste a Venezia.

Tutto bene. Se avete la sventura – è il caso di dirlo – di essere agricoltori o di lavorare in una impresa agricola adesso ci pensa l’ex bracciante a compiere il prodigio di trasferire il Jobs Act dalle fabbriche e dagli uffici nei campi, dovrete quindi essere appagati da salari degni del Bangladesh anche se avevate pensato di essere nati dalla parte giusta – o più iniqua – del pianeta. E ci pensa sempre lei a far eradicare i vostri ulivi “minacciati” dalla xilella per far posto a cultivar più consone alla festosa globalizzazione e a condimenti fusion, così come provvederà a far posto anche tramite alleanze e patti alle sementi delle multinazionali che come sciacalli si aggirano a Castelluccio, Norcia, Amatrice.

Tutto bene. Se non siete degli sfigati campani, calabresi,  lucani, può essere che, anche in mancanza del leader secessionista, le vostre regioni partecipino della lotteria che mette in palio sontuose privatizzazione consegnando alla scuola a pagamento, alle cliniche predatorie, l’istruzione e la cura, introducendo parametri di ripartizione delle risorse arbitrari e discrezionali, grazie alla appropriazione “indebita” del residuo fiscale, la differenza cioè fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale, da parte anche dei primi in classifica per evasione.

Tutto bene. Mica vi eravate spaventati di una possibile Italexit carica di minacce, vero? MIca avevate creduto e temuto che in veste di Davide si volesse tener testa al mostro europeo e ai suoi diktat ispirati dall’intento di indebolire con l’impoverimento progressivo le classi lavoratrice e di esautorare le democrazie? Non c’è da preoccuparsi,  questo governo spera di durare e ha fatta propria le tecnica giù usata qui e altrove che è poi quella di consegnare i poteri e le competenze economiche e non solo  a un  decisore sovranazionale: è l’Europa che ce lo chiede, in modo da abiurare al dovere di decidere e governare e da farci ingoiare il rospo nella necessità, dell’austerità, della implacabilità di un presente e di un futuro senza speranze e senza alternative.

Questo post è dedicato ai funzionari del MenoPeggio, a chi pensa che certe dimestichezze siano inoffensive, che passino senza colpo ferire e si dimentichino come il bacio al mafioso, che certe intese siano temporanei cerotti sulle ferite e non un contributo alla cancrena e che qualche santo abbia messo fine a una peste che traeva origine da un brutto sorcio cui è stato sufficiente tendere una trappola in cui è caduto per la troppa gola di cacio. E temo sia solo la prima puntata, perchè nulla fa supporre che si torni indietro, per cancellare Buona Scuola, sfregio delle conquiste del lavoro, restrizione dei diritti, smantellamento dello Stato sociale … e della democrazia.


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