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In Francia chi perde è la democrazia

Giant figures of French politicians are seen during preparations for the carnival parade in NiceQualche giorno fa mi ero occupato (qui) della grottesca campagna presidenziale francese e dei metodi mediatico – giudiziari con cui il candidato iniziale della destra repubblicana Fillon, destinato al secondo turno a prendere anche i voti socialisti per fare da argine a Marine Le Pen, è stato sacrificato alla geopolitica americana in favore di  Emmanuel Macron ex dirigente della banca Rothschild, fondatore di un movimento la cui sede ufficiale è all’indirizzo privato  di Henry de Castries presidente del comitato direttivo di Bilderberg , finanziato per la sua campagna da Riad che gli paga buona parte delle altissime spese elettorali. Così se dovesse farcela la Francia avrebbe un presidente che governa con lo stato di eccezione proclamato contro il terrorismo notoriamente pagato dall’Arabia Saudita, ovvero dallo stesso soggetto che ha sovvenzionato l’inquilino dell’Eliseo.

Paradossale, ma purtroppo reale in questa contemporaneità dei miraggi e  degli inganni. Ma non finisce qui perché proprio il terrorismo è formalmente all’origine di altro marciume che fuoriesce dalla campagna francese: la maldestra mossa degli oligarchini che formano il cosiddetto parlamento europeo, i quali hanno tolto a Marine Le Pen l’immunità parlamentare e hanno dunque dato il via libera alle autorità giudiziarie francesi per procedere procedere  contro di lei, accusata  del reato di diffusione di immagini violente. E queste immagini che peraltro hanno fatto il giro del mondo non erano altro che quelle di tre decapitazioni dell’Isis: chiunque può capire la strumentalità persino ridicola di tutto questo, ma anche il dramma di una democrazia sottoposta a torsioni impossibili e di un elettorato preso praticamente a schiaffi dal potere. Addirittura per la prima volta nella storia francese un presidente della repubblica, nella persona di Hollande, ha festeggiato nella sede del Grande Oriente il trecentesimo anniversario della massoneria francese , identificando in un discorso delirante questi’ultima con la Repubblica.

Tutta questa vicenda che finirà per portare la Francia in uno stato pre insurrezionale ci dice molte cose, ma quattro in particolare: che ormai l’establishment di comando è disposto a qualunque cosa, anche a gettare la maschera come sta avvenendo in maniera clamorosa, pur di tenersi aggrappato al potere e perseguire i suoi obiettivi di restaurazione oligarchica. Che tale restaurazione è di fatto in uno stadio avanzato tanto da poter contare non solo sul monopolio dell’informazione, ma anche sui poteri dello stato e sui parlamenti per dispiegare la sua azione. Che i candidati sono scelti e imposti anche in ragione di interessi geopolitici del tutto estranei e contrari a quelli del Paese che rappresentano perché in questo caso Fillon è sostanzialmente stato vittima delle sue dichiarazioni in favore della Russia e della Siria a meno che non fosse fin da subito un paravento sacrificabile per fare posto a un uomo di diretta derivazione finanziaria. La quarta cosa ci riguarda da vicino perché la proposta di togliere l’immunità alla Le Pen viene nientemeno che dalla parlamentare del movimento 5 Stelle Laura Ferrara immediatamente premiata con la vicepresidenza della commissione giuridica.

E’ lei che ha giudicato l’inesistenza di un fumus persecutionis riguardo alla denuncia di un cittadino francese nei confronti della parlamentare europea Le Pen, proponendo di togliere l’immunità. Il che non si configura affatto, come qualcuno sostiene, quale giudizio puramente formale, perché la denuncia per aver pubblicato su Twitter le immagini di decapitazioni Isis che sono apparse appena su decine di milioni di siti in rete, centinaia di canali televisivi e migliaia di giornali,  è palesemente strumentale. Ed è sostenuta dalla stessa Ferrara con leguleismo sfrontato e arcaico come esempio di riduzione della dignità umana: quasi fosse l’immagine e non il fatto ad essere degradante. Una posizione tanto più sospetta perché mentre si è data via libera a questa inconsulta denuncia, si è invece stoppata la magistratura  riguardo all’inchiesta sui presunti incarichi fittizi degli assistenti di Marion al Parlamento europeo. Questo non vuol dire che il M5S in sè abbia ceduto all’establishment e ai poteri forti, ma che numerosi suoi rappresentanti sono disponibili a farlo o così ingenui, così culturalmente conformisti da cadere in semplici trappoloni e questo quanto meno dovrebbe mettere in grave allarme i militanti e soprattutto gli elettori perché il potere in questo modo coglie due piccioni con una fava: ottiene ciò che vuole e contemporaneamente sputtana le opposizioni. E del tutto evidente che i modi e i criteri di selezione delle rappresentanze vanno radicalmente rivisti perché qui si rischia di trovarsi altro che con cinque stelle, ma con un B&B fatiscente ed equivoco.

Ad ogni modo tutto questo provoca un senso di desolazione e di spaesamento, un universo della politica dotato ahimè di una chiara deriva reazionaria, ma in assenza di gravità e di idee, senza punti di riferimento, senza un alto e un basso: alla fine la fascista Marine Le Pen è l’unica a difendere le libertà pubbliche mentre tutti gli altri sono presi da un “flash totalitaire”come lo definisce un intellettuale del peso di Emmanuel Todd. Dopo una campagna di questo tipo e condotta con questi metodi e con queste parole, chiunque perda non accetterà la sentenza delle urne, si sentirà defraudato da manovre illegittime e da notizie bugiarde o dall’insuccesso delle stesse. Alla fine la democrazia stessa si sentirà perdente a causa della gestione di chi la vuole distruggere.

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Drôle de élection: le grottesche presidenziali di Francia

dee2ecb109ff5d5357c75fc0bda95d23Se si vuole un esempio di come funzioni la democrazia e di come essa sia condizionata e deformata dai poteri sovranazionali del capitale, si può fare attenzione ai misteri di pulcinella nella campagna delle presidenziali francesi che proprio ieri ha visto un ennesimo colpo di scena con un formidabile siluro lanciato contro il presunto vincitore in pectore, ovvero Françcois Fillon, campione della destra repubblicana, politico di lungo corso appoggiato fino a qualche mese fa in maniera esplicita da Bruxelles e dalla Merkel, insignito della benedizione di Blair  per una vicenda già ampiamente conosciuta, quella di moglie e figli pagati quali assistenti parlamentari con i soldi pubblici, ma formalizzata dalla magistratura solo nei giorni scorsi con le accuse di di appropriazione indebita e storno di fondi pubblici..

Cosa è accaduto?  Una risposta forse c’è  e consiste nel fatto che Fillon non è più un candidato assolutamente sicuro contro la Pen e oltretutto ha commesso l’errore di esprimere più volte  dubbi sulle sanzioni alla Russia. Tutta la via crucis delle presidenziali francesi nate sotto l’ossessione di evitare una possibile vittoria del Front National, che riaprirebbe tutti i giochi europei comincia l’estate scorsa in un campo di battaglia complicato e insidioso: le brucianti delusioni del popolo socialista dopo cinque anni di Hollande rendevano intrinsecamente debole la candidatura di questo campo e  per questo alla fine è stato scelto un personaggio  di secondo piano, ministro nel nel governo Valls, ovvero Benoit Hamon, un modo per attenuare le conseguenze di una sconfitta più che certa. Stranamente un altro ministro del medesimo governo “socialista” con un milione di virgolette ha proposto un proprio raggruppamento, “En Marche”, per partecipare alla campagna elettorale: si tratta di Emmanuel Macron il cui massimo merito è quello di aver fatto carriera alla banca Rothschild  e che in un primo tempo pareva un candidato di rincalzo .

Così nell’autunno dello scorso anno tutto sembrava aver trovato posto: Fillon come rappresentante della destra repubblicana che avrebbe arginato al primo turno Marine le Pen per poi travolgerla al secondo con i voti dei candidati minori , lo stesso Macron e François Bayrou, più magari una consistente parte della sinistra. A questo punto però intervengono alcuni fattori: Fillon comincia a parlare di aprire un’ambasciata in Siria e a fare dichiarazioni critiche sulle sanzioni a Mosca il che mette in allarme gli stessi poteri che ne avevano favorito l’ascesa e la quasi certa elezione a presidente della Repubblica. A gennaio numerosi  sondaggi mostravano una continua ascesa di Marine le Pen e soprattutto la loro comparazione rivelava che in un ipotetico confronto diretto contro di lei aveva più probabilità di vincere il “socialista” e rothscildiano Macron piuttosto che Fillon.

Davvero non saprei dire se questi sondaggi fossero corretti, fotografassero la realtà o fossero indirizzati a cambiare le carte in tavola come quasi sempre accade con i rilevamenti politici che vengono pubblicati: sta di fatto che a fine gennaio scoppia sulla stampa lo sandalo per i familiari di Fillon stipendiati dallo stato come assistenti parlamentari, una cosa che in realtà non poteva certo costituire una sorpresa visto che le cose erano palesi da molto addirittura dagli anni ’80: qui la tempistica è importante perché leggendo le cronache, come sempre sommarie e superficiali, si ha l’impressione che la flessione di Fillon e l’ascesa lepeniana siano dovute al clamore suscitato della sua vicenda familiar parlamentare, mentre quest’ultima è intervenuta dopo che i sondaggi avevano segnalato la sua progressiva debolezza. A questo punto però le cose non potevano rimanere così: con un campo avversario  ormai diviso in tre tronconi (Bayrou nel frattempo aveva abbandonato e riversato il suo consenso su Macron) si rischiava di fare il gioco del Front National: occorreva un colpo di grazia che eliminasse il candidato più debole, divenuto nel frattempo anche il meno gradito geopoliticamente. Ed ecco la formalizzazione delle accuse a cui Fillon dovrà rispondere.

Il fatto è però che già da dicembre sulla stampa e nelle televisioni Macron il quale  pure era un candidato assolutamente secondario aveva più spazio di Fillon (58% contro 42%,) forse anche grazie ai finanziamenti che arrivano dall’Arabia Saudita ed oltretutto era ed è rappresentato come personaggio anti sistema, cosa che per un manager della Rothschild è francamente un po’ difficile da credere. Il suo programma è come al solito un intarsio di slogan tra cui però filtra chiarissima l’intenzione di diminuire le tasse per le multinazionali. Ad ogni modo rimane il fatto che il suo movimento En marche, non si sa da dove prenda i finanziamenti e per giunta ha la sede legale presso il domicilio privato del direttore di uno dei maggiori circoli della confindustria francese, l’istituto Montaigne. Tale direttore,  Henry de Castries, il quale come ex Ad del gruppo assicurativo Axa prende una pensione di oltre un milione di euro all’anno, è tra i più noti e presenti sostenitori di ogni ricetta di massacro sociale, compresa quelle delle pensioni altrui, è animatore della fondazione Francia – America, vero cavallo di troia del neoliberismo e presiede il comitato direttivo del gruppo Bilderberg. Insomma come dire proprio l’indirizzo giusto per un socialista.

Più chiaro di così si muore.

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Referendum: il punto di non ritorno della democrazia italiana.

jasondecairestaylor1Ci sono buone probabilità che dalla prossima settimana la democrazia italiana chiuda definitivamente bottega dopo una lunga stagioni di sconti e di svendite che l’hanno via via fiaccata, svuotata e dopo la crisi piegata ad ogni elemosina, anche la più bugiarda o avvilente. Però gli esiti finali del pensiero unico e dei memi da importazione innestati su un capitalismo di relazione con  i suoi clan e la sua corruttela intrinseca che ora confluiscono nella “Costituzione specialissima” non si sono concretizzati sotto l’egida del loro naturale portatore, ma sotto quella di chi giurava ogni giorno che occorreva combattere il tiranno delle cene eleganti. Berlusconi è stata la botte nel quale il vino della sinistra e dell’opposizione alla società diseguale e sotto controllo finanziario si è tramutato in aceto, anche se incredibilmente qualcuno dà ancora retta ad etichette prive di senso.

In Italia ciò che fa male è l’infimo livello nel quale tutto questo si è prodotto e la miseria etica e intellettuale di ambienti a sinistra ma di Paperino che via via da Marx sono passati al piduismo compassionevole di Renzi. Ma fenomeni simili sono avvenuti in tutto l’Occidente portando via via a un punto di rottura che si esprime nei conati oligarchi in Europa o nell’inattesa ribellione degli elettorati. Un esempio è la Francia dove il traditore Hollande ha finito per  distruggere ciò che rimaneva del socialismo e adesso non può ripresentarsi candidato alla presidenza pena la ridicolizzazione. Così in campo per l’anno prossimo rimangono Marine ( sintesi fra i due nomi Marion  e Anne) Le Pen e, a sorpresa, Francois Fillon, sbucato dalle retrovie quando già Sarkozy pensava di avere in tasca la nomination della destra. Ma chi è Fillon? Presto detto, un vecchio arnese cattolico tradizionalista con venature anti islamiche tenute a freno solo dai soldi dell’Arabia Saudita il quale ha presentato un programma ultra liberista nel quale si prevede il licenziamento di mezzo milione di dipendenti pubblici e un piano di tagli draconiani del welfare per portare a un deficit zero nel 2022. Qualcosa che  non è solo un massacro sociale, ma che smentisce ogni istinto della Francia e del suo patto sociale. Insomma è un fan della globalizzazione e della diseguaglianza come motore economico, è portatore di quei concetti da dozzina, slogan e idee ritrite sulla cui cui china si è avviata la crisi con in più qualche ostia consacrata, qualche xenofobia di ritorno e anche un sentore di gollismo a fare da contrasto .

Tuttavia l’elettorato socialista finirà per votare compatto per lui: paradossalmente il pericolo della destra è agitato dalla destra di osservanza finanziaria visto che la socialdemocrazia ormai può essere soggetto solo di messe a suffragio, non essendo riuscita a rinnovarsi e trovandosi fuori contesto nel passaggio dalla fase produttiva a quella finanziaria del capitalismo. La sinistra che sopravvive è solo quella più radicale e antiglobalista purtroppo rappresentata dal personaggio più inafferrabile e incoerente possibile, quel Jean-Luc Melenchon la cui dichiarata appartenenza massonica, la cui entusiastica approvazione della guerra di Libia e le cui esternazioni sul comico Dieudonné dopo i fatti di Charlie Hebdo (“Noi abbiamo vinto, noi repubblicani, quindi gli altri si chiudano la bocca, bisogna reprimere con pugno di ferro)  lasciano più di un dubbio sul trozkismo incappucciato. Insomma per non farla troppo lunga è, mutatis mutandis, la stessa cosa che avviene in Italia, anche se Renzi è parecchio svantaggiato perché non può invocare la presenza di concorrenti di derivazione fascista, ma deve accontentarsi del minor brivido suscitato dal populismo per non parlare della destra berlusconiana di cui proprio lui è la migliore espressione: si chiede all’elettorato che si auto proclama e si auto considera democratico non si sa bene in base a cosa e a quello progressista di votare l’esatto contrario rispetto ai propri principi solo in base alla fedeltà al brand, a prescindere dal nuovo prodotto. E per evitare cosa? Ciò che proprio lui rappresenta in pieno ossia il congelamento delle caste economico politiche e l’aumento del loro potere attraverso lo scardinamento progressivo dei diritti e delle tutele finora garantire dalla Costituzione.

Certo il tutto avviene dentro un immondo mercato dove si mostra in catalogo merce che non esiste, come gli aumenti al pubblico impiego, la crescita dell’occupazione o la mitica ripresa, ma questo è solo folclore nazionale che sfrutta l’atavica propensione a scambiare il contingente con l’essenziale, a essere polli, a vivere dentro i tanti alibi della doppia morale e dentro al culto di un nuovo futile e, come dire, privo di vera dimensione temporale, analogo a quello che spinge a svenarsi per comprare a molte centinaia di euro il nuovo cellulare che in produzione ne costa 4o compreso il non piccolo profitto del fabbricante. La sostanza è che con il referendum si definisce il punto di non ritorno della democrazia italiana. E del Paese stesso che viene scagliato dentro una contrapposizione che finirà per distruggerlo. Ma evidentemente c’è chi tiene più all’asino di Rignano , così nuovo, così wow, così intelligente, così 80 euro che ai fondamenti della democrazia. E questi avranno esattamente ciò che vogliono: meno libertà e senza nemmeno l’elemosina promessa che saranno invece loro a versare al potere.


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