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Politica Spazzatura

inceAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non badate alle apparenze, il vero insider del Pd nel governo è Salvini. Proprio come nei romanzi di spionaggio la sua copertura è assicurata dalla deplorazione per i suoi comportamenti belluini, dalla condanna per le sue intemperanze da gran maleducato, dal biasimo per le sue impulsività brutali, che dovrebbero fare di lui un pericoloso ricercato da assicurare se non alla giustizia almeno alla  censura morale. Il Pd è ormai uno spettro i cui aderenti coincidono numericamente  con gli aspiranti segretari/becchini, ma nell’incarico riservato e sotto traccia dato al Buzzurro istituzionale, ha visto giusto perché il suo fascismo confonde sulla vera natura del totalitarismo, al cui servizio  il cosiddetto arco parlamentare si presta anche grazie alla ineluttabilità di scelte compiute dalle quali sarebbe impossibile tornare indietro.

Così se i 5stelle ci vogliono far digerire in nome della irrimediabile fatalità la Tap, la Tav, le Triv, il Mose, le Grandi Navi, e le Grandi Schifezze imposte dai governi precedenti, Salvini come per magia le trasforma  in opportunità doverose, proprio nello stile del più perfetto renzusconismo, come sta accadendo con gli inceneritori in Campania, che potrebbe diventare la regione pilota per l’esecuzione in grande stile e in tutto il Paese  delle strategie di “gestione” dei rifiuti dello Sblocca Italia dettate dalle stanze del partito delle discariche e degli inceneritori: grandi aziende (molte municipalizzate), grandi interessi e collegamenti  consolidati con i passati governi e frange influenti di quello attuale (anche se l’oscuro ministro Costa fa dei tentativi di impugnazione del famigerato decreto e Fico sbraita perlopiù inascoltato), c’è da star sicuri, con la criminalità.

Nel provvedimento, che dichiarava “strategici” e di prioritario  interesse nazionale trivellazioni petrolifere e infrastrutture per il gas, irrinunciabili proprio come l’alta velocità, qualche  metropolitana perfino sotto Piazza dei Miracoli, uno o più stadi, erano indicati come irrinviabili anche gli inceneritori, dando vita a una stridente contraddizione: da una parte si ribadiva la necessità di costruirne di  nuovi  per andare incontro a una presunta domanda insoddisfatta. Dall’altra si imponeva la liberalizzazione del  traffico di rifiuti da una regione all’altra  per  sfruttare  appieno il potenziale dei termovalorizzatori  oggi largamente sottoutilizzati e in forte passivo con pesanti ricadute sui conti delle società di gestione che hanno bisogno di importare rifiuti da bruciare, da qualunque parte provengano.

Anche allora, autorevoli esponenti dell’ambientalismo prestati alla compagine, compresi quelli di un’altra lega della quale erano stati prestigiosi dirigenti, fecero intendere che si doveva dire Si, si trattava di una scelta doverosa in presenza di un popolo riottoso che non si dedicava col necessario scrupolo alla differenziata e per garantire profitti e guadagni alle imprese di settore, aziende parapubbliche e cooperative, nel nome della green economy.

E a quello stesso verde, come i fazzoletti e le cravatte che inalberava nei pellegrinaggi sul sacro fiume, si ispira Salvini, che ha annunciato di voler collocare un inceneritore in ogni provincia della Campania e a chi dice no, peste lo colga sotto forma di malattie e roghi. Che poi la logica è sempre la stessa, quella degli untori che mettono la fonte del contagio o il vaso dei veleni, dove ci sono già, porcheria più porcheria meno, in modo da convogliarvi anche quelle che arrivano dall’operoso Nord, che la strada la conosce già per averla percorsa andando a rovesciare i suoi rifiuti tossici e nocivi in quelle che erano state campagne felici, convertite in terre dei fuochi.

Poco importa che si tratti di un braccio di ferro con gli alleati che vedono mettere in discussione uno dei loro capisaldi, poco importa se si tratti dell’ennesima dimostrazione di disprezzo nei confronti del sud parassitario. Importa invece che siamo di fronte a una di quelle scelte anche simboliche che denunciano come il capitalismo possa essere stupido e irrazionale fino all’autolesionismo, e che lo siamo anche noi se riteniamo di potergli affidare i nostri destini, il lavoro, la salute, l’ambiente.

Nel Nord esistono alti tassi di raccolta differenziata, ci sono inceneritori (circa 45, che  trattano però solo il 17,2% di RSU, e lo 0,7% degli speciali, e sono quindi  sottoutilizzati perché  gli enti e le comunità locali rifiutano l’eventualità di far conferire rifiuti provenienti dal Centro e dal Sud)  e discariche, ma la presenza di un mercato drogato e di infiltrazioni criminali ha favorito la transumanza colonialista di rifiuti speciali e tossici nei depositi clandestini del Mezzogiorno o saturando le discariche  “regolari”.  Da Roma – dove Marino si è reso responsabile di aver chiuso Malagrotta e la Regione guidata da un altro probo celebre, Zingaretti, si è resa responsabile di non mettere a punto un’alternativa, e non solo, partono i carichi di robaccia mista, controllati da organizzazioni quanto meno opache, costosi quanto irragionevoli, poiché i paesi di destinazione cui paghiamo il trattamento ci guadagnano lautamente con il recupero energetico.

Il fatto è che la soluzione della raccolta differenziata sarebbe quella ottimale, favorisce un incremento occupazionale oltre a standard di compatibilità ambientale elevati. Ma  non è la preferita dai signori dell’immondizia. Perché un inceneritore medio come quello di Parma, costa sui 300 milioni di euro e brucia 130.000 tonnellate l’anno, impiegando poche decine di persone, si tratta di impianti molto complessi e costosi da costruire e gestire con la conseguenza fisiologica che le spese si ripercuotono sulle tariffe: ogni tonnellata di solidi urbani  incenerita costa ai comuni, e quindi a noi, intorno a 150 euro. Per questo il brand è così redditizio soprattutto quando diventa emergenza e costringe a misure eccezionali, commissari e autorità speciali, localizzazioni estemporanee in zone che sono sempre le solite, le più bistrattate. Anche se un bell’inceneritore è previsto a Venezia e uno a Firenze (costo pari a circa 170 milioni di Euro, per smaltire 200.000 tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati annui), sempre per la legge della necessità sarebbero indispensabili per fronteggiare la crisi di un surplus di rifiuti originati da un turismo auspicato ma maleducato che non si adegua alle regole della differenziata. In nessuno dei due casi si pensa alle alternative praticabili, come ad esempio la ristrutturazione degli impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB) finalizzati a recupero dei materiali e già presenti, operazione che nel caso di Firenze costerebbe intorno ai 5 milioni.

Ma a pensar male si fa bene e non è certo un caso che in coincidenza con lo Sblocca Italia sia nato il più robusto polo dell’incenerimento in Italia grazie alla fusione di due società, la Kinexia di Pietro Colucci, convitato eccellente alle cene di Renzi, e la Biancamano di Giovanni Battista Pizzimbone, compagno di merende  di Marcello Dell’Utri, che aveva a suo tempo rilevato le attività ambientali del gigante cooperativo Manutencoop, e sostenuto da un pool bancario disposto a sobbarcarsi i debiti dei due dinamici partner.

Anche oggi basterà seguire il tintinnare delle monete per vedere che faccia ha il fascismo che suggerisce gli slogan del   Rodomonte de noantri, per capire che i suoi veleni sono sempre gli stessi e sempre gli stessi sono gli intossicati.

 

 

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Fico secco

FICO-BOLOGNA-ingressoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Secondo il patron Farinetti,  Fico, il “parco dei saperi e dei sapori più buoni d’Italia”, è la meta ideale per i “weekendari”. Così vi potrebbe capitare in un caldo pomeriggio estivo  di ritrovarvi sotto il monumentale ingresso della Fabbrica Italiana Contadina, quella sorta di stele che pare suggerita da una Leni  Von Riefenstahl padana,  saldamente piantata nella contemporaneità grazie al podio innalzato per permettere a visitatori di immortalarsi in un selfie, in modo da farsi testimonial per  favorire fidelizzazione e proselitismo.

Si,    perché  la religione del mondo Eataly (anzi, dell’Eataly World) vuole diffondersi con la sua propaganda fide che combina la simbologia  megalomane e gigantista dell’expo 2015,  tra messaggi umanitari e sporco affarismo, con  stereotipo ruspante della pingue e godereccia Emilia   intesa come una pantagruelica greppia nazionale e con lo spiritaccio di Bologna la rossa, la “città coop”, quella delle leggendarie feste della morta Unità, della militanza professata  davanti alla griglia degli arrosticini, della dedita generosità dei volontari, in questo caso convertiti in mesti interinali  cospicuamente decimati già a due mesi dall’inaugurazione grazie ai servigi dell’olandese  Randstad  una delle principali agenzie al mondo di lavoro  specializzata in precariato, scelta per una selezione del personale secondo i comandi dell’alternanza scuola-lavoro  esemplarmente rappresentata dal progetto ad hoc   “Un giorno da Fico”, e imputata  di reclutare manodopera gratuita a fronte di un investimenti in formazione della Regione del valore di 400 mila euro.

Magari siete stati persuasi grazie alla martellante pubblicità. Dépliant straboccanti dai dispenser di ogni albergo e B&b,  in attesa che la città del gusto venga arricchita dall’imponente struttura programmata da Starhotel:  una superficie di circa 11.000 metri quadrati,  circa 200 camere, meeting e conference room, area colazioni e caffetteria, reception, uffici, tre piscine, fitness center e spa e che sorgerà  anche quello all’ombra dell’inceneritore per rifiuti ospedalieri,  “ingiustamente criminalizzato” secondo i dati Hera,  accanto ai due ettari di orti e frutteti, alle stalle, alle “fabbriche contadine” (sic), e ai 45 punti di ristoro meno uno, quello della famosa gastro-star Enrico Bartolini, che ha preferito abbandonare l’impresa visionaria del norcino della real casa di Rignano, segnando una  falla allarmante nella narrazione di  quel viaggio a portata di tutti e in “tutti i sensi”, e nella “magia autentica del sapore made in Italy”. Recitano proprio così gli slogan che riecheggiano in tutta Bologna, sulle fiancate dei mezzi cittadini, cui si è aggiunto il Ficobus, , 6 nuovi autobus ibridi   da 18 metri con capienza da 148 posti, una corsa ogni 30 minuti nei giorni feriali e una ogni 20 sabato e nei giorni festivi, dalle 10 alle 24, occupati in genere da non più di 6 passeggeri e cortesemente offerti da Regione (che ha contribuito con un finanziamento da 3 milioni di euro) e azienda dei trasporti locale, ed anche sulle vetrine dei bar e dei ristoranti che non devono temere la concorrenza se un panino nel mondo di Fico costa almeno il doppio che nei locali del centro, o che vi raggiungono sul cellulare con le offerte di Trenitalia.

E  che vi perseguitano lungo tangenziale e raccordi  con una segnaletica assillante, fosse mai che perdiate la strada. Una strada sulla quale devono essere intervenuti aggiustamenti e azioni di efficientamento e abbellimento, a onta della rivendicazione del Comune (il sindaco Merola era così entusiasta che è andato a Manhattan per presentare in progetto in fieri alla stampa americana sulla terrazza del Flatiron building)  che si vanta di non averci messo un euro nell’operazione. E vorremmo anche vedere, se invece si sa che l’area e le strutture preesistenti, quelle del CAAB – Centro Agroalimentare di Bologna, diventato partner con l’attribuzione al suo creatore di un ruolo prestigioso in  Eataly World, la società costituita da Eataly e Coop, con Regione e comune azionisti, è stata offerta in regime di chiamata diretta  e in assenza di un bando europeo. Se il comune ci ha messo la struttura, che varrebbe 55 milioni di euro, per la ristrutturazione sono stati raccolti 75 milioni di euro di fondi privati: 15 milioni sono arrivati dal sistema cooperativo, dieci da imprenditori locali e altri 50 da casse previdenziali professionali, un centinaio di  imprenditori grandi e piccoli (da piccoli artigiani a grandi consorzi come quello del Parmigiano reggiano), i ministeri dell’ambiente e dell’agricoltura, l’associazione dei borghi più belli d’Italia e l’Ente nazionale italiano per il turismo (Enit), Slow food, le università di Bologna e quella di Napoli, la Suor Orsola Benincasa, celebrando la liturgia del monopolismo faccendiero del patron saldata con l’affarismo delle coop, la weltanschauung renziana  e il capitalismo emiliano di derivazione postcomunista.

Arrivati dopo il lungo tragitto, preso nota del fatto che i parcheggi tutti rigorosamente al sole  sono gratuiti le prime due ore, aggirata la stele dei selfie, vi trovate davanti quella che i promotori hanno definito orgogliosamente al Disneyland del cibo dove “esplorare, scoprire,imparare, gustare e portare a casa”, uno spazio nel quale l’architetto Bartoli, lo Speer del farinettismo, ha voluto mantenere  la vecchia architettura industriale, ma con l’obiettivo di creare una “sensazione contadina”, creando un continuum tra l’interno e i campi,  perché  “l’idea di Fico è talmente forte che la realizzazione architettonica è passata in secondo piano”.

In un clima di precoce e prossimo smantellamento (i recensori su Tridadvisor scommettono che il MagniFico non vedrà il panettone e non si hanno dati certi sui visitatori italiani e stranieri, il cui numero, si vocifera, sarebbe in picchiata), con punti ristoro deserti, come il Teatro della Carne, poche stelle e poche stalle dove langue il bestiame da esibizione, con gli stand dove si aggirano i naufraghi metropolitani dell’estate bolognese nostalgici delle kermesse di partito, con le “fattorie” che sembrano lo scenario e le costruzioni di qualche vetusto spaghetti western, potreste entrare finalmente in contatto con le grandi eccellenze della gastronomia italiana.

Perché secondo i promotori l’iniziativa ha più di una finalità didattica e pedagogica: instaurare un rapporto sia pure perlopiù virtuale tra i bambini e la natura “nelle aree mediali interattive”, partecipare a corsi e laboratori “mettendo le mani in pasta” e partecipando da osservatori privilegiati alla produzione di vini, oli e formaggi, affinare il palato nel “meglio della cucina italiana” dal cibo di strada agli chef stellati, promuovere consumi consapevoli e di qualità grazie all’offerta  del meglio dei prodotti alimentari italiani. E infatti vi troverete in un immenso autogrill, un supermercato diffuso sui cui “scaffali” è esposto il repertorio dei potenti della catena alimentare, se la sceneggiatura della produzione delle mozzarelle è a cura della Granarolo, se il top della Pizza è di Rossopomodoro, se la birra “artigianale” che zampilla davanti ai vostri occhi è di una nota catena, se il panettone che forse Eataly non vedrà a Natale è di Balocco, se la più buona passata è Mutti e la cioccolata da re è di Venchi, e dove va in scena la narrazione della civiltà contadina grazie all’allestimento di un pollaio o una porcilaia. In modo che  il visitatore venga indottrinato dal  potente storytelling  dall’Expo a Eatalay e si convinca   che il miglior olio del paese sia quello di Roi, che la più gustosa pasticceria sia quella Balocco e che il pollo più succulento sia quello di Amadori, aziende rispettabili magari, ma che sono là, nel MagniFico, non perché rappresentano la scrematura delle produzioni italiane, l’eccellenza secondo il coglionario dei nostri giacimenti tradizionali,  ma unicamente perché sono storiche partner commerciali di Farinetti e di Coop o perché hanno accettato di essere presenti in Fico con le condizioni che Fico ha offerto (zero affitto, ma 20% sugli incassi da vendita di prodotto e 30% sugli incassi da ristorazione: un modello imprenditoriale che sta già mostrando la corda).

Il tutto esposto in una vetrina permanente: cornucopie di salami e cascate di mele, piramidi di grana e nature morte di quarti di bestiame come in una sala di anatomia  dove il cibo diventa scultura, oggetto d’arte da ammirare in un parco tematico sul Paese di Bengodi, custodito  da comparse e figuranti (secondo i commentatori di Tripadvisor stanchi e demotivati)  travestiti con costume tipico o bardati da mortadelle a officiare la liturgia della panza in una città che si vuol convertire in vetrina fica e autoreferenziale del monopolio dell’abbuffata, dove in questi anni sono stati chiusi con la forza luoghi di incontro e critica, centri sociali e culturali, impoverendola della sua memoria ribelle per offrirla in pasto, anche lei, al pizzicagnolo globale.

 

 


In Casellati per l’archiviazione

e7e92e_2018_03_24T101142Z_1869489585_RC16013046A0_RTRMADP_3_ITALY_POLITICS_PARLIAMENT_kLsH_U111095972116nWG_1024x576_LaStampa_it_HomeIm_799x400Non accade spesso, ma qualche volta capita che talvolta le cose siano semplici, le distinzioni facili E così nel Parlamento abbiamo un neo presidente della Camera, Roberto Fico, espressione degli orrendi populisti, secondo la pubblicistica corrente, che ha fatto un discorso intelligente ed efficace, mentre una neo presidente del Senato, Elisabetta Casellati. rappresentante del vecchio milieu politico che è apparsa come una di quelle auto incidentate tenute assieme dallo stucco da vendere al primo pollo che passa. Forse il centro destra non poteva scegliere un rappresentazione migliore di sé elevando alla seconda carica della Repubblica una cariatide stiratissima che è nota per solo due cose: la prima aver detto che Berlusconi non è imputabile o condannabile perché votato dagli italiani dimostrando così una cultura giuridica di tale livello da meritare un’espulsione per indegnità dalle Casalinghe di Voghera, ma che le è valso un posto al Csm e per aver  assunto la figlia Ludovica come capo della segreteria del  ministero della sanità non appena nominata, da assoluta incompetente, ma con grande gioia dell’industria farmaceutica, quale vice ministro in quel dicastero. Un fatto  stigmatizzato da Gian Antonio Stella in un articolo sul Corriere che riporto alla fine del post.

Tutto in lei parla di muffa:  dall’antica laurea per ragazza altolocata in diritto canonico a un pervicace istinto antidemocratico che si esprime in una visione di casta della società nella quale alcuni sono intoccabili e possono permettersi ciò che a tutti gli altri è impossibile. In un certo senso – paradosso da non sottovalutare per orientarsi nella sociologia del ceto politico – sono le medesime stigmate della Boldrini, solo in proiezione speculare:  ciò che per l’attuale nuova presidenta è motivo di ottusa e beata arroganza, per la precedente era un istinto da tenere difficoltosamente a bada, sebbene espresso in termini più contemporanei e compassionevoli. Proprio questa anamorfica politica restituisce il senso del cambiamento che si è materializzato, probabilmente ahimè troppo tardi, con le elezioni ovvero una contestazione generale della vecchia casta ormai incapace di alcunché, persino di trovare un presidente del Senato che non faccia parte della premiata ditta ricchi,corrotti e cialtroni, intesa a riproporre al Paese una storia già passata, già morta e memorabili solo per la sua vacuità.

Non conosco per nulla Figo e quindi non saprei esprimere un giudizio, ma la differenza di livello fra le parole del cinque stelle  e quello della Casellati vien dal mare, è abissale e non a caso Napolitano, che ama i piani bassi per non dire gli scantinati della politica politicante ha applaudito solo lei. La sostanza del discorso d’insediamento della dama, è il compiacimento per il fatto che per la prima volta una donna presieda Palazzo Madama: il che è ancora più grave perché la prima volta meritava di meglio, non la prima che passa. Infatti proprio la presenza ai vertici di una iper berlusconiana senza scrupoli, ma anche senza lode, eletta anche con i voti pentastellati non è affatto il sintomo di una resurrezione del Cavaliere,  anzi è la prova manifesta della fine ingloriosa della sua epoca, il biscottino dato in cambio del suo regno, la sua riduzione ad attore di secondo piano, di maggiordomo  Il problema è semmai che questo vale anche un po’ per tutto l’arco politico bocciato dagli elettori e a Berlusconi che ormai conta poco o nulla è stata affidata la parte dello specchietto per le allodole, di anfitrione per accogliere i fuggiaschi del Pd e dintorni che di certo non potrebbero confluire con Salvini o appoggiarlo direttamente nel caso di un governo Lega – renzusconi o di un periglioso tentativo M5s – Pd , le uniche due ipotesi concrete di governo politico, ammesso che non si debba ricorrere ad un esecutivo tecnico che prepari nuove elezioni e nel frattempo   esaudisca i dikat europei entro il 30 aprile.

 

«Governerò come un buon padre di famiglia», promise Berlusconi. Elisabetta Casellati, pasionaria azzurra, annuì commossa. Anche lei, giurò a se stessa, avrebbe governato come una buona madre di famiglia. Così, appena nominata sottosegretario, ha assunto come capo della segreteria al ministero della Salute sua figlia Ludovica.

«Grazie, mamma!». «Te lo meriti, amore». I soliti maliziosi, si sa, diranno che non si tratta di una coincidenza. E sputeranno fiele dubitando che la selezione sia stata aspra, che siano stati vagliati migliaia di curriculum, che siano stati consultati i migliori cacciatori di teste o chiamati a colloquio centinaia di giovani… E rinfacceranno a Silvio Berlusconi di avere giurato che lui avrebbe «chiuso coi metodi della vecchia politica» e «sradicato il clientelismo» e risanato lo Stato facendola finita con le spintarelle e le assunzioni facili. E magari arriveranno a tracciare un paragone con il caso di Umberto Bossi, che dopo aver detto che «la natura clientelare dello Stato dopo 150 anni» sarebbe andata in soffitta in nome dell’«assoluta trasparenza contro ogni forma di corruzione e clientelismo», ha visto due deputati leghisti europei assumere a Bruxelles come assistenti accreditati (12.750 euro al mese) suo fratello Franco e suo figlio Riccardo. Ma la bella Ludovica, nella veste di Capo della Segreteria del Sottosegretario di Stato (niente smentite:vedere sito del Ministero) assicura anche a nome della genitrice che non è così.

E spiega, in una deliziosa intervista al Corriere del Veneto, di avere tutte le carte in regola: «Ci ho messo dieci anni perché non mi chiamassero “figlia di” e adesso non vorrei passare per quella aiutata da mammina». Di più: «Può giudicarmi solo chi mi conosce sul lavoro e sa bene qual è la mia professionalità, guadagnata sul campo, dimostrata in ogni incarico che ho avuto». Certo, a incrociare nelle banche dati il suo nome con le voci «salute» o «sanità» o parole simili, si recuperano risultati così scoraggianti (zero carbonella) da far immaginare che sappia della materia quanto sa del Tamarino di Edipo o del delfino di fiume del Punjab. Né si conosce molto delle tappe della carriera manageriale che, sempre nella cocciuta ostinazione di dimostrare che lei è del tutto estranea a ogni raccomandazione della madre parlamentare berlusconiana, ha percorso nella berlusconiana Publitalia, la concessionaria di pubblicità del gruppo Mediaset.
Ludovica Casellati, la figlia (Gobbi)
Dire che sia del tutto sconosciuta, tuttavia, sarebbe ingiusto. Gli appassionati di vita mondana e i frequentatori dei siti di «gossip» veneti, infatti, la conoscono benissimo. Primo: perché passa per una delle più puntuali ospiti di tutte le feste, i cocktail, i galà e rinfreschi che vengono organizzati nei locali pubblici e nelle dimore private dall’Adige al Tagliamento. Secondo: perché da queste sue frequentazioni trae da qualche tempo una rubrica sul Gazzettino dal titolo «Think Pink». Dove c’è grande spazio per la salute e le attività più salutari. Come le battute di caccia in botte in laguna organizzate da ricchi imprenditori col «servidor de valle». O le vacanze all’isola d’Elba di «Gabriella Baggini Morato, meglio nota come Baby dinamicissima imprenditrice padovana» con tutta la famiglia, il marito Orio, la figlia, il gatto Tolomeo e i cani Sofia, Riccardo ed Elton. Per non dire della «incoronazione di Miss Mojito», dei trionfi del «dj Kenny Carpenter consacrato al successo nel gotha della dance newyorkese», delle «serate gastronomiche a tema dedicate al baccalà». Il meglio tuttavia, dicono gli intenditori, è stata la pubblicazione qualche settimana fa di un reportage sulle feste del bel mondo a Cortina: «La palma del divertimento è andata sicuramente al goliardico e pimpante gruppo dei vip padovani ultracinquantenni, che hanno riservato per l’occasione malga Staolin: i Vittadello, gli Stimamiglio, i Brugnolo, i Cristiani, i Facco, gli Agostosi, i Rinaldi, la neo sottosegretaria alla Sanità Elisabetta Casellati Alberti con il marito…».

E chi c’era tra le firme che avevano collaborato al pezzo? Lei, la tenera Ludovica. Conflitto d’interessi amorosi? Ma per carità, lo saprà ben la mamma, cos’è un conflitto. Avvocato, docente universitario, parlamentare di Forza Italia dal 1994, donna combattiva sempre pronta alla pugna e premiata via via con una serie di incarichi istituzionali fino alla presidenza della Commissione Sanità (con soddisfazione di Farmindustria, l’associazione delle imprese farmaceutiche, generosa di versamenti registrati nei suoi confronti) e poi alla vicepresidenza del gruppo azzurro al Senato, la Casellati non ha perso occasione, negli anni, per tirar fuori grinta e fantasia. E un giorno prometteva «entro due settimane» una specie di «angelo custode» per i tiratardi con l’inserimento in ogni discoteca di «una figura istituzionale» (un vigile urbano?) in servizio dalle ore 22 in avanti, un altro sentenziava che «la Rai non è stata mai così pluralista» come in questi anni azzurri, un’altra sbeffeggiava Romano Prodi per la chioma nero-seppia bollandolo come un Pinocchio «pronto a negare l’evidenza anche quando qualcuno avanza sospetti sulla sua capigliatura».

Il massimo, però, l’ha sempre dato sul conflitto d’interessi. E una volta invitava la sinistra a non aver fretta perché la Casa delle Libertà aveva cose più urgenti, un’altra tuonava che «la Cdl ha dimostrato che il conflitto d’interessi può essere risolto», un’altra ancora si compiaceva: «Noi governiamo solo nell’interesse dei cittadini». Va da sé che i suoi avversari, adesso, l’aspettano al varco. Con tre domande. La prima: dopo la nomina a sottosegretario ha chiuso l’attività legale che l’ha vista impegnata fino all’ultimo, per esempio nella difesa di Stefano Bettarini contro Simona Ventura? La seconda: come mai non risulta ancora essersi dimessa dalla carica di amministratore delegato della società finanziaria Esa srl, carica vietata dalla legge sul conflitto d’interessi? La terza: è vero che la giovane Ludovica ha avuto al ministero un contratto da 60 mila euro l’anno, cioè quasi il doppio di quanto guadagna un funzionario ministeriale del 9° livello con quindici anni di anzianità?

Gian Antonio Stella


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