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Archivi tag: Emilia Romagna

Boschi, fumati un toscano

sig Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ancora ferita dalle critiche di stampo esplicitamente sessista dopo la sua apparizione in bikini in risposta alle dichiarazioni a bordo piscina del bagnino di papetee che lei aveva con tutta evidenza considerato meritevoli di un elevato e armonioso contrappunto (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/08/19/bikini-e-bagnini/ ),  Maria Elena Boschi si sfoga contro il complotto della piadina che avrebbe condannato all’eclissi la meritevole cricca toscana.

Spero che l’assenza di toscani nel governo non sia una punizione per Renzi, si lamenta la più prestigiosa squinzia che abbia abitato il palazzo. Facendo dunque intendere che il comitato d’affari  impersonato dalla dinamica De Micheli finchè a barca va (e chi non nota una somiglianza con la cantante Orietta Berti) ha oscurato quello della Leopolda  come dimostra la tempestiva accelerazione data a tre opere locali strategiche: Passante di Bologna, bretella dui Campogalliano-Sassuolo e Porto di Ravenna, mettendo in secondo piano altre iniziative fino a ieri prioritarie come l’ampliamento dell’aeroporto di Firenze.

La  strategia costruttivista del nuovo Pd all’ombra delle torri si avvale della temporanea alleanza di impresa di altri campanili in attesa di riconoscimenti sigillati dal cemento, prime tra tutte le regioni che aspirano all’autonomia e che sia pure in assenza del loro officiante vanno sul sicuro certe di conquistare la loro secessione  legale grazie alla “appropriazione”  del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale, eccettuate invece quelle del Sud e quelle del Centro Italia che le tasse le pagano eccome, compresi i soggetti vittime del sisma.

Così la vestale del Giglio Magico dà voce alle preoccupazioni del sindaco di Firenze  Nardella, del presidente della Regione Rossi, cui si deve una legge urbanistica che di fatto cancella la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali che riguardano il territorio, in previsione dell’opposizione popolare proprio all’aeroporto e ad altre nefandezze in fieri nella un tempo ridente Toscana. Ma è sicuro si faccia interprete anche per via dinastica delle inquietudini di un ceto affaristico finanziario che ha trovato nutrimento in banche criminali e supporto in imprese speculatrici i cui interessi spaziano dallo sport al turismo, dal settore immobiliare attivo nella cacciata dei residenti  e degli artigiani delle città d’arte per far posto al terziario dell’accoglienza e del lusso, a quello non marginale del mercato della bellezza, “operatori” in forma di multinazionali che organizzano eventi, fanno import-export di opere  foraggiando tutto l’indotto di assicurazioni, trasporto, editoria di settore, e poi quell’esercito precario di guardianie, inservienti, osti, affittacamere che si illudono davvero che la cultura sia come il salame da infilare tra due fette di salame come sosteneva Tremonti e i nostri musei dei juke box come voleva appunto Renzi.

E capirai, mica può arrendersi quell’irriducibile parterre della Leopolda, fatto di rampanti della Firenze da bere che fanno rimpiangere i delfini di Craxi, ma somigliano di più alle comparse dei film di Pieraccioni e degli spot con Panariello, finanzieri che fanno la spola tra Cigoli e le Cayman, aspiranti spioni che vogliono mettere a frutto le lezioni dell’aretino Gelli, bancari che hanno visto troppe volte al cine le performance di Gekko, boy scout che vogliono arrivare in alto senza fatica, senza lavoro nemmeno quello di erigere una canadese e che non si rassegnano alle inevitabili e meritate cadute, spiriti distruttivi che auspicano di rigenerarsi dalle rovine che hanno prodotto.

Sono capibastone che finalmente sono stati bastonati, non facciamogli rialzare la testa.

 

 

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Evasione & Secessione

italia-secessione  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati 22 anni da quando una piccola e risoluta task force di cretini – 8 “venetisti”, vennero definiti – sequestrarono un ferry boat per trasferire a San Marco un tank, un camper fornito di alcun fiaschi di vino, pane e salame, l’equipaggiamento necessario  insomma per la presa del simbolo della Serenissima e dell’istanza di indipendenza da Roma ladrona.

Si sa che il sindaco Cacciari, uno di quelli che invidiava esplicitamente il radicamento territoriale della Lega, costola della sinistra, perse una intera notte di lettura di brani scelti di Hofmannsthal e di inediti di Nietzsche, impegnato in una trattativa con gli insorti asserragliati nel campanile, che si arresero, si mormorò,  una volta finite le vettovaglie e le bevande.

L’accaduto, oggi dimenticato, suscitò allora grande scalpore in qualità si segnale d’allarme del diffondersi di pressioni secessioniste e eversive, poi via via retrocesse a inoffensivo folclore, come l’elmo con le corna dei fan di Borghezio e la somministrazione rituale ai fedeli di acqua del sacro fiume fetida e velenosa per via dei reflui industriali e agricoli della brava gente della Padania.

Siccome tutto è relativo l’impresa degli 8  preoccupò l’arco costituzionale ancora intriso di valori unitari e sovranisti mentre la vera secessione, quella richiesta di autonomia delle regioni ricche, viene intesa oggi come legittima rivendicazione di chi produce, lavora, spende e pretende, autorizzato quindi a gestirsi il portafoglio, padrone in casa sua, oggetto verosimile di una contesa all’interno del governo che l’azzeccagarbugli degli italiani cerca di sanare con doverose concessioni su sanità e ambiente, di un negoziato con l’opposizione, le cui “ragioni” sono ben rappresentata dal  presidente dell’Emilia targato Pd, e  di un pronunciamento del Parlamento come d’abitudine chiamato a mettere un timbro notarile sul già stabilito.

I secessionisti decisamente imborghesiti rispetto ai magnifici 8 e destinati perciò ad avere successo di critica e di pubblico dopo quello “istituzionale ( la richiesta di maggiore autonomia   è stata sottoposta a referendum consultivo regionale nell’ottobre 2017 per poi essere ratificata nel febbraio 2018 dal Governo Gentiloni)  stanno dirigendo il loro tank anticostituzionale alla conquista dei fortini oltre che della scuola pubblica e dell’università, dell’assistenza e del governo delle politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” – legittima a loro dire  – del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale.

Vaglielo a dire a Zaia che  avrebbe molti più proventi per attuare le sue riforme se potesse contare sui contributi sottratti dall’evasione dell’operoso Veneto che vanta un primato con 9 miliardi di tasse evase, una cifra enorme,  che pesa per l’8,5% sulla quota nazionale, in un territorio che produce il 9,3% del Pil italiano. Vaglielo a dire che la proverbiale efficienza proclamata non ha saputo contrastare la consegna della gestione dei rifiuti a consorterie criminali, che puzza di marcio lontano un miglio il welfare che vorrebbe promuovere grazie all’autonomia, perchè cresce sul volontario disfacimento dell’assistenza pubblica (sono stati sollecitati a tornare al lavoro i medici ultrasettantenni, per mancanza di personale) in modo da darla in custodia ai privati, proprio come fossimo nel Lazio o in Campania, come si vuole fare con l’istruzione.

E andate a chiedere a Fontana dove vanno i rifiuti delle industriose aziende lombarde, come mai chiudono i presidi ospedalieri e i dipendenti hanno solo i tetti per dire le loro ragioni, che cosa è cambiato dopo lo scandalo Formigoni, se è vero che Milano continua ad essere senza depuratore – e senza opere di salvaguardia per il Seveso, come una Calabria qualunque-  o cosa sta facendo l’Aler (azienda regionale) commissariata a fronte di migliaia di senza tetto, proprio come fossimo a Roma.

E magari si potrebbe avere da Bonaccini presidente dell’Emilia Romagna qualche notizia che incoraggi da affidargli un budget speciale per aiutare quei terremotati che dal sisma del 2012 devono ancora vedere aiuti e risarcimenti, nemmeno si parlasse di Irpinia, o qualche informazione sui suoi “aiuti” alle famiglie molto apprezzati dalla Lega, o sulle recenti misure per la casa della regione Emilia Romagna, che pare non siano altro che contributi arbitrari per l’affitto, o sulla sua legge urbanistica segnata dal totale assoggettamento alla rendita, ai potentati immobiliari e ai costruttori legittimati dalla natura di “cooperative”.

E sto parlando soltanto delle inadempienze che riguardano le competenze in capo alle regioni dopo lo “scioglimento” delle province, la rivoluzione amministrativa e moralizzatrice di Delrio che ha fatto risparmiare ai cittadini ben 26 centesimi di risparmio, a fronte (la fonte è proprio l’Upi) dei  drammatici tagli a scuole, strade, assistenza, con  il quasi dimezzamento delle spese di manutenzione ordinaria (-43% dal 2013 al 2018) e del quasi azzeramento della capacità di investimento delle province (-71% nello stesso periodo) sugli oltre 130 mila chilometri di strade e sulle quasi 7.000 scuole secondarie superiori, insieme all’ aumento secco di circa 36 milioni dei costi per gli oltre 12.000 dipendenti ex provinciali transitati nelle regioni e nei ministeri (dove gli stipendi sono mediamente più elevati). E per non dire del caos che si è creato, della sovrapposizione di competenze, della miserabile rappresentazione di tornate elettorali per le città metropolitane tenute all’insaputa dei cittadini e dove votano i già eletti in modo da raddoppiare l’incarico.

Nemmeno ricordo gli scandali che hanno avuto le regioni come ambientazione di ruberie cialtrone dalla mutande alle merendine e altre più sofisticate, rammentando invece che da molto prima della loro istituzione in tanti avevano messo in guardia sulla natura di enti che avrebbero comportato costi difficilmente sostenibili per le finanze pubbliche italiane senza effetti apprezzabili sulla crescita, dotate di potere decisionale e legislativo ridotto e occasionale anche in virtù della riforma del titolo V della Costituzione del 2001, che ha prodotto sperequazioni in utti i settori compreso quello fiscale.

Oggi il secessionismo dei ricchi rivela la sua indole antidemocratica interpretata in forma bipartisan e che dà carattere di ufficialità alle esternazioni dell’ammiratore del Vesuvio: sfiduciare il Sud, consolidando la convinzione che il Mezzogiorno sia insalvabile per la sua natura di peso morto dove le risorse vengono impiegate in modo irrazionale, improduttivo e clientelare, dove hanno origine e prosperano le cosche, dove alberga il familismo amorale. E volendo dimostrare che in assenza di provvidenziali terremoti e eruzioni, è meglio condannarlo a propaggine africana cui è tassativo negare autodeterminazione e pure le risorse che producono. E d’altra parte si tratta della declinazione nazionale della strategia europea, imporre l’austerità più feroce e arbitraria in modo da dirigere distribuzione, alterare gli equilibri e favorire le disuguaglianze.

Non è solo la Lega a  volere la sua interpretazione aberrante del federalismo,  che costringe il governo a distorcere le norme costituzionali sull’autonomia in modo eversivo per l’unità nazionale e l’universalità dei diritti: la lobby della secessione degli estratti dalla lotteria del privilegio immeritato ha molti associati, le rendite, le multinazionali, i costruttori, gli investitori nei settori del Welfare privato, la finanza che inventa sempre nuove bolle per alimentare il suo casinò, i venditori di beni comuni all’incanto che da anni promuovono crisi in modo che diventino proficue emergenze, quelle che costringono a poteri speciali e liquidazioni eccezionali.

Ah ci sono anche i professionisti dell’antisovranismo, anche quello dei ricchi, che non vogliono dividere le loro correità, nell’Ilva,  ad esempio, cercando qualcuno cui appioppare  la mela marcia che ha avvelenato i tarantini,  nelle banche criminali, nei fallimenti ripetuti dell’Alitalia, in modo che sia chiaro per tutti che lo Stato deve fare il becchino, e noi con lui, seppellire le magagne,  pagare per salvare i padroni, diventare invisibile quando ci sono utili.  

 

 

 

 


Golpino regionale e ragionieri di Corte

costituzionali_940Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi la Corte Costituzionale, che ha brillato per composto riserbo in occasioni nelle quali un partito di governo proponeva lo stravolgimento della Carta per rafforzare l’esecutivo, limitandosi a esprimersi sulla congruità di un referendum che per fortuna è stato vinto, ha invece parlato per bocca del suo presidente sulle proposte di autonomia regionale che, secondo Lattanzi, “può svolgersi compiutamente solo se è in grado di disporre delle risorse economiche necessarie all’espletamento delle funzioni di competenza e a condizione che esse siano attribuite secondo modi e tempi che permettono una idonea programmazione della spesa”.

A volte, a malincuore, verrebbe da dar ragione agli ignoranti cialtroni improvvisatisi costituzionalisti del Si, che apostrofavano da soloni, professoroni e gufi i componenti del supremo istituto colpevoli di scendere- peraltro in rare occasioni – su indebiti terreni “politici”. Perché la critica della Corte alla svolta che è stata impressa al federalismo dovrebbe avere appunto il significato di misurarne la legittimità e compatibilità con una carta costituzionale che colloca al centro dei suoi principi l’uguaglianza dei cittadini, il pari accesso a opportunità, servizi, lavoro, assistenza, senza misurarsi con le eventuali coperture e con gli obblighi imposti da ragioni di necessità dettate dall’alto e da fuori, incarnate perfettamente dal quel nefasto  memorandum della JP Morgan (sul quale l’organi di garanzia ha virtuosamente taciuto) – coincidente con il programma di governo di Renzi, che sosteneva come “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”, colpevoli di aver prodotto esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo…. Portando (addirittura!) alla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

A quelli cui l’autonomia regionale (avviata dai governi riformisti e progressisti) non piace, deve piacere ancora meno l’abiura della Corte che si piega ai poteri finanziari insistendo non sulla ammissibilità di quel progetto, ma sulla sua sostenibilità economica, confermando, se ce ne fosse bisogno, la sudditanza dello Stato, trasformato in un’azienda commerciale che, in caso di difficoltà, deve perdere potere e competenza per essere eventualmente ‘commissariato’ da superiori autorità finanziarie  e dai loro delegati: Europa, governi tecnici, quelli che come disse Monti, devono “educare i Parlamenti”, o Bce che al momento giusto, come sostenne Draghi, può mettere il “pilota automatico” per  contrastare sovranismi, populismi, ribellismi. Come è già d’altra parte ampiamente successo attraverso il congelamento di un sistema di potere, con sistemi elettorali pensati per non cambiare  nulla salvo promuovere avvicendamenti di persone; con le ‘larghe intese’, che sono la ricetta dell’immobilismo; con le riforme istituzionali, come quella del Senato, che avevano come finalità l’‘efficientizzazione’ del sistema, contro la sua democratizzazione; con la derisione delle scelte plebiscitarie dei cittadini.

La sostituzione della politica con le gli algoritmi e le metodologie dell’economia finanziarizzata è un processo avviato e consolidato con successo anche perché il ceto dirigente senza  eccezioni si è piegato a quella che qualcuno (Foucault) chiamava ‘governamentalità’,  un esercizio della politica poco politico che non è la governabilità decisionista craxiana e nemmeno l’adattamento del riformismo alla realpolitik del compromesso, ma si è trasformato in mentalità e costume.

Sicché al centro della visione e dell’esercizio della politica non c’è la rappresentatività delle istituzioni, ma l’autorità, anzi il potere, degli esecutivi, impegnati a difendere interessi di parte, fino a piegare le leggi per rispondere a esigenze private e personali, alla tutela di lobby, perfino a una interpretazione della legalità adattabile alla salvaguardia di chi possiede prerogative e privilegi che vuole conservare come inalienabili.

Come è dimostrato proprio in questa occasione dalla domanda di autonomia proveniente dalla regioni più “benestanti” e dalla reazione all’epoca del referendum consultivo tenutosi in Lombardia e in Veneto, quando   l’intero arco politico si è compattamente schierato per il SI (Lega -promotrice- assieme a  tutta la destra esplicita, insieme ai 5stelle e a quella implicita, il Pd). Ora il movimento 5Stelle è perplesso, titubante per via della preoccupazione di perdere consenso nel Mezzogiorno (anche se poi scopriamo che è nelle regioni più ricche del Nord che si registra il maggior numero di richieste di reddito di cittadinanza o come diavolo vogliamo chiamarlo).

È che si è avuta così la conferma che quella che viene chiamata la “secessione dei ricchi” sancisce l’appartenenza non solo virtuale di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna al contesto del pingue nord, più affine al Belgio e alla Baviera che alla Basilicata e alla Calabria, in aperto contrasto con la nostra Costituzione stabilendo l’iniquo principio che chi vive in regioni a reddito più alto ha diritto a un livello maggiore di servizi. E premiando le loro performance con la concessione a svincolarsi sempre più dai vincoli costituzionali  vigenti che saldano  ancora allo Stato e alle altre regioni italiane attraverso una ripartizione di competenze e una condivisione di risorse uniformi, riservandosi  una quota maggiore del  cosiddetto “residuo fiscale”, vale a dire della differenza (che in quelle regioni è positiva) tra le entrate fiscali e tributarie di quelle geografie e le risorse che vengono spese dalle pubbliche amministrazioni.

Nessuno dotato di buonsenso o di buona vista può credere alla favoletta del reinvestimento in servizi, cure, assistenza, istruzione, del bottino (circa 30 miliardi)  frutto dell’autodeterminazione della gestione delle risorse, che, l’esperienza già collaudata dimostra, è invece preliminare a altre privatizzazioni, che i presidenti di quelle regioni, che si ritengono titolari di una sovranità  preminente rispetto a quella nazionale, intendono promuovere in modo arbitrario e discrezionale per sancire la loro appartenenza alle cerchie finanziarie e commerciali europee e nel contesto nazionale. In modo da replicare su scala le disuguaglianze che ancora tengono in vita lo zombie europeo, da ripetere le stesse modalità di sfruttamento operata dalle cancellerie grazie alla deindustrializzazione e alla delocalizzazione delle aree produttive e delle realtà industriali superstiti, a criteri, all’applicazione di criteri di competitività destinati ad allargare sempre di più il solco che divide nord e sud ma anche quello che separa la forza lavoro dei paesi più forti dalla manodopera a basso costo che proviene dalla aree “arretrate”.

Qualcuno ha perso tempo ad  analizzare le differenze che caratterizzano la domanda di autonomia delle tre regioni: il veneto per il quale si tratta di una “esigenza” prioritaria e simbolica a sancire il suo ruolo di traino e di motore di istanze secessioniste, La Lombardia che ha avuto un atteggiamento più distaccato, come dimostra l’esito del referendum, l’Emilia che è stata senza dubbio spunta ad aggregarsi per contrastare una eventuale avanzata della Lega, come se si trattasse di un monopolio del Carroccio, quando invece si tratta della eredità avvelenata della riforma del Titolo V, come è dimostrato dall’iter del processo attuale, avviato è bene ricordarlo, dal governo Gentiloni,  che ha addirittura previsto  che il Parlamento possa limitarsi a approvare o respingere l’eventuale accordo stipulato fra regioni e governo, senza possibilità di emendarlo. In verità si tratta di tre laboratori impegnati alla pari a uniformarsi alle disuguaglianze che caratterizzano il contesto europeo e occidentale, a assecondare la privatizzazione della società, dai servizi all’assistenza, dalla scuola e università alla sicurezza, dalla gestione dei rifiuti ai trasporti, dalla salvaguardia del territorio, retrocessa a attività di riparazione marginale, alla ricostruzione e alle misure antisismiche fino alla manutenzione dell’edilizia scolastica.

È quello che si vuole, e mica solo in casa leghista, quando le province non sono mai veramente morte e le aree metropolitane non sono mai nate, quando si sottraggono competenze e poteri allo Stato senza assegnarli ai comuni, stretti nella morsa dei debiti e dell’inettitudine impotente davanti agli appetiti privati, quando non esistono più quegli stadi e quei livelli intermedi che svolgevano i compiti di rappresentanza e mediazione degli interessi territoriali. Quando le regioni assecondano trivelle e tunnel, adottano programmi che dietro al contrasto al consumo di suolo e a sostegni per l’edilizia sociale costituiscono gli alibi per derogare agli standard urbanistici e alle tutele della natura, non licenziano i piani dei rifiuti per creare quello stato di emergenza necessario a favorire l’import-export a beneficio dei privati e delle mafie che la fanno da padrone, sospendono l’accesso dei cittadini alle informazioni nel caso di interventi ad elevato impatto ambientale, rivendicano la potestà a emanare proprie leggi in materie, come il consumo di suolo, per loro stessa natura di preminente interesse statale.

E quando la lotta di classe c’è ma alla rovescia, ricchi contro poveri, da una parte i fautori del libero mercato globale dall’altra il malinteso sovranismo dei neo-nazionalisti. E quando invece di pensare a qualcosa d’altro, si raccomandano la riforma dell’Unione, l’incremento di  de-regulation delle geografie già privilegiate, cancellerie carolinge o regioni, quando la battaglia contro lo stato nazione premia campanilismi e localismi e cancella le identità storiche nazionali per un coagulo globale posticcio.

E infatti il golpe regionale si svolge, nel silenzio dei media, fuori dal Parlamento, fuori dai luoghi della cittadinanza, come succede sempre di più ormai quando si devono prendere le decisioni che riguardano la politica della vita, la nostra vita.

 

 

 

 

 


Igor batte Matteo

igor

Prima dei ballottaggi la fedele Repubblichina scalfariana era andata anche a Budrio per essere rassicurata dal sindaco Pd, uscito dal primo turno elettorale con un buon vantaggio, ma non già vincitore come ci si poteva attendere in un centro in cui dal dopoguerra in poi il Pci poi il Pds poi i Ds, poi il Pd avevano regnato incontrastati. E il primo cittadino aveva detto che l’enigmatica vicenda di Igor non avrebbe pesato nelle urne anche perché lui stesso aveva fatto la campagna imperniandola sulla “sicurezza”. Ma dopo la sfida finale in cui il sindaco uscente ha clamorosamente perso, il vento è cambiato di 180 gradi e il povero Igor, anche ammesso che esista davvero, ora viene accusato di essere stato il vero pronubo della sconfitta nella bassa.

Ci si aggrappa a quello che si può per nascondere il disastro piddino che in una delle sue terre di elezione ha perso tutti i 5 ballottaggi sia in città capoluogo come Parma e Piacenza, sia nei tre centri  minori, Vignola, Riccione e Budrio che tuttavia rappresentano in compendio molte realtà della regione: la fertile campagna circummetropolitana, il complesso agricolo – industriale del modenese, rosso ciliegia e rosso Ferrari, la Riviera e il turismo. Dovunque è una sconfitta e di certo dopo 70 anni di dominio incontrastato quella di Budrio non può certo essere attribuita alla mancanza di radicamenti e di interessi che spesso determinano i risultati delle elezioni locali. Ma è finita così proprio perché il progetto renziano è ormai ruggine anche in quelle zone dove il voto per così dire di tradizione è più forte.

Ora la vicenda Budrio, così sintomatica assieme al ridicolo della vicenda Igor, può illustrare ottimamente la situazione di Paese dove il milieu politico nella sua totalità è ormai in minoranza e del tutto inaffidabile agli occhi dei cittadini. Un situazione simile nella sostanza, anche se non nella forma a quello della Francia, nella quale è evidente che tutte e tre le maggiori formazioni in campo non possono più illudersi di vincere da sole: niente Pd al 40 per cento, niente resurrezione di Berlusconi dal sarcofago, niente vittoria epocale dei Cinque stelle che invece di accentuare la battaglia dopo la sconfitta renziana al referendum hanno pensato bene di cercare l’inciucio elettorale e si sono venduti la primogenitura per un piatto di lenticchie. Hanno perso tutti e sebbene le elezioni politiche abbiano caratteristiche diverse rispetto alle comunali non c’è dubbio che siamo di fronte a una nuova realtà: le variazioni di qualche punto non possono intaccarne il nocciolo.

La  condizione è paradossale ed esprime a pieno lo sgomento del Paese per una crisi economica e sociale che non trova soluzione e che anzi diventa sempre più drammatica, mengtre scorrono le buone notizie del esecutivo: al momento l’unica ipotesi di futuro governo ubbidiente all’euro – Germania è affidata a una coalizione Destra – Pd – Frittura mista, un succedaneo del partito della nazione, il cui deus ex machina non potrà essere Berlusconi, sia per età che per veto europeo, ma non potrà essere nemmeno Renzi ormai logorato e destinato ad esserlo ancora di più nei prossimi mesi nei quali in aggiunta a tutto il resto si dispiegheranno le mefitiche conseguenze delle vicende bancarie. Occorre dunque un nuovo personaggio che faccia da maggiordomo alla troika e sul quale si possa incanalare una qualche residua credibilità: l’ideale sarebbe Draghi, ma dovrebbe dimettersi anzitempo dalla carica di presidente della Bce e senza la prospettiva di andare a guadagnare milioni fitti a capo di qualche colosso finanziario. Quindi non si vede perché dovrebbe correre questo rischio con il pericolo aggiuntivo che vengano fuori le antiche magagne, dalla svendita sottocosto del patrimonio immobiliare dell’Eni alle sviste in Banca d’Italia: lo farà solo su ordine oligarchico. Ma potrebbe essere anche Tito Boeri o magari anche Grasso.

Certo la sottrazione di politica e democrazia reale costringe le elites di potere a favorire un rapido cambiamento di facce per riuscire a rinnovare le illusioni delle vittime, al contempo però proprio questo svuotamento ideale rende sempre più difficile cercare e sostenere personaggi di un qualche spessore, ma ci proveranno in qualche modo e forse prima di quanto non ci si aspetti perché in fondo manca un anno alle politiche. Questo contesto così volatile offre tuttavia alla sinistra l’occasione di uscire dalle logiche perdenti delle sommatorie di partitini o dai richiami a un rapporto col Pd ormai francamente grotteschi e di tentare di mettere assieme un’opposizione reale al sistema che possa attrarre gli antagonismi senza voce, quelli confusi o inconsapevoli, che cerchi di redimere la rassegnazione e crei una nuova soggettività politica. Prima possibilmente del diluvio.


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