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Golpino regionale e ragionieri di Corte

costituzionali_940Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi la Corte Costituzionale, che ha brillato per composto riserbo in occasioni nelle quali un partito di governo proponeva lo stravolgimento della Carta per rafforzare l’esecutivo, limitandosi a esprimersi sulla congruità di un referendum che per fortuna è stato vinto, ha invece parlato per bocca del suo presidente sulle proposte di autonomia regionale che, secondo Lattanzi, “può svolgersi compiutamente solo se è in grado di disporre delle risorse economiche necessarie all’espletamento delle funzioni di competenza e a condizione che esse siano attribuite secondo modi e tempi che permettono una idonea programmazione della spesa”.

A volte, a malincuore, verrebbe da dar ragione agli ignoranti cialtroni improvvisatisi costituzionalisti del Si, che apostrofavano da soloni, professoroni e gufi i componenti del supremo istituto colpevoli di scendere- peraltro in rare occasioni – su indebiti terreni “politici”. Perché la critica della Corte alla svolta che è stata impressa al federalismo dovrebbe avere appunto il significato di misurarne la legittimità e compatibilità con una carta costituzionale che colloca al centro dei suoi principi l’uguaglianza dei cittadini, il pari accesso a opportunità, servizi, lavoro, assistenza, senza misurarsi con le eventuali coperture e con gli obblighi imposti da ragioni di necessità dettate dall’alto e da fuori, incarnate perfettamente dal quel nefasto  memorandum della JP Morgan (sul quale l’organi di garanzia ha virtuosamente taciuto) – coincidente con il programma di governo di Renzi, che sosteneva come “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”, colpevoli di aver prodotto esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo…. Portando (addirittura!) alla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

A quelli cui l’autonomia regionale (avviata dai governi riformisti e progressisti) non piace, deve piacere ancora meno l’abiura della Corte che si piega ai poteri finanziari insistendo non sulla ammissibilità di quel progetto, ma sulla sua sostenibilità economica, confermando, se ce ne fosse bisogno, la sudditanza dello Stato, trasformato in un’azienda commerciale che, in caso di difficoltà, deve perdere potere e competenza per essere eventualmente ‘commissariato’ da superiori autorità finanziarie  e dai loro delegati: Europa, governi tecnici, quelli che come disse Monti, devono “educare i Parlamenti”, o Bce che al momento giusto, come sostenne Draghi, può mettere il “pilota automatico” per  contrastare sovranismi, populismi, ribellismi. Come è già d’altra parte ampiamente successo attraverso il congelamento di un sistema di potere, con sistemi elettorali pensati per non cambiare  nulla salvo promuovere avvicendamenti di persone; con le ‘larghe intese’, che sono la ricetta dell’immobilismo; con le riforme istituzionali, come quella del Senato, che avevano come finalità l’‘efficientizzazione’ del sistema, contro la sua democratizzazione; con la derisione delle scelte plebiscitarie dei cittadini.

La sostituzione della politica con le gli algoritmi e le metodologie dell’economia finanziarizzata è un processo avviato e consolidato con successo anche perché il ceto dirigente senza  eccezioni si è piegato a quella che qualcuno (Foucault) chiamava ‘governamentalità’,  un esercizio della politica poco politico che non è la governabilità decisionista craxiana e nemmeno l’adattamento del riformismo alla realpolitik del compromesso, ma si è trasformato in mentalità e costume.

Sicché al centro della visione e dell’esercizio della politica non c’è la rappresentatività delle istituzioni, ma l’autorità, anzi il potere, degli esecutivi, impegnati a difendere interessi di parte, fino a piegare le leggi per rispondere a esigenze private e personali, alla tutela di lobby, perfino a una interpretazione della legalità adattabile alla salvaguardia di chi possiede prerogative e privilegi che vuole conservare come inalienabili.

Come è dimostrato proprio in questa occasione dalla domanda di autonomia proveniente dalla regioni più “benestanti” e dalla reazione all’epoca del referendum consultivo tenutosi in Lombardia e in Veneto, quando   l’intero arco politico si è compattamente schierato per il SI (Lega -promotrice- assieme a  tutta la destra esplicita, insieme ai 5stelle e a quella implicita, il Pd). Ora il movimento 5Stelle è perplesso, titubante per via della preoccupazione di perdere consenso nel Mezzogiorno (anche se poi scopriamo che è nelle regioni più ricche del Nord che si registra il maggior numero di richieste di reddito di cittadinanza o come diavolo vogliamo chiamarlo).

È che si è avuta così la conferma che quella che viene chiamata la “secessione dei ricchi” sancisce l’appartenenza non solo virtuale di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna al contesto del pingue nord, più affine al Belgio e alla Baviera che alla Basilicata e alla Calabria, in aperto contrasto con la nostra Costituzione stabilendo l’iniquo principio che chi vive in regioni a reddito più alto ha diritto a un livello maggiore di servizi. E premiando le loro performance con la concessione a svincolarsi sempre più dai vincoli costituzionali  vigenti che saldano  ancora allo Stato e alle altre regioni italiane attraverso una ripartizione di competenze e una condivisione di risorse uniformi, riservandosi  una quota maggiore del  cosiddetto “residuo fiscale”, vale a dire della differenza (che in quelle regioni è positiva) tra le entrate fiscali e tributarie di quelle geografie e le risorse che vengono spese dalle pubbliche amministrazioni.

Nessuno dotato di buonsenso o di buona vista può credere alla favoletta del reinvestimento in servizi, cure, assistenza, istruzione, del bottino (circa 30 miliardi)  frutto dell’autodeterminazione della gestione delle risorse, che, l’esperienza già collaudata dimostra, è invece preliminare a altre privatizzazioni, che i presidenti di quelle regioni, che si ritengono titolari di una sovranità  preminente rispetto a quella nazionale, intendono promuovere in modo arbitrario e discrezionale per sancire la loro appartenenza alle cerchie finanziarie e commerciali europee e nel contesto nazionale. In modo da replicare su scala le disuguaglianze che ancora tengono in vita lo zombie europeo, da ripetere le stesse modalità di sfruttamento operata dalle cancellerie grazie alla deindustrializzazione e alla delocalizzazione delle aree produttive e delle realtà industriali superstiti, a criteri, all’applicazione di criteri di competitività destinati ad allargare sempre di più il solco che divide nord e sud ma anche quello che separa la forza lavoro dei paesi più forti dalla manodopera a basso costo che proviene dalla aree “arretrate”.

Qualcuno ha perso tempo ad  analizzare le differenze che caratterizzano la domanda di autonomia delle tre regioni: il veneto per il quale si tratta di una “esigenza” prioritaria e simbolica a sancire il suo ruolo di traino e di motore di istanze secessioniste, La Lombardia che ha avuto un atteggiamento più distaccato, come dimostra l’esito del referendum, l’Emilia che è stata senza dubbio spunta ad aggregarsi per contrastare una eventuale avanzata della Lega, come se si trattasse di un monopolio del Carroccio, quando invece si tratta della eredità avvelenata della riforma del Titolo V, come è dimostrato dall’iter del processo attuale, avviato è bene ricordarlo, dal governo Gentiloni,  che ha addirittura previsto  che il Parlamento possa limitarsi a approvare o respingere l’eventuale accordo stipulato fra regioni e governo, senza possibilità di emendarlo. In verità si tratta di tre laboratori impegnati alla pari a uniformarsi alle disuguaglianze che caratterizzano il contesto europeo e occidentale, a assecondare la privatizzazione della società, dai servizi all’assistenza, dalla scuola e università alla sicurezza, dalla gestione dei rifiuti ai trasporti, dalla salvaguardia del territorio, retrocessa a attività di riparazione marginale, alla ricostruzione e alle misure antisismiche fino alla manutenzione dell’edilizia scolastica.

È quello che si vuole, e mica solo in casa leghista, quando le province non sono mai veramente morte e le aree metropolitane non sono mai nate, quando si sottraggono competenze e poteri allo Stato senza assegnarli ai comuni, stretti nella morsa dei debiti e dell’inettitudine impotente davanti agli appetiti privati, quando non esistono più quegli stadi e quei livelli intermedi che svolgevano i compiti di rappresentanza e mediazione degli interessi territoriali. Quando le regioni assecondano trivelle e tunnel, adottano programmi che dietro al contrasto al consumo di suolo e a sostegni per l’edilizia sociale costituiscono gli alibi per derogare agli standard urbanistici e alle tutele della natura, non licenziano i piani dei rifiuti per creare quello stato di emergenza necessario a favorire l’import-export a beneficio dei privati e delle mafie che la fanno da padrone, sospendono l’accesso dei cittadini alle informazioni nel caso di interventi ad elevato impatto ambientale, rivendicano la potestà a emanare proprie leggi in materie, come il consumo di suolo, per loro stessa natura di preminente interesse statale.

E quando la lotta di classe c’è ma alla rovescia, ricchi contro poveri, da una parte i fautori del libero mercato globale dall’altra il malinteso sovranismo dei neo-nazionalisti. E quando invece di pensare a qualcosa d’altro, si raccomandano la riforma dell’Unione, l’incremento di  de-regulation delle geografie già privilegiate, cancellerie carolinge o regioni, quando la battaglia contro lo stato nazione premia campanilismi e localismi e cancella le identità storiche nazionali per un coagulo globale posticcio.

E infatti il golpe regionale si svolge, nel silenzio dei media, fuori dal Parlamento, fuori dai luoghi della cittadinanza, come succede sempre di più ormai quando si devono prendere le decisioni che riguardano la politica della vita, la nostra vita.

 

 

 

 

 

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Igor batte Matteo

igor

Prima dei ballottaggi la fedele Repubblichina scalfariana era andata anche a Budrio per essere rassicurata dal sindaco Pd, uscito dal primo turno elettorale con un buon vantaggio, ma non già vincitore come ci si poteva attendere in un centro in cui dal dopoguerra in poi il Pci poi il Pds poi i Ds, poi il Pd avevano regnato incontrastati. E il primo cittadino aveva detto che l’enigmatica vicenda di Igor non avrebbe pesato nelle urne anche perché lui stesso aveva fatto la campagna imperniandola sulla “sicurezza”. Ma dopo la sfida finale in cui il sindaco uscente ha clamorosamente perso, il vento è cambiato di 180 gradi e il povero Igor, anche ammesso che esista davvero, ora viene accusato di essere stato il vero pronubo della sconfitta nella bassa.

Ci si aggrappa a quello che si può per nascondere il disastro piddino che in una delle sue terre di elezione ha perso tutti i 5 ballottaggi sia in città capoluogo come Parma e Piacenza, sia nei tre centri  minori, Vignola, Riccione e Budrio che tuttavia rappresentano in compendio molte realtà della regione: la fertile campagna circummetropolitana, il complesso agricolo – industriale del modenese, rosso ciliegia e rosso Ferrari, la Riviera e il turismo. Dovunque è una sconfitta e di certo dopo 70 anni di dominio incontrastato quella di Budrio non può certo essere attribuita alla mancanza di radicamenti e di interessi che spesso determinano i risultati delle elezioni locali. Ma è finita così proprio perché il progetto renziano è ormai ruggine anche in quelle zone dove il voto per così dire di tradizione è più forte.

Ora la vicenda Budrio, così sintomatica assieme al ridicolo della vicenda Igor, può illustrare ottimamente la situazione di Paese dove il milieu politico nella sua totalità è ormai in minoranza e del tutto inaffidabile agli occhi dei cittadini. Un situazione simile nella sostanza, anche se non nella forma a quello della Francia, nella quale è evidente che tutte e tre le maggiori formazioni in campo non possono più illudersi di vincere da sole: niente Pd al 40 per cento, niente resurrezione di Berlusconi dal sarcofago, niente vittoria epocale dei Cinque stelle che invece di accentuare la battaglia dopo la sconfitta renziana al referendum hanno pensato bene di cercare l’inciucio elettorale e si sono venduti la primogenitura per un piatto di lenticchie. Hanno perso tutti e sebbene le elezioni politiche abbiano caratteristiche diverse rispetto alle comunali non c’è dubbio che siamo di fronte a una nuova realtà: le variazioni di qualche punto non possono intaccarne il nocciolo.

La  condizione è paradossale ed esprime a pieno lo sgomento del Paese per una crisi economica e sociale che non trova soluzione e che anzi diventa sempre più drammatica, mengtre scorrono le buone notizie del esecutivo: al momento l’unica ipotesi di futuro governo ubbidiente all’euro – Germania è affidata a una coalizione Destra – Pd – Frittura mista, un succedaneo del partito della nazione, il cui deus ex machina non potrà essere Berlusconi, sia per età che per veto europeo, ma non potrà essere nemmeno Renzi ormai logorato e destinato ad esserlo ancora di più nei prossimi mesi nei quali in aggiunta a tutto il resto si dispiegheranno le mefitiche conseguenze delle vicende bancarie. Occorre dunque un nuovo personaggio che faccia da maggiordomo alla troika e sul quale si possa incanalare una qualche residua credibilità: l’ideale sarebbe Draghi, ma dovrebbe dimettersi anzitempo dalla carica di presidente della Bce e senza la prospettiva di andare a guadagnare milioni fitti a capo di qualche colosso finanziario. Quindi non si vede perché dovrebbe correre questo rischio con il pericolo aggiuntivo che vengano fuori le antiche magagne, dalla svendita sottocosto del patrimonio immobiliare dell’Eni alle sviste in Banca d’Italia: lo farà solo su ordine oligarchico. Ma potrebbe essere anche Tito Boeri o magari anche Grasso.

Certo la sottrazione di politica e democrazia reale costringe le elites di potere a favorire un rapido cambiamento di facce per riuscire a rinnovare le illusioni delle vittime, al contempo però proprio questo svuotamento ideale rende sempre più difficile cercare e sostenere personaggi di un qualche spessore, ma ci proveranno in qualche modo e forse prima di quanto non ci si aspetti perché in fondo manca un anno alle politiche. Questo contesto così volatile offre tuttavia alla sinistra l’occasione di uscire dalle logiche perdenti delle sommatorie di partitini o dai richiami a un rapporto col Pd ormai francamente grotteschi e di tentare di mettere assieme un’opposizione reale al sistema che possa attrarre gli antagonismi senza voce, quelli confusi o inconsapevoli, che cerchi di redimere la rassegnazione e crei una nuova soggettività politica. Prima possibilmente del diluvio.


Ussita, terremotati e gabbati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

«È stato un terremoto fortissimo, apocalittico, la gente urla per strada e ora siamo senza luce, vi prego lasciateci lavorare…. è venuta giù anche la facciata della chiesa,  si è  spaccato il terreno…».  Parlava così il sindaco di Ussita Marco Rinaldi dopo la nuova forte scossa delle 21 e 18 del 26 ottobre quando decise di dichiarare il comune di 400 anime e le frazioni “zona rossa” implorando gli abitanti di andarsene per non rischiare la pelle:  « sono crollate tante, troppe case. Il nostro paese è finito». E ieri ha comunicato con una lettera di dimissioni che sono finite anche le speranze di ricostruirlo quel paese. La sua è una scelta irrevocabile che trae origine da un decreto esecutivo del Gip di  Macerata  che ha ordinato il sequestro del camping «Il Quercione», dove dopo le scosse  erano state posizionate 5 mobil house e un prefabbricato in legno, che conservano mobili e pochi beni di abitanti ospitati da mesi  da amici e parenti o in strutture alberghiere, che anche là casette di legni promesse non sono mai arrivate. Il motivo della decisione dle Gip? Le strutture del campeggio, peraltro già sottoposto a sanatoria,  sono state realizzate in un’area protetta all’interno del Parco dei Sibillini e quindi in area non edificabile. «Ma tutta Ussita è in area protetta – ha detto Rinaldi – questo significa che la ricostruzione non si farà mai».

Si susseguono nel silenzio generale gli schiaffi appioppati senza vergogna né ritegno ai paesi colpiti dal terremoto: riffa per l’attribuzione delle casette fantasma, assegnate tramite estrazione dal bussolotto resa necessaria dall’impotenza dichiarata a “”contrastare fenomeni di corruzione e malaffare”, ordinanze di demolizione e sanzioni comminate a chi ha cercato di arrangiarsi dotandosi di camper comprati coi risparmi e considerati abusivi perché non congrui alle linee guida ricostruttive indicate dalla gestione commissariale, ritardi inspiegabili perfino nella rimozione delle macerie a mesi e mesi di distanza come hanno denunciati i sindaci accorsi a esprimere solidarietà al primo cittadino di Ussita, il rinvio al mittente di camper abitativi e scuole prefabbricate frutto della mobilitazione di comuni, enti, cittadini e organizzazioni umanitarie.  Per non parlare di scelte strategiche che avrebbero dato la priorità al restauro di chiese e edifici monumentali, gli stessi che dopo le prime scosse non erano stati messi in sicurezza, decisioni che fanno sospettare che il Centro Italia investito dal sisma sia condannato allo stesso destino di città d’arte, la conversione in musei a cielo aperto, in parchi tematici svuotati di attività e abitanti, offerto alla rete delle multinazionali del turismo, a cominciare da quello religioso. Un dubbio questo che ha già avuto troppe conferme: i quattrini stanziati sono irrisori e offensivi rispetto a altre destinazioni scandalose ad esempio in esposizioni principesche, armamenti fasulli, crociate, air force one, contributi per l’appartenenza alla Nato, salvataggi di banche criminali e così via, la nomina di un commissario “dalla faccia pulita” grazie a una selezione del personale basata su criteri mediatici più che su una esperienza di successo delle cui gesta abbiamo avuto informazione quando ha dichiarato  impotenza e inadeguatezza, il ripetersi non casuale di quanto era avvenuto in Emilia Romagna dopo il sisma del 2012, con l’abbandono alla solitudine, alla neve, alla rovina di piccole imprese, aziende agricoli e allevamenti, quel tessuto produttivo di straordinaria qualità che ha nutrito a ragione il mito della cultura alimentare e gastronomica italiana.

Tutto congiura nel far temere che non si voglia arrestare un processo che rischia di diventare  il più grave e irreversibile problema demografico-territoriale  del nostro Paese  dove ormai quasi il 70% della popolazione si addensa lungo le aree costiere e la Valle padana, mentre il centro si svuota, colpito e minacciato dall’eventualità che si possano verificare  altri eventi catastrofici con danni incalcolabili non solo in vite umane, non solo per la perdita di cultura, memoria  e paesaggio, ma per le ripercussioni sull’economia nazionale. Allora bisogna diffidare dei richiami alla “massa in sicurezza” come se ricostruzione e prevenzione si esaurissero in strategie e opere ingegneristiche e come se lo Stato potesse limitarsi alla funzione di ente erogatore e come se la politica potesse ridursi a organismo di controllo burocratico degli interventi.

Nelle geografie da ricostruire invece, non solo non si sono portati i cantieri provvisori, non solo non si sono attratti investimenti, non solo non si sono instaurati regimi eccezionali di sostegno e facilitazioni per mettere in grado la popolazione di riprendersi e ricrearsi   il tessuto produttivo, nuove relazioni sociali, servizi, oltre a nuovi modelli abitativi da affiancare alle ristrutturazioni, ma si sta favorendo l’esodo, l’espulsione, la frattura con le memorie di ieri e le speranze di domani, da ficcare in una borsa prima dell’esilio.

Viene buono per il ceto dirigente più imbelle e malavitoso che abbiamo espresso in questa nostra amara e iniqua contemporaneità, usare le denunce degli amministratori locali e attribuire la colpa alla burocrazia, perorando la causa di una auspicabile e generalizzata semplificazione. Peccato che quella che si augurano quelli che vivono davvero uno stato di emergenza sia diversa da quella di chi intende le crisi e le urgenze come occasioni favorevoli per eludere controlli, smantellare organismi e poteri si sorveglianza e vigilanza, introdurre regimi e misure eccezionali, generare diffidenza nei confronti del controllo e della gestione pubblica per promuovere il passaggio all’egemonia del settore privato, delle rendite speculative, dello strapotere finanziario.

Basterebbe in fondo non chiamarla più semplificazione, ma buonsenso, basterebbe attribuire ai sindaci invece del Daspo che serve a lusingare istinti da sceriffi, le competenze per sottrarsi alle cravatte del pareggio di bilancio e per investire nella riappropriazione del territorio e dei diritti di cittadinanza, assistenza, istruzione, assetto urbano, incoraggiamento di attività sostenibili.

Qualcuno nei giorni, lunghi e interminabili, del sisma nel Centro Italia, ha ricordato che dopo il terremoto che colpì Calabria e Sicilia nel febbraio del 1783   lasciando dietro di sé uno sciame sismico che durò anni, il re di Napoli, Ferdinando IV, prese una iniziativa che oggi parrebbe sovvertitrice, trovando il tacito consenso del papa di allora, Pio VI: grazie a alcune ordinanze speciali sotto forma di  dispacci reali abolì gran parte dei conventi e monasteri esistenti in regione, confiscò i beni immobili di proprietà degli enti ecclesiastici incamerando  il patrimonio ecclesiastico nella “Cassa sacra” da impiegare   grazie alla messa in vendita dei beni, per finanziare l’opera  di ricostruzione, “profittando, come scrissero gli storici dell’epoca per  formare un nuovo sistema di cose… e un piano generale del suo ristoramento” .

E chi l’avrebbe detto che avremmo finito per invidiare i sudditi dei Borboni?

 

 

 

 

 


Il Pd punta su Salvini: costruzione di un nemico da bar

foto_salvini_nudo_645Qualcuno potrebbe meravigliarsi del fatto che l’insieme dei media di provata e intemerata fede governativa proponga ormai una o due volte al giorno un intervista a Salvini che dovrebbe essere l’opposizione. E per evitare che l’uomo della strada si perda, per colpevole distrazione, i grandi piani del leader leghista lasciati sempre nella tasca di un’altra giacca, vengono persino mostrate nelle sindoni patinate a stampa, le trippe desnude del medesimo. Qualcuno potrebbe perfino prenderla come una dimostrazione di libertà, ma in effetti non è altro che una tecnica di mercato: quella di presentare un prodotto alternativo di infima qualità per far passare in secondo piano i difetti e la vacuità  di quello principale, cioè di Renzi e della sua compagnia.

In questo senso Salvini funge da detergente universale, quello che lava i piatti e il bidè con egual risultato: da una parte si è tenuto la xenofobia di origine e va benissimo per spostare l’agitazione sociale che si va coagulando su quello della sicurezza; dall’altro avendo acquisito – sia pure in modo rozzo e triviale – l’ostilità al disegno europeo e alla moneta unica, impedisce che su questi temi si sviluppi una discussione seria o che si coaguli a sinistra un’opinione diversa rispetto a quella tradizionale. Insomma siamo di fronte a un  caso di scuola: la creazione di un avversario debole e poco credibile per favorire lo statu quo ante.

Non democrazia, ma puro mercato. Un investimento senza rischi perché Salvini non ha alcuna probabilità di vincere, anche se vincesse non è portatore di veri progetti, ma di un modesto e casalingo rosario di pregiudizi iperliberisti di cui la flex tax  e le sue conseguenze non sono che un esempio. Non è una contraddizione il fatto che condivida gli obiettivi dei grandi sponsor finanziari e reazionari dell’ Europa e dell’euro: è solo un caso di straordinaria inconsistenza politica.

Già negli anni ’80 le corporation americane scoprirono che per relegare la politica a un ruolo subalterno era necessario controllare sia la maggioranza che l’opposizione, modulandole opportunamente. Cosa che è avvenuta in misura sempre maggiore grazie ai Pacs, non solo attraverso le contribuzioni elettorali, ma anche attraverso la scelta dei candidati, favorendo in un campo o nell’altro quelli più opportuni. Talvolta per difetto, secondo uno dei metodi della pubblicità comparativa. Tutto questo è enormemente favorito dai sistemi maggioritari, ma ciò che qui ci interessa direttamente è che Renzi si appresta  a sventolare il sedicente pericolo Lega per cercare di portarsi dietro dei voti, di trovare un nuovo argomento che costringa il popolo piddino ad andare alle urne turandosi non solo il naso, ma tutti gli orifizi disponibili. Non è un caso che la tracimazione mediatica di Salvini sia cominciata dopo l’assentesimo record in Emilia, nonostante il fatto che la Lega stessa abbia perso più di 50 mila voti rispetto alle regionali precedenti. Adesso dopo l’esplosione del nuovo scandalo romano che mette in grande imbarazzo il Pd e sfiora da vicino il governo, Salvini, il politicante della balera a fianco, diventa indispensabile come nemico da costruire.


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