Archivi tag: commissari straordinari

I cantieri dell’Intanto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Intanto, in coda all’esultanza per il ripristino della democrazia e di un nuovo corso più trasparente e  indipendente dalla pressione dei grandi gruppi e delle lobby, sì ma negli Usa, si è appreso che il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, partito “ago della bilancia” per la governabilità,  risulta indagato per associazione a delinquere nell’ambito di una inchiesta sui rapporti fra ndrangheta e politica.

In particolare, nelle carte scritte dal magistrato Nicola Gratteri, si parla di un pranzo imbandito a Roma con intorno al tavolo proprio Cesa, il suo referente in Calabria Talarico e un imprenditore vicino alle cosche, Gallo e  nel corso del quale si sarebbero poste le basi  per una fertile collaborazione con scambio di voti contro appalti pubblici.

Intanto, mentre la traballante ministra dei Trasporti si sottrae al mea culpa per i più di dieci mesi di volontaria inazione nella riorganizzazione dei trasporti pubblici, che a differenza di scuole, teatri, cinema, ristoranti, musei, anche se molto frequentati, non rappresenterebbero rischiosi focolai, e mentre il budget per il potenziamento del settore, raggiunge la cifra ridicola di  200 milioni per il 2021 “al fine di  consentire l’erogazione di servizi aggiuntivi di vettori locali e regionali, destinato anche a studenti”, è stata resa nota la lista degli interventi strategici, secondo il piano di grandi opere predisposto in forma di slide per la convention di Villa Pamphili e definito provvedimento “sblocca cantieri”.

Intanto, mentre, alla faccia della medicalizzazione della società, non si procede con assunzioni di personale medico, paramedico e di professionisti sanitari di tutte le specializzazioni, salvo operatori addetti alla reception dei padiglioni di Arcuri e al servizio di vaccinazione condizionata dal reddito, mentre viene lasciata la delega alle Regioni, anche quelle che si sono distinte per una gestione criminale del passato e del presente,  per la erogazione di fondi e per il rafforzamento dei presidi sanitari che non dovrebbero consistere solo in reparti di terapia intensiva peraltro sguarniti di personale,  ci è stato reso noto che le priorità del costo di 35 miliardi in tre anni,  consistono nell’avvio dei 58 maxi cantieri della “ricostruzione” suddivisi in opere stradali   e ferroviarie, infrastrutture idriche, passando per i porti e i presidi di pubblica sicurezza presenti un po’ in tutto lo Stivale.

Intanto, mentre ogni giorno veniamo aggiornati sulle performance creative dell’autorità suprema Domenico Arcuri, divinità multitasking tra banchi, mascherine, siringhe, padiglioni, apriechiudi aziende decotte, attività dissipata di sperperaquattrini, assistenza a multinazionali intente a far compere nell’outlet Italia, forte della felice esperienza maturata con lui e con l’oltre quindicina  di task force con 450 esperti designate per la gestione della crisi, l’Esecutivo ha nominato i commissari straordinari incaricati della sorveglianza e della realizzazione di quei 58 interventi infrastrutturali “caratterizzati da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa, da complessità delle procedure tecnico – amministrative ovvero che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio – economico a livello nazionale, regionale o locale”.

Intanto, mentre migliaia di lavoratori sono espulsi dal mercato, ridotti sul lastrico, costretti all’umiliazione di mancette ingenerose, altri stanno per subire la mannaia dello sblocco dei licenziamenti, mentre attività e pubblici esercizi falliscono altri non seguono la stessa sorte perché vengono acquisiti provvidenzialmente dalla malavita organizzata, le nuove frontiere dell’occupazione si aprono a una forza lavoro sempre più precaria e dequalificata, quella dei cantieri delle grandi opere, promosse da tempo a motore della sviluppo grazie al carburante della corruzione, sulla cui trasparenza sono stati chiamati a vigilare 30 commissari.

Intanto, mentre si stanno allestendo gli uffici nei quali si svolgerà l’alto incarico dei 30 soggetti di controllo e operativi più o meni provenienti tutti dal Mit, Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti,  da  ANAS, e da  Rfi (Rete ferroviaria italiana del Gruppo FS), tecnici di elevata statura e professionale messa alla prova sul campo, si può scoprire che dalla lista fa parte Roberto Ferrazza, incaricato della vigilanza e della  ristrutturazione della caserma Ilardi di Genova e di una serie di altre ristrutturazioni di commissariati e caserme a Torino.   attualmente provveditore interregionale per le opere in Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, legato a Genova però anche per un’altra questione: figura infatti nell’elenco degli indagati dalla procura per il crollo del ponte Morandi. 

Intanto, mentre il ministro “competente” dei Beni Culturali lancia la sua proposta per il rilancio del turismo, escludendo le visite di studiosi stranieri a musei, archivi e biblioteche, come la Statale di Lucca, stringendo un patto di ferro con Cassa Depositi e Prestiti, già attiva nel sostegno a catene alberghiere multinazionali, in Sardegna nel totale silenzio di stampa e rete, migliaia di cittadini sono costretti a scendere in piazza per battersi contro lo scempio a norma di legge di un provvedimento di carattere regionale in aperto conflitto con la normativa di tutela paesaggistica a carattere nazionale.

Intanto, mentre si segue con giubilo e entusiasmo il nuovo corso americano, gli stessi cittadini sardi, come quelli siciliani, in prima linea nel confronto nucleare tra le grandi potenze, protestano contro l’occupazione di suolo e la presenza dei maggiori poligoni per l’addestramento delle forze militari italiane e NATO, quelli di Salto di Quirra, Capo Teulada, Capo Frasca e Capo San Lorenzo, dove viene impiegato in esercitazioni a fuoco, circa l’80% delle bombe, delle testate missilistiche e dei proiettili impiegati nelle manovre militari dell’alleanza.

Intanto, mentre si fanno i primi conti delle colpe delle regioni, per quanto riguarda il pregresso, oltre al presente, e mentre continua senza nessun ripensamento la pratica di trasmissione di fondi e risorse, senza che venga esercitata nessuna forma di commissariamento ma neppure di controllo più vigile e condizionante, che magari assomigli all’occhiuta sorveglianza che ci riserva il soggetto extranazionale cui abbiamo ceduto la nostra sovranità, ad ogni incontro tra Governo ed Esecutivo le amministrazioni regionali avanzano nuove pretese, di maggiori competenze, di maggiori finanziamenti, di maggiore autonomia che mira  alla penalizzazione ulteriore del Mezzogiorno, allo smantellamento del salario sociale di classe, alla riproduzione dell’esercito industriale di riserva e alla privatizzazione dei servizi di assistenza, della scuola, dell’Università.

Intanto, mentre si ricorda sobriamente come un caro defunto il famiglia il “povero Pci”, vale anche la pena di ricordare che il suprematismo regionale che in Lombardia, in Veneto, in Emilia  ha prodotto un’escalation dei decessi per le influenze e per il Covid, grazie alla conclamata inadeguatezza dell’assistenza ospedaliera, era stato salutato dal governo di centro sinistra che ne 1999 aveva dato una spallata al sistema sanitario pubblico con una legge che regolava il “federalismo” trasferendo alle regioni il 20% (successivamente 25%) dell’Iva prodotta  nel Paese, attribuendo loro una maggiore compartecipazione all’accisa sulla benzina e un aumento dell’aliquota addizionale regionale, in qualità di risposta al malcontento  dei cittadini oppressi dal centralismo e come riconoscimento della qualità sociale di soggetti politici e amministrativi più vicini agli interessi della collettività.

Spesso vengo stigmatizzata per un eccesso nichilista di critica e un abuso catastrofista di biasimo,  ma sollevando gli occhi dal Pc, dalla tv, dalle fatture, dall’estratto conto, dalla lista di intimidazioni e ricatti che ci arriva ogni giorno, potremmo cominciare a guardare cosa c’è dietro agli “intanto”.


Triste tropico italiano

pall Anna Lombroso per il Simplicissimus

A guardare le sue foto verrebbe da recuperare l’obsoleta fisiognomica del mio avo. Parlo di Domenico Pallaria ( in gergo pubblicitario, potrebbe essere il nome di un palloncino da gonfiare) che era fino a un paio di giorni fa il responsabile, di fresca nomina, della Protezione civile calabra, messo a capo della task force per la gestione dell’emergenza Coronavirus, e costretto a dimettersi dopo una candida ammissione di ignoranza e incompetenza.

Infatti nel corso di una puntata di Report andata in onda lunedì si era lasciato ingenuamente andare a dichiarare: “Io non mi sono mai interessato di attrezzature sanitarie. Mi occupo di altre cose. Se lei mi dice che cos’è un ventilatore, io non glielo saprei nemmeno dire”. Aggiungendo tra ammicchi e risatine complici, alla moda dei famigerati imprenditori aquilani: “«Mi sono sempre occupato d’altro, di infrastrutture, di lavori pubblici…”.

A ben guardare uno che confessa apertamente inesperienza e imperizia, e poi addirittura si dimette, in Italia,  meriterebbe una onorificenza. Invece lui aveva, molto meno sorprendentemente, “meritato” un incarico delicato, di quelli favoriti dal sistema di governo dell’emergenza, quando una crisi viene fatta degenerare in modo da promuovere misure eccezionali, da istituire figure commissariali autoritarie, da generare repressione e limitazioni delle libertà e aggiramento di leggi. In proposito aveva  dichiarato con altrettanta genuina schiettezza la Santelli: e chi dovevo nominare?.

E difatti chi poteva essere meglio di lui?  l’uomo giusto al posto e al momento giusto, lui,  sul cui capo pende  una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio, per la scandalosa vicenda dell’edilizia sociale e dell’acquisto della nuova sede dell’Aterp a Vibo, tuttora dirigente generale del settore Lavori Pubblici, Infrastrutture e Trasporti della Regione e presidente della Commissione per la  realizzazione della metro leggera di Cosenza.

Ma ecco che, invece, a farlo rotolare giù dal piedistallo di addetto speciale per la salvezza e la salute dei calabresi, è stata l’inedita e pubblica dichiarazione di incompetenza e inesperienza, sia pure, si capisce, compensate da altre qualità e caratteristiche valoriali del manager e del politico: indole faccendiera, furbizia, spregiudicatezza, pure molto celebrate secondo la lezione della Leopolda e della Fininvest.

Giornali e rete  hanno avuto così l’opportunità  di concedersi qualche bozzetto  a tinte pastellate sulla “solita” Calabria, sui mali della regione più malata del sud, più infiltrata e contagiosa delle sue patologie (tempo fa nel corso di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta, un alto grado del corpo dei Carabinieri ebbe a dire:  quello che non è Calabria, Calabria sarà), se i suoi amministratori, i suoi rappresentanti  così come le sue  imprese “legali” hanno mutuato e applicano procedure e sistemi mafiosi, se la sua fiera popolazione si umilia da sé continuando a sostenere la presenza e la pressione di impresentabili.

Quando proprio in questi giorni nella Residenza sanitaria assistenziale “Domus Aurea” di Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, si sono registrati nove decessi   e settantaquattro casi di positività al coronavirus, tra ospiti e personale, facendo di quella struttura la tragica allegoria delle condizioni della sanità pubblica nella regione.

Quando una personalità discussa, chiacchierata e indagata viene messa a gestire l’emergenza, grazie alle sue performance nella promozione affaristica  di opere che di pubblico avranno solo la socializzazione delle perdite mentre i profitti saranno ampiamente privatizzati a beneficio di codate miste tra imprese e cupole, mentre ogni anno si verifica una calamità innaturale, per scarsa manutenzione del territorio, stato di abbandono, cementificazione abusiva.

Si, è stato tutto un fervore quello che si è agitato intorno all’episodio, come fosse un test rivelatore di caratteri antropologici, alla pari del clientelismo, del familismo amorale assurti a autodifesa rispetto alle ingiustizie di Stato e governi, tollerati e promossi da colonizzatori e predoni che hanno saputo approfittare di istinti presenti nell’autobiografia regionale, e cui si aggiungerebbe ora anche la maledetta incompetenza, addirittura rivendicata.

Per via di quella strana combinazione, presente nella narrazione di sé data dal nostro Mezzogiorno e non solo, tra vittimismo e autodenigrazione, a gridare allo scandalo sono stati la stampa locale e gli indigeni. Il che però dovrebbe confermare una superiorità morale finora misconosciuta  e ignota in altre geografie.

E infatti a guardarsi intorno vige la raccomandazione a pensare al futuro, al dopo emergenza, hanno il sopravvento le mozioni degli affetti e della compassione al posto della solidarietà, perché non sarebbe il tempo di indagare su colpe e responsabilità a carico di cerchie criminali che hanno governato le regioni motori d’Italia, quelle dove la concomitanza di inquinamento, industrializzazione e cementificazione selvaggia, insieme alla cancellazione del sistema di cura e assistenza pubblica ha deflagrato appena accesa la miccia del virus, quelle che hanno consegnato la sanità grazie a celesti corrotti e corruttori ai padroni delle cliniche e delle imprese farmaceutiche, le stesse proprietarie in regime di esclusiva della ricerca medica.

Così le limitazioni delle libertà devono avere anche l’effetto pietoso di restringere l’azione della memoria del passato in favore di un disegno del futuro dove potremmo al massimo auspicare che tutto torni come prima, quando non si moriva di Covdi19, ma di enfisema, broncopneumopatia, polmonite virale, per la colpa di essere anziani e poveri, quindi facilmente dimenticati e dimenticabili.

La elezione di certi ceffi a uomini della provvidenza mandati dal cielo a salvarci grazie a efficienza dimostrata in occasioni eccezionali, aiuta a no n guardar troppo per il sottile, così il Pallaria  si presenta come oltraggio al pubblico pudore, incivile sfrontatezza da sottoporre alla deplorazione che non è stata espressa contro il brav’uomo che reduce dai fallimenti emiliani è stato delegato alla promozione della riffa in piazza per l’assegnazione delle casette provvisorie, talmente effimere da disfarsi prima della collocazione nel cratere, o della garrula commissaria passata a più alto incarico e alla leggenda per essere stata invisibile come il fantomas del sisma, così preoccupata di contrastare la criminosa indole alla trasgressione e all’abusivismo  dei terremotati da preferire, allo sbagliare, la totale inazione.

Povero Pallaria avrebbe fatto bene a informarsi sui respiratori, adesso che come noi potrebbe essere condannato a pagarsi anche l’aria che respiriamo, senza l’ossigeno, prerogativa in regime di esclusiva di chi gode dell’impunità e pure dell’immunità del virus del potere che non si sconfigge mai.


Trema la terra, non le facce toste

terrAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rassicura il telegiornale: a Arquata la raffica di scosse di stanotte non ha prodotto danni e crolli. E ci credo, nell’un tempo ridente borgo dominato da una rocca medievale in piedi non c’era rimasto niente a tre anni dal sisma e tre commissari straordinari, due del Pd e uno designato dal governo,  appena crollato anche quello, nel segno della continuità. E difatti a sorvegliare le 120 mila tonnellate di macerie nella zona rossa c’è un presidio militare permanente che fa la guardia a scheletri di case, a quinte dei un teatro del terrore che mostrano letti sfatti dalla notte della grande fuga, bambole, libri.

A Arquata dicono che la ricostruzione, che interessa anche 13 frazioni sparse, è complessa: il comune è sottoposto a severissimi vincoli ambientali, sorgeva tra due parchi nazionali, del Gran Sasso e dei Monti Sibillini, il personale tecnico addetto alla congruità degli interventi di edilizia privata e pubblica è insufficiente, i poco più di 200 abitanti stanno in altrettante casette che affronteranno il nuovo inverno, i lavori di smaltimento dei materiali che ingombrano le strade interne e di accesso sono stati nella quasi totalità revocati dalla Regione per via di irregolarità nelle concessioni e a causa della presenza di amianto la cui messa in sicurezza esige ditte e personale specializzato.

E che si siano succeduti due governi e tre commissari che invece di rimuovere le macerie hanno rimosso le responsabilità e gli obblighi non rincuora: è finita subito la stagione delle  visite pastorali. Le poche attività riprese  sono penalizzate dalle norme che impediscono l’accesso ad alcune agevolazioni fiscali. La semplificazione delle procedure e lo snellimento degli iter burocratici erano contenuti nelle disposizioni per il ponte di Genova, i criteri invece attendevano quella legge quadro nazionale sulla prevenzione dei terremoti e del dissesto idrogeologico. I tecnici che erano stati incaricati di sopralluoghi, della vigilanza sul rispetto di criteri e requisiti, allo scadere dei tre anni, potrebbero dover tornare ai loro uffici e nei luoghi di origine. Dove invece stanno perdendo la speranza di tornare i residenti.

E’ sufficiente guardare i numeri della Protezione Civile: su un totale di 2.509.040 tonnellate di macerie, un terzo deve essere ancora sgomberato.  Sono poche decine i cantieri che devono mettere mano a oltre 70 mila immobili colpiti. Sono quasi 8 mila le istanze per accedere ai fondi pubblici ma quelle accolte sono poco più di 2.700.

Eppure la frase che si sentì dire tre anni, continuamente ripetuta era : non vi lasceremo soli. A pensare che è meglio essere soli che male accompagnati sono  le decine di gruppi e associazioni che si sono costituite malgrado la precisa volontà di isolare e abbandonare i cittadini sia dimostrata dal fatto che le aree Sae ( quelle delle  soluzioni abitative di emergenza) non sono attrezzate con spazi aperti alla socializzazione, che le piazze non ci sono più, nelle poche scuole tirate su grazie alle raccolte di fondi si fa tutto, perfino le riunioni dei consigli comunali, che in tante comunità si vive ancora nei container, come a Tolentino, dove sono comuni i bagni, le cucine, ma non i posti per discutere e riprendersi le scelte della propria esistenza interrotta. A aiutarli i resistenti sono le Brigate di Soldarietà, insieme a organizzazioni spontanee che forniscono assistenza legale e tecnica.

A loro e alla vigilanza democratica, come si diceva una volta, dei cittadini si deve la battaglia condotta contro chi ha in mente un progetto di “rinascita e di valorizzazione” dei territori. Sono le multinazionali che con una mano fanno la loro carità pelosa contribuendo all’edificazione di supermercati e mangiatoie come mi è già capitato più volte di denunciare (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/05/01/non-bastava-il-terremoto-atterra-il-deltaplano/) con l’altra tentano di imporre le monocolture dei loro brand produttive a danno delle coltivazioni e produzioni locali. Sono quelle turistiche che si propongono di svuotare il cratere dei molesti abitanti che resistono per avviare la creazione di un parco tematico interregionale impostato sul turismo religioso combinato con quello gastronomico, grazie alla strada segnata dal norcino del Giglio, spacciando per prodotti esclusivi a chilometro zero e selezionati con cura, quelli che si trovano sugli scaffali della Coop, partner consolidato delle iniziative visionarie a tutte le latitudini.

Quando qualcuno mi accusa di essere una eterna scontenta e mi chiede cosa si dovrebbe fare per pensare e agire “altrimenti”, ben oltre il compassionevole umanitarismo che il licenziato dall’Interno ha suscitato, rispondo che la solidarietà deve svilupparsi a Lampedusa, all’Ilva di Taranto, a Chiatamone, davanti alle fabbriche dove ogni giorno cade un lavoratore per mano del crimine padronale, vittime che non sono contemplate nei punti programmatici del governo in fieri. E là, a Arquata, Castelluccio, Norcia, Amatrice, nelle Marche, in Abruzzo, nel Lazio governato da uno dei leader che stanno confezionando la nuova coalizione dalla quale dobbiamo aspettarci vecchi oltraggi e consolidata indifferenza.

 

 

La

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: