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Covid affiliato alla camorra, lo dice la Dia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il nostro è un Paese nel quale il giornalismo investigativo ha avuto poco successo: carriere prestigiose si sono fondate sull’abilità di trasmissione al pubblico di quello che si voleva far trapelare dalle segrete stanze, sul pigro editing delle agenzie Stefani che si sono succedute, sull’opinione più premiata della cronaca, tanto che, salvo casi rarissimi di cronisti penalizzati e qualche martire, una cortina di silenzio è caduta su stragi, eventi criminosi, attentati.

Sembra un paradosso e invece ieri e oggi abbiamo assistito a un inatteso revival quando alcune penne magistrali con inatteso dinamismo dal desk e dal professionismo agile dal sofà hanno effettuato analisi e diagnosi dei disordini napoletani, risalendo in men che non si dica ai mandanti dei tumulti che hanno visto in piazza una marmaglia ferina, subito catalogata come appartenente alla manovalanza della camorra, colpita nei suoi foschi interessi dalle misure restrittive del lockdown passato e futuro.  

Più volte ho osservato che ci sono fonti ufficiali che non vengono consultate anche se avrebbero il merito di far intravvedere la verità dietro ai fumi esalati dalla narrazione pubblica. Una di queste è proprio la Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, che pubblica relazioni semestrali, nell’ultima delle quali denunciava come l’emergenza stia rappresentando una formidabile opportunità per le attività criminali delle mafie, pronte, a differenza di istituzioni che sono state colte impreparate dopo otto mesi, a infiltrarsi e occupare i brand “sanitari”, dalle mascherine, agli appalti per la fornitura dei dispositivi medici, all’ingresso e alla presenza in strutture assistenziali private.

Ecco, bastava leggerla quella prefazione inserita in fretta nel rapporto della Dia. E bastava riflettere sugli usi delle organizzazioni criminali che si sono aggiornate rispetto a coppola e lupara,  dimostrando maggiore determinazione e lungimiranza delle imprese dell’economia “legale” che ne inseguono i format tentando di mutuarne il successo di penetrazione, a cominciare da banche e multinazionali profittevolmente convertite ai ricatti e alle intimidazioni del racket,  o che in alcuni casi provvedono a stabilire rapporti di collaborazione. Perché è facile intuire che le mafie preferiscono l’ordine, per quello repressivo e limitativo dei diritti poi vanno proprio matte, perché alimenta una insicurezza e una instabilità che rendono labili i confini di quello che è giusto ingiusta, tra male e bene, tra legittimo, legale e illegale.

A nessun osservatore  dovrebbe sfuggire che un nuovo lockdawn è provvidenziale  per quelle “imprese” dalla camorra a Amazon, talmente strutturate e attestate sul mercato da superarne gli effetti senza danno e addirittura  trarre giovamento dalla cancellazione di interi comparti e attività minori. E che le nuove povertà indotte dalla pandeconomia hanno creato nuovi target da “strozzare” con più maestria degli usurai bancari, finanziari e europei. E che così diventa ancora più semplice l’acquisizione di aziende in via di fallimento o già finite,  da rilevare o liquidare per sgombrare il campo da una molesta concorrenza, proprio come certe multinazionali diversamente “legali” attive sul nostro territorio.

Per carità è inevitabile pensare che ieri la Napoli, che non piace a chi pensa che debba essere testimoniata dalla nuova retorica patinata di un certo cinema e di una certa musica (in un film i riottosi protagonisti se la prendono con l’epica bassoliniana di Napoli ha da cagna’, ricorrendo a un po’ di vernice sulle rovine invece di andare ai mali: disoccupazione, speculazione, spazi offerti alla malavita dalla demolizione dell’istruzione) fosse in piazza a far casino, che in mezzo alla ciurmaglia ci fosse anche un po’ di manovalanza dello spaccio impedita negli straordinari notturni, qualche provocatore della destra che si “destreggia” e si accredita sugli spalti, nelle “bande” delle stese,  tra i senzatetto e i disoccupati. Come è inevitabile che succeda da quando sfruttati e sommersi sono rimasti inascoltati, emarginati, conferiti a rendere ancora più brutte e invivibili periferie già brutte e invivibili.

Ma possiamo star certi che alla Napoli di Posillipo, ai pendolari della casa di Capri, così come a quel ceto che si sente al sicuro nelle sue tane piccoloborghesi, vantando referenze culturali, sociali e dunque morali e rivendicando la sua superiorità che deve essere tutelata dal nuovo ordine sanitario insieme alla sua salute, ecco a quelli non incute paura la teppa per difendersi dalla quale invoca l’esercito e le ronde private. A loro fa paura perfino vedendo le foto su Instagram, il deflagrare di quei fermenti dei margini, il premere incollerito della povera gente, cui riserva il dovuto disprezzo, che siano operai o gestori di locali dove hanno passato le loro serate dando famigliarmente del tu al cameriere, commercianti o artigiani dai quali non hanno mai preteso la ricevuta, negando loro la parola e la difesa.

Fanno loro paura perché si sta rivelando che la scontentezza e la rabbia non sono più un monopolio di Pappalardo o Montesano, che era così facile ridicolizzare, che l’opposizione pericolosa non è il buzzurro Salvini comodamente incaricato di incarnare il Male assoluto. Perché adesso comincia a incazzarsi il vicino di casa che non sa come pagare mutuo e affitto e scomparirà in una borgata dalla quale potrebbe riemergere come un’inquietante minaccia, il pizzicagnolo sotto casa ridotto a fare consegne per Glovo. Sono così impermeabili alla ragione che non si accorgono che potrebbero finire come loro, che l’ambito smartworking salvavita procurerà licenziamenti e riduzioni in busta paga, che già si guarisce di Covid ma si muore d’altro senza cure, che il potere d’acquisto scenderà, che ormai tutto è proibito salvo il lavoro.  


Agit-élite

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avrete osservato anche voi che di questi tempi passioni e sentimenti non godono di buona fama?

E che si prestino a questo clima,  favorevole a pragmatismo e realismo implacabile, interpretazione scorrette e decodificazioni aberranti di intelligenze luminose da Spinoza a Hobbes, Hume e perfino a Marx quando parla di quello che sollecita la consapevolezza di dover cambiare le condizioni di vita degli uomini, per confermare quel dualismo o addirittura quel contrasto insanabile tra ragione e pulsioni irrazionali, spinte emotive, assimilate a istinti ferini e impulsi bestiali.

Tanto che i “luoghi” di produzione sono identificati  e collocati non più in motori nobili o in ghiandole auree, ma giù, giù, verso la pancia e nelle viscere, in basso quindi. Ad esclusione però di zone ancora inferiori, ma innalzate dalla ipotesi che possano influenzare un inconscio sempre molto invasivo a giudicare da letteratura di consumo e non e produzione filmica tra ricerca ossessiva e individuale di radici, rami, colpe e vizi ereditati e trasmessi, tra edipi de noantri, medee domestiche, che pare possano giustificare sconcertanti risarcimenti pubblici anche tramite invasioni, bombardamenti, sopraffazioni e repressioni.

Dietro alla proditoria manipolazione consumistica che si fa delle “passioni tristi”, che ostacolerebbero la magnificenza del progresso e la munifica costruzione di un sistema in grado di garantire benessere  e sicurezza,  c’è la volontà chiara di colpevolizzare anche quelle felici, la speranza ormai negata insieme all’immaginazione di un meglio, rispetto al male che viviamo, di un ottimo rispetto a un bene ridotto all’osso della mediocrità, di una fuga dal dolore rispetto alla felicità, crudelmente annoverati nell’ambito del velleitarismo, della utopia visionaria e irrealistica.

Ma quello che proprio non viene tollerato nei piani alti è la collera, l’ira in tutte le sue declinazioni e forme, compreso lo sdegno, lo scandalo, la vergogna della dignità che non si è difesa, il pudore furente della povertà e della perdita patita, sentimenti negati, pena l’esclusione dal consorzio civile e il novero nel bestiario sub umano della massa, dell’orda animalesca, della plebe riottosa che vota Trump, e altri organismi tossici viziati da populismo e demagogia. E osteggiata come la compassione, quella che vuol dire patire insieme a chi ti cammina a fianco, come la solidarietà retrocessa a buonismo incolore e irragionevole. Tutti sentimenti che sono ormai considerati incompatibili con un realismo pratico, con una concretezza fattiva e produttiva e che ispira un sistema di governo che abusa impropriamente del termine democrazia, per adattare l’aspirazione alla giustizia e alla libertà a esigenze di potere e di mercato, a licenze e abusi arbitrari e discrezionali, tanto che l’apatia politica  e la defezione vengono accreditate come prova di maturità.

Tanto che certi eccessi di partecipazione, certi fanatismi elettorali e i risultati che ne derivano richiamano all’esigenza di riflettere e ponderare sui vizi del suffragio universale. Così a volte c’è da chiedersi se la democrazia non sia un concetto talmente screditato che forse varrebbe il rischio di lasciarlo nelle mani dei suoi detrattori.

E a questo proposito qui in Italia stiamo vivendo dentro all’allegoria o forse semplicemente all’uso improprio delle parole e dei modi della democrazia, come pensano debba essere quelli che ne approfittano per addomesticare l’immagine e le forme dell’autoritarismo economico e sociale, per ridefinire il conflitto tra oligarchie in lotta, per dare una legittimazione retorica presso le masse agli imperativi e alle imposizioni dell’impero e delle miserabili élite largamente  autonominatesi incaricate dell’amministrazione spicciole della provincia. Ad essa si richiamano continuamente quelli che la stanno abbattendo su comando degli autori del golpe sovranazionale che non si accontenta di avere eroso la sovranità statale,  perfino nelle più miserabili delle narrazioni vittimistiche (ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/11/puppanti-allo-sbaraglio/) su censure e sopraffazioni di diritti, quelli loro, ovviamente, gli unici abilitati e promossi, secondo divisioni e gerarchie che devono confermare anche nella pratica quotidiana che loro sono loro e noi invece….

Bisogna proprio rispondere con la collera sdegnata a chi fa della propaganda presso quelli che ha contribuito a espellere da paese per via dell’annientamento di speranza e beni (che  i finanziatori della Leopolda che vengono a raccontarci come deve essere l’Italia o i manager delocalizzatori chissà dove hanno la cittadinanza), inviando la pubblicità regressiva in sconcertante coincidenza con i certificati elettorali, grazie a liste di nominativi somministrate con disuguale larghezza dal Ministro competente e molto schierato e mezzi altrettanto disuguali.

Ecco, se vivere le passioni, secondo ragione, deve aiutare la conoscenza, la sapienza e la felicità, esprimiamo quella proibita, la collera. E inibiamo l’unica che pare sia autorizzata e promossa: la paura, in virtù dei cui ricatti e delle cui intimidazioni hanno il sopravvento su di noi, se non impariamo a dire No, con la rabbia dei giusti.


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