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Impara l’Arte di metterla da parte

grande legnoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Finalmente una buona notizia: pare che gli intellettuali esistano e litighino tra loro come ai tempi della scapigliatura, dell’interventismo o del neo realismo colpevole di mettere in cattiva luce il Bel Paese. Stavolta a far baruffa non sono pifferai senza piffero , scalmanati per l’astinenza da talkshow più che da senato e camera, cronisti di nera che si improvvisano storici revisionisti, monache smonacate che vanno dove le porta il cuore, politologi schizzati che scrivono contro Berlusconi ma pubblicano da Mondadori,  stavolta il tafferuglio vede di fronte Montanari e Daverio, noti ambedue al grande pubblico per felici esperienze televisive ed anche per le loro discese in campo più o meno fortunate, e cui si sono accodati altri  che non resistono alla tentazione di commettere un reato di piaggeria.

Il tema non è marginale, tratta del possesso privato e della libera circolazione di beni artistici e culturali che per la loro natura dovrebbero possedere la qualità di patrimonio  di tutti, quindi soggetto a criteri di sorveglianza e tutela in modo che si possa goderne liberamente e consapevolmente.

La più celebrata delle damazze milanesi, oggetto in anni lontanissimi di pruriginosi gossip per via di intrinsechezze con irsuti antagonisti di allora, oggi sobri pompieri, poi passata alla leggenda per via del suo impegno di fondatrice e presidente del Fai, il fondo nato con lo scopo di ‘tutelare e valorizzare il patrimonio d’arte e natura italiano, educare e sensibilizzare la collettività, vigilare e intervenire sul territorio’, sic,  ha deciso di mettere in vendita un suo Burri che campeggiava sullo scalone monumentale  della proprietà milanese dell’augusta mecenate in Corso Venezia, dove è alloggiata una formidabile collezione che annovera anche due Canaletto da  far invidia a Elisabetta II.

Per farlo ( il Grande legno e rosso  potrà dunque essere battuto all’ asta da Phillips a New York il 15 novembre con una stima tra i 10 e i 15 milioni di dollari)  ha potuto approfittare di una disposizione contenuta nella riforma che regola l’esportazione dei beni culturali, che ha introdotto la modifica all’articolo 68 del Codice dei Beni culturali (Codice Urbani 2004) sulla circolazione internazionale delle opere d’arte, ( e che ha aumentato da 50 a 70 anni la soglia per la valutazione da parte della Soprintendenza ai fini del “rilascio dell’attestato di libera circolazione”), salutata come un “traguardo”   nell’azione di valorizzazione dei nostri giacimenti, del nostro petrolio, per usare il mantra dei talebani de noantri.

Tanto per far capire chi avrebbe beneficiato della riforma del ministro incaricato degli outlet,  ci pensò allora proprio il  Sole 24 Ore, che ci informò di come le nuove regole fossero state  frutto della instancabile pressione esercitata dal gruppo d’interesse Apollo 2 che rappresenta case d’aste internazionali, associazioni di antiquari e galleristi di arte moderna e contemporanea e soggetti operanti nel settore della logistica di beni culturali, ben rappresentato dall’avvocato Giuseppe Calabi di Milano, avvocato di fiducia di Sotheby’s. A riconferma di chi è che fa le tendenze dell’arte e della post-arte con le macchine rottamate davanti a Palazzo Grassi non è il pubblico, non sono gli appassionati, non è il tempo che premia o punisce mecenati ma anche trattori che hanno scambiato un Van Gogh per una pasta e patate, è invece quella cricca che fa il “mercato” dell’arte, che ha occupato la critica e l’editoria di settore, che produce Grandi Eventi con grandi coperture assicurative per le trasvolate di quadri, statue, guglie del Duomo comprese da mettere in mostra con i salami di Eataly, che condanna musei e gallerie statali a fare da location per reggiseni o per convention aziendali.

A Montanari non è andata giù l’operazione condotta dalla Signora Crespi che non ha ritenuto opportuno rivolgersi al Mibact per saggiarne la eventuale volontà di acquisire il quadro, scegliendo invece, cito,  “la via dell’alienazione all’estero, per massimizzare il profitto senza alcuno scrupolo culturale e morale: l’opera è stata esportata senza dichiarare esplicitamente il nesso storico con la famiglia Crespi”.

Rintuzza il Daverio, cominciando con l’appellarsi alla privacy offesa dal Montanari che come un Travaglio qualsiasi si è fatto dare sottobanco la documentazione e giudicando l’invettiva dello storico dell’arte, prodotto di un’ideologia nazionalista arcaica degna “del mascellone di Predappio”, forse in odor di sovranismo e populismo, a fronte, inutile dirlo del linguaggio universale dell’arte e delle leggi ormai anche scritte della globalizzazione. E dando alla Crespi tutti i meriti passati e recenti: quelli dell’acclarato mecenatismo  (è probabile, sostiene l’ex assessore della Giunta Formentini che si sia risolta a vendere un’opera che le era cara per sviluppare la sua attività munifica) e quelli dell’intuito che le ha permesso di comprare a poco quello che ora vale molto. Vendere oggi a milioni di euro, di sterline o di dollari le opere della nostra contemporaneità, scrive il Daverio che negli anni deve aver abbracciato entusiasticamente le teorie di chi la cultura la vede bene tra due fette di pane, venduta come il petrolio, comprata da chi se la merita per censo e rendita, da custodire in manieri o in caveau come inalienabile investimento,  non depriva il patrimonio nazionale, visto che di Burri c’è un intero museo a Città di Castello, ma contribuisce invece a ristabilire un onore nazionale che viene quotidianamente avvilito dalla stupidità che regna sovrana, purtroppo anche sulla carta stampata”.

Inutile dire che ha ragione Montanari, che prendendo spunto dalla brutta avventura di chi “vuole essere canonizzato in vita per meriti verso il patrimonio, e poi farsi bellamente gli affari propri”,  condanna l’ideologia che ha ispirato la gestione di un Ministero e del patrimonio che deve salvaguardare e promuovere, ma che ha scelto invece la strada del marketing, dello “sfruttamento commerciale”, dei direttori di museo manager, dei campi da golf in Sicilia di fianco alla Valle dei Templi, dell’offerta in comodato del Colosseo come marchio aggiuntivo di mocassini, della esaltazione del ruolo dei privati in qualità di padroni assoluti nella gestione, nella manutenzione e nel valore pedagogico delle nostre risorse.

Ha ragione, anche se la contesa nata intorno all’equivoco della “fruizione artistica”  del popolo  ci fa tornare ai tempi di Guttuso e Trombadori, quando Gramsci si conosceva per qualcosa di più dell’odio agli indifferenti su Wikiquote, quando c’erano gli operatori culturali e i vituperati stabili in mano al Pci, quando Rinascita promuoveva ogni anno un artista promettente dedicandogli la copertina, insomma quando l’arte stava meglio e forse un po’ anche noi. E se pensiamo che quel Burri è stato mostrato al pubblico fino ad oggi una sola volta in una personale, che da cinquant’anni potevano goderne solo gli ospiti eletti della venerabile patrona, che il dicastero al quale si tagliano per primi fondi e personale è quello che dovrebbe salvare la nostra reputazione e la nostra storia, che mirabili raccolte giacciono in cantine senza essere mai state nemmeno catalogate per mancanza di professionisti, che una biblioteca di straordinaria importanza è stata saccheggiata a beneficio di persona cara a un uomo politico di primo piano, che comuni  e regioni investono quattrini pubblici per la realizzazione di esposizioni e mostre  di cassetta, come blockbuster,  grazie all’eco di film dozzinali o all’impegno di promoter commerciali.

Altro che Mao, la rivoluzione culturale l’hanno fatta loro: prendi l’arte e mettila in cassaforte.

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Basta stranieri, rimandiamo Klimt a casa sua

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Le norme del Codice Beni Culturali per evitare lo smembramento delle collezioni pubbliche e garantire la pubblica fruizione delle singole opere, chiudono il dibattito”, così parlò Franceschini, ansioso di far dimenticare l’improvvida provocazione del sindaco di Venezia intenzionato a mettere all’asta il Klimt che fa parte della collezione di Ca’ Pesaro per aiutare le casse del Comune in profondo rosso. E dire che siccome sono maliziosa mi ero immaginata che avesse collocato  alla direzione degli Uffizi Eike Schmidt proprio perché sul suo curriculum brillava come una gemma la sua esperienza nella prestigiosa casa londinese Sotheby’s.

Invece possiamo stare tranquilli, la legge impedirebbe lo scempio, molto caldeggiato oltre che dal Brugnaro e dagli instancabili altoparlanti del mantra governativo: i beni culturali sono il nostro petrolio, i nostri musei devono diventare macchine da soldi e così via, dal più forsennato e ubiquo  promoter di mostre raccogliticce organizzate per celebrare i fasti del Gran Norcino, ultrà di ardite trasvolate di opere delicatissime inviate pericolosamente a far atto presenza in esposizioni pensate per appagare insaziabili appetiti di sponsor e imprese di Grandi Eventi.

Ma non del tutto. E non solo perché l’idea che quelli che dovrebbero essere garanti e depositari del nostro patrimonio artistico e culturale, hanno di quel petrolio, che tengono in minor considerazione di quello vero, per il quale sono pronti a sacrificare l’Adriatico tramite pittoresche trivelle, fa temere che prima o poi, per via delle crisi e malgrado la crescita eternamente imminente, per via dei patti perversi contratti con l’Ue e dei nodi scorsoi  stretti intorno al collo dei comuni e malgrado, proprio per fare un esempio calzante, la  Mostra del Correr del 2012  su Klimt, Hoffman e la Secessione sia stata visitata da 154.000 persone con un profitto dalla vendita dei biglietti di oltre 7 milioni, eh si,  fa proprio temere che prima o poi la legge magicamente si adegui a criteri più moderni di “valorizzazione” dei nostri gioielli di famiglia, destinandoli al monte di pietà come succede alle famiglie nobili colpite da non sorprendente indigenza. La dice lunga la scelta di direttori che devono dimostrare di essere manager con ardimentoso spirito di iniziativa più che custodi attenti,   esperti nel catalizzare investimenti privati più che studiosi e umanisti formati nel contesto anche territoriale di pertinenza del museo.

Come anche la consolidata aspirazione alla spettacolarizzazione dell’offerta del nostro patrimonio archeologico e artistico, dall’hic sunti leones, e magari fosse, al Colosseo con giochi d’acqua non anomali visto il fisiologico allagamento dell’area a ogni acquazzone, gladiatori, son e lumière, all’ossessione che ispira comuni piccoli e grandi, regioni, banche, fondazioni a investire in Grandi Eventi, Grandi Mostre, Grandi Personali secondo la logica che guida la progettazione delle Grandi Opere, su cui si indirizzano fondi che dovrebbero essere impiegati per la manutenzione e la tutela, e che hanno come obiettivo non secondario procurare reddito a sponsor, editori, organizzatori ormai strutturati, in regime monopolistico,  in Grandi Agenzie che hanno occupato il “mercato”.

Come anche il pudico silenzio che accompagna le iniziative di sindaci,   ridotti a solerti affittacamere dei monumenti delle loro città, offerti a prezzi modici per cene più o meno eleganti, convention, riprese di spot commerciali, nozze di rampolli in odor di mafia, sfilate di moda: proprio giovedì scorso i turisti sono rimasti fuori dalla Villa della Regina, a Torino, straordinario monumento barocco e sito Unesco. Un cartello però li informava che la villa e il parco   sarebbero rimasti chiusi perché ospitavano «i giovani manager del programma di formazione Uniquest di Unicredit».   E il ritorno a Venezia, dopo il fugace affidamento della soprintendenza di Roma, di una discussa soprintendente – quella nota per gli eloquenti silenzi sul raddoppio dell’hotel Santa Chiara,   quella secondo la quale le grandi navi  da crociera che sfilano davanti a San Marco non sarebbero “preoccupanti”, quella che ha approvato la distruttiva lottizzazione di Ca’ Roman, il progetto di “restauro” del Fontego dei Tedeschi, i progetti al Lido  e qui mi taccio perché è uso della professoressa querelare a dritta e a manca, da Italia Nostra a Stella del Corriere, alla Lipu –  non può che offrire ulteriore motivo di apprensione.

Siano benedette dunque quelle norme – speriamo non provvisorie – del Codice dei Beni culturali che costringeranno qualche amministratore a rivolgersi ad Arsenio Lupin o a Vincenzo Peruggia per alienare sottobanco qualche tesoro nazionale e mandarlo in sceiccati, da magnati giapponesi, insomma da collezionisti appassionati quanto spregiudicati. Peccato però che nessuna legge scritta ci difenda e ci difenderà dalla grande operazione di svendita che ha investito il Paese e Venezia in particolare, forse per abituarci alla Grecia prossima futura, sicché le città le coste, le isole italiane sono diventate merce.

Per far fronte al patto di stabilità pezzetto su pezzetto il “Sindaco” del Consorzio,  il Commissario scelto da Roma, ora l’ineffabile Brugnaro ma ancora prima Cacciari: «Dobbiamo arrangiarci e saperci vendere», aveva detto nel 2009, procedono con la liquidazione secondo varie modalità, tutte oscene, tutte scriteriate, tanto che l’unica speranza è che, come è successo per Ca’ Diedo e Palazzo Gradenigo, manchino le offerte. Al Lido, dove dovrebbe trovar posto una grande e inquinante darsena per 1500 posti barca con annessa parcheggio per 750 vetture,  è stato smantellato il vecchio Ospedale per far posto a una operazione speculativa per l’accoglienza di lusso, residence e alberghi. Ca’ Corner è diventata Ca’ Prada e tante volte sono tornata sulla scempio della Benettown, l’antico Fontego dei Tedeschi concesso alla lucrosa megalomania della dinastia trevigiana. Sono andate all’incanto due ville alla Giudecca, per miracolo è stata fermata si spera per sempre l’asta di villa Heriot e del suo giardino protetto da vincoli paesaggistici, forse è stata sventata la cessione di tre palazzi storici dell’università di Ca’ Foscari, ritenuti adatti alla cessione perché troppo pregevoli per ospitare sapere e conoscenza. E poi la Bibioteca di Mestre, e poi la Scuola Manuzio, e poi le spiagge, i forti, le isole. E funziona a pieno regime il sito web della Direzione Sviluppo Territorio ed Edilizia con il corner “dedicato”   Marketing Urbano e Territoriale, nella quale si aggiorna sulla  partecipazione a tutte le fiere del settore immobiliare (Expo Italia Real Estate, Urban Promo, Tre Eire, Mipim) e si   segnalano agli operatori   le opportunità di investimento. Ha scritto l’instancabile Paola Somma che “a questi eventi i funzionari del comune si sono recati con il portfolio delle “occasioni in offerta” che comprende, di volta in volta, Forte Marghera, l’Ospedale al Mare, i palazzi ceduti al Fondo Immobiliari” , proprio come il dimissionario Sindaco di Roma, come i ministri che si sono avvicendati, i premier – ricordate i tour di Monti? –  tutti trasformati in piazzisti con il book delle AAA. Offerte imperdibili dei nostri beni comuni.

Settis nel suo libro “Se Venezia muore” scrive che  «In tre modi   muoiono le città: quando le conquista un nemico spietato … quando un popolo straniero vi si insedia. .. o infine quando gli abitanti perdono la memoria di sé». Venezia sta morendo per tutte e tre le pestilenze: troppo cattivo turismo, un ceto dirigente ostile, locale e nazionale e, con  l’espulsione  dei suoi abitanti, la cancellazione del ricordo e dell’identità della città.


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