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Green Economy a Venezia: tenete chiuse le finestre

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A cadenza periodica come in un giorno della memoria per commemorare una tantum lavoro e economia reale, come fossero letterine piene di lodevoli promesse da inviare a Babbo Natale, i governi che si sono succeduti senza gran varietà di infamie, danni, iniquità, dà vita a un protocollo, a un documento di intenti per il rilancio di Porto Marghera, come se fosse la ricetta magnifica e progressiva per ridare vita, vocazione e identità a una città condannata alla malmostosa accoglienza di orde barbariche che si muovono con straniata svagatezza per calli e campi, intente a fotografarsi, disattente e ostili rispetto a tutta quella molesta storia e bellezza che le circonda.

Ultimamente, nel 2014, 2015, all’inizio del 2016, vigente la ministra Guidi, sia pure un tantino distratta delle sue vicende di cuore che batteva all’unisono per il fidanzato e per l’Eni, veniva annunciata con gran pompa la rivoluzione verde della chimica a Venezia, con uno stanziamento miserabile ancorché volonteroso a simboleggiare una nuova era per il Petrolchimico a 50 anni dalla nascita, “guardando alle nuove fonti energetiche rinnovabili e meno inquinanti, prodotte con tecnologie innovative”, con la chiusura della “vecchia chimica del petrolio e del cloro”, riservando una attenzione speciale alle sostenibilità e alla compatibilità.

Il rito apotropaico per ridare “valore” alla Serenissima con il rilancio di Porto Marghera, ormai sempre più marginale, diventato “un enorme spazio che pare senza confini, abbandonato (in apparenza), punteggiato da impianti lontani e spenti”, come recitava in quelle occasioni il giornale di Confindustria,  si è ripetuto a ogni inizio anno, ripetendo il mantra benaugurale e ottimistico del governo del fare, che assomiglia così da vicino alle dichiarazioni  di ogni miss Italia, appena incoronata.

Ma qualcosa non deve essere andato per il suo verso nella riconversione ecologica all’insegna della green economy, un’altra di quelle dannate espressioni retoriche del gergo liberista: ieri una nube acre si è levata,  probabile frutto di  «un’anomalia a una guarnizione di un tubo di caricamento nafta, con blocco dei forni, torcia accesa e fumosità», uscita dalle due torce di emergenza della Versalis.

Niente paura, è stata la reazione dell’Ulss: non si tratta di sostanze dannose per la salute, irritanti si, però non tossiche, secondo l’informazione ufficiale del Comune. Ma comunque, è stata la raccomandazione dei tecnici sanitari e del nucleo Nucleare biologico chimico radiologico dei Vigili del fuoco, megio tener serae le finestre, traduzione urbana di “meglio chiudere le stalle dopo che sono scappati i buoi”.

Questo è solo l’ultimo incidente in ordine di tempo occorso al Petrolchimico, dove, come direbbe il sindaco – queste sono state le sue parole  a proposito del taglio delle Tresse:”…qui è tutto inquinato ormai…cosa dovremmo fare? Fermarci adesso?”. A luglio altro allarme e prima ancora altre “fughe”, altre nubi, altre paure, alle quali la risposta è la stessa impiegata mille volte a proposito del rischio industriale a Taranto, a Seveso, alla Farmoplant, all’Acna, in tutte quelle geografie dove il ricatto diventa strumento di governo, dove lavoratori, cittadini e cittadini lavoratori vengono messi gli uni contro gli altri, dove si dovrebbe necessariamente scegliere tra posto e salute, tra salario e cancro.

Quante ce ne sono state qua di paure, quanti ricatti e quante malattie, a Marghera, un nome che forse deriva da Mar ghe gera, il mare c’era, perché qua in effetti c’era il mare prima degli interramenti, prima che venissero soffocate le barene, prima che si scavassero improvvidi canali per far arrivare nella Laguna ben prima di quelle corsare di oggi, navi petroliere da 100 mila tonnellate di stazza, prima che si edificassero colossali e opache fortune sul fango, prima degli anni Venti quando su quelle barene sorge il primo nucleo della zona industriale, per appagare gli insaziabili appetiti di un ceto imprenditoriale ammanicato con la politica locale e nazionale, spesso coincidente, che mai rischia e investe del suo, ma che si consolida e cresce intorno a un’economia assistita e parassitaria, con i quattrini dello Stato e senza nemmeno aver bisogno di gare d’appalto a un tempo controllore e controllato, corrotto e corruttore, per realizzare quella distopia di Grandi Opere secondo un disegno nemico dell’unicità e della tutela di luoghi miracolosamente sospesi tra terra e acqua.

E anche oggi si ripetono sdegno e moniti: i cittadini esigono di sapere che cosa hanno respirato, irritante ma non tossico? i sindacati chiedono manutenzione, ordinaria e straordinaria negli impianti Versalis. Versalis, un nome gentile che nasconde misteri, trame e segreti nei 4 siti petrolchimici interconnessi di Marghera, Mantova, Ferrara e Ravenna che rappresentano quel che resta della filiera italiana, dove  inquinamento, mancato rispetto dei criteri di  sicurezza, obsolescenza delle strutture, si combinano con la lesione dei diritti sindacali, ma anche di quelli della collettività.

L’Eni, decisa a rinunciare alla chimica,  ne aveva decisa la cessione in misura del 70% a Sk Capital, uno di quegli oscuri scatoloni con sede alle isole Cayman e nel Delaware, nei quali si rinchiudono misfatti del passato e del futuro, un fondo di investimenti che negli anni è diventata leader seppure secondaria nel settore delle acquisizioni, una parola che nel generale ed eufemistico stravolgimento semantico contemporaneo sta per smemoratezza e cancellazione del know how, ridimensionamento fino all’esaurimento di siti, produzioni e personale, riduzione di una realtà imprenditoriale in cartaccia, anzi in transazione immateriale. E che si stava per aggiudicare l’acquisto con un versamento dilazionato di poco più di un miliardo a fronte dell’impegno dell’Eni alla bonifica e alle operazioni di disinquinamento dei siti.

Le trattative sono state sospese, per via, ma non è una sorpresa anche se pare lo sia stato per il management del gioiello di Stato, della evidente “sproporzione tra la richiesta Eni e la consistenza di SK Capital”.

Ma c’è da scommettere che il delirio privatistico che ispira la politica industriale governativa non darà tregua, che si affaccerà, o c’è già in lizza, qualche altro acquirente, cui si dirà che conviene cedere l’onerosa proprietà proprio in vista dei problemi che genera. Insomma, come al solito, per il nostro bene di cittadini e contribuenti. Così ancora una volta una crisi, diventata emergenza, sarà l’occasione desiderata per disfarsi di un bene comune, sul quale ormai  complicato lucrare in voto di scambio, malaffare e corruzione  in Italia e all’estero, per lasciare ad altri le opere di valorizzazione, quelle che si compiono tramite licenziamenti e delocalizzazioni, per seppellire con un passato di innovazione e talento tecnologico, il trascorso sporco, di oltraggio all’ambiente e alla salute.

È antistorico pensare che il futuro di Venezia sia legato allo sviluppo industriale in un sistema economico gestito e controllato dalle multinazionali celebrate dal Ttip e impegnate a sovvertire leggi e istituzioni degli stati, dove il doux commerce è stato sostituito dalle transazioni aeree del casinò finanziario, dove il lavoro viene convertire in schiavitù. Bisognerebbe avere il coraggio di pensare “altro” da questo, di immaginare “altro” dalla resa e dalla consegna al Mercato, nelle sue declinazioni oscene: industria turistica, B&B, immobiliaristi, cordate di cementificatori e scavatori coi loro operosi faccendieri, speculatori, mecenati che comprano palazzi compresi di variante urbanistica per rivenderli, oltraggiati, derisi, manomessi e chiavi in mano, grandi e piccoli evasori, pirati delle crociere e i loro lacchè. Bisogna avere l’immaginazione e la forza per dire No, ovunque e soprattutto nella città che ha avuto l’ardire di realizzare l’utopia.

 

 

 

 

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Armi chimiche, che Gioia

YIZZ1YPJ-kfLI-U10202101504549xRD-426x240@LaStampa_itAnna Lombroso per il Simplicissimus

Certo che per essere un popolo di navigatori e di poeti, se con i secondi abbiamo una gran sfiga tra Volo, Moccia, la Mazzantini e la Tamaro, con le navi peggio mi sento: Costa crociere, scorte mercenarie in India,multipiano a San Marco, naufraghi abbandonati ai flutti e così via dicendo.

Il ministro Lupi, meritevole di fregiarsi del soprannome di un suo  predecessore della Prima Repubblica, abominevole uomo della navi, ci rassicura: non ci sono rischi per il transito tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio dei  container contenenti le armi chimiche siriane e per le operazioni di trasferimento dal cargo danese, che sta aspettando di caricarle al largo di Latakia, alla nave Usa Cape Ray che poi le distruggerà in mare aperto.  Ed è conciliante la ministra Bonino, convertitasi con entusiasmo ai war game che per qualche istante le danno l’illusione di rappresentare una nazione e non un’espressione geografica al servizio dei Grandi: rivendica con orgoglio che si tratta “della più importante operazione di disarmo degli ultimi dieci anni”. Ma a essere disarmati sono soprattutto i cittadini di Gioia Tauro, i cui legittimi timori sono interpretati dal sindaco che ha in animo di emettere   un’ordinanza per chiudere il porto, temendo addirittura per la sua vita, che «se succede qualcosa mi vengono a prendere con i forconi…».

Ma il governo non recede, per via di quella dimostrata  vocazione all’assoggettamento ai padroni nazionali ed esteri e tranquillizza:  «L’operazione sarà svolta secondo i più alti standard di sicurezza e di tutela dell’ambiente», ricordando che si tratta di «un contributo concreto e imprescindibile a garanzia della stabilità e della sicurezza nella regione mediterranea e mediorientale» , come confermato dalla presenza consolatoria del direttore generale dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, Ahmet Uzumcu, venuto di persona per «ringraziare l’Italia del generoso contributo».

Gioia Tauro è stata scelta perché è «un’eccellenza italiana», un porto «specializzato in questo tipo di attività», ha detto Lupi, ricordando che la decisione è stata decisione  ha ricevuto il concorde assenso dei  ministri di Difesa, Interni, Infrastrutture, oltre all’Istituto per la protezione dell’ambiente, la Guardia costiera e le Dogane. E intanto il Pd plaude al contributo che l’Italia fornisce alla pace, facendo la sua parte nel progetto.

Ecco., tutti contenti? Noi magari un po’ meno. Non solo perché siamo nel Paese della Terra dei Fuochi, dei signori del malaffare impegnati nei brand più velenosi, siano di accertata appartenenza alla mafia o solo alla criminalità d’impresa, apparentemente legale, non solo perché anni di disimpegno nella ricerca, nell’innovazione e nell’istruzione segnano un ritardo tecnologico e scientifico, non solo perché a fronte di questo ritardo si registra invece un’accelerazione  nella proliferazione di traffici illeciti, appalti e incarichi opachi, in quel clima di arbitrio e privilegio che premia i soliti noti a prescindere da capacità e eccellenze.

 È che questo è un episodio simbolico e dimostrativo della riduzione di uno Stato a trampolino di lancio per missili, a base logistica per missioni infami,  a acquirente coatto di armi e prodotti bellici scadenti, a fornitore di manodopera militare per le guerre degli altri, come è inevitabile che sia per un Paese a sovranità limitatissima, afflitto da governi sempre meno eletti e sempre più asserviti.

E d’altra parte è una legge del contrappasso che ci meritiamo dopo aver fatto dell’export di veleni tramite navi un business, incuranti delle conseguenze ambientali e morali, in uno sgangherato e avventato colonialismo da paese straccione ai danni di paesi più sfortunati, contribuendo a catastrofi ambientali che hanno comportato morte, fame, sete, inquinamento e costretto a esodi disperati.  E lo è anche perché chissà quanti di quei veleni tornano qui, prodotti profittevoli di un Made in Italy che non conosce crisi e che anzi dalla crisi trae, e,  c’è da temere, trarrà sempre più nutrimento.

 


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