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Matteo & Matteo, società per cattive azioni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta si soleva usare l’espressione “utile idiota”.. ce ne sono di utili idioti al governo, nel Parlamento, nei giornali. Ma poi ci sono anche gli utili razzisti, gli utili fascisti, spesso anche idioti, che danno una mano, esercitano potere sostitutivo, distraggono gli spettatori mentre il mago fa i suoi squallidi stratagemmi, mentre il baro trucca le carte.

È contento Salvini certo, ma può essere soddisfatto anche il centro sinistra, connivente del successo della Lega, se ne ha alimentato l’affermazione nella sua Emilia come ne nutre i prevedibili risultati futuri nelle periferie della grandi città o nelle province marginali ed emarginate di un paese a sua volta periferia, a sua volta provincia del traballante impero occidentale. La ricetta dell’appoggio, esterno ma tenace, alla triade sulla quale si regge il partito di Salvini:  paura, razzismo, autoritarismo antidemocratico, ha vari ingredienti: impotenza, incompetenza, assoggettamento a un modello economico e rinuncia alla proposta di alternative, leadership deboli malgrado l’unanime e plebiscitario appoggio dei media, esplicita correità con un mondo d’impresa inetto, parassitario e avido, grazie all’esaltazione dell’iniziativa privata rispetto al ruolo dello Stato e al pubblico interesse, rifiuto di ogni speranza di riscatto classista, a meno che non sia quello dei ricchi sui poveri.

Ma c’è anche un atteggiamento “culturale” che ha favorito la legittimazione e il conseguente dilagare delle idee della destra nell’opinione comune: riconciliazione con i fascismi (ne parlava ieri il Simplicissimus a proposito dell’osceno voto dell’Ue sulla mozione dell’Onu), perdita di senso dell’antifascismo e decodificazione aberrante della storia  resistenziale, virtù delle monocrazie, perdita di rispetto dei valori costituzionali quindi anche di quelli della coesione sociale, dell’uguaglianza, del lavoro, dei diritti.

E la Lega mostra il muso duro, fa il lavoro “sporco” a completamento dell’opera svolta da anni dal susseguirsi di governi nazionali e locali per incrementare disuguaglianze, impoverimento del ceto medio e condanna all’esclusione dei più poveri, affermazione della precarietà, politica del ricatto e della minaccia, estrazione da dentro e sdoganamento dell’invidia, del risentimento, dell’istinto alla deresponsabilizzazione e alla sopraffazione come si addice a una forza che si pone come impresa della paura, che fa della xenofobia un brand, non in difesa di valori e identità di popolo, ma come legittima autodifesa e esaltazione di un differenzialismo che tuteli gli autoctoni tramite il rifiuto, il respingimento, la repressione degli “altri”, dei forestieri, dei diversi.

Sembra impossibile che gli italiani non sappiano mai trarre lezione dai trailer che proiettano loro la storia  e l’attualità, che preferiscano non guardare per non vedere, per non sapere. Che scoprano oggi il degrado delle periferie come una imprevedibile, inattesa e incurabile esplosione, come un fenomeno  naturale, poco preventivabile, quindi ingovernabile. Come se non fossero identificabili i colpevoli di quelle matrioske di lager, gli uni dentro gli altri, cominciati con  il sacco edilizio delle città, favorito da consociativismi fra politica e affari, tra Giunte comunali democristiane prima e di sinistra poi con  costruttori  spregiudicati che danno forma a incubi di cemento  malsani, e niente verde, niente spazi di socialità niente, parcheggi, niente servizi. E in compenso molto troppo traffico in vie di collegamento inadeguate e con una perversa carenza di trasporto pubblico, che a Roma il sindaco marziano ha  perfezionato col taglio di una quarantina di collegamenti.  Là erano arrivati gli abitanti del centro storico, proditoriamente attratti  dalla bonaria deportazione pensata dagli speculatori che intanto ristrutturano i rioni e i quartieri storici per rivenderli a caro prezzo. Poi arrivano gli immigrati, inizialmente i terroni, poi gli stranieri,  i più fortunati, confinati in quelle galere, in quei luoghi dell’alienazione e dell’isolamento dagli altri.

È là che disperati, diseredati e frustrati, trovano identità e dignità nel conflitto con altri più recenti diseredati, altri disperati di nuovo conio, altri frustrati di diversa nazionalità, senza distinguere se siano profughi, rom zingari,  immigrati, tutti comunque nemici. Salvini fa quello che faceva un tempo Er Pecora, quando girava con la sua macchinuccia per le periferie e le baracche, porta un verbo inverosimile ma diventato credibile, conforta gli ultimi di prima mostrando loro che ci sono ultimi nuovi, peggiori, più giù nella scala sociale e umana, più immeritevoli. Che per fortuna si possono riconoscere perché hanno altri abiti, altri colori, parlano altre lingue, cucinano altri cibi e pregano altri dei. E Marino fa quello che hanno fatto Rutelli, Veltroni, Alemanno: cercano di arginare la rabbia borgatara con qualche compensazione, per guadagnare tempo, per non intervenire sul patrimonio edilizio di case vuote, non finite, già degradate, per non ripristinare un welfare immiserito, per non immaginare politiche di accoglienza che devono essere una componente essenziale della ridistribuzione e dell’equità. Ma intanto si agitano i manganelli, si programmano le espulsioni, si rimettono in moto le ruspe, sicché altri senza tetto si aggiungano ai senza tetto, altre casalinghe se la prendono con siriane sfuggite alla guerra, altri ragazzi di borgata organizzino spedizioni punitive contro giovani rom, altri disoccupati vadano a sputare su lavavetri al semaforo.

No, non è una guerra tra poveri, è una guerra di chi ha, pretende di avere sempre di più, è convinto di averne diritto, contro chi non ha e non deve avere, né pane, né casa, né città, né diritti, qui come in Francia, in Grecia, come nei paesi dai quali vengono i senza terra,i senza denti, i senza  documenti, i senza speranza.

 

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