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11 settembre, dai complotti alla storia

1473605461-7089283-1Per una qualche ironia della storia che alla fine non risparmia nessuno gli eventi hanno dato ragione ai complottisti più spinti che in mezzo ai fischi dicevano che erano stati gli americani stessi a buttare giù le torri. A distanza di 15 anni molte cose sono ancora avvolte nella nebbia e di certo la verità non si esaurisce con l’inchiesta ufficiale peraltro oggi messa in dubbio da alcuni di quelli stessi che vi contribuirono, ma sta di fatto che la tesi dell’auto attentato è diventata se non fattualmente almeno storicamente vera nel momento stesso in cui gli Usa sono divenuti alleati e ufficiali pagatori dei supposti colpevoli. Al Quaeda, i cui uomini e il cui capo Bin Laden furono accusati di aver provocato il massacro dell’ 11 settembre oggi sotto il nome di ribelli moderati (e sotto altre sigle in Libia e nel resto dell’Africa) sono i protagonisti dell’assalto per distruggere la Siria. Anzi Al Qaeda e le sue incarnazioni locali sono ufficialmente alleati dell’occidente .

Insomma si è chiuso il cerchio che vide l’organizzazione terroristica nascere in Afganistan nel 1980 durante la presidenza di Carter e con la regia di  Zbigniew Brzezinski, come freedom fighters ovvero mujaeddin, grazie all’opera della Cia che raccolse, organizzò e armò, anzi in qualche modo creò il fanatismo mussulmano. Tanto che fu proprio nel periodo di formazione di Al Quaeda che prese vita il movimento talebano. In un documento recentemente declassificato dell’amministrazione americana e risalente all’87, si evince che tutto questo era già noto nei suoi significati, nelle sue conseguenze e nella sua cattiva coscienza: “Qualsiasi cambiamento nel modo di vita tradizionale è considerato sbagliato e le idee moderne, sia comuniste che occidentali sono viste come una minaccia …. I gruppi tribali resistono ai marxisti afghani e ai sovietici più per preservare le loro tradizioni che per combattere il comunismo. Alcune delle riforme che hanno irritato le tribù – l’ istruzione delle donne, per esempio – sono in conflitto con la percezione della tribù di ciò che è giusto …. Nei villaggi tribali, è nell’interesse degli uomini più influenti proprietari terrieri, capi religiosi, o entrambi,  respingere le riforme, specialmente quelle comuniste, che minacciano sia le loro proprietà sia il loro potere politico”.

Insomma ciò per cui ufficialmente si combatte in Afganistan con l’esportazione di democrazia è in realtà stato creato dalla stessa “democrazia eccezionale” degli Usa e  nel documento citato, come del resto in altri, si riconosce persino che la cultura che ora si vorrebbe cambiare era combattuta in maniera più radicale ed efficace dai laici afgani e dai sovietici contro i quali e per ragioni di pura strategia geo politica Washington opponeva l’organizzazione e l’armamento delle fasce più fanaticamente religiose prima esigua e ininfluente minoranza.  Quelle stesse che oggi giustificano la guerra della civiltà.

Dunque è assolutamente vero che l’assalto dell 11 settembre è stato in qualche modo un attentato interno: inutile chiedersi – come fa ormai persino Bloomberg – come fu possibile che gli attentatori potessero prendere il brevetto di volo in Usa, perché i caccia levatisi per intercettare gli aerei furono lasciati senza informazione, come mai edifici di quella mole siano inaspettatamente collassati cosa per la quale non c’è forse bisogno di pensare alla distruzione controllata, ma semplicemente all’uso di materiali inadeguati e non rispondenti alle specifiche, pratiche che conosciamo benissimo, né a tutte le altre teorie e considerazioni che si sono via via accumulate. Storicamente sono state forze suscitate dagli Usa, divenute incontrollabili e oggi di nuovo alleate di Washington in medio oriente.

In un certo senso è quasi emblematico che Hillary Clinton sia svenuta durante la cerimonia di commemorazione di ieri visto che lei è l’ideale e fanatica continuatrice di questa linea rosso sangue che si è dipanata per quasi quarant’anni. Il fatto che subito dopo il malore già si parli della sua sostituzione come sfidante di Trump squaderna uno spettacolo di drammatica crisi della democrazia made in Usa: un candidato democratico eletto a forza di brogli su quello della sinistra, che poi accusa Putin di rivelare i suoi documenti compromettenti  spediti e ricevuti con leggerezza ci dicono che di democrazia ne è stata esportata fin troppo e che in patria ne rimane ormai molto poca.

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Quel Nobel riposi in pace

barack_obama_nobel_prizeLa scena è Varsavia di sera qualche giormo fa, l’ambiente una cena ufficiale dei potenti della Nato, officiata  dall’antisemita filoistraeliano Antoni Macierewicz, ministro della difesa polacco, il senso il riarmo e la guerra nelle sue varie forme, il protagonista un Nobel per la pace, il nero che più bianco non si può Obama: non appena Tsipras nelle sue vesti di prigioniero di Zenda dell’Alleanza e dell’Europa, ha osato suggerire  di allentare l’ostilità verso la Russia e cooperare con essa, il presidente nobelato  si è infuriato e gli ha risposto minaccioso “questo è qualcosa che dovresti dire al tuo amico Putin”. E’ la goccia che fa traboccare il vaso, che rende l’assegnazione del Nobel per la pace, anche ammesso che abbia un senso, un rito assurdo e grottesco assegnato da una commissione che si nasconde dietro l’apparente marginalità scandinava ma che si rivela sempre corrivo e servile nei confronti di Washington e non cessa di premiare personaggi spesso del tutto sconosciuti che in modo o nell’altro sono legati agli interessi dell’impero. Sempre quando non si ritiene di dover insignire di questa medaglia l’imperatore stesso, magari in anticipo come nel clamoroso caso Obama.

D’accordo che il Nobel per la pace è un’invenzione occidentale, un barlume di speranza trasformatosi ben presto in una discarica di cattiva coscienza per chi domina o vuole dominare il mondo, però adesso si sta davvero esagerando, si sta scadendo nella farsa, ci manca solo che il premio lo diano a Blair. Di fatto gli inquilini della Casa Bianca insigniti del premio sono più di uno e in pratica gli unici potenti in carica a potersi appuntare la Freemason_Theodore_Rooseveltmedaglia sul bavero il che la dice lunga sulla neutralità del premio: è una tradizione lunga un secolo a testimonianza del rapido deterioramento di questo Nobel che viene assegnato da una commissione norvegese e non svedese, dunque da personaggi scelti dal Parlamento di un Paese che dal dopoguerra è nella Nato, nemmeno formalmente neutrale. Si è cominciato con Theodore Roosevelt premiato nel 1906 con il pretesto formale della sua opera di mediatore nel conflitto russo – giapponese, ma che ancor prima di diventare presidente era stato in qualità di aiuto segretario della marina, l’organizzatore della guerra cubana contro la Spagna, l’uomo che ideò la celebre esplosione della corazzata Maine per attribuirne la colpa agli spagnoli e poter invadere Cuba e Portorico. Non contento partecipò in prima persona al conflitto alla testa di un battaglione di volontari.

Poi è venuto nel 1919 Thomas Woodrow Wilson a cui il premio è andato quasi in automatico dopo la vittoria nella prima guerra mondiale. Peccato che il personaggio fosse anche quello che inaugurò un cupo periodo di razzismo negli Usa, istituendo la segregazione razziale e mostrando anche simpatie con il Ku Klux Klan, facendo arrestare socialisti e lanciando una campagna ossessiva contro irlandesi, italiani e tedeschi immigrati.  Come in seguito accertò la president-woodrow-wisonlcommissione senatoriale Nye, l’intervento nella guerra europea per risolvere la quale fino dal 1914 si era offerto come mediatore fu deciso da Wilson (solo dopo la sua rielezione nel ’16) essenzialmente sotto le pressioni dell’industria degli armamenti, ma soprattutto dei banchieri che vantavano in Inghilterra crediti per 2,5 miliardi di dollari (una somma colossale al tempo) e che sarebbero evaporati nel caso assai probabile di una sconfitta inglese. Così venne allestito da Wilson su una sponda dell’atlantico e da Winston Churchill dall’altra una trappola navale, quella del transatlantico Lusitania che trasportava in Inghilterra cittadini americani, ma che era anche piena di armi e munizioni, nonché dotata di cannoni di grande calibro per farla sembrare una nave da battaglia e lasciata senza scorta dagli inglesi nella speranza poi realizzatasi che venisse silurata e affondata da un sottomarino tedesco, costituendo così un casus belli. E questo è niente perché il successivo ottuso intervento di Wilson nelle trattative di pace, mise le basi per il successivo conflitto molto più di quanto non lo scongiurasse la sua Società delle Nazioni. Ma si, sai che c’è: un bel nobel per la pace  è proprio quello che ci vuole.

Poi finita la guerra, premiati i Quaccheri Usa per misteriose ragioni, insignito Kissinger non presidente, ma eminenza grigia, ovvero il dottor Stranamore, toccò nel 2002 a Jimmy Carter, 23 anni dopo la fine del suo mandato durante il quale era stato demonizzato in patria per la sua effettiva ricerca di qualche soluzione al conflitto israelo  -palestinese. E’ probabilmente il Nobel per la pace meno guerrafondaio tra i presidenti e tuttavia anche in Jimmy_Carter_6914259lui operavano le logiche dell’impero portando a conseguenze che ancora oggi scontiamo: prima ancora che i sovietici invadessero l’Afganistan, il 3 luglio 1979 Carter firmò il primo ordine operativo segreto che autorizzava la Cia ad avviare operazioni coperte per appoggiare i mujaheddin e in seguito fu uno dei promotori della nascita di Al Qaeda, spinto in questo dal suo consigliere  Zbigniew Brzezinski che intendeva arruolare l’estremismo mussulmano contro l’Unione Sovietica. Il peso di quella decisione ce lo portiamo sulle spalle in tutti i sensi.

E infine veniamo ad Obama insignito nel 2009 (ma l’annuncio era stato dato poche settimane dopo l’insediamento) “per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e cooperazione tra i popoli”. Alla faccia. Se non altro potremmo fare a meno dell’ipocrisia dei premi o magari istituire un Nobel per la guerra: con premi così mal guadagnati cìè caso di far finire qualche conflitto.

 


Credevo fosse rispetto, invece era nonnismo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

E io che mi credevo l’avesse istituita la Fornero come misura compensativa della sua riforma. Invece no: la festa dei nonni è nata nel 2005 ed è probabile l’abbia promossa il nonnetto più vispo e arzillo degli ultimi 150 anni, anche per fidelizzare nuovi segmenti del pubblico dei consumatori, quelle “volpi grigie” da avvicinare al mercato del Viagra, degli integratori, delle palestre, delle felpe e del jogging con annessi rischi, delle crociere, dei fondi e delle assicurazioni e probabilmente anche potenziali inquilini di casette a schiera in paradisi fiscali a buon mercato.

Naturalmente è stata copiata dagli Usa, proprio come halloween, che si festeggia giustamente un po’ dopo quando i festeggiati del 2 ottobre potrebbero andare a tirare i piedi a nipoti ingrati, assicuratori sleali, personal trainer imprudenti. È stato quel cuoricino di Carter a crearla  nel  1987 su proposta di  una casalinga del West Virginia, madre di quindici figli e nonna di quaranta nipoti, che riteneva  obiettivo fondamentale per l’educazione delle giovani generazioni la relazione con i loro nonni, “portatori di conoscenza ed esperienza di vita”, anche se la sua non era del tutto incoraggiante e per la verità non era esemplare nemmeno quella del suo Presidente. Né quella del mio di nonno, cui non rinfaccerò mai di aver dissipato il patrimonio di famiglia in viaggi avventurosi, costosi innamoramenti per cantanti Wagneriane, investimenti fantasiosi quanto improvvidi: odio le dinastie, le guerre ereditarie, perfino i diritti di autore che nutrono per li rami discendenti senza voglia e talento, gli sono grata quindi di quel suo lascito fatto di anarchia, antifascismo, sregolatezza e libertà.

Sappiate invece che la festa ufficiale dei nonni, che nell’emancipata Francia si svolge in due giornate per permettere celebrazioni di “genere”, gode di un suo inno che malgrado sia nelle grazie di Radio Maria non è mai entrato nelle hit parade e di un suo fiore simbolo, il nontiscordardime, dal messaggio chiaramente intimidatorio nei confronti di congiunti che non telefonano mai. Wikipedia non ci informa invece se la Perugina ha pensato a un cioccolatino appropriato, morbido, si spera.

Anche per il cavaliere, immortalato negli album di famiglia che ci venivano allora recapitati, circondato da figliolanza e dai primi virgulti addobbati come i Windsor, i nonni erano importanti. Pensava a loro quando recitava i salmi dei fondamentali sani del Paese, ai loro risparmi, seppur incautamente investiti, che ci avrebbero permesso di attraversare senza soffrire quell’inatteso e imprevisto incidente chiamato crisi. Contava sulle loro spese al supermercato, all’aiuto offerto alle giovani generazioni perché frequentassero università e scuole private, ai loro viaggi compresi quelli in pullman per comprare le pentole, mutuati poi come trip di propaganda elettorale dai suoi fidi, alle loro assicurazioni integrative per pagarsi le spese mediche, che mica a tutti può essere fornita una dentiera in quattro e quattr’otto come ai terremotati ripresi dalle telecamere mentre inneggiano al Presidente. E puntava su di loro come lettorato di punta, da convocare, con cestino della merenda, in gite di apostolato in giro per l’Italia.

Non è andata come voleva, invece dei suoi comizi e telemessaggi dei poveri anziani sono stati costretti per qualche mese a collaborare alla sua redenzione ascoltando le sue barzellette, i messaggi pubblicitari rivolti a quel target parlano di pozioni anticolesterolo, che è meglio auto medicarsi visto che ormai sono interdette analisi, diagnosi preventive e accertamenti, di poltrone reclinabili per favorire il letargo davanti ai tronisti attempati delle sue Tv, di cerchi che segnano il confine di “banche amiche” tracciati da un giovanotto che ha pensato bene di far fuori il capostipite.

L’edificio di bugie, illusioni, svendite eccezionali, occasioni da non perdere, opportunità da cogliere, ambizioni da sviluppare dopo la pensione, è crollato sui suoi fondamenti sani. L’esercito dei popoli espropriati di sovranità e diritti ha visto già cadere le prime file e erano proprio loro, i nonni con le pensioni tagliate o cancellate, considerati un peso molesto e improduttivo, anzi costoso per un welfare sempre più ridotto, cui una signora molto in alto raccomanda senza scrupoli e vergogna di togliersi di mezzo per il bene della collettività. Sono loro umiliati fino alla  punizione, se non l’accontentano, di frugare nei cassonetti, di tornare a riporre i prodotti sugli scaffali una volta giunti alla cassa, perché anche il necessario pare loro un capriccio, di rinunciare a spese mediche, di ridursi in una stanza per favorire convivenze coatte e indesiderabili.

Perché è poi questo l’aspetto più osceno, innaturale e feroce: via via da esempio, da riferimento, da memoria storica, sono passati a bancomat necessario a coprire  le inadempienze di istruzione e previdenza, di sanità e assistenza. Adesso che i soldi sono finiti, i risparmi rosicchiati, al di là della retorica da social network, dell’inno, del nontiscordardime, degli spot, quando non invisibili, sono diventati presenze ingombranti, non servono più, guai se si ammalano, guai se non sono autosufficienti, guai se non si adattano a ospizi poco ospitali e degradanti, magari dopo aver ceduto il loro unico bene, la casa comprata con sacrifico, diventata un lusso insostenibile.

Altro che antichi patti generazionali, il regime mondiale che regola le nostre vite è riuscito a cancellare con la sua pretesa civiltà affetti, vincoli,  lealtà, gratitudine e responsabilità. Sono state soppresse leggi non scritte che hanno regolato le relazioni tra gli umani e ancor prima ed ancora oggi perfino quelle tra gli animali, che più di noi  hanno riguardo per l’animale anziano, per la sua dignità, fino a rispettarla quando si ritira a morire come un sovrano che ha ben governato e fatto il bene della sua specie. Mentre nemmeno questo ci è concesso, se perfino ‘a livella è disuguale e ingiusta come la vita.

 


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