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Il distributore di brioche

Seller presenting croissants to a customerNon ho fatto in tempo a scrivere sulla perdita di punti di riferimento nella mappa politica, del rumore di fondo mediatico e comunicativo che copre e rende incomprensibili i segnali emessi dalla società ( vedi qui) che trovo conforto in Cacciari del quale si può dire tutto tranne che non sappia annusare l’aria che tira. L’ex sindaco di Venezia riemerge sulle acque dell’Espresso e gioca ancora una volta a fare l’ubiquo, l’oracolo di Delfi proprio nei giorni della sua consultazione, tendendo conto della precessione degli equinozi. Inizia con la solita sparata contro il governo e il populismo che è la formula rituale degli inziati, ma poi cambia registro arrivando di fatto a dire il contrario o quasi del suo incipit pur nella solita confusione rapsodica del personaggio.

E’ costretto infatti ad  ammettere che “il processo surrettizio di svuotamento del Parlamento a favore dell’esecutivo è in atto anche da prima di Tangentopoli”. E se la spiegazione di questo fatto rimane tutta interna al politichese delle ipotesi dei passi perduti, un po’ come il suo Mose, l’ammissione della perdita di rappresentatività e dunque della crisi profonda della democrazia è innegabile, anche se non ha il coraggio di analizzare che questo è dovuto all’accoglimento acritico e servile di modelli estranei alla nostra Costituzione e persino alla cultura del Paese che reagisce in qualche modo attraverso la localizzazione e la disarticolazione progressiva. Mi riferisco al sistema maggioritario che – Cacciari lo dovrebbe sapere – non è solo un sistema elettorale più o meno efficae e opportuno, ma corrisponde a una visione antropologica che conta voti individuali e li deve assemblare non secondo logiche sociali, ma puramente numeriche.

Egli dovrebbe spiegare perché in questi 30 anni non si sia riusciti né ad avverare una trasformazione di destra con il presidenzialismo, né una di sinistra con il rafforzamento delle assemblee elettive, ma rinuncia a farlo anche perché egli è implicato in questo nulla, E così dopo aver ancora volta maledetto Di Maio e Salvini, per ragioni non espresse e probabilmente semplicemente scritte nel breviario di culto, parte per la tangente sostenendo che il collasso “minaccia, in forme diverse, le democrazie occidentali tutte”. Così abbiamo democrazie al collasso per una mancanza di rappresentatività che si è determinata durante la vigenza di quella che egli sembra considerare la politica vera. Come mai? Non è dato saperlo, ma un’indizio egli lo fornisce quando accenna al fatto che nel senso comune di coloro che sono nati dopo la caduta del muro di Berlino, c’è “l’inutilità delle istituzioni rappresentative”. Evidentemente tali istituzioni rappresentavano qualcos’altro e si sono ben presto arenate sul primato dell’economia e delle sue presunte leggi: facciamo caso alle date perché la caduta del muro è anche l’inizio dell’Europa come la conosciamo con il suo euro, i suoi diktat, le sue politiche in favore della disuguaglianza. Una coincidenza interessante per un discorso onesto, ma del da evitare come la peste quando si recitano le orazioni, come se fossero domande sull’esistenza di dio.

Ora capisco bene che la ragione non fa parte del contemporaneo, ma cercare di spacciare questa merce deteriorata nascondendola sotto un velo di vernice, ireggiare a vuoto per darsi un tono come se si fosse un pupo siciliano che produce clangori per bambini, è davvero un po’ troppo. Quando arriverà l’ammissione degli errori e delle omissioni, quando si avrà la piena confessione di essersi omologati all’ex nemico di classe e che la situazione attuale non è che il risultato di trent’anni di resa, di ontologia debole e di nichilismo politico e di chiacchiera? Strano che questi operai del pensiero debole si armino fino ai denti per difendere il nulla che hanno costruito. Vale a dire se stessi. Non è stato Cacciari a dire che il Mose era una sentina di corruzione, ma che bisognava tenerselo? Non fu lui che in occasione di un’acqua alta eccezionale e non prevista a Venezia si stufò delle proteste dei cittadini e disse: “si comprino gli stivali”. Proprio come Maria Antonietta e le sue brioche.

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Nemmeno una brioche dal forno del potere

briocheAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da rimpiangere Maria Antonietta, che proponeva di gettare al popolo qualche brioche. Ormai i Saccomanni, i Letta, quelli che vogliono sostituirsi a loro secondi gli stessi criteri di nomina e affiliazione, tutti gli aspiranti killer o i pretendenti al posto di kapò, non ci elargiscono più nemmeno le aleatorie illusioni di Berlusconi, neppure l’indispensabile e il primario in premio edificante al sacrifico, non tassano il gioco d’azzardo, che resta l’unica aspirazione a ricchezze facili, in modo che sia esplicita la nostra condanna a essere quelli che pagano sempre, anche nel caso improbabile che vinciamo alle macchinette o al gratta e vinci.

È che ormai regna un ordine omicida, che uccide attraverso l’impoverimento perverso, le malattie, l’espulsione forzata dalle proprie patrie, l’annichilimento dei diritti, la cancellazione di certezze e aspettative, perfino quelle delle brioche, che un tempo imperava spietatamente nelle geografie della sete, della sete, della desertificazione, dello sfruttamento delle terre, provocando l’occasionale consapevolezza e la saltuaria, superficiale vergogna di noi occidentali, bianchi, dominatori, complici coscienti, informati e, tuttavia, silenziosi, codardi e paralizzati. E che oggi al disagio di avere permesso quando non favorito tanta secolare inumana e incivile ignominia, aggiungiamo la vergogna di aver consentito che succedesse anche a noi, che pure eravamo stati sorteggiati e avvantaggiati dalla lotteria naturale, che avevamo davanti la prova generale di quel che poteva succederci, che abbiamo ascoltato il ripetuto annuncio del nostro destino futuro, grazie agli squilli di tromba delle varie sconfitte che hanno anticipato la nostra, che hanno segnato questa guerra che non è più episodica, che non costituisce più una crisi, una patologia, bensì la normalità.

E che non equivale più all’eclisse della ragione, come affermava Horkheimer, ma è la ragione d’essere dell’imperialismo finanziario che hanno messo il pianeta in scacco, attaccano i poteri normativi degli stati, contestando la sovranità popolare, sovvertendo la democrazia, devastando la natura, distruggendo gli uomini e le loro libertà, secondo l’ordine programmato della loro cosmogonia che impone la massimizzazione del profitto e la minimizzazione delle libertà, dei diritti e del diritto, e che pratica l’arbitrio senza l’ostacolo della giustizia, cui si dovrebbe aspirare, come quella amministrata dalle leggi. Tante volte abbiamo sentito dire che non abbiamo reagito alla sopraffazione perché non avevamo fame sufficiente.. forse, infatti, perché davamo una garbata leccatina ai granelli di zucchero di quelle brioche, avanzi di speranze, rottami di utopie, visioni confuse di futuro. Ci hanno tolto anche quelle, anche le luci in fondo al loro tunnel sono spente.


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