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Bersani e gli insulti

bersani birraIeri quando si è saputo che Bersani non aveva subito danni dall’emorragia cerebrale e che era vigile, mi è venuta la tentazione di scrivere  uno  stato un po’ cattivo: “Bersani, dopo alcuni anni, è finalmente vigile”.  Ma mi sono trattenuto per non essere inserito nel novero degli inqualificabili individui che sui social network hanno augurato la morte all’ex segretario del Pd: ci vuole niente per finire davanti al tribunale dei twittanti commentatori dei giornaloni del potere che partecipano entusiasticamente al triviale gioco della politica in 140 battute, ma che non sembrano accorgersi di essere pienamente partecipi della superficialità e della volgarità che poi sfocia nell’insulto o nell’oltraggio parossistico o nella povertà umana.

Davvero non sembrano esserne coscienti e anzi un tal Cazzullo, vero sacerdote della banalità servile, fa finta di non essersi mai accorto di cosa sia il web e propone tesi che testimoniano dell’appassionata lettura di Readers digest della psicologia. Così non contento di essere uno scriba a servizio dell’individualismo selvaggio di marca liberista, si lamenta che in rete “il proprio io diventa misura di tutte le cose” e che pietà l’è morta. Sarebbe interessante capire per mano di chi, ma si sa che la coda di paglia ne combina di scherzi.

Al di là del caso pietoso che tuttavia è già un segno della povertà intellettuale italiana, rimane assolutamente chiaro che è la radicale mancanza di rappresentatività della politica e la parallela mancanza di dibattito vero, sostituito dalla frase di dieci parole, dallo slogan, dal giochino e/o dalla sfacciata menzogna che provoca l’emersione di individui che esprimono il loro isolamento e la loro solitudine politica attraverso la disperazione dell’augurio di morte. Chi se ne scandalizza dalle agiate e (salvo qualche raro caso) poco indipendenti poltrone dell’opinionismo di lusso, probabilmente non vede la trave nel proprio occhio e pensa che il bon ton o il politicamente corretto possa essere tutto ciò che serve loro per essere umani.

Io davvero mi auguro che Bersani esca indenne da questa prova non solo perché mi è umanamente simpatico, ma anche perché mi è più simpatica la sua vecchia  “ditta” pur con tutti i suoi limiti, le sue rese, le sue cecità e anche le sue tante ignominie, rispetto alla proterva vacuità della sua trasformazione in start up del nulla politico e del profitto degli interessi degli azionisti. La morte non l’auguro a nessuno e men che meno l’emorragia cerebrale: oltretutto con certi personaggi sarebbe ben poco efficace.


Teologia della stabilità

SACCOMANNI, POSSIBILE RIPRESA IN IV TRIMESTRE 2013I giorni festivi non sono riusciti a disperdere i miasmi della palude. E così mentre i giornaloni sono impegnati a trasformare Bersani in un cavaliere solitario dopo averlo sacrificato alle necessità, ai tradimenti e alla farsa delle larghe intese, il dibattito politico diventa battibecco di pianerottolo o favola per bambini. Il tutto sullo sfondo della sopravvivenza o della presa di potere in un Paese allo stremo, secondo un copione di machiavellismo vetero-democristiano.

Le battute di Renzi, le dimissioni di Fassina, mai peraltro presentate su questioni di economia e di lavoro, il millesimo rinvio della definizione dell’Imu a una data presumibilmente successiva a possibili elezioni, le fantasticherie di Saccomanni costituiscono quel sottofondo di volgarità che ci prende alla gola e che in fondo è anche responsabile dell’emersione dell’imbecillità che galleggia sul web.

Tra tutto questo, ciò che campeggia come una formidabile obiezione al principio di realtà, sono le parole e le tesi del Ministro dell’Economia,  il quale pare in preda di un delirio metafisico riguardo alla sopravvivenza del governo e della sua stessa poltrona. Saccomanni infatti, riconosce che la diminuzione dello spread non è attribuibile all’azi0ne di governo, tanto che essa si è verificata talvolta in misura maggiore anche in altri paesi, per dire però che questo “miracolo” si è compiuto grazie alla persistenza della maggioranza. La tesi è persino grottesca poiché attribuisce alla stabilità in se stessa e senza alcun riferimento a ciò che essa produce, la capacità di creare fiducia nel mercato, a prescindere da qualsiasi altro elemento.

Certo, come si potrebbe dire con buona dose di bon ton, si tratta di una stronzata, ma abbastanza caratteristica dello spirito del tempo, nel quale è il mercato stesso che determina la politica. Se una stabilità supina alle volontà della finanza è la panacea per curare la crisi, è evidente che la stessa democrazia, con la necessità di tenere conto delle opinioni dei cittadini e magari anche dei loro diritti, con la dialettica tra le forze e infine con quel vizio assurdo delle elezioni, rappresenta un elemento di instabilità.

Nel piccolo delirio di Saccomanni si possono quindi individuare quelle linee di tendenza verso l’autoritarismo e la sedazione del dibattito politico che sono uno dei pilastri attorno ai quali si vuole costruire anche il rimaneggiamento costituzionale.  Dietro queste uscite abbastanza insensate e strumentali di Saccomanni come di altri, si fa strada questa ideologia della “riduzione” di democrazia, come elemento salvifico. Ma questa teologia della stabilità impone di sacrificare le libertà e impiega gli strumenti di un continuo ricatto e la necessità della rinuncia come sistema di governo.

 

 

 

 


Gav, gattopardismo ad alta velocità

Gattopardo copertinaL’ultima commedia in cartellone, quella intitolata Salva Roma, narra le avventure di Premier Nipote che sale dal Veglio del Quirinale per rappresentargli la possibilità  che il decretone farcito con tutto e di più possa essere bocciato. E li riceve il consiglio di sfrondare un po’ il provvedimento, cambiargli nome e dare la possibilità al gran sacerdote del Colle di tuonare contro i decreti in cui compaiono materie lontanissime dal titolo ufficiale, come se fosse una novità e non una prassi in vigore ormai da più di un decennio.  La rappresentazione termina con l’esibizione della maschera Milleproroghe che volteggia e motteggia il tirare a campare che si riveste di etica caprina.

La morale è che nulla è cambiato del gattopardismo italiano, ma che esso con la crisi è stato costretto  ad accelerare in maniera vertiginosa per compensare i guai che esso stesso crea, per mantenere sulla linea di galleggiamento una classe dirigente appesantita dal piombo di decenni di errori. Così dall’Ulivo di Prodi si è passati alla fusione fredda del Pd di Veltroni e poi di Franceschini, poi di Bersani e infine di Renzi in una giostra senza fine e senza senso se non quello di un pencolamento verso la destra; così si è passati da in due anni da Berlusconi a Monti a Letta nella speranza che il rapido passaggio sulla scena nascondesse la sostanziale uniformità nell’adeguarsi ai diktat europei più per mancanza di idee che per necessità; così dai 4 schieramenti usciti dalle elezioni ce ne troviamo 11 di cui due , Ncd e Per l’Italia, non hanno avuto alcun investimento elettorale eppure sono essenziali per il governo. Lo zootropio che crea l’illusione del movimento da figurine immobili gira follemente intorno al perno del Colle che infatti si è evitato di sostituire come da tagliando costituzionale per non interrompere il gioco e mostrare le interiora del potere. Tutto cambia e tutto resta uguale, salvo la rappresentatività reale che viene meno di giorno in giorno con inquietanti conseguenze.

Resta da vedere se l’accelerazione ad oltranza del trasformismo non finirà per far schiantare una macchina che già emette cigolii da tutte le parti e che comunque si mostra del tutto inadeguata ad affrontare il dramma del declino. Una cosa è certa il gattopardismo sistematico sta raggiungendo il proprio limite intrinseco nel sistema democratico: può sopravvivere solo in una qualche forma di oligarchia.

 

 


La nuova barzelLetta di Berlusconi

560374_Enrico-Letta-Gianni-LettaLa domanda che si può porre oggi, in questo desolato 25 aprile che ci fa rimpiangere di non essere nel ’45, se non altro per una questione di dignità, è quella che riguarda il suicidio continuato e aggravato del Pd. L’evento è incontestabile, una classe dirigente si è rivelata in tutta la sua mediocrità e nullità politica riuscendo a trasformare una non vittoria in una catastrofica sconfitta. Ma guardando la figura azzimata e vuota di Letta nipote viene il dubbio che questa sia solo la percezione di gran parte dell’elettorato e che in realtà da molto tempo quello che a noi appare un salto nel vuoto, un insano gesto politico non sia invece il raggiungimento di un obiettivo, un togliersi la maschera soffocante della socialdemocrazia per agire finalmente liberi nel maestrale della conservazione.

L’Espresso pubblica numerose dichiarazioni di Enrico Letta fatte dal 2005 fino ai mesi scorsi. Mettendole insieme ci si può  chiedere cosa ci facesse ai massimi livelli del Pd, un personaggio di chiara parte berlusconiana visto che il partito ha prosperato non sul piano delle idee, dei programmi o delle prospettive, ma solo su quello di un anti berlusconismo, molto attivo a parole, ma inerte nei fatti.  Anna Lombroso in un post di ieri (qui) ha messo in luce le vaste e ambigue relazioni di questo benestante rampollo del potere che ha condotto un’ esistenza politica di pura rendita. Il collage dei “detti famosi” ci mette però di fronte all’evidenza di una clamorosa contraddizione che è del tutto sfuggita all’opinione pubblica. Qui  riporto alcune frasi tra quelle che  mi sembrano più significative per illuminare sia le vocazioni politiche del primo nipote d’Italia, sia l’assoluta modestia del personaggio.

“Sembrerà assurdo, ma se non si era ancora capito, io sono un grande fan di Berlusconi. Vorrei, a prescindere dall’esito delle prossime elezioni, dicesse subito che lui si impegna a rimanere nella vita politica italiana e a mantenere la sua leadership del Polo. Perché il mio grande timore è che un Berlusconi che pareggi o perda faccia un biglietto per Tahiti”.

“Nel mio governo ideale vorrei gente in gamba, anche se sta nella Casa della Libertà di Berlusconi: penso a mio zio Gianni, a Casini, a Tabacci, a Vietti e a Tremonti”.

“Come ha detto Bersani, consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo.”

“I contenuti della lettera di Draghi e Trichet rappresentano la base su cui impostare politiche per far uscire l’Italia dalla crisi. Qualunque governo succederà al governo Berlusconi dovrà ripartire dai contenuti di quella lettera”

“Il 2011 è stato l’anno che ha definitivamente consacrato Napolitano come forse il più grande presidente della Repubblica che l’Italia abbia avuto. Ha letteralmente salvato il Paese insieme a Monti”.

Dunque con Enrico Letta vice segretario del partito che consistenza reale poteva avere  il  “mai a Berlusconi” ?  Quale sostanza la socialdemocrazia sbandierata? E del resto anche il tenore di inciucio culturale del think tank lettiano, VeDrò, lautamente sostenuto da Enel , Autostrade, gruppo Cremonini, Eni e compagnia cantante, corposamente  in linea con Trilateral e Bildelberg, sonoramente accompagnato al pianoforte da Confalonieri, sono una testimonianza assai meno episodica e circoscritta che denunciano una linea del tutto estranea a quella del Pd. O almeno di quella che il Pd prospettava.

Dunque il fatto che oggi sia di nuovo Berlusconi a dettare legge e che il centrosinistra abbia alla fine premuto fortissimo in questa direzione, può sembrare un suicidio, ma in effetti è una scelta fatta all’atto stesso della fondazione del Pd con l’immissioni di posizioni antitetiche a quelle che venivano rappresentate. Un vero tradimento. Ma non un inganno: quello lo ha perpetrato l’elettorato su se stesso.  E così siamo arrivati all’ultima berzelLetta di Berlusconi.


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