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Il Letta è una rosa, chi non dorme si riposa

lettaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte si è tentato di mettere insieme gli ingredienti della perfetta bellezza: lo sguardo di Bacall, il nasino di Bardot, la bocca di Marylin.
Il risultato è stato stucchevole, perché la perfezione non è un collage né un risultato aritmetico e nemmeno una formula chimica.
Il ceto politico però ci prova con il perfetto Letta: eterno, irriducibile boy scout, fervente cattolico ma blandamente divorziato, europeista fin da adolescente, tifoso di calcio, si definisce uno sempre appena sotto i più bravi, ma almeno laureato, il più giovane ministro nella storia della Repubblica, all’Industria, ma così industrioso da non aver mai lavorato in un posto vero, giù dirigente politico ancora coi calzoni corti, fan di Vasco Rossi, ma ordinatamente membro dell’Aspen, così garbato con gli anziani da essere giovanissimo cooptato nella Trilateral, seguace di Dylan Dog e (coerentemente) molto ascoltato in Bilderberg, tra i fondatori della Margherita (Lusi fece il suo nome per sospette distrazioni di fondi pubblici),, ma approdato subito al vertice del Pd, dove una medaglia di bronzo alle prime primarie lo colloca in una posizione defilata, da dove ha navigato in acque protette e pacifiche, di quelle predilette per indole familiare.

Si è perfetto, uno di quelli con cui le mamme permettono alle figlie di fare il ripasso di chimica, che bizzosi sapienti e capricciosi professori si scelgono come protetti, da sistemare senza sorprese per via di una specchiata mediocrità. Non troppo brillante, ma abbastanza smart e futurista da aver creato un think tank, VeDrò, dove tutti possono sentirsi a loro agio, ecumenico e aperto, come succede alle organizzazioni senza ideologie e con ancora meno idee, a «gente originale, creativa, intraprendente e animata da un po’ di sana incoscienza», come recita il sito. Infatti fanno «parte del nostro network» Angelino Alfano, Giulia Bongiorno, Ivan Scalfarotto, Paola De Micheli, Benedetto Della Vedova, Mariastella Gelmini, Giancarlo Giorgetti, Roberto Gualtieri, Maurizio Lupi, Marco Meloni, Alessia Mosca, Andrea Orlando, Renata Polverini, Laura Ravetto, Flavio Tosi e Matteo Renzi, Francesco Boccia, Nunzia De Girolamo, Mauro Moretti, Chicco Testa, e Nicola Maccanico, in un amalgama di arrivismo, ambizione, calcetto e chitarrate in riva al lago, rok e vecchie canzoni suonate al piano da Confalonieri, parimenti gradito a vecchi marpioni e nuovi tecnocrati – Passera è un membro autorevole, vezzeggiato dai padroni del vapore vicini e lontani e blandito dalla stampa.

C’è chi dice che sia proprio Letta l’Amato dei nostri tempi: abbiamo da temere per i nostri conti, la nostra sovranità – è stato segretario generale del Comitato per l’Euro del Ministero del Tesoro, per il nostro uguale e rispettato accesso ai diritti anche i più gravosi – non è certamente un laico, per i nostri beni comuni – è un fan delle liberalizzazioni più sgangherate.
Il delfino di quel ceto, l’enfant gatè di tutti i cerchi e i tortellini magici, l’unto del signore “eletto” grazie alla baldanza e la sicurezza del censo, della nascita dalla parte giusta, quella più iniqua, della soave banalità non è la desiderata “normalità” che può guarirci dall’anomalia italiana, perché di quell’establishment, di quella anomalia, è un figlio prediletto.

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