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Expo, ballando coi gufi


RenziExpo-680x452Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il primo maggio sarà il no-gufi day del governo, quando chiunque abbia messo una pietra, un mattone per l’Expo si sentirà partecipe della vittoria dell’Italia. Un Renzi particolarmente salace, col suo fine umorismo vernacolare che ricorda il Ceccherini, ha benedetto quella che ha definito la coppia di fatto: Martina e Lupis, l’ossimoro dei due Maurizi, l’uno investito del rilancio dell’agroalimentare e della conseguente tutela profittevole del territorio, l’altro ormai sacerdote incaricato della cementificazione del Paese tramite grandi opere. E appunto come i comici dei cinepanettoni risciacquati in Arno, ha propinato le sue vanterie: 5 milioni di biglietti d’ingresso prenotati, 175 paesi, Turchia compresa grazie a una sua telefonata con l’Erdogan: tu porti da bere e le pizzette io penso alle ragazze, poderose infrastrutture che “resteranno” imperiture ed utili, ma soprattutto il riscatto dell’Italia tramite grande esposizione.

Avviato ad essere bipolare – a una giornata mogia dopo le reprimende dei padroni e dei loro vigilantes, fa seguire dichiarazioni da Rodomonte – il premier fa finta di credere che l’Expo possa essere quell’opportunità che convinse perfino Pisapia “ una vetrina di con­te­nuti. Come a Kyoto si sono get­tate le basi per com­bat­tere i cam­bia­menti cli­ma­tici, a Milano in occa­sione di Expo, quando avremo qui 140 Paesi, get­te­remo le basi di una nuova e più sana poli­tica ali­men­tare che lotti con­tro la fame nel mondo, gli spre­chi ali­men­tari, l’accaparramento dei ter­reni agri­coli dei paesi poveri, che sia per l’acqua bene comune, per la soste­ni­bi­lità della catena alimentare”, pensando così di prenderci per i fondelli due o tre volte contemporaneamente. Con la fola umanitaria che da un’esposizione possa sortire una strategia di lotta alla fame e alla povertà, quando tutto- a cominci are dalle politiche che interpreta e testimonia su scala, concorre a creare sempre più disuguaglianze sicchè presto anche paesi un tempo privilegiati stanno imparando a conoscere stenti e privazioni. Con la pretesa che il successo di poco più che una fiera paesana risollevi il morale e le sorti della credibilità compromessa da corruzione, inadeguatezza, incompetenza, malaffare. Con l’ancora più infame e risibile rivendicazione della convenienza di tirar su falansteri che finiranno come gli stadi dei mondiali, di creare svincoli, strade e sottopassi, come si fosse dentro al Lego, di imprimere una possente pressione su suoli e risorse con la pretesa di far ripartire il Paese, tramite le “costruzioni”, quando è ormai convinzione consolidata nel pensiero comune – perché è proprio così – che le grandi opere, i Mose le Tav sono soprattutto formidabili motori per la circolazione di soldi sporchi, carburante nei serbatoi della corruzione che alimenta sempre gli stessi imprenditori che hanno monopolizzato il mercato così come i loro interlocutori abituali hanno monopolizzato la politica.

Il sistema Expo, che poi è il sistema Mose, replicabile in contesti più piccoli – in questo il premier ha ragione – è davvero un “laboratorio” sperimentale, nel quale un Frankenstein,  Maltauro in questo caso, brigava pagando faccendieri ed ex politici (la banda Frigerio) per ottenere appalti, pilotando le commissioni di aggiudicazione per avere un esito certo grazie alle ottanta e passa deroghe al codice dei contratti ed alle commissioni formate ad hoc. È così per l’Expo SpA, è così per il Consorzio Venezia Nuova, strutture ad hoc pensate proprio per aggirare regole e leggi.

Almeno dieci delle quindici principali aziende edili italiane sono accusate di aver pagato mazzette, frodato lo Stato, nascosto fondi neri con false fatturazioni, truccato bandi di gara. Si chiamano Mantovani, Maltauro, Cmc, Condotte Spa, Grandi Lavori Fincosit, figurano nell’albo d’oro dell’Ance, l’Associazione dei costruttori edili, nelle liste nere  della Guardia di Finanza, nelle rubriche di quell’Azzollini,  Pdl, presidente della commissione bilancio al Senato, del quale si ricorda l’eloquente frase intercettata a proposito dei lavori del porto di Molfetta: “sono pronto dare a un dirigente due cazzotti se non firma”, e di altri rappresentati eletti e dirigenti politici cui offrire una prova d’amicizia, sottoponendosi “a un salasso per ogni competizione, politiche, regionali, comunali”, come si è lamentato Baita, ex Ad della Mantovani.

Un’estate piovosa, nella quale si è già avverata una tragedia profetizzata nello scorso febbraio, più ancora degli scandali, avrebbe dovuto suggerire avvedutezza e buonsenso, insegnando a dire no ai grandi interventi   per dire si alle opere di manutenzione e ripristino dell’assetto del territorio. Ma nessuno ci sente, anzi pare che basti diventare sindaco, di coalizione, Lega, Pd, 5 stelle, per abbracciare l’ideologia  “costruttiva”, per confermare scelte scellerate, in questo caso quelle della Moratti, che, sotto l’ordinata cotonatura, dopo aver ipotizzato di rendere urbanizzabili le aree previste per l’Expo in caso di  bocciatura, immaginava città permanenti della moda, del lusso, della ristorazione e dello sport, con due stadi aggiuntivi a San Siro, che si sa gli stadi non bastano mai. Scelte ampiamente consolidate da quel City Act verso Milano del 2020, parto del Pd milanese,  che suggerisce di trasformare l’area dell’Expo in una sorta di enterprise zone del secondo millennio, sciorinando tutto lo sciocchezzaio retorico del nuovismo renziano: “anticipare i cambiamenti”, “valorizzare innovazione” “far avanzare le competenze”, facendone una smart city e al tempo stesso un “porto franco”, in regime di festosa e profittevole deroga.

Superfluo chiedersi come questa visione “acchiappa citrulli” si combini con i propositi di affrontare i temi della fame, delle nuove miserie, delle disuguaglianze sempre più profonde. È proprio arrivato il momento di essere noi disuguali, di essere noi diversi da loro e di cominciare a salvare coi gufi anche le civette, quelle che parlano di ragione.

 

 

 

 


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