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In guerra per caso

tripoliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ha nemmeno bisogno della fiducia per farci entrare in guerra. Non ha bisogno di un Parlamento espropriato, spodestato e volontariamente rinunciatario, in cambio di un’esistenza in vita  che permette ai suoi aderenti di godersi rendite di posizione, privilegi e benefits.

Si perché così come è già avvenuto con la consegna definitiva del Mare Nostrum e del nostro territorio, come basi per le scorribande dell’imperatore, comprese quelle senza pilota, (ne abbiamo parlato qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/02/26/droni-e-cialtroni/), ma ciononostante non incruente, basta compiere una di quelle acrobazie semantiche grazie alle quali le azioni belliche, dopo essere state accreditate come interventi di pace, di export di democrazia e di aiuto umanitario, diventano magicamente missioni di intelligence, affidate a 007 dell’Aise, l’organismo che, come recita il sito istituzionale, svolge attività di informazione per la sicurezza che si svolgono al di fuori del territorio nazionale, a protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia, di individuazione e di contrasto al di fuori del territorio nazionale delle attività di spionaggio dirette contro l’Italia e le attività volte a danneggiare gli interessi nazionali, oltre che quelle di  controproliferazione di materiali strategici.

Certo il ribaldo che ci manda in guerra per via della sua smania a essere ammesso alla tavola di quei Grandi che si sentono tali solo quando armi in pugno eseguono i comandi del padrone e sbirro globale, avrebbe preferito che dietro a queste operazioni di polizia – e pulizia etnica in territori sui quali si vuole continuare a esercitare un’attività predatoria – ci fosse il suo compagnuccio di merende. Ma si accontenta che tanto l’Aise, tenuto ad informare tempestivamente  e con continuità, il Ministro della difesa, il Ministro degli affari esteri e il Ministro dell’interno per le materie di rispettiva competenza,  risponde solo e direttamente al  Presidente del Consiglio. E lo fa con tanta devozione che della possibilità che contingenti di militari in numera largamente superiore a quelli impiegati in altre operazioni belliche, non si sa nulla, filtrano gossip come si trattasse dell’Isola dei Famosi e lo stesso premier ha dovuto chiedere quel silenzio stampa che solitamente aborrisce. E che i suoi fidi vanno a balbettare penosamente nei talkshow, confessando che anche loro sono all’oscuro, che del poco che sanno sono informati dai giornali, rassicurando che il Parlamento sarà chiamato a pronunciarsi, prima o poi. Tanto che ci si chiede se lo stesso Renzi ne sappia davvero qualcosa, o se invece attenda, contro la sua natura, con pazienza, che Francia, Uk, Usa gli dicano cosa fare, quanta gente mandare al macello e soprattutto quanto riceverà in cambio della nostra abnegazione. E forse avrà formato a sua insaputa, tanto è secretato,  il decreto del quale dà notizia il Corriere, che disegna un piano di intervento per la Libia, con tanto di  rapporti di collaborazione tra i servizi segreti e le forze speciali della Difesa, regole d’ingaggio, tra le quali licenza d’uccidere e impunità per eventuali reati,  modalità operative e i contenuti degli accordi stipulati con gli “alleati”. Ne avrebbe parlato con la figurina Panini dei presidenti della Repubblica che avrebbe ovviamente approvato con il suo proverbiale e vibrante dinamismo il mandato in bianco che attribuisce al premier potere assoluto per agire e sorvegliare.

D’altra parte mica è nuova l’aspirazione a un dispotismo straccione, cialtrone e al tempo stesso scialbo e vigliacco. Quella trasformazione del “ghe pensi mi” del Cavaliere, in un autoritarismo personalistico ancora più infame, ancora più indecente, che si manifesta con ogni scelta, ogni decisione presa per accontentare famigli, amici, finanziatori e per scontentare noi, espropriati del diritto di critica, di opposizione, di espressione, dopo essere stati derubati anche di tutti gli altri.

Dovremmo riprenderceli, per reclamare ragione, pace, democrazia. Contro tutte le guerre, quella “tradizionale”, comunque la chiamino, ma pure quella contro i beni comuni, il territorio, l’ambiente, l’interesse generale. Che a fronte degli otto morti per il maltempo, affogati sotto la pioggia nelle brevi di cronache, sempre senza autorizzazione del Parlamento, che comunque farebbe si sempre si, il piccolo costruttore ci ha informato che il Ponte sullo Stretto di farà e al più presto. Anzi subito dopo aver completato altre grandi opere in attesa di definitiva realizzazione. Mica dopo aver provveduto alla salvaguardia dell’assetto idrogeologico, no, solo dopo aver rimesso in funzione i cantieri infiltrati dalla malavita, delle cordate degli speculatori, solo dopo aver riavviato il brand della grande corruzione, solo dopo aver offerto opportunità di business a investitori che vengono dagli stessi paesi impegnati a foraggiare i macellai.

Ma se continuiamo a brontolare,   sul ceppo insieme a quella dei capretti di Pasqua, ci finisce la nostra testa che abbiamo chinato troppo.

 

 

 

 

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L’impronta digitale del premier

re e carAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’abbiamo visto inorgoglirsi per l’omaggio canoro di bimbette a scuola, compiacersi per gli auguri cantati dalla Puppato nelle vesti di Marylin, l’abbiamo visto infliggersi una secchiata d’acqua pur di ribadire la sua esistenza sui media e quindi in vita. L’abbiamo visto davanti alla lavagna come il maestro Manzi a spiegare al popolo bambino la sua pedagogia, l’abbiamo sentito sproloquiare in puro broccolino, l’abbiamo visto e sentito, più guitto  che mai, nella sua scadente interpretazione di leader sciovinista che duella proprio come nelle sceneggiate coi due bulli che si minacciano ubriachi di vino cattivo e paura, sperando che gli altri guappi li trattengano per non rischiare un pugno dato o preso: tenetemi che l’accido! Che si sa che i nostri tiranni non riescono mai a essere indipendenti da qualche altro più tiranno di loro.

L’abbiamo sentito farsi guardiano di legalità e trasparenza, mentre infuria un caso di infame corruzione, malaffare avvelenato, familismo sfrontato: i babbi so’ piezze ‘e core, condito di quel tanto di  P2 che in quei traffici opachi non guasta. L’abbiamo visto sulle piste, in barca, correre, pedalare. Non l’abbiamo visto, come altri prima di lui, mietere, trebbiare, piegare la potenza del marmo al suo virile piccone, perché si sa che non gli si addice la fatica e nemmeno il lavoro, che aborrisce talmente da averlo cancellato per far posto alla schiavitù, la nostra.

Ma che dittatore sarebbe, sia pure nella categoria dilettanti – e spetta a noi non farlo diventare professionista – se non avesse pensato di farsi la sua polizia, non di quelle di una volta, Ovra, Stasi, Kgb, Cia, Mossad, alcune delle quali ancora attive e non tanto segrete da non essere facilmente sospettate e identificate dietro crimini, delitti, trame, complotti. No, la sua deve essere come lui, tecnologica, innovativa, futurista, dinamica. Quindi deve parlare in gergo, ovviamente – non a caso il potenziamento renziano del Nucleo per la Sicurezza istituito nel 2013 dal governo Monti, si chiamerebbe Agenzia per la Cyber Security – ma soprattutto deve rispecchiare la sua  filosofia: stare virtualmente dentro lo Stato, per essere beneficato di investimenti, organizzazione e risorse, per ricevere legittimazione e protezione, ma  essere invece “personale e privata”, tanto che a dirigerla è stato incaricato Carrai, il più vicino, affine, amato e premiato dei famigli del reuccio, prescelto – e questo a prima vista potrebbe essere originale e sorprendente rispetto alla tradizione del giglio magico, fatta di improvvisazione, incompetenza, impreparazione esibite come qualità irrinunciabili – per la sua esperienza in materia, collaudata addirittura in una  società di sua proprietà, in barba al conflitto d’interesse.

È stato il Fatto, giustamente scandalizzato, a annunciarci che la selezione del personale è andata a buon fine. Ma è ovviamente l’Unità a congratularsi perché la nostra sicurezza è in buone mani. Lo fa con un commento entusiasta  sul quotidiano fondato da Gramsci, ma anche con uno analogo e dello stesso autore, Paolo Messa, sul “quotidiano net”  Formiche, fondato dal Messa medesimo,  che si estasia per la lungimiranza con la quale Palazzo Chigi ha deciso di prevenire i rischi legati alla Cyber Security,  non  ancora “percepiti dall’opinione pubblica”, raccogliendo raccomandazioni e direttrici del principale alleato dell’Italia,  gli Usa, intenti a promuovere, e esportare com’è costume,  “un’adeguata cultura della sicurezza”. E se lo scrive Formiche, ci dobbiamo credere: è stato soggetto promotore, si legge in Formiche.net, prima di un cyber breakfast (sic) poi di un seminario con  le intelligenze più lucide dell’intelligence occidentale dalla Pinotti, al direttore del Cyber security national laboratory, dal presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato,   al Rappresentante permanente d’Italia presso la Nato, e  per non lasciare dubbi, alla presenza di  due autorevoli ospiti statunitensi: una ricercatrice del Center for strategic and international studies, e la Chief information officer di Lockheed Martin.

Ecco, non sorprende dunque il consenso suscitato dalla Cyber security targata dal tandem Renzi – Carrai, indirizzata a ispirare l’azione dei soggetti pubblici: ministeri, autorità, organismi militari, a stringere “efficaci partenariati con i soggetti privati cui è affidato il “controllo delle infrastrutture informatiche e telematiche”, tutti ugualmente concordi nella volontà di salvaguardare la “sensibilità delle informazioni del governo, delle sue infrastrutture critiche, dei suoi asset scientifici ed industriali che sono alla base dell’economia nazionale”.

Fin troppo facile per chi come me è affetto da un’indole diffidente nei confronti dei reali intenti del regime, sospettare che si possa trattare della contemporanea e moderna rivisitazione del ruolo dei delatori di condominio, di Giuseppone ‘o spione, aggiornati grazie a un sistema di sorveglianza esteso ai comportamenti e all’agire dei cittadini, “monitorati” nei consumi, nelle spese, nelle preferenze, nelle conversazioni, nelle inclinazioni, con l’esclusione di chi è collocato sull’inviolabile scanno di un qualche potere, del quale sempre di più, grazie a bavagli e limitazioni, sarà protetta la privatezza, compresa quella concernente dialoghi di ordinaria corruzione, abitudini disdicevoli, frequentazioni disinvolte.

E non ci rassicura la “competenza” dell’esperto cui è affidato il delicato incarico. Palazzo Chigi avrebbe smentito che l’incarico abbia natura “politica”, ha al tempo stesso assicurato che verrà superata la incompatibilità “tecnica” e di opportunità: Carrai il fondatore della Cys4, una start up che si occupa proprio di sicurezza informatica e ha soci israeliani e americani. E intende fare chiarezza sulla qualifica di Carrai, che avrebbe rivendicato per sé e per i suoi uomini la qualifica di “agente”.

Ma non potrà certo confutare che il criterio primario di scelta sia la fedeltà cieca e assoluta al premier, che vuole imporre il suo supersceriffo contro il parere dei Servizi, specie l’Aise, il Servizio esterno, ex Sismi, l’ Aisi o il  Dis, Dipartimento per le informazioni e la sicurezza della Presidenza del Consiglio, che si sono sempre opposti  per non perdere competenze e preoccupati della possibile subalternità dell’organismo all’Esecutivo.

Non sarà che nell’Olimpo  di Renzi, i dittatori di riferimento siano quelli delle repubbliche di Bananas? Quelli ben attrezzati di squadroni e squadracce, di una rete di spioni addetti al controllo della popolazione, a tutelare i traffici, a intrattenere relazioni con le varie malavite, grazie a agenzie e polizie provate convertite in organi di Stato e organi di stato tramutati in aziende personali?

 

 

 

 

 


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