Se la sconfitta di Bolsonaro è stata una sorpresa in Brasile, in Israele era altrettanto inaspettata la tenuta di Netanyahu e la sconfitta di Eisenkot. Questo la dice lunga sugli istinti di base di una nazione che si è creata con certi presupposti e che li ha completamente cambiati in corso d’opera. Di certo la confusione è grande sotto il cielo perché dai risultati delle elezioni che hanno visto, tra l’altro, un boom delle formazioni arabe interne a Israele cui sono andati 19 seggi, non si capisce bene che tipo di governo potrà mai uscirne, stante che nessuno oserà prendere come alleati i deputati arabi e che recentemente lo stesso esercito ha preso le distanze da Netanyahu. Insomma, i problemi in campo stanno crescendo piuttosto che diminuire e restituiscono l’immagine di un Paese che sta diventando un oggetto misterioso e che sta mettendo in forse la sua stessa esistenza, essendo diventato del tutto estraneo alle sue stesse radici. In attesa dei risultati definitivi che non saranno disponibili prima di venerdì, lasciatemi fare un excursus storico che spiega molte cose non immediatamente visibili attraverso la politica e men che meno attraverso l’informazione. Noi abbiamo un’idea di Israele che potremmo definire anacronistica, come fosse in sostanza una specie di Paese europeo, situato in Medio Oriente. Ricordo che quando ero bambino circolava una battura su Napoli: l’unica citta mediorientale senza un quartiere europeo. Bè in qualche modo questa bonaria malignità può introdurre il problema perché rischia di essere così anche da quelle parti.
In effetti Israele era nato come Paese europeo: tutti quelli che lo avevano prima sognato fin dal tardo Ottocento, poi realizzato e governato sino agli anni’80 erano ebrei askenaziti, perfettamente integrati nel nostro continente. Aschkenazi in yiddish, indica la Germania, anche se poi questo termine è stato applicato a ebrei polacchi, russi e in genere dell’Est Europa. Lo stesso yiddish è di fatto un dialetto tedesco tratto dalla lingua parlata in Renania, ovvero il Mitteldeutsch. Sono questi che sull’onda delle neoformazioni nazionali di Germania e Italia, concepirono l’idea di uno stato ebraico a immagine e somiglianza delle nazioni europee. Le piccole istanze ultraortodosse, non parteciparono al progetto definito sionista, che era di fatto laico, ritenendo che la diaspora fosse una volontà di Dio e che la terra di Israele era solo la parte del mondo dove sarebbe comparso il Messia.
In effetti Israele fu questo per i primi trent’anni di vita, un Paese di cultura europea, abbastanza laico ad onta del fatto che fu riesumato l’ebraico partendo dalla lingua liturgica, impresa questa non facile e che tuttavia non è ignota ai più anziani, tra i quali mi ci metto volentieri, a cui fu insegnato il latino usando la pronuncia ecclesiastica che era ben diversa da quella reale: dicevamo Cesar, mente i latini dicevano Kaesar. In realtà i nomi furono ebreizzati, il che ha creato una sorta di cortina fumogena rispetto all’origine reale, tanto che lo stesso Netanyahu sarebbe in realtà Mileikowsky. Ma usciamo da queste notazioni e veniamo al sodo: cosa è successo a partire dagli anni 80, quale elemento è intervenuto a spostare sempre più verso destra i governi di Tel Aviv, anche se queste dislocazioni politiche esprimono solo una parte di realtà? Semplice, le guerre connesse all’esistenza di uno stato di Palestina, deciso peraltro dall’Onu, ebbero come effetto l’espulsione di ebrei da molti Stati arabi, tutti quelli dell’Africa settentrionale, in parte dall’Iran e dalla penisola arabica. Questi chiamati erroneamente da noi sefarditi, che designa solo gli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492, erano di lingua e di cultura araba, non avevano alcun collegamento con la cultura europea, a differenza dei fondatori di Israele. Circa un milione di questi ebrei di cultura araba si riversarono in Israele e portarono con loro alcune istanze diverse: tanto per dirne una, abbastanza fondamentale, non concepivano la separazione dei poteri religiosi da quelli statali.
Tenuti sempre a distanza dai governi come ebrei di serie B, tanto che scoppiarono rivolte e persino un terrorismo interno di marca orientale, avevano però una caratteristica in qualche modo esplosiva: facevano molti più figli degli ebrei diciamo così europei, tanto che adesso costituiscono il 62 per cento della popolazione. Per non parlare poi degli ultraortodossi, anch’essi piuttosto prolifici, che oggi sono il 20 per cento della popolazione. Questi non parlano nemmeno ebraico, ma yiddish ritenendo che la lingua liturgica non possa essere usata per indicare gli eventi e le cose della quotidianità. Ecco perché lo Stato di Israele si è trasformato senza che ne avessimo la percezione in qualcosa di molto diverso da ciò che era all’inizio. Ovvero uno stato teocratico più incombente di quello iraniano. Insomma Israele sta perdendo il suo quartiere europeo, tanto per rifarci alla battuta su Napoli e se Netanyahu può vantare ascendenze polacche, i suoi ministri più in vista e più collegati alla strage di Gaza, Ben-Gvir e Smotrich hanno origini curde e irachene o comunque una cultura formatasi a contatto con gli ebrei orientali. Al di là del genocidio che stanno commettendo, uno dei loro obiettivi è quello di sottoporre la Corte suprema di Israele al rabbinato.
Tutto questo ci spiega quanto sia diversa Israele dall’idea che ne abbiamo, o meglio che conserviamo tanto che la stessa parola sionista da che esprimeva il sogno di una patria per gli ebrei, ora è sinonimo di violenza e suprematismo che ne stanno mettendo in forse il futuro e la sua stessa esistenza. Qualunque ragionamento non può prescindere da questi dati di fatto, pena fare discorsi privi di senso e di contesto.


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