Viviamo in mezzo a segnali contraddittori e assurdi tra i quali si naviga a vista, senza avere alcuna bussola. Da una parte Washington ha praticamente messo l’Iran nelle condizioni di dover scendere in guerra, visto che non solo dovrebbe rinunciare  totalmente al nucleare civile e sanitario, ma anche privarsi di qualsiasi tipo di missile, rimanendo così indifeso. Dall’altra Trump si è preso due settimane di tempo per decidere e a quel punto Israele avrà finito i missili contraerei e sarà inerme contro Teheran, tanto più che nella prima azione, quella del 13 giugno che avrebbe dovuto essere decisiva, non ha colpito il nucleo della difesa e dell’industria militare iraniana, tutta sottoterra, ma ha fatto venire allo scoperto molte delle quinte colonne israeliane e occidentali che operano sul territorio iraniano, e dunque un secondo colpo di quel tipo non è più possibile. Così come si allontanano le speranze di un cambio di regime per il quale tali organizzazioni di infiltrati erano state create, finanziate, armate e accompagnate dalla solita cornice mediatica di dissidenti e di cronisti a pagamento di provenienza occidentale. Allora sarà guerra o pace per quanto precaria?

Da una parte il rischio di un intervento diretto per gli Usa è enorme,  visto il rischio  di sconvolgimenti anche sul piano economico che potrebbero affondare il potere e il prestigio di Washington, per non parlare della possibilità di conflitto nucleare generalizzato oppure di un’operazione di terra che sarebbe un bagno di sangue, una sorta di Afghanistan moltiplicato per diecimila e destinato al fallimento. Dall’altra c’è il fascino che le élite anglosassoni hanno per l’hearthland da parecchio più di un secolo: la sua più recente formulazione è quella di Zbigniew Brzezinski, esposta ne “La grande scacchiera”, secondo cui l’Iran è la chiave per controllare una porzione maggiore dell’Asia e quindi una porzione maggiore del mondo. L’obiettivo di un cambio di regime in sette Paesi del Medio Oriente e dell’Africa, incluso l’Iran, come riportato dal generale Wesley Clark, e le misure sostenute per smembrare i Paesi del Medio Oriente in feudi più piccoli, sono la realizzazione del piano. Ma a pensarci bene anche lo Stato di Israele ha l’unica funzione di essere la pistola fumante nell’area del petrolio in ragione di questo disegno, e la sua sopravvivenza, oltre al suo reddito, non è certo dovuta alla sua piccola e stentata economia, ma solo ai trasferimenti finanziari e militari dall’Occidente.

Sarà più forte il richiamo dell’esca o la paura di ficcarsi un amo in gola? La domanda serve a mostrare ancora una volta, esattamente come accade in Ucraina, come gli Usa si trovino dentro una palude: non possono smettere di sostenere Israele a causa della politica interna fortemente influenzata dalle lobby sioniste e dai vecchi sogni egemonici tanto a lungo coltivati, ma non osano inviare truppe e armi statunitensi in battaglia contro l’Iran anche perché i militari e l’intelligence dicono che  probabilmente alla fine gli Stati Uniti perderebbero. Inoltre posizionare le forze Nato vicino al confine con la Russia non funziona meglio in Iran che in Ucraina e adesso gli Stati Uniti si sono resi  conto che la Russia non è più solo una stazione di servizio, come dicevano nella loro logora stupidità, ma una delle tre superpotenze al mondo, e una tale provocazione è estremamente pericolosa.  I sostenitori di Trump sono divisi tra i sionisti cristiani che sostengono l’entrata in guerra e i sostenitori del Maga che vogliono restarne fuori ed è per questo che The Donald viene sballottato avanti e indietro, finendo per rilasciare dichiarazioni sciocche e contraddittorie che lasciano a bocca aperta e che danno l’impressione che ormai la terza guerra mondiale non sia più evitabile.

In realtà a Trump basterebbe non fare nulla, assumere il tono tonitruante che gli è proprio, mostrare i muscoli, mandare in giro navi, lanciare allarmi, senza mai togliere la sicura:  la semplice diminuzione di invio di armi a Israele e all’Ucraina aprirebbe naturalmente la strada alle trattative di pace. Purtroppo però non ha né l’abilità, né la possibilità di farlo, tirato com’è da tutte le parti  e adesso si aggrappa a Putin perché sia lui a trovare una soluzione. Ma chiedere all’arcinemico di venire in soccorso è in fondo la migliore e più conclamata  dimostrazione del declino statunitense e assieme della follia europea dedita alla sconfitta sempre e comunque, ma in ogni caso sempre più ai margini degli eventi. Napoleoni con lo scolapasta sulla testa.