Aprendo qualche giorno fa la Stampa, con supremo sprezzo del pericolo per la propria vita intellettuale, si poteva leggere un articolo in cui si diceva che la Russia era una tigre di carta e che l’Ucraina aveva tutte le carte per prevalere. Questa attenta analisi veniva fatta nel momento in cui i russi avanzavano lungo tutto il fronte e distruggevano decine di strutture militari del regime di Kiev e della Nato, facevano saltare un deposito per lo stoccaggio dei missili a Odessa, azione nella quale hanno perso la vita circa cento militari francesi e hanno annientato alcune strutture di assemblaggio dei droni. Per giunta, evento forse ancor più significativo da un certo punto di vista, il vice capo del reclutamento di Odessa è stato ucciso dai partigiani filorussi. Se a questo aggiungiamo il fatto che l’attacco terroristico, meticolosamente preparato per colpire la triade nucleare russa, ha fatto molto scalpore, ma nel complesso si è rivelato un fallimento.
Questo è solo un esempio della totale irrealtà in cui viviamo e in cui naviga il potere globalista che è ormai in grave crisi perché le sue promesse si sono rivelate illusorie, i suoi presupposti – utilitarismo e mercato – errati, il tentativo di mantenere in piedi l’iper consumismo a debito che è l’unica vera forma di populismo esistente, completamente fallimentare. Ciò in qualche modo è all’origine della frattura che si è creata fra Stati Uniti e Ue: gli Usa se la devono vedere con il loro debito di 36 trilioni di dollari che costituisce la metà del debito pubblico planetario, hanno un grave deficit commerciale e per giunta i valori azionari e obbligazionari sono del tutto scollegati dai profitti e del tutto disconnessi dai debiti che gravano sulle grandi aziende, 300 triliardi di dollari secondo un calcolo approssimativo. Insomma devono fare qualcosa per uscirne prima di un crollo, anche se non si sa bene cosa, ma in ogni caso è necessario arrivare gradualmente o a seguito di qualche evento traumatico – e almeno per questo in Occidente non mancano le competenze professionali – a una svalutazione del dollaro. I dazi non sono che una preparazione per questo scenario. Inoltre gli Usa hanno in qualche modo interiorizzato il senso di sconfitta. Come dice Emmanuel Todd: “la politica delle sanzioni ha dimostrato che il potere finanziario dell’Occidente non era onnipotente. Agli americani è stata ricordata la fragilità della loro industria militare. Chi lavora al Pentagono sa bene che uno dei limiti della loro azione è la ridotta capacità del complesso militare-industriale americano. Che l’America sia nel mezzo di una seria rivoluzione, in questo momento – facilmente paragonabile alla fine dell’Urss – è compreso da pochi”.
Si tratta della sconfitta di un intero modello, rimasto in piedi per molti decenni, anzi ormai da sessant’anni. Paul Walker ex presidente della Federal Reserve, ha affermato che ciò che tiene insieme l’intero sistema globalista è stato l’enorme flusso di capitali dall’estero (oltre 2 miliardi di dollari al giorno lavorativo) che ha sostenuto lo stile di vita confortevole e poco inflazionistico degli Stati Uniti. Ma certo tutto ciò ha causato guasti epocali.
Com’è ovvio, tutto ciò ha come conseguenza la perdita di potere delle centrali globaliste che negli ultimi decenni hanno accumulato risorse gigantesche con le quali favorire il passaggio a un mondo fatto a loro immagine e somiglianza. In Europa la crisi non è ancora così acuta perché in qualche modo una parte dell’economia produttiva si è conservata e perciò il globalismo ha tuttora una certa presa grazie soprattutto all’esistenza di una governance slegata dal consenso, come quella della Ue. Una delle vie d’uscita intraviste dalle élite è la continuazione di una guerra grazie alla quale mettere le mani sulle risorse rimanenti per continuare vanamente un gioco che si è già concluso. In aggiunta, proprio la psicologia della sconfitta rende pressoché impossibile comprendere gli eventi mondiali: la dissociazione quasi patologica dal mondo reale che la Ue mostra nelle sue parole e azioni è una barriera ancora troppo resistente. Chi capisce meglio le cose sono invece i ceti popolari – che in qualche modo sono già stati sconfitti tra gli anni ’80 e ’90 – e ora rifiutano di adeguarsi alle parole d’ordine anche quando si presentano circondate da rulli e tamburi o da illusionismi per strappare il consenso. Vedi referendum.


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I nodi di questa profonda instabilità in divenire stanno venendo al pettine.
Guerra commerciale, guerra civile, guerra mondiale a pezzi, fine anche della pseudo democrazia di facciata.
Possiamo notare che tutti gli eventi in corso sono legati: l’occidente che per procura dichiara guerra alla Russia, guerra civile strisciante negli usa e in parte della Ue, genocidio angloisraeliano su Gaza e possibile conflitto con l’Iran.
Ogni giorno si alza la posta e gli attori sembrano rilanciare nonostante in mano non abbiano nulla. Ma l’occidente piuttosto che perdere preferisce piuttosto la distruzione totale.
Un gioco ogni giorno più pericoloso…
Approfittando della loro egemonia militare gli Stati Uniti imposero il dollaro come valuta di riserva per le transazioni commerciali internazionali. I paesi se li procuravano vendendo i loro prodotti agli S.U. che divennero così il compratore di ultima istanza mondiale. Questo ai loro miliardari andava benissimo dato che gli permetteva anche di delocalizzare le aziende nei paesi più poveri abbassando il costo del lavoro ed aumentando di conseguenza i profitti. Così in pratica gli altri lavoravano producendo i beni e gli amerikani li compravano creando dollari, ma anche alla fine un debito mostruoso verso l’estero. Generare moneta senza un corrispettivo di beni concreti, ma solo per comprare quelli fatti da altri, genera inflazione che però in questo caso è stata nascosta nei mercati finanziari giacchè i paesi esportatori poi investivano il loro surplus di dollari nel debito Usa e in Wall Street. Perciò mentre le economie reali arrancavano asfittiche i titoli in borsa si gonfiavano a dismisura. Ma questo giochino non può continuare all’infinito perchè è come un palloncino che a furia di gonfiarlo poi alla fine scoppia. Trump ha cercato di metterci una pezza con i dazi, ma i mercati gli sono subito crollati ed ha dovuto immediatamente fare marcia indietro. Gli S.U. quindi si trovano intrappolati dentro una gabbia che si sono costruiti da soli e non sanno come uscirne, dato che il sistema classico per farlo è in genere una grande guerra planetaria che sparigli tutte le carte sul tavolo ricominciando da zero. Questa però con le armi nucleari esistenti oggi non è possibile farla.
Ma c’è di più, perchè essi hanno tenuto il controllo sui prodotti di alta tecnologia che li mantenesse in una situazione di predominio, ma anche su questi stanno perdendo il primato, principalmente a causa dell’ascesa tumultuosa della Cina. Trump fin dal suo primo mandato ha cercato di ostacolarla ma ha ottenuto solamente di far accelerare ai cinesi gli sforzi per rendersi indipendenti. Gli S.U. hanno ancora un leggero vantaggio che però si sta rapidamente esaurendo dato che tra l’altro gli mancano le risorse umane qualificate che invece abbondano sempre più in Cina. Alla fine la Silicon Valley farà la fine di Detroit divenendo un cumulo di aree industriali dismesse. L’impero nordamericano sta ballando sul titanic e la sua fine si approssima mentre le scorreggine europoidi sue ignobili serve ancora si illudono di potersi salvare arraffando i beni russi con la speranza di poterla esaurire con le sanzioni e con la guerra. Idioti.
Il più grande spettacolo dopo il big bang, canta Jovanotti, ma non saremo io e te bensì l’implosione di un impero mondiale causata dalla sua stessa grande avidità e superbia.
La prego di non chiamare élite, come orami avviene costantemente e dappertutto, la porzione peggiore della società: politici, investitori finanziari, inventori e propagatori di macchinismi digitali… La lingua italiana è così ricca: consorteria, cricca, fazione, lobby (che deriva dal latino), combriccola, mafia, partito, loggia, banda, marmaglia ecc.
Né appare rassicurate appoggiarsi sulla teoria di Pareto, secondo cui l’élite rappresenta non la parte virtuosa della collettività ma quella che detiene il potere. Pareto avrebbe potuto, con più modestia e non cedendo alle lusinghe dell’originalità, usare la terminologia platonica o aristotelica per definire costoro, senza arrogarsi il diritto di dare ad un termine antico un nuovo significato politico. Il termine élite rimanda alla tradizione ebraica e cristiana: «Multi sunt vocati, pauci vero electi» (Mt 22, 14) ed ha un’esclusiva connotazione spirituale.
Concordo totalmente su quanto dici circa l’élite. E’ un po’ la fine che ha fatto il termine “casta”, anche questo usato per definire malamente una collettività che detiene dei privilegi, mentre costoro, questi orrendi “mleccha”, non sono in realtà che degli “avarna”.
La Stampa un tempo soprannominata “la busiarda” dopo ultimi facondi direttori… carte in regola per essere definita “la surreale”!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/
…. Ma ceerto tutto ciò a causato guasti epocali….
Correggere, grazie
un grazie alla redazione