L’ipocrisia è divenuta il cibo intellettuale dell’Occidente, dimostrando che la stessa architettura culturale, sociale e giuridica non è altro ormai che un trompe l’oeil, un’impalcatura dietro la quale non c’è davvero più nulla se non muri diroccati e mucchi di rovine sui quali si deposita la polvere luccicante degli slogan, delle frasi fatte, delle formulette idiote di cui si cibano gli zombi. Si potrebbero fare mille esempi a cominciare dall’incremento della guerra in Ucraina dove un’amministrazione sconfitta dagli elettori cerca di mettere il prossimo presidente con le spalle al muro, creando una situazione estremamente pericolosa dove ogni possibile pace rassomiglia a una sconfitta per non dire dell’assoluta e sorprendete immondizia intellettuale secondo cui la libertà di espressione è tossica, o dell’inquisizione di cittadini che hanno espresso pareri negativi sul milieu politico del loro Paese.

Ma questa volta voglio prendere ad esempio il Washington Post che notoriamente è uno dei giornali di proprietà del sinedrio globalista nordamericano (legato alla finanza tramite Bezos e alla Cia) che dà la linea a tutta l’informazione occidentale. Ebbene questo giornale si scaglia contro la sentenza emessa contro Netanyahu e Gallant dalla Corte penale internazionale (Cpi) cercando di addurre argomentazioni bizantine per sostenere quella che è semplicemente la rabbia di constatare che anche queste corti che una volta giudicavano solo i nemici di Washington, ora sono costrette dallo spirito di un mondo multipolare in crescita, a giudicare anche gli amici.
L’argomentazione che l’articolo cerca di sostenere è irrilevante e non ha nulla a che fare con la sentenza della Corte o con la realtà dei fatti: Israele – si dice – non aderisce alla Cpi e i mandati avranno un effetto pratico limitato, come la praticabilità della decisione ne inficiasse il giudizio morale e giuridico. Inoltre si afferma, con una faccia tosta senza limiti, che la Corte internazionale può intervenire solo quando i Paesi non hanno mezzi o meccanismi per indagare su se stessi e questo non sarebbe il caso di Israele. In pratica ciò significa che la Cpi non potrebbe giudicare alcun Paese visto che, teoricamente, anche la più feroce dittatura ha comunque strumenti giuridici che al limite potrebbero intervenire. Ma la cosa assurda è che la Corte stessa nella sua sentenza ha fatto notare che proprio Israele ha sospeso l’esame delle richieste di mandato di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, presentate dalla Procura il 20 maggio 2024. Non solo, ma il governo israeliano ha sanzionato il quotidiano Haaretz per aver fatto commenti inappropriati riferendosi ai “combattenti per la libertà” palestinesi.

Oddio questi mangia hamburger a sbafo rispetto al mondo intero, ammettono che Israele, agendo impunemente, sta deliberatamente provocando una carestia e tuttavia la loro conclusione è di una metafisica ipocrisia: “Gli sconsiderati (sic!) mandati di arresto contro Israele non fanno altro che dare al signor Trump una nuova ragione per fermare la cooperazione americana con la Corte, in un momento in cui è necessario che Russia, Sudan, Myanmar e altri conflitti in altri luoghi vengano sanzionati”. Proprio è più forte di loro esprimere una dignità che vada oltre la violenza e il controllo che essi vogliono esercitare dovunque e arrivano anche ad appellarsi a Trump, il loro acerrimo nemico e il Satana di una supposta democrazia, pur di preservare il sionismo da ogni possibile giudizio. Si potrebbe dire icasticamente che è gente di merda, se non fosse che con questo si finirebbe per offendere gli innocenti escrementi. E poi sono ancor peggio quelli che sventolano la bandiera palestinese, ma poi aderiscono alla cultura globalista che è proprio quella che ha espresso un anno di genocidio trasmesso in diretta 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ma per carità se si contesta si è certamente razzisti e fascisti, per cui state bene attenti a non pestare questa ipocrisia.