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Corea, la guerra dimenticata

macarthur61La mattina del 4 novembre di 66 anni fa il decimo corpo dei marines  iniziò, assieme a tutta l’ VIII armata Usa, una precipitosa ritirata per non essere accerchiato dalla XIII armata cinese e con l’estremo valore che contraddistingue nei film questi combattenti d’elite (vedi nota),  i comandi mandarono un reggimento turco a sacrificarsi per poter far scappare i soldati dalla sacca del fiume Yalu. Non si fa fatica a comprendere perché la guerra di Corea sia quasi da subito entrata in una sorta di limbo della memoria: all’America neo imperiale non conveniva raccontare troppo la prima vera sconfitta campale contro le truppe male armate dell’appena nata Repubblica popolare cinese, né il fatto che alla fine si arrivò a un compromesso solo per evitare un conflitto nucleare visto l’impossibilità di risolvere la faccenda con i mezzi convenzionali. E con il regalo del maccartismo come conseguenza. D’altronde anche in campo comunista si preferiva glissare e minimizzare  visto il dissidio nato tra Stalin e Mao proprio in merito all’intervento di salvataggio della Corea del Nord.

Tuttavia non è della guerra guerreggiata che mi preme parlare in questa sorta di “anniversario “, ma di come si arrivò allo scontro, perché la dinamica degli eventi rassomiglia molto a quelle attuali e la loro analisi può essere un contributo a capire cosa possa accadere domani. Dunque alla conferenza del Cairo gli alleati con aggiunta della Cina si accordarono sull’indipendenza della Corea che già da 70 anni era occupata dal Giappone. Ma già all’indomani della fine della guerra si vide che fine avrebbe fatto quell’accordo: i russi scendendo da nord e gli americani risalendo da sud si incontrarono intorno al 38° parallelo dando vita a una  spartizione di fatto che si diceva sarebbe stata superata grazie ai buoni uffici dell’Onu. Non fu così perché nel frattempo l’inizio della guerra fredda non permise l’elezione di un governo unitario, ma in realtà fin da subito, fin dal settembre 1945 il generale  John Hodge, governatore militare appena nominato, disse che la Corea doveva considerarsi un nemico degli Usa a causa della presenza di molti militanti comunisti anche al Sud e perciò come rappresentante del cosiddetto campo della libertà preparò la spartizione prima ripristinando il potere dei precedenti gerarchi giapponesi o legati strettamente al Giappone, poi mettendo in piedi una sorta di parodia democratica con l’istituzione del Korean Advisory Council del quale fu chiamata a far parte una schiacciante  maggioranza di latifondisti, affaristi, ufficiali del regime coloniale.

Da questa sorta di  mostro rimasero fuori i membri del Prk, ossia del governo provvisorio coreano, l’unico avente idealmente diritto, che del resto il governo militare accusava di sospetto comunismo.  Da questo ” Council” nacque nell’agosto del  1948 un assurdo governo coreano del Sud, guidato dal presidente dittatore Syngman Rhee, nazionalista di sangue reale allevato a Washington, (responsabile di innumerevoli torture e del  massacro di Jeju, dove vennero uccise 30 mila persone per sedare una rivolta della popolazione e che fino agli anni ’60 si faceva rieleggere uccidendo i suoi avversari) Il quale  rifiutò di fatto l’unificazione e cominciò la repressione dei comunisti. Cosa che un mese dopo portò alla dichiarazione di sovranità della Corea del Nord. Insomma la divisione del Paese era stata perseguita fin dai primi giorni in ragione degli interessi strategici e ideologici di Washington, anche a costo di ridare il potere alla stessa classe dirigente del colonialismo giapponese, dopo averlo demonizzato. Qualcosa che del resto è accaduto anche in Europa, sotto forme parzialmente diverse, dove gli Usa hanno fatto sì che la denazificazione  e la defascitiizzazione, si limitassero ai soli vertici, ma senza toccare gli apparati che erano necessari a impedire che una sovranità reale e popolare facesse fino in fondo il suo gioco con tutti i rischi per il neo impero. Su questo si potrebbe discutere per giorni se non per anni, ma tornando alla Corea troviamo lo stampo che appena rivisto, aggiornato e adattato alle nuove realtà è stato applicato e viene applicato  in Medio oriente, Sud america, Ucraina, Balcani, Africa.

Se si leggessero le cronache del dopoguerra, si vedrebbe che tutta la narrazione della vicenda coreana è interpretata alla luce di una sedicente libertà e democrazia quando in effetti si trattava semplicemente di una sostituzione di padrone. Governi militari dopo le tempeste nel deserto o nei mari, recupero sotto altra forma dei vecchi regimi, opposizioni “popolari” ad hoc, democrazia a la carte e assai spesso dissidenti “sicuri e garantiti” allevati in Usa. Lo scopo finale è sempre una qualche spartizione, con la consueta eliminazione di qualsiasi elemento unificante,  che consenta la tutela perpetua. Una filosofia che da una parte si serve del nazionalismo dall’altro ha lo scopo di negare ogni sovranità che si opponga all’aristocrazia del denaro e alle sue leggi proclamate universali: le elites si servono di una nazione e dei peggiori istinti del nazionalismo, per affermare il globalismo del pensiero unico e del potere economico.

Nota. A questo proposito va ricordato che persino la divisione Livorno, pur in gravissima carenza di armamenti, praticamente senza copertura aerea e con il morale che si può immaginare a metà luglio del ’43, stava per ributtare a mare gli americani davanti a  Gela. Fu soltanto l’intervento massiccio delle artiglierie di grosso calibro di decine di navi a scongiurare il fallimento dell’operazione.

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