Largo ai tecnici del malaffare

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Prendete uno un po’ fanfarone, belloccio, sgargiante, abbronzato, azzimato, affabulatore. Immaginate che incantati da quella sua aria dinamica, sempre affaccendata e burbanzosa, gli affidiate la vostra drogheria ereditata dai nonni.  E scoprite che dopo tante promesse di fasti e profitti invece ha accumulato solo debiti: il magazzino è vuoto, il fondo è ipotecato.  E lui vi dice che si ritira dagli affari, deluso che non gli rinnoviate il credito, stizzito, amareggiato e incompreso. Ed ecco che invece di ritrovarlo mentre coltiva un orticello, vive di modesti espedienti, appartato e dimesso venite a sapere che   è diventato il consulente del grande supermercato cittadino.

Non stupitevi: succede, è successo. È successo a Diego Cammarata ex sindaco di Palermo eletto nel 2011  al primo turno, con il 56,1% dei voti, subito riconoscibile per non aver rinunciato   all’indennità da parlamentare, infrangendo una prassi di incompatibilità  sancita dalla Costituzione. E inaugurando così una pratica  presto seguita da altri   sedici parlamentari. Rieletto nella consultazione del 2007 si fa nuovamente riconoscere per supposti brogli elettorali: vengono   arrestati due presidenti di seggio che, nelle elezioni del 2007, avrebbero falsificato 580 schede favorendo una lista che lo appoggiava e nell’ottobre 2008 vengono arrestati altre tre persone appartenenti a una lista di ssotegno, Azzurri per Palermo,   per aver falsificato 450 schede elettorali. Nel 2008  proprio mentre  la Corte dei Conti apre una indagine per danni all’erario e   eventuali reati connessi alla istituzione della ZTL,   l’Amministrazione comunale   è   investita dagli scandali: quello relativo alla precedente gestione dell’Amia, azienda ex municipalizzata per la raccolta dei rifiuti cittadini passata in breve tempo da un bilancio in attivo ad un buco di centinaia di milioni di euro,  quella sulle imbarazzanti amicizie del sindaco, in stile Formigoni,  e su una barca di sua proprietà ma “gestita” da aziende pubbliche, e quella sulla discarica palermitana di Bellolampo, che lo conduce a una accusa   di truffa, abuso d’ufficio, disastro colposo, inquinamento delle acque e del sottosuolo, gestione abusiva di discarica, gestione non autorizzata di rifiuti speciali e traffico di rifiuti. La lista è lunga e  comprende  abuso d’ufficio e per non farsi mancare nulla   anche violenza privata. Dimessosi nel gennaio 2012 la sua risentita eclissi dura poco, se l’ex sindaco forzista ha ottenuto un distacco al Senato: Cammarata, professore di scuola media superiore, finito il suo mandato da primo cittadino invece di tornare a insegnare assume un incarico  a Palazzo Madama come consulente del senatore questore Pdl Angelo Maria Cicolani con il quale collabora – ma guarda un po’ – per la redazione di un disegno di legge sulla spending review negli enti locali.

Si vede che si è affermata una decodificazione aberrante dei valori e del significato della “competenza”. Si vede che per affini, affiliati a un gruppo, affratellati in una associazione, per simili, empatici o perché no? complici, competenza vuol dire avere maturato esperienze, collaudato conoscenze, accumulato pratica e non importa se sono negative, se si tratta di insuccessi clamorosi, se si meritano riprovazione e condanna più che encomio e  apprezzamento.

Ne è convinto  il Cicolani, che  ha “voluto utilizzare nell’ufficio di Questura le conoscenze giuridiche e amministrative dell’avvocato Cammarata”, che conosce e apprezza da moltissimi anni.  “Il contributo dell’avvocato Cammarata, dice  è positivo e produttivo”.  E infatti chi più di lui ha navigato i rivoli della “spesa” pubblica, esplorato gli abissi che ingoiano quattrini dello stato e dei cittadini, praticato utili e  proficui sodalizi nel redditizio sottobosco della macchina amministrativa?

Interpretazioni superficiali di questo non sorprendente impiego di fruttuosa professionalità, lo imputano a uno spirito di clan “palermitano”. Magari fosse un uso territoriale, magari fosse un’indole confinata in una geografia. È che se le mafie vogliono integrare procedure, forme e strumenti legali oltre che leciti per occupare meglio i gangli della vita economica, politica e civile, il ceto dirigente sembra sempre più incline a far suoi i principi e i valori delle mafie: affiliazione, appartenenza, distorto senso dell’onore e dell’amicizia, uso del ricatto e dell’intimidazione.
Una volta entrati in uno dei luoghi della politica, pensano di aver  acquisito il diritto di non uscirne mai più, fino a quando provveda la natura. I ceti o le caste delle società premoderne erano stratificazioni sociali alle quali si apparteneva dalla nascita alla morte. Oggi, al ceto politico di regola non si appartiene per diritto di nascita, anche se non manca, anzi si moltiplicano i casi di nepotismo, di familismo e di trasmissione ereditaria delle cariche politiche.  “Si entra”, “si scende”, si è “incaricati”   e una volta entrati non si vuole più stare fuori dal giro  di potere, che si chiama “giro”  perché l’appartenenza fa circolare, avvitare, consistere e sussistere senza uscita.  E  se chi è fuori costituisce un potenziale pericolo, un’insidia per la  posizione acquisita, chi è  annesso  impedisce  accessi non graditi    e assimila solo gli affini, gli ubbidienti e i funzionali,  gli amici, insomma, in modo che gli equilibri acquisiti non siano scossi, in una empia sclerosi della politica e della società, dalla quale i cittadini vengono umiliati ed esclusi.  Amici tra loro, nostri nemici.

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