Nuova protezione civile: c’è il terremoto? Cazzi vostri

Licia Satirico per il Simplicissimus

Una piccola scossa di terremoto nella zona dell’Etna saluta il ritorno della tassa sulla disgrazia. L’imposta, già bocciata dalla Corte costituzionale, si ripropone con una serie di varianti peggiorative. In caso di terremoto, alluvioni o altre catastrofi naturali lo Stato non pagherà più i danni ai cittadini, i quali potranno però rivolgersi ad assicurazioni private. Questo, in estrema sintesi, è quanto prevede il decreto di riforma della Protezione Civile varato nei giorni scorsi dal governo mentre il Paese era distratto da calamità innaturali di presunta matrice anarco-terroristica.

Le risorse per fronteggiare i disastri giungeranno alle Regioni unicamente dall’aumento delle accise sulla benzina. L’aumento sarà “volontario” e non più “obbligatorio” (come nella formula già dichiarata illegittima dalla Consulta), e tuttavia è improbabile che le Regioni rinuncino a rimpinguare le loro esigue casse dopo aver fatto fronte a spese che lo Stato non intende più pagare. Gli interventi dello Stato, previsti per i soli eventi catastrofici interregionali, saranno comunque finanziati dalle solite tasse sulla benzina.

In attesa di capire se un nuovo aumento della benzina sia da annoverare tra le catastrofi artificiali, non abbiamo nemmeno il tempo di sorprenderci: l’atrofizzazione dello Stato sociale è la prima conseguenza di quel pareggio di bilancio in Costituzione che ci siamo precipitati a formalizzare proprio quando altri Paesi intendono rinegoziarlo.
I residenti in zone sismiche saranno “accisi” del tutto dalla stipula di nuove polizze antidisastro: anche questa assicurazione, beninteso, sarà “volontaria” e coinvolgerà solo i cittadini pronti ad accollarsi i costi della previdenza antisciagura in aggiunta all’Imu e all’eventuale mutuo sulla casa potenzialmente minata da calamità. Ora corriamo quindi il pericolo di affrontare Imu, Imu Bis e Imu Fu nell’ipotesi di cataclisma: la casa ai tempi dell’austerity costa quando c’è e pure quando non c’è più.

Un’ulteriore discriminazione si profila tra chi vive in zone a rischio e chi risiede in territori tranquilli e, soprattutto, tra chi potrà permettersi di pensare al dopo-disgrazia e chi considera disgrazia in sé un presente di stenti, in cui persino la calamità resta vuota di significato. Non osiamo immaginare l’entità dei premi assicurativi nelle zone interessate dalle più eterogenee sciagure naturali: serviranno a poco le eventuali agevolazioni fiscali che il governo, entro i prossimi novanta giorni, potrebbe accordare a chi si assicura.
Franco Gabrielli parla di passaggio inevitabile: «lo Stato non è più in grado di fare investimenti sulle calamità. L’Aquila è stata l’ultima azione di intervento della Protezione Civile sulla popolazione». Certo, pensando all’Aquila vien quasi da tirare un sospiro di sollievo. Erano i tempi lucrosi in cui la Protezione Civile si occupava di calamità e di grandi eventi, trasformandosi in agenzia pubblica appaltante in deroga alle procedure ordinarie. Il resto è storia: Grande Evento è stata la ricostruzione allegra di una cricca di imprenditori ammanicati a Bertolaso, crogiolati dai massaggi del Salaria Sport Village mentre L’Aquila veniva devastata da accampamenti e new town. Il presidente operaio prometteva nuove case e visitava i cantieri, mentre il centro storico restava abbandonato al suo destino di polvere. Da una Protezione Civile così era opportuno essere protetti.

Ora Monti esercita la spending review sulle sciagure: un dato da brividi in un Paese funestato costantemente da sismi, alluvioni, eruzioni, esondazioni. La fuga dello Stato dalle sue responsabilità fa più paura della tremenda espressione “investimenti sulle calamità” usata da Gabrielli. Dato che l’Italia non investe più in disgrazie, speriamo almeno che investa per l’avvenire in cultura, sanità, ricerca, istruzione. Noi restiamo perplessi, tartassati, confusi pensando allo scempio dell’Aquila e allo spettro del nulla che ci attende: nel nostro Paese lo Stato assente è calamitoso quanto quello fin troppo presente.

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