Il 13 febbraio dell’anno scorso i cittadini di Berlino,  hanno votato per il ritorno totale dell’acqua in mani pubbliche, con una maggioranza che dire schiacciante è poco: il 98,2%. Un dato comprensibile a fronte di due dati: le bollette in una decina d’anni erano aumentate del 35% pur essendo la città ricchissima di acqua, mentre le società che erano entrate con il 49% nel servizio idrico (Rwa e Veolia, quest’ultima interessata anche all’Italia) avevano realizzato molti più utili del 51% pubblico, praticamente mangiandosi tutti gli aumenti e sottraendo così grandi risorse alle casse cittadine.

Ora questo è accaduto nella città più grande del continente europeo (il territorio comunale è nove volte quello di Parigi) e nella capitale della Germania che non solo detta la politica economica, ma che sembra fornire ispirazione al nostro governo. Dovrebbe essere un motivo in più per non tentare di forzare e manomettere  il referendum che pochi mesi dopo quello di Berlino ha sancito anche in Italia la volontà di non affidare a voraci società private, peraltro in massima parte straniere, l’acqua che è un bene comune. Invece il governo dei tecnici che finora non hanno risolto nulla, pensano di privatizzare l’acqua immolandola a un ipotetico rilancio del Paese, basato sulle parole d’ordine del liberismo.

E così un Parlamento ridotto ad essere la voce di un lobbismo selvaggio e improprio, non solo si appresta ad abbandonarsi per mancanza di idee e di cojones, al vacuo mantra delle privatizzazioni che in Italia sono state massicce negli ultimi 15 anni con il risultato della crescita zero, ma anche di affossare la democrazia reale che si è espressa nei referendum appena pochi mesi fa. Il disegno è quello di fare gli interessi di se stessi o delle proprie  convinzioni instaurando una specie di dittatura della necessità.

Ma necessità di che? La vicenda di Berlino e anche quella di Parigi dove è avvenuta la medesima cosa, dimostra che nel medio periodo le privatizzazioni dell’acqua appesantiscono la condizione dei cittadini con bollette più pesanti e aggravano la situazione dei conti pubblici perché la parte del leone la fanno i privati. Sono necessità a la carte che vanno dietro a interessi precisi e che in cambio di un beneficio momentaneo creano ancora una volta speculazione, sudditanza e recessione. Per non dire che questi ulteriori legami pubblico-privato peggiorano quella opacità plumbea di rapporti nella quale siamo immersi con il codazzo di fondi dietro cui si nascondono soci occulti e  gli stessi istituti bancari ed enti locali che premono sulla privatizzazione.

Non so in che termini possa essere ignorata la volontà popolare in maniera così clamorosa: una delle due leggi abrogate dal referendum sull’acqua aveva caratteri generali e tali da non poter essere ripristinata nella sua sostanza senza un grave vulnus della democrazia. E temo che il farsi scudo di ipotetiche necessità sia un’offesa   all’intelligenza dei cittadini. Mi permetto di dubitare che esistano vitali imperativi, così  come dubito che licenziamenti più facili, liberalizzazioni di tassisti e farmacie siano la panacea per la crescita: stuzzicandenti contro il drago nella migliore delle ipotesi, viatico per capitali speculativi già pronti nella realtà.

Qui  si può firmare l’appello che a questo è non solo per l’acqua pubblica, ma anche per la democrazia. Un governo tecnico non può abrogare di fatto i risultati di un referendum, appellandosi tra l’altro a quel mercato che non sembra dargli affatto retta. Ma temo che non sia più questione di firme, ma di ribellarsi alla dittatura del mercatismo cieco e sordo ad ogni diritto, a ogni senso della comunità, proprio quello che ci ha trascinato in questa condizione. E’ ora di dire ai medici che comincino a curare se stessi.