Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anticipo a ogni buon conto che ci vado ci vado alla manifestazione, ogni segno di vitalità e partecipazione suscita il mio entusiasmo e una certa nostalgia di militanza.
Ci vado.
Ma siccome a differenza di altri non sono solita esaurire la mia appartenenza alla polis mediante adesione e passeggiata in buona compagnia a una giornata di festa e di lotta, anzi di sdegno, che ormai è parola molto impiegata per non dire abusata, risento di dovere civico di fare qualche osservazione.
Leggo su bacheche di amiche del social network in vari blog e ne sono stata beneficiata anche in mail personali affermazioni molto assertive che susciterebbero l’ammirazione invidiosa di chi come me non ha proprio così tante certezze, se non contenessero alcune sfumature che vanno dall’intimidazione alle non allineate al vecchio ben noto terrorismo culturale.
Moniti estremamente energici vengono rivolti dalle monopoliste dell’indignazione a quelle che in odor di critica magari anche solo per l’altezza dei tacchi o per difesa corporativa di una insonnia cominciata circa 17 anni fa, o per poca inclinazione al color bianco, o per un attaccamento tenace a mascara e belletti, per non dire alla seduzione e alla civetteria, insomma a quelle che esprimono una qualche obiezione, magari anche solo attinente ai toni alle parole d’ordine o agli strumenti di una protesta talmente condivisa e matura da sembrare francamente ovvia e soprattutto un bel po’ tardiva.
Le bacchettate (da intemerata mi verrebbe da dire delle neo bacchettone) sono dispensate per delitto di lesa maestà delle leader autonominate e autoproclamate, grazie alla “comodità” di stare in tribune strategiche (soprattutto rispetto alle operaie di Pomigliano, alle migliaia di insegnanti sabotate dalla Gelimini a milioni di casalinghe escluse controvoglia, chiamate a svegliarsi come se non lo fossero già) e vogliono suscitare sul web e non solo riprovazione e condanna la critica anticamera fisiologica di frazionismo per non dire connivenza con il nemico.
Allora ricordo che questo Paese è pieno di donne e diosanto anche di uomini che vorrebbero rendere «più civile, più ricca e accogliente la società in cui vivono come recita l’appello, e che lo vorrebbero da anni consapevoli che bisogna abbattere un regime e mandare a casa una classe indegnamente dirigente, colpevole di aver eroso il futuro e svuotato utopie e visioni, togliendo credibilità alla politica e dignità, a lavoro, a informazione e cultura e partecipazione.
Si l’Italia è ricca di persone indignate dalla politica economica del governo incapace di disegnare uno sviluppo equo e misure per fronteggiare la crisi, consegnato a imprenditori poco avveduti e irresponsabili, lesiva dei diritti e dei valori del lavoro. Dalla politica estera che produce insensate missioni seducentemente di pace a copertura di patti scellerati con despoti in società col premiee. Dallo sfascio della scuola dal depauperamento della cultura e dagli affronti a bellezza e ambiente naturale. Dal personalismo, dagli accordi opachi con discutibili cricche, dal prepotere mediatico. Dalla catastrofe di alcuni servizi di prima necessità. Dagli attentati all’assetto istituzionale e alla sua carta in favore di soluzioni autoritarie. Dall’approccio clientelare e omertoso con cui si sono affrontate emergenze alcune delle quali rese tali dall’incapacità di prevenire e risolvere.
E a proposito di temi di interesse “privato” quelli attinenti alle persone ai diritti a alla dignità, ci sono molte moltissime persone sdegnate da leggi inique o dall’emarginazione imposta al Paese rispetto al consorzio civile dei popolo grazie alla disattenzione o al rifiuto di legittime istanze: unioni di fatto, pillola del giorno dopo, fecondazione assistita, diritto a una vita e a una morte dignitosa e così via.
A me e a molti altri, donne e uomini, sembra che siano queste prima di tutto le ferite inferte al Paese, alla sua credibilità e a quelle delle sue istituzioni da un premier e dai suoi famigli in odore di mafia ben più che di disordinata alcova.

“E’ questa la mentalità e sono questi i comportamenti che stanno inquinando la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione», si, concordo con l’appello che recita proprio così, ma estendo questa considerazione a tutto l’operato del governo e a tutto lo sconsiderato dinamismo del presidente e non solo alle sue distorte abitudini sessuali e alle loro ricadute.
Invitata a dissociarmi da chi «vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale», andrò dunque alla manifestazione, certo, ma con il malessere di sentirmi anche io pedina di un giochetto pruriginoso che potrebbe a far dietrologia essere stato messo su proprio da un lele mora particolarmente vispo e lungimirante per distrarre opinione pubblica, donne e uomini dal ben altro che si è consumato per 17 anni. E che frazionismo e divisioni ne potrebbe produrre: donne contro uomini nella vecchia guerra dei sessi, cittadini contro politica, donne illuminate contro donne escluse, femmine da letto contro femmine da famiglia, moralismo contro disubbidienza, in una paccottiglia questa sì estremamente retriva.