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Servitù volontaria da virus

13clt2-f01Più vado avanti e più rivaluto ciò che a suo tempo non mi sembrava degno di particolare attenzione. Per esempio quella frase nell’ Anti Edipo di Gilles Deleuze e Félix Guattari  che  diceva “le masse non sono state ingannate.  a un certo punto, in certe condizioni, volevano il fascismo ed è questa perversione del desiderio gregario delle masse che deve essere spiegata ”. Una posizione che riassume e attualizza Spinoza il quale si domandava perché gli uomini combattessero per la loro servitù come se si trattasse della loro libertà. Ed è un interrogativo che mai come oggi sembra incombere, perché la propaganda finché si vuole, il martellare a lutto, le cifre sparate senza senso e senza ritegno come in una lotteria, tutto questo di certo conta, ma non si può prendere in giro tutti o quasi per molto tempo e credo che le persone abbiano avuto tutto il tempo di comprendere che il coronavirus non costituisce il pericolo che si vuole far credere e di certo la sua patogenicità scarsa o addirittura nulla per il 99,4 per cento delle persone, non giustifica il panico o le misure prese contro la sua diffusione che hanno di fatto interrotto le costituzioni, annullato le libertà più elementari, fatto crollare le economie  e messo in moto perversi affari a metà tra sanità deviata e controllo di popolazione che si tenterà di imporre dopo l’estate all’arrivo delle prime influenzine rispolverando il mostro o riproponendo la macchina della paura con qualche altro rappresentante dell’infinito pool virale.

Chi vive in Usa ha anche avuto modo di constatare come tutta la macchina della propaganda pandemica si sia completamente arrestata allo scoppio dei primi moti dopo l’assassinio di Floyd, come se la pandemia terribile e priva di scampo al mattino  fosse di nessun conto a mezzogiorno, salvo tornare a fare capolino due settimane dopo con l’abbassarsi della tensione: un indizio fin troppo chiaro della forzatura che viene attuata. E tuttavia c’è quasi la volontà di credere nel Covid, come se da qualche parte della loro mente le persone non riuscissero a sottrarsi al totalitarismo patologico, come se  esso fosse persino desiderato e valesse la pena di inaugurare la caccia ai dissidenti o quelli che non vogliono i distanziamenti sociali e le inutili mascherine come loro simbolo.  Come se quel “nulla sarà come prima” fosse una speranza e non invece la palese promessa  di un nuova cattività. Nessuno ha detto esattamente cosa sarebbe successo, anzi abbiamo assistito a una ridda di ipotesi spacciate per verità di volta in volta diverse, stupidaggini numeriche, allarmi, totale scomparsa di qualsiasi altra patologia, eppure  la stragrande maggioranza delle persone più che credere a tutto questo incredibile Barnum, ha voglia di crederci e dunque ha deciso di obbedire all’ordine di stare zitta e di seguire le misure di contenimento per quanto assurde, idiote e inutili possano essere.

Si potrebbe anche pensare che l’angoscia accumulata dentro il sistema neoliberista sia di tale forza  che il dramma annunciato arrivi persino ad essere visto come liberatorio: che l’accettazione della repressione possa in qualche modo surrogare un senso comunitario andato perduto, ma vissuto paradossalmente solo attraverso la contemporanea assunzione del nemico senza mascherina e negazionista delle fesserie vomitate dalla grande informazione: oppure percepito come una sosta nella macchinazione desiderante del capitalismo nella sua dimensione consumistica, insomma una vacanza dal desiderio. Quasi verrebbe da pensare che il nulla asfissiante nel quale si vive possa essere riempito di “qualcosa” magari terribile, ma comunque qualcosa. D’altronde non esistendo da qualche parte un dittatore visibile tutti diventano in un certo senso portatori del totalitarismo patologico e dunque si sentono politicamente corretti e in qualche modo liberi.  Tale interpretazione sconfesserebbe Deleuze e Guattari, il cui libro del ’72 rimane pur sempre uno zibaldone indigesto nel quale ogni frase è notevole e l’insieme inutile, ma insomma potremmo trovare mille ragioni e teorie di questa resa, ma di certo al fondo si può scorgere un fondo settario e rituale nella sottomissione, quasi un apparato religioso che ha i suoi testi sacri in un scienza completamente snaturata e produttrice non di dubbio, ma di dogmi, con i suoi vescovi in forma di virologi da salotto, i suoi sacerdoti dell’intellighenzia proni a smentire tutto ciò che avevano detto fino a pochi giorni prima e i suoi missionari,  con la sua terra promessa, ovvero il vaccino che rischia di diventare il vitello d’oro. E lo stesso accade per altri capitoli della mediocrità contemporanea: vediamo gente che s’inginocchia contro il razzismo, inventando una liturgia azionista al posto di un cambio di sistema.  Pare proprio che l’era contemporanea sia quella della genuflessione perché una società privata di speranza e di ragione non può che vivere di idolatrie il cui carattere è quello di non poter essere messe in discussione. sono la forma di identarismo globalizzato.

Del resto è evidente che si tratta di una condizione non recuperabile dentro il contesto dell’ubbidienza: il “virus mortale” potrebbe essere  qualsiasi  virus, qualsiasi agente patogeno che il potere può mettere in campo ogni qualvolta possa apparire opportuno e vantaggioso, sia che si tratti della irrequietezza dei ceti popolari e medi, sia che si tratti di un governo sgradito o di nuove mattanze sociali. Darsi per malati non guarisce da nulla.


Illusioni di seconda mano

im verAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un giovane animale metropolitano torna a New York con la sua garrula e ambiziosa fidanzatina conosciuta nel remoto college dove ha deciso di relegarsi, alla quale vuol regalare le emozioni che ha trasmesso, come una pedagogia emozionale, la città a un giovane Holden più di sessant’anni dopo: la pioggia insistente e insinuante, quei bar intimi e bene illuminati, come li definiva Hemingway, la colonna sonora  che già accompagnava gli ultimi fuochi e le feste dove splendevano le fanciulle gardenia, l’incanto di luoghi segreti da rivelare perché diventino il palcoscenico di incontri e l’epifania di sorprendenti affinità.

Capiamo appena lo conosciamo che  Gatsby, così si chiama il protagonista di Un giorno di pioggia a New York, è un indigeno degli attici di Manhattan, una seconda generazione di rampolli cresciuta nel delfinario dei privilegiati o meglio nell’acquario di Wall Street dove si divorano i padri. Ma pare essere poco affetto dalle patologie professionali e ereditarie: avidità, dissipata smania di accumulazione,  indole allo sfruttamento e alla speculazione spregiudicata ed anche da quella assillante bramosia di riscatto che segna chi ha compiuto con successo una ardua scalata sociale. E questo grazie ad una madre che ha convertito la sua origine e il suo trascorso di professionista del mestiere più antico del mondo, in un potente e gentile affrancamento sociale e culturale.

Insomma deve a lei quella educazione che lo ha portato a conseguire il risultato promesso da Keynes, quando si augurava che progresso tecnico andasse ormai tanto avanti da permettere agli uomini di  procurarsi tutti i beni necessari alla sopravvivenza e al loro comfort, persuadendo i ricchi della bontà del dismettere le loro smanie dissipate e feroci per dedicarsi tutti al dolce riposo, alle cose più belle e serie, come l’amore e la cultura, a quelle cioè che definì le delizie della vita, meritandosi così la definizione data di lui da un  famoso economista più disincantato e tanghero:  “Keynes è uno che piscia profumo”.

Oggi la radiosa visione di Keynes sembra sempre più improbabile, le delizie della vita si sono ridimensionate per i ricchi, che preferiscono beni rifugio, paradisi fiscali, la conta dei profitti che derivano dal gioco d’azzardo finanziario e la traduzione di  cultura e bellezza in spese detraibili. E ai poveri sempre più poveri è proibito ormai anche l’investimento virtuale in desideri e aspirazioni, occupati a scendere e salire le scalette delle loro gabbie per topolini, alle prese con mutui, scadenze, tasse, bollette, prestiti, grazie all’imposizione   ormai evidente di una restrizione dell’immaginario oltre che dei bisogni censurati da quando è invalsa l’ideologia del rigore che vorrebbe farci rimpiangere e soprattutto pentire non solo di quello che abbiamo avuto, sempre troppo, pare, ma anche quello di che abbiamo sconsideratamente vagheggiato.

E infatti in questi giorni abbiamo assistito all’ostensione delle pretese al minimo sindacale dei diritti della “comunicazione” redatte dalla scrematura generazionale di una cerchia che non si arrende ad essere diventata classe disagiata, nella veste di giovani ambiziosi e arrivisti che limitano i loro propositi e i loro obiettivi collocandoli nell’ immaginario del “fare cose” divertenti, creative, artistiche, social come Facebook,  dove la libertà si esprime nello svolgere quei lavori che vengono definiti “alla spina”, dove gestisci il tuo tempo da precario, scrivendo a comando sulla bontà del progresso e della tecnologia che buca e trivella, scegliendo in autonomia l’orario di consegna dei cartoni di Foodora, immaginando che la precarietà sia una forma di libertà proprio come il cottimo e il volontariato all’Expo.

Si vede che nessuno vuole arrendersi alla realtà accertata che nella pancia risieda il secondo cervello:  così se è piena permette di immaginare e volere, perfino pretendere, benessere, allegria, amore, affermazione di sé, conoscenza, viaggi, scoperte. Se è vuota,  non ci concede che cupa malinconia, orizzonti angusti che non permettono di guardare oltre rissose periferie, dove i poveri si meritano brutture aggiuntive, sotto forma di brutte case, avvilenti servizi, conferimento di rifiuti anche umani, quelle vite nude imposte ai sans dents e dalla  sono esentati quelli con le pance piene, che li incrociano occasionalmente in tute da lavoro, grembiuli, camici da inservienti.

Eppure  da giorni ci tocca, come se non bastasse, la manomissione del pensiero di una intelligenza illuminata, ad opera dei soliti lettori e interpreti dei risvolti di copertina  o di wikiquote, per contrapporre le passioni festose e felici della bella gioventù benedetta dalle istituzioni, dai partiti e dai movimenti invidiosi e desiderosi di emulare il talento non nuovo di mobilita adunate non sediziose come vogliono decennali misure di rodine pubblico, alle “passioni tristi” del popolaccio affidatosi al populismo, consegnato alle maniere e al linguaggio becero degli arruffa- plebe, contaminato  dai batteri del razzismo, autorizzato come è noto solo in chi si è scelto l’incarico di promuovere la emarginazione dei brutti sporchi e cattivi. Che è obbligatorio condannare  all’anatema del politicamente corretto che colpisce chi non dimostra le qualità per emergere, per affiorare dal fango della maleducazione e della miseria, chi non è perciò all’altezza di far parte del consorzio civile.

E dire che basterebbe scorrere il Bignami dell’Etica di Spinoza. Basterebbe quello per essere informati che il filosofo annovera tra le “passioni tristi” la speranza, che  può produrre l’ effetto iniquo di ottenebrare la ragione, di nutrire anime e menti del gas dell’illusione e delle chimere, di spegnere la collera e perfino l’odio anche quando l’odio è giusto, contro i sopraffattori, quando vuole contrastare l’accidia degli indifferenti. Come d’altra parte sosteneva qualcuno – è la frase che circola con più successo sui social –   che dopo essere stato condannato da un tribunale fascista, è stato condannato una seconda volta dall’Europarlamento e minaccia di esserlo una terza volta dai giudici dell’ideologia del politicamente corretto che vuole annegare consapevolezza di sé, libertà e autodeterminazione nel giulebbe, comminando sanzioni e pene a chi rivendica di odiare l’ingiustizia, lo sfruttamento, la menzogna, la repressione, armi che con l’elargizione di mancette e miraggi, sono di proprietà  esclusiva dell’esercito dei padroni e dei loro soldatini di stagno.


Agit-élite

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avrete osservato anche voi che di questi tempi passioni e sentimenti non godono di buona fama?

E che si prestino a questo clima,  favorevole a pragmatismo e realismo implacabile, interpretazione scorrette e decodificazioni aberranti di intelligenze luminose da Spinoza a Hobbes, Hume e perfino a Marx quando parla di quello che sollecita la consapevolezza di dover cambiare le condizioni di vita degli uomini, per confermare quel dualismo o addirittura quel contrasto insanabile tra ragione e pulsioni irrazionali, spinte emotive, assimilate a istinti ferini e impulsi bestiali.

Tanto che i “luoghi” di produzione sono identificati  e collocati non più in motori nobili o in ghiandole auree, ma giù, giù, verso la pancia e nelle viscere, in basso quindi. Ad esclusione però di zone ancora inferiori, ma innalzate dalla ipotesi che possano influenzare un inconscio sempre molto invasivo a giudicare da letteratura di consumo e non e produzione filmica tra ricerca ossessiva e individuale di radici, rami, colpe e vizi ereditati e trasmessi, tra edipi de noantri, medee domestiche, che pare possano giustificare sconcertanti risarcimenti pubblici anche tramite invasioni, bombardamenti, sopraffazioni e repressioni.

Dietro alla proditoria manipolazione consumistica che si fa delle “passioni tristi”, che ostacolerebbero la magnificenza del progresso e la munifica costruzione di un sistema in grado di garantire benessere  e sicurezza,  c’è la volontà chiara di colpevolizzare anche quelle felici, la speranza ormai negata insieme all’immaginazione di un meglio, rispetto al male che viviamo, di un ottimo rispetto a un bene ridotto all’osso della mediocrità, di una fuga dal dolore rispetto alla felicità, crudelmente annoverati nell’ambito del velleitarismo, della utopia visionaria e irrealistica.

Ma quello che proprio non viene tollerato nei piani alti è la collera, l’ira in tutte le sue declinazioni e forme, compreso lo sdegno, lo scandalo, la vergogna della dignità che non si è difesa, il pudore furente della povertà e della perdita patita, sentimenti negati, pena l’esclusione dal consorzio civile e il novero nel bestiario sub umano della massa, dell’orda animalesca, della plebe riottosa che vota Trump, e altri organismi tossici viziati da populismo e demagogia. E osteggiata come la compassione, quella che vuol dire patire insieme a chi ti cammina a fianco, come la solidarietà retrocessa a buonismo incolore e irragionevole. Tutti sentimenti che sono ormai considerati incompatibili con un realismo pratico, con una concretezza fattiva e produttiva e che ispira un sistema di governo che abusa impropriamente del termine democrazia, per adattare l’aspirazione alla giustizia e alla libertà a esigenze di potere e di mercato, a licenze e abusi arbitrari e discrezionali, tanto che l’apatia politica  e la defezione vengono accreditate come prova di maturità.

Tanto che certi eccessi di partecipazione, certi fanatismi elettorali e i risultati che ne derivano richiamano all’esigenza di riflettere e ponderare sui vizi del suffragio universale. Così a volte c’è da chiedersi se la democrazia non sia un concetto talmente screditato che forse varrebbe il rischio di lasciarlo nelle mani dei suoi detrattori.

E a questo proposito qui in Italia stiamo vivendo dentro all’allegoria o forse semplicemente all’uso improprio delle parole e dei modi della democrazia, come pensano debba essere quelli che ne approfittano per addomesticare l’immagine e le forme dell’autoritarismo economico e sociale, per ridefinire il conflitto tra oligarchie in lotta, per dare una legittimazione retorica presso le masse agli imperativi e alle imposizioni dell’impero e delle miserabili élite largamente  autonominatesi incaricate dell’amministrazione spicciole della provincia. Ad essa si richiamano continuamente quelli che la stanno abbattendo su comando degli autori del golpe sovranazionale che non si accontenta di avere eroso la sovranità statale,  perfino nelle più miserabili delle narrazioni vittimistiche (ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/11/puppanti-allo-sbaraglio/) su censure e sopraffazioni di diritti, quelli loro, ovviamente, gli unici abilitati e promossi, secondo divisioni e gerarchie che devono confermare anche nella pratica quotidiana che loro sono loro e noi invece….

Bisogna proprio rispondere con la collera sdegnata a chi fa della propaganda presso quelli che ha contribuito a espellere da paese per via dell’annientamento di speranza e beni (che  i finanziatori della Leopolda che vengono a raccontarci come deve essere l’Italia o i manager delocalizzatori chissà dove hanno la cittadinanza), inviando la pubblicità regressiva in sconcertante coincidenza con i certificati elettorali, grazie a liste di nominativi somministrate con disuguale larghezza dal Ministro competente e molto schierato e mezzi altrettanto disuguali.

Ecco, se vivere le passioni, secondo ragione, deve aiutare la conoscenza, la sapienza e la felicità, esprimiamo quella proibita, la collera. E inibiamo l’unica che pare sia autorizzata e promossa: la paura, in virtù dei cui ricatti e delle cui intimidazioni hanno il sopravvento su di noi, se non impariamo a dire No, con la rabbia dei giusti.


Bufale di guerra

118250-mdAnna Lombroso per il Simplicissimus

Guerre chimiche, attentati, terroristi resi invincibili da droghe combinate con estenuanti digiuni, proterve castità e corvè liturgiche in attesa del paradiso delle Urì, ma anche più domestici zainetti abbandonati, metro a rischio, allarmi bomba in Duomo e  sulla linea A di Roma, pacchi sospetti a Fiumicino, telefonate al 112, psicosi in corsia al San Giovanni, presto forse giubbotti invernali con imbottitura antiproiettile già in vendita a Parigi.

Il Terrore corre sul web, sulla carta stampata, di bocca in bocca proprio come una volta nel gioco del telefono senza fili, dando vigore a leggende metropolitane, a stati ansiogeni, a paura e sospetto.

Perfino il premier, cui forse piacerebbe invece mascherarsi in mimetica come avrebbe desiderato fare da boy scout, lanciarsi in proclami e perfino in  salvataggi  arditi per recuperare consensi, proprio come sulle copertine della Domenica del Corriere o nei cinegiornali Luce, mostra di aver contrappostogli  la via della ragionevolezza e della compostezza, esaltando le forme e i possibili successi di una lotta alla Jiad tramite banda larga, ha replicato a una telefonata “bufala” che girava in rete con un messaggio   su Whatsapp. «Qualcuno pensa di essere simpatico, ma non si rende conto che suscita un clima di paura e anche di panico. Vorrei invitare tutti a non cascarci, terrorismo è una minaccia molto seria ma isteria non domini nostre vite».

E di bufale in rete lui se ne intende, basti pensare ai lucidi della manovra, agli slogan sulla Buona Scuola, alle assunzioni tramite Jobs Act, alla più feroce e  virale, quella che annuncia la ripresa, che poi invece a  frenare reazioni estreme dovrebbe pensarci prima di tutto lui, dominando le intemperanze belliche della marescialla in tailleur e reprimendo i propositi guerreschi e le nuove crociate  degli alleati della sua variabile maggioranza.

Ma non possiamo pretendere troppo da un presidente del consiglio intento a attuare un disegno autoritario, che passa anche attraverso la sostituzione dei sindaci con prefetti, tentativo già praticato quando era podestà di Firenze, che non si è peritato di tagliare le risorse della sicurezza, preferendo che l’ordine pubblico sia affidato a una polizia impoverita e ricattata, mal mostosa a frustrata tanto da aver voglia di menare le mani coi figli di papà e anche coi papà stessi, preferibilmente lavoratori o disubbidenti, o, meglio ancora, che le città siano militarizzate, e non solo le inquietanti periferie, ma i minacciati quartieri alti,  i palazzi, gli stadi, i musei secondo quella trucida topografia di luoghi sensibili cui i Tomton di morte ci vorrebbero abituare. E che vorrebbe invece dinamica, efficiente, preparata, informatizzata, trasformando categorie malpagate, umiliate di ultracinquantenni con  le divise lise, senza soldi per la benzina, i giubbotti antiproiettili “scaduti”, in manager dell’ordine pubblico, in prodigiosi spioni tecnologici, in talpe e infiltrati con dono dell’ubiquità, visto che al tempo stesso dovrebbero fare la guardia  a migliaia di siti sensibili, tra musei e pizzerie, locali fusion e sinagoghe.

Ma d’altra parte non spetta a lui fare il lavoro sporco di suscitare allarme per autorizzare  riduzioni di libertà e diritti, di alimentare la paura per limitare la privacy, di nutrire la diffidenza per fare del rifiuto una legittima difesa.  Ci pensano i media, le televisioni in particolare che invece di parlare come dovrebbero per immagini,sfamano un immaginario impigrito da un’iperalimentazione di notizie,con  ricostruzioni epiche quanto tarocche, mandano in onda le sceneggiature della sfiducia, con finti pacchi sospetti dei quali nessuno si accorge, ci propinano le leggende epiche e eroiche  sui guerrieri di Allah, titolano servizi e trasmissioni con slogan orrorifici, secondo i criteri della disastrologia e del catastrofismo. E al tempo stesso ritengono di incoraggiarci con la presenza poco rassicurante di generali che hanno perso tutte le guerre comprese quelle con le scrivanie e l’italiano,  opinionisti che da anni non capiscono niente di quello che accade oltre il loro desk, giornalisti che fanno storiografia con l’aiuto di Wikipedia, funzionari dei servizi poco segreti se stanno sempre sul video, che si sentono degli 007, purché sia  uno degli  ultimi, quelli un po’ adiposi, con qualche malanno e il fiatone.

E tutti a dire che Salvini esagera, ma viene sempre invitato a declamare i suoi slogan, che Belpietro va condannato, salvo chiedere scusa a Oriana, e tra un po’ anche a Bush, rei di aver risparmiato qualche filo d’erba e qualche civile, come se si trattasse di peccatucci, di intemperanze giovanili, inquadrabili nella sacrosanta e santa difesa della nostra civiltà e pure della tradizione cristiana, e non fossero il miserabile preambolo a Sallusti sindaco, la conferma di corrotti e criminali sulle poltrone delle aziende che direttamente o indirettamente favoriscono i signori della guerra, il marchio di qualità di  politiche di emarginazione e rifiuto che si concretizzano con la richiesta pressante agli immigrati di guadagnarsi di nostra fiducia, per aspirare a essere sfruttati, perseguiti, infine ricacciati a casa loro via ruspa o rimpatrio.

A condire questo disegno con un po’ di letteratura eroica, con qualche mito pittoresco e epico, ci pensano con il proliferare di fantasiose ricostruzioni, con riletture istantanee della cronaca o con interpretazioni  “storiche” manomesse, con quelle panzane che a forze di essere ripetute diventano patrimonio comune che si gonfia, si gonfia fino a scoppiare, schizzando in giro veleni e angoscia.

Non è mica un fenomeno nuovo, per carità. Ci sono testate prestigiose che da anni periodicamente stilano le top ten delle fandonie più accreditate e “digerite” dalla pancia della gente: i treni in orario di Mussolini, le brioche di  Maria Antonietta, il Mossad che telefona a tutti gli ebrei che lavorano nelle Due Torri, per avvertirli di non andare in ufficio il giorno dopo, e così via. E anche illustri storici si sono cimentati per smascherare bufale antiche e per spiegare l’inclinazione collettiva a crederci: dalle possessioni alla stregoneria, da Dracula e i vampiri Transilvania, ai misfatti da Barbablù di Gilles de Rais, pedofilo, assassino e serial killer ante litteram, per non dire degli ebrei e dei comunisti che mangiano bambini.

Anzi, vien buona proprio oggi l’analisi di March Bloch sulle false notizie della guerra, su chi provvede, una volta scaturite magari dalla fantasia malata di un mitomane e manomesse dalla tradizione orale, a propalarle e farle lievitare, perché, scrive, “alcuni falsi racconti hanno fatto sollevare le folle”. E perché “l’errore non si propaga,   non si amplia, non vive  che a una condizione: trovare nel­la società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole”, nel quale più o meno consapevolmente gli uomini esprimono i loro pregiudizi, i loro odi, i loro timori, tutte le loro emozioni forti. Grandi stati d’ani­mo collettivi esercitano così il  potere di trasformare in una leggenda una percezione distorta, producendo profondi  fremiti sociali e convertendo aberrazioni, preconcetti infami, pensieri criminali in giuste e legittime campagne a difesa di valori identitari, beni magari usurpati, diritti dei quali sono stati espropriati da qualcun altro.

Una volta dicevano “l’ho letto sul giornale”, poi “l’ho visto in televisione”, ora “l’ho incollato su Facebook. Bisognerebbe rifarsi a Spinoza:”né ridere, né piangere, ma capire” e cominciare a   vedere oltre il guardare.

 

 


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