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Niente di nuovo sul fronte occidentale

odAnna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se si tratti di sindrome di Stoccolma. Va a sapere se invece non ricordi l’atteggiamento non dissimile di quelle donne ripetutamente menate dal consorte, fidanzato, compagno, che, ancora coi segni delle busse non si risolvono a sciogliere quel vincolo avvelenato e non per motivi economico, ma per una malintesa affezione, per l’aspirazione a redimere e salvare il reprobo, per fedeltà a tradizioni patriarcali.

Comunque le aspettative riposte in quello che il Corriere a forma Cazzullo definisce “il principale partito di opposizione  uscito dal limbo in cui si era rinchiuso da oltre due anni, dal 4 dicembre 2016; ed è una buona notizia, non tanto per il partito quanto per il Paese e tutto sommato anche per il governo; perché in democrazia c’è bisogno di un’opposizione”, rientrano a pieno titolo nell’ambito delle patologie o, per dirla con Spinoza, delle passioni tristi,  secondo il quale la sua non era più  l’epoca dell’entusiasmo per i “segni prognostici” dell’avvenire ma quella del ripiegamento e dell’implosione delle aspettative. E ai giorni nostri quella dell’accontentarsi dei MenoPeggio,  di una politica “estetica”, siliconata grazie a iniezioni e artifici di umanitarismo che si guarda bene dal mettere in discussione il capitalismo nella sua declinazione più assatanata di sfruttamento e profitto, la più avida  e  disinibita, capace di ridurre l’etica in utilitarismo e la ricerca di ciò che è giusto in edonismo.

C’è da chiedersi  che cosa gli elettori, i simpatizzanti, tali in quanto antipatizzanti di tutto quello che si muove al di fuori del paesaggio dei gazebi, gli opinionisti (cito ancora: il compito del nuovo segretario è costruire un dialogo con la società, in particolare con forze civiche, cattoliche, sindacali, di volontariato: primo passo verso nuove alleanza con liberali, europeisti, moderati), si aspettino dall’elefantino morente, ridotto ai numeri del Psi dopo la scissione di Palazzo Barberini ma molto meno influente, spodestato anche a livello locale, grazie alla rinuncia al suo tessuto tradizionale di circoli e sezioni, incapace di ristabilire un dialogo con il suo popolo tradito, per via di una politica di governo che ha ridotto gli spazi dei corpi intermedi, rappresentanze, sindacati, associazioni sul territorio, indicati dal reuccio irriducibile come molesti  comitati e  comitatini, da coagulare intorno a sigle uniche, sindacali, partitiche, informative.

Io un merito lo riconosco a queste primarie e al vincitore, quello di sgombrare in maniera definitiva il campo dagli equivoci che piacciono tanto al verminaio sul corpicino morente ma anche alla fazione contraria quella che ha abiurato al credo che voleva obsolete le categorie di destra e sinistra, preferendone la più comoda sussistenza con la speranza di poter occupare da solo  quel confortevole centro, vuoto di idee e principi e vantaggioso perché permette di dire e disdire, fare e probabilmente malaffare.

Beh adesso ancora di più ci vorrà una bella faccia di tolla per dire che il Partito Debole è di centro sinistra, adesso sfido chi mi commenta attribuendomi un’appartenenza comune con   i progressisti che hanno da almeno due decenni scelto di mettersi al servizio dell’ideologi e del costume neoliberista, spacciando per riforme le marce trionfali che hanno accompagnato la dissoluzione dello stato sociale, lo smantellamento dell’edificio di diritti e conquiste del lavoro, la condanna al lavoro minorile di Poletti e alla fatica vegliarda della Fornero,  e poi la tutela del decoro in cambio della sicurezza, della “cooperazione” in Africa con despoti sanguinari al posto dei corridoi umanitari, le Grandi Opere invece della salvaguardia del territorio, l’inerzia per evitare la possibile corruzione e la corruzione  sbrigliata come sistema di governo e delle leggi per favorire l’egemonia privata e finanziaria, esemplarmente simboleggiata tanto per dirne una dalle ultime rilevazioni sull’emergenza sanitaria a Taranto, che ha persuaso il “people” del quartiere Tamburi – assente dalla manifestazione di Milano, a mettere le catene  ai cancelli dell’Ilva. E convinto gli operai di Pomigliano   a indire uno sciopero a cui hanno aderito quasi tutti gli operai dello stampaggio per l’aumento dei turni senza il pagamento degli straordinari, in modo da non riprendere i cassintegrati, spremendo chi  sta alla catena.

Sempre i giornaloni raccontano di un fitto dialogo costruttivo del neo segretario con Chiamparino. E figuriamoci se non si presentava l’occasione per ribadire la priorità del tema Tav, diventato la battaglia per la democrazia, così guai a chi non ci sta, a chi vuole fermare il progresso ed escluderci dal consesso dei grandi insieme al napoleoncino piccolo piccolo che fa il furbo invitandoci a prenderci noi la patacca che lui non vuole più, in modo da alleviare i sonni dei francesi disturbati dei continui passaggi di auto e tir. Figuriamoci se non si approfitta della gradita opportunità di fare di Torino grazie alla Tav la nuova capitale del lavoro facendo capitolare la sindaca invisibile e il suo partito discontinuo quanto ricattato, puntando sui cantieri a termine, sul cottimo precarizzato, sui caporali dell’edilizia nel posto dove si è consumata l’infame liturgia della svendita di una industria che aveva fatto man bassa di aiuti, assistenzialismo, prebende e regalie, scappata col malloppo abbandonando i suoi lavoratori a miseria e dileggio, mentre l’azionariato esangue e inabile si gode dividendi e i frutti dei fondi che ha creato per sfruttare due volte i dipendenti.

Figuriamoci se non viene bene che la Torino del Lingotto  sia teatro del dialogo sulle nuove priorità, dopo che là con la fondazione del morto partito è stato seppellito il mandato ricevuto, la storia, la testimonianza e l’incarico di rappresentanza, quando il promoter scelse la dismissione anche del termine “sinistra” annunciandolo a una testata straniera, quando si stabilì una volta per tutte l’adesione cieca e ubbidiente a Ue e Nato, alla pari con preferenza per la seconda anche per via dell’affiliazione indiscussa  del leader all’impero nonostante la scarsa conoscenza dell’idioma locale,  quando si sancì che i diritti fondamentali ce li avevano elargiti, erano al sicuro: casa, lavoro, salute, istruzione, e adesso era la volta di quelli estetici dei quali un partito moderna in via di trasformazione in azienda si sarebbe fatto mallevadore, per garantircene il minimo sindacale in modo da non irritare altri poteri forti.

E infatti abbiamo visto come erano inalienabili quei diritti e quelle prerogative, subito attaccati dal prodotto del Lingotto in barba alle parole d’ordine e ai quattro temi chiave della fondazione: ambiente, patto generazionale, formazione, sicurezza. Contro i quali vennero via via armate le campagne nazionali: Buona Scuola, Jobs Act, misure di ordine pubblico, Legge Fornero, Salva Italia e condoni, Grandi Opere e riduzione della portata della valutazione di Impatto Ambientale. Ma anche quelle locali, con il fiscal compact, le cravatte per i comuni, la cancellazione fittizia delle province e il rafforzamento delle regioni più ricche, lo stravolgimento delle leggi sul territorio che riduce l’urbanistica a negoziazione del provati con pubblico, condannato aprioristicamente a cedere, impoverimento del sistema sanitario regionale e della somministrazione di assistenza e cura.

Dal 2007 anno di fondazione il trend del Pd e dei suoi leader è quello, i curricula e le referenze sono sovrapponibili per esperienze e competenze, gli obiettivi gli stessi, le disuguagliante tra chi sta casualmente e immeritatamente  sopra e chi sta sotto altrettanto immeritatamente si sono incrementate. Il fatto è che una forza debole come quella fa comodo alle altre forze anche più forti, come opposizione scialba, come ago della bilancia instabile e pronto a ondeggiare al minimo alito di vento, come utile avversario o potenziale alleato opaco.

E allora a qualcuno piace essere cornuto e farsi mazziare, accoppiarsi con gli uni o con gli altri perché fuori da quei sodalizi tocca pensare, scegliere, agire, criticare, perdere qualcosa per guadagnare altro, di sconosciuto certo, ma nostro, e forse buono e giusto.

 

 

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Roma, fuochi artificiali

imm Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certi falò sono a orologeria come certi attentati, per far capire chi comanda e per persuadere tutti della obbligatorietà di ricorrere a soluzioni indesiderabili.
Mentre c’è un fervido accanimento nel dipingere la Raggi affacciata al balcone del Campidoglio che suona la lira contemplando l’incendio di Roma, mentre le tifoserie si combattono a colpi di responsabilità del passato e dell’oggi, all’appello manca un soggetto che non c’è più o forse c’è, che ha cambiato nome, che prima era quello che aveva più competenze e più funzioni di programmazione e coordinamento nella gestione dei rifiuti: le province.
Abolite? No, a essere aboliti sono stati gli elettori: nelle varie scadenze per il rinnovo dei nuovi istituti, grazie alla riforma Delrio, a votare non sono stati i cittadini residenti ma i consiglieri comunali e i sindaci.
Abolite? No, aboliti sono i quattrini per lo svolgimento delle funzioni. La riforma Delrio ha saccheggiato i fondi dell’istituzione cancellata per finta, che scarseggiano per le mansioni ancora previste: viabilità, edilizia scolastica, ambiente. I fondi per quel 13% di scuole a carico delle Regioni sono scesi del 20% anche se le scuole in questione sono aumentate di un quinto, quelli per la manutenzione ordinaria delle strade sono scesi del 68%, quelli per la manutenzione straordinaria dell’84%.
Abolite? Macché, oggi sono in vita 76 Province, 10 città metropolitane e 350 organismi intermedi tra Ato (ossia Ambito territoriale ottimale) rifiuti, Ato idrici, autorità di bacino e consorzi di bonifica. Aboliti semmai sono gli effettivi della polizia provinciale, incaricata di vegliare sull’ambiente, passati da circa 2700 a meno di 700.
Abolite? No, l’istituzione resta vegeta ma morta, insieme ai “costi della politica” per citare una formula non più in voga nemmeno presso il governo in carica. Gli organismi intermedi sono cresciuti: la norma ne prevedeva al massimo una novantina, oggi sono quasi cinquecento. Perché da un lato non sono stati aboliti gli ambiti territoriali, dall’altro, ad esempio le Regioni a statuto speciale le hanno sì ridimensionate, creando però 60 Unioni comunali e quelle a statuto ordinario, vogliono fare lo stesso rivendicando aiuti perché non riescono a garantire i servizi essenziali per 130 mila chilometri di strade e 5.200 scuole nelle quali studiano 2 milioni di ragazzi.
Da quando ne venne decisa la rottamazione, pronuba di quella del Senato secondo il disegno del piccolo bonaparte, mi sono convinta che se proprio si doveva chiudere un carrozzone, preferibile sarebbe stato tenersi quei sistemi territoriali, urbani, economici, sociali e, in parte, politici omogenei, e cassare invece le regioni e con esse quell’ideale aberrante di “federalismo” che ha affetto in forma bipartisan tutti i partiti e non solo la Lega, volto a favorire il trasferimento e spesso la duplicazione di compiti e attribuzioni e di conseguenza promuovere la moltiplicazione dei centri e dei gruppi di potere locali.
E infatti il continuo duellare dei contendenti: Comune di Roma, col pesante trascorso che ha ereditato e l’altrettanto pesante incapacità di oggi, Regione inadempiente ( Dal 2013 – anno di chiusura della discarica di Malagrotta, il piano regionale del Lazio non è stato ancora aggiornato e la Regione ammette di non riuscire ad accogliere le tonnellate di indifferenziato prodotte da cittadini e imprese) della quale abbiamo notizia solo per le reiterate candidature del presidente a tutte le poltrone e per l’altrettanto reiterata abitudine di contribuire al finanziamento di qualsiasi polpettone televisivo sia pure ambientato in Val d’Aosta, dimostra quanto sarebbe stato e sarebbe ancora nevralgico il ruolo delle province in ordine al controllo e contenimento del consumo di suolo, alla politica della casa, alla promozione dei trasporti collettivi, alla tutela del paesaggio e dell’ambiente.
Con una dirigenza così non sorprende che a Roma si guardi come a una malata senza speranza di guarigione e che muore a poco a poco nel disincanto dei suoi abitanti, dimentica di aver sopportato ben altri incendi, ben altri Lanzichenecchi e pure i Barberini, ben altra la peste. E se non sorprende che l’unica attività imprenditoriale che abbia brillato per dinamismo e spirito di iniziativa sia stata quella malavitosa, non stupisce nemmeno la scarsa partecipazione dei cittadini, il disinteresse, che li accomuna alla politica, per un “decoro”, che sia qualcosa di più dell’idrante e del manganello da tirar fuori contro senzatetto di tutte le provenienze.
Non a caso se il Centro Italia è al di sotto della media nazionale (51,8%) per la raccolta differenziata, Roma precipita più giù ancora. Secondo l’Ispra, quando vediamo conferimenti impropri come frigoriferi, si vede che è carente anche l’educazione ambientale dei romani. Il che contribuirebbe a rendere irraggiungibili i traguardi ambiziosi del Piano regionale del Lazio.
Ma è qui che per usare un modo di dire romano, particolarmente adatto alla situazione, er più pulito c’ha la rogna. La chiusura epica di Malagrotta che dobbiamo al sindaco venuto da Marte, che forse la monnezza pensava di conferirla sul pianeta rosso, ha dato inizio alla fase dell’export, con i rifiuti fatti salire al Nord, interno ed estero, con costi pesantissimi per la collettività, mentre commissario prima, giunta 5stelle e Regione si contendevano il primato dell’incompetenza, dell’irresponsabilità e della inettitudine, quelle “doti” funzionali appunto all’allestimento dello stato di emergenza cui è doveroso rispondere con misure straordinarie, soggetti autoritari e elusione delle regole. Che si sa che il vuoto politico e decisionale lascia il posto appunto all’illegalità e al bastone senza carota.
La Loggia (Torino), Grosseto, Follo (Sp),Pomezia, Brescia, Viterbo, Fusina, Battipaglia, Angri, Corteleone, Ostra, Baranzate e Bovisasca ( in Lombardia sono stati 17 nel corso dell’anno e in Veneto dove da molti anni si moltiplicano i capannoni misteriosamente bruciati) la cartina degli incendi in impianti di trattamento e smaltimento fa vedere che sono equamente distribuiti sul nostro territorio e fa sospettare che la maggior parte serva a risolvere situazioni spinose, tanto più che, come ha denunciato Gianfranco Amendola, spesso sono collegati ad altre attività del settore che hanno subito o un’ispezione o un sequestro o un altro incendio e fanno capo a persone già note per illegalità connesse al trattamento e alla raccolta dei rifiuti che aspirano a approfittare del contributo economico erogato dai consorzi obbligatori di settore, grazie al quale le imprese “riceventi” possono trovare più conveniente incamerare il contributo e disfarsi in qualche modo del materiale senza sostenere i costi che la sua lavorazione/smaltimento legale comporterebbero.
Ma è altrettanto probabile che il falò di Roma sia stato provvidenzialmente appiccato per indurre un ripensamento ragionevole sulla opportunità di fronteggiare l’emergenza con qualche tempestivo e confacente inceneritore (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/11/17/politica-spazzatura/) caldeggiato tra l’altro dal socio di maggioranza della coalizione di governo, perorato tradizionalmente da Forza Italia, semanticamente riconvertito da esponenti Pd, che lo sdoganano chiamandolo termovalorizzatore e mettendo in luce i profittevoli benefici.
Si sa chi si scalda le mani a questo focherello, come ha sottolineato la Commissione Parlamentare Antimafia parlando di burattinai e di “consorterie armate” non solo di zolfanelli ben ammanigliate con imprese “legali” e figure di amministratori e politici che occhieggiano da dietro le quinte del casinò degli investimenti pubblici promessi per far pulizia (80 milioni stanziati; nel 2015 la Commissione ecomafie aveva denunciato lo sperpero di ben 785 milioni in bonifiche rivelatesi poi inutili, anzi dannose). Così quello che non è Terra dei Fuochi, lo può sempre diventare, a Milano, Roma, Marghera dove il sindaco la ritenuto opportuno smantellare l’Osservatorio Ambiente e Legalità, reo di aver denunciato insieme a comitati civici e sindacati il rischio che tutta l’area diventi un territorio di inceneritori e trattamento rifiuti, in mano al business delle ecomafie in una regione guidata dalla Lega “che si colloca al primo posto in Italia per il traffico illegale dei rifiuti”.


Ladri d’acqua

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non stupisce che l’ ultima forma di pronunciamento popolare della quale non siamo stati ancora espropriati costituisca il babau per il regime che la teme, cerca di impossessarsene per convertirla in conferma plebiscitaria del suo strapotere,  la deride, la oltraggia e soprattutto la tradisce. Basta pensare alla spregiudicata manomissione della volontà espressa da 27 milioni di italiani che nel giugno 2011 hanno detto con chiarezza che l’acqua è un bene comune inalienabile e che il suo possesso e la sua gestione non devono essere lasciati nella mani dei privati e secondo le regole del profitto. La crisi idrica – non certo inattesa – di questi giorni, i suoi risvolti grotteschi, il rimpallo di responsabilità, i giri di valzer di competenze e le ridicole pretese di innocenza dei colpevoli di ieri e di oggi, si antica e ripetuta o di recente nomina, conferma che  gli italiani avevano ragione, che avevano  visto giusto. Perché in 20 anni di processo più  o meno esplicito di privatizzazione della gestione dell’acqua, gli investimenti sono precipitati a un terzo di quelli mobilitati dalle precedenti società municipalizzate, che la qualità del lavoro e dei servizi offerti è peggiorata, che  le tariffe sono aumentate  mentre gli utili sotto forma di dividendi vanno agli azionisti  invece di finanziare la manutenzione e lo sviluppo delle infrastrutture obsolete e trascurate.

Così mentre Zingaretti-  che pare uno appena risvegliato bruscamente dall’ibernazione- si esibisce in spericolate esternazioni:  di fronte a un problema puoi dire che è colpa di altri. O risolverlo, riferendosi una funambolica ordinanza che conferma il blocco delle captazioni dal lago di Bracciano a partire dal primo settembre ma nel frattempo introduce la possibilità di prelevare dal lago 400 litri al secondo fino al 10 agosto e 200 litri al secondo dall’11 agosto, o mentre il ministro Galletti che dovrebbe essere accusato di abuso del termine Ambiente,  rivendica che il provvedimento tampone è stato preso “per scongiurare una figuraccia internazionale ma cercherà soluzioni alternative grazie a “nuove reti,  nuove infrastrutture perché io voglio che nessun altro ministro dell’Ambiente si trovi a dover affrontare quello che ho dovuto affrontare io … per far tornare Roma ad essere, non dico una capitale d’eccellenza, ma almeno una città normale”, ecco che l’Acea tira fuori, in festosa coincidenza con la provvidenziale emergenza,  un piano straordinario di interventi “per l’ammodernamento/rifacimento della rete di distribuzione idrica vetusta da sviluppare attraverso un programma di verifica perdite”,  reclamando fondi, nostri, per coprire le falle della sua improvvida gestione – visto il contesto è d’uopo definirla scialacquatrice, e approfittando della splendida opportunità,  per aumentare le tariffe, ridurre i servizi, aggiudicarsi risorse necessarie a sedare appetiti compulsivi della macchina clientelare e degli azionisti provati.

A volte sorprende la solerte efficienza con cui una manica di sciagurati e ignoranti avventurieri abbia saputo, su ordinazione, creare un contesto di leggi, misure, espedienti, acrobazie giuridiche – ma loro le chiamano riforme o interventi di semplificazioni, accortamente predisposto per organizzare un sistema di scatole cinesi, di enti e società costituiti per dare forma a una miriade di soggetti inabilitati a fare ma abili a spartirsi dividenti, incarichi, consulenze.

Così l’unica conclamata abolizione, l’unico sacrificio alla divinità della guerra alla burocrazia sembra essere quella delle province. Il fatto è che a essere aboliti siamo stati noi: in una serie di consultazioni  passate sotto totale silenzio come atti impuri e vergognosi, a votare per il rinnovo di 45 Province  non sono stati infatti i cittadini ma alcune migliaia di sindaci e consiglieri comunali, così aggiungendo le sedi in cui si è votato da un anno e le 10 Città Metropolitane che non sono Province solo perché hanno cambiato il nome,  107 erano e 107 sono, in compenso sono diminuiti i fondi, mentre restano competenze che le anime morte, gli zombi non possono affrontare, dalla viabilità alla sanità all’ambiente.

La Cgil ha opportunamente pubblicato dei dati:  le risorse (nelle Finanziarie del 2015 e del 2016 hanno subìto un taglio pari a due miliardi)  per la manutenzione ordinaria delle strade sono scese del 68% e i fondi per la manutenzione straordinaria dell’84%. La polizia provinciale, incaricata di vigilare sull’ambiente, è passata in otto anni da circa 2700 effettivi a 700. I fondi per quel 13% di scuole a carico delle Regioni sono scesi del 20% anche se gli istituti   sono aumentati di un quinto. Ma a farla davvero da padroni sono oltre 350 organismi intermedi tra Ato (ossia Ambito territoriale ottimale) rifiuti, Ato idrici, autorità di bacino e consorzi di bonifica che arrivano a 496 considerando quelli creati dalle regioni autonome, per non parlare dei circa 3 mila enti tra consorzi e partecipate e delle 30 mila stazioni appaltanti, con costi di milioni di euro tra spese di funzionamento e stipendi per revisori contabili e dipendenti.

L’Italia Provinciale era diventata un problema, meglio era farla diventare l’Italia Europea, magari replicando su scala locale  quella macchina mostruosa azionata per ridurre la democrazia incrementando la burocrazia, moltiplicando i livelli decisionali formali per estromettere i cittadini dalle scelte,  avvelenando e facendo evaporare l’acqua pulita per affondarci nel fango tossico, togliendo l’ossigeno della libertà e dell’autodeterminazione.

 

 


Senatus Renzianus, Populusque Fregatus

 

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Doveva aprire i lavori della “Giornata della Trasparenza”, ma è finito in manette il vicepresidente della Lombardia Mario Mantovani, ex senatore, ex sottosegretario alle Infrastrutture con Berlusconi, ex assessore alla Salute ed ex sindaco di Arconate,   arrestato questa mattina all’alba con le accuse di corruzione, concussione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio.

Chissà che dispiacere per il Partito Unico, avrebbe potuto essere il candidato tipo perfetto per il nuovo Senato, approvato da un’aula che pensa di risorgere dalle ceneri ancora più autoritaria, più oscena, più corruttibile, con  179 sì, 16 no e 7 astenuti, grazie ad uno  stravolgimento della Costituzione che ammassa alla rinfusa i potere nelle mani del governo, che annienta quel che restava della partecipazione riducendo il voto a un atto notarile di consenso a imposizioni ricattatorie, mettendo il silenziatore definitivo all’opposizione.

I modi, le procedure, le restrizioni, le intimidazioni tramite legge dello stato hanno lo stesso tratto rozzo, incolto ed incivile dei suoi promotori e di quella maggioranza raffazzonata di accattoni della poltrona, delle miserabili rendite e della ambita impunità che procura, e  che ha permesso lo scempio della Carta e dei suoi principi.   Ma è solo l’ultimo paradosso  di un   parlamento eletto con una legge giudicata incostituzionale che si è auto legittimato a formulare e approvare  «una sostanziosa riscrittura» della Costituzione.

 

Povero Mantovani, non potrà partecipare – ma poi non è detto, ci prepariamo a un futuro contrassegnato dalla “bocca buona” oltre che vorace – al concorso per i 95 posti a disposizione  delle dalle Regioni in applicazione di una legge elettorale che dovrà essere varata dal Parlamento entro sei mesi dall’entrata in vigore della “nuova Costituzione”  , cui si aggiungerà il contributo significativo di 5 senatori di nomina presidenziale, che però non saranno più a vita, salvo gli ex capi dello Stato, ma resteranno in carica sette anni. Peccato per lui, perché se è vero che per i nuovi senatori non ci sarà indennità – novità accolta con un certo malumore dai 95, abituati alle spese pazze, mentre invece resta la magnifica condizione di impuniti, grazie a una immunità che li esenterà da perquisizioni, intercettazioni e arresto senza l’autorizzazione dell’aula.

E probabilmente sarà quest’ultimo beneficio che renderà appetibile il nuovo organismo, più che un Senato,  una prestigiosa sine cura: non dovranno nemmeno votare la fiducia al governo,  ridotti – ma in fondo cosa si pretende da senatori della domenica?  – al ruolo di impiegati che appongono il timbro sulle leggi che gli passano davanti,  le riforme della Costituzione, le leggi costituzionali, le leggi sui referendum popolari, le leggi elettorali degli enti locali, le ratifiche dei trattati internazionali.

Se è stato esautorato Palazzo Madama , che dire di una Corte Costituzionale che da oggi avrà solo un mese di tempo per giudicare preventivamente la legittimità delle leggi che regolano l’elezione della Camera e del Senato?  Manca solo che con un ultima mossa da saltimbanco il governo imponga il silenzio assenso, previsto per soprintendenze, organismi ed enti di sorveglianza.

Possiamo aspettarcelo, come ulteriore contributo a quella semplificazione agitata come una bandiera nel formidabile sciocchezzaio funesto dell’ideologia del regime, che, tradotta, significa aggiramento delle regole, accentramento delle competenze nella figura di svariati sceriffi, commissari, prefetti, presidi  e soprattutto premier, perché tutto deve concorrere a spostare  l’asse istituzionale a favore dell’esecutivo, come hanno scritto con icastica e implacabile severità i pochi saggi che ancora illuminano fiocamente il buio che stiamo attraversando.   Lo dimostra la cancellazione definitiva delle Province, finora protette dalla Costituzione, senza che si sia dato forma al meccanismo necessario di trasmissione di deleghe e poteri. Nello stesso tempo,   sarà lo Stato – o meglio l’esecutivo – a delimitare la sua competenza esclusiva, comprese le materie  su cui finora le Regioni potevano legiferare.  Ma in compenso un potere viene invece esaltato a spese nostre:  i Comuni, le Città metropolitane e le Regioni avranno la possibilità di imporre tributi autonomi.

C’è poco da dire: oggi sulle nostre teste dei bari dichiarati hanno giocato una partita per far vincere un sistema istituzionale (includente ovviamente la legge elettorale) che spiana di fatto la strada ad un vero e proprio regime. Ma il governo che vuole concentrare su di sé, nella speranza della sua immortalità dispotica, tutti i poteri, sopravvive grazie a una maggioranza di seggi truffaldina, alla quale corrisponde soltanto una modesta minoranza relativa dell’elettorato, un vantaggio che si vuol rendere permanente, grazie a una legge elettorale  disonesta   diventata legittima grazie all’abuso mortale della Costituzione.

Ci resta un’unica strada, che presto non potremo più percorrere, in virtù della violenza perpetrata oggi, quella di un referendum che ricordi per sempre al piccolo cesare la potenza della democrazia, la forza di “una testa un voto”, la tenacia della nostra collera, se ci resta un po’ di dignità.


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