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Cosmicomiche, i parlamentari dimezzati

visc1 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La proposta di riduzione dei parlamentari prima della fine della legislatura è stata messa sul piatto dal M5S, accolta con un certo entusiasmo da Matteo Renzi e infine fatta  propria anche da Salvini, che ha prospettato un suo percorso   secondo il quale sarebbe possibile approvare «per direttissima» la riduzione di deputati e senatori (che porterebbe il numero dei primi a 400, dagli attuali 630, e quello dei secondi a 200, dagli attuali 315, per un risparmio di circa 50 milioni l’anno), sciogliere le Camere, votare con la vecchia legge (dunque continuando a eleggere 945 tra deputati e senatori) e confezionare  definitivamente la riforma nella prossima legislatura.

Un simile e così ampio consenso non può che insospettire: fin troppo facile e perfino banale dire che si tratta di una concessione che chi sente sfuggirgli di mano il “suo” popolo offre in risposta al malessere e alla sfiducia. Un’elemosina che incide sul volume visibile della rappresentanza, non sul suo “peso”  né tantomeno sulla sua qualità.

In presenza di quella che viene ormai chiamata postdemocrazia e nella quale ideali, principi e regole sembrano meritare solo un rispetto formale, pare inevitabile che l’unica forma unanime di partecipazione consista nella sfiducia, nella diffidenza e nel sospetto riservato al “personale” politico, all’attività di rappresentanza e di governo, alle istituzioni, sentimenti e emozioni normalizzati, autorizzati e infine legittimati per via normativa sotto forma di azioni “punitive” di un ceto che ha perso autorevolezza e prestigio.

Su questo sembrano concordare i movimenti che hanno assunto una cifra “impolitica” come fosse un progresso virtuoso di avvicinamento al popolo, cui viene riconosciuto il diritto non più di conquistare il potere, nemmeno di controllarlo ma semmai di ridurlo, mantenendo per sè la prerogativa largamente ininfluente di stigmatizzarlo, penalizzarlo non tanto nella cabina elettorale dove si officia una stanza liturgia, bensì su Internet, dove si conquista il privilegio di minare la reputazione.

Ma sono d’accordo anche i partiti tradizionali, che hanno già approfittato dell’equivoco, a suo tempo con interventi sulla Costituzione che hanno favorito l’impoverimento delle competenze statali per attribuirle a un decentramento solo formale, con i tentativi di marca golpista  di rafforzamento dell’esecutivo per via referendaria, con lo svuotamento dei pronunciamenti plebiscitari e la resa incondizionata a lobby e potentati, come nel caso dell’acqua pubblica, E con la cancellazione delle provincie, allegoria perfetta della manomissione della democrazia,  quando invece di eliminare gli “enti inutili” si sono eliminati gli elettori diventati più che superflui, molesti, quando la semplificazione è diventata complicazione con l’aumento degli organismi intermedi,  la richiesta pressante di fondi per garantire i servizi essenziali su strade e scuole, la potenza malsana data alle pretese di autonomia delle regioni più ricche, e il ridicolo del rito di elezioni, quelle delle Città metropolitane, cui sono chiamati a votare per le supercittà i  sindaci e u consiglieri comunali dei comuni  che insistono nell’area metropolitana.

L’esperienza ci insegna che i tagli, siano quelli doverosi dell’austerità, che quelli  promossi per il nostro bene, per salvaguardare le nostre tasche di cittadini, non hanno mai buon fine: nel caso delle province (che  gestiscono ancora oltre 5100 scuole e l’80% della rete viaria nazionale, ma non hanno più dipendenti né risorse) sono stati sforbiciati energicamente i servizi per numero e qualità, i dipendenti sono stati distribuiti dissennatamente nelle Regioni, nei Ministeri e nei tribunali con il paradosso di barellieri messi a fare i cancellieri (l’informazione viene dall’Upi),  soprattutto non è mai stato calcolato il “risparmio” che secondo il promotore che ha dato il nome alla riforma doveva ammontare a 2 miliardi, poi ragionevolmente ridotti a 32 milioni, rimozione che come si sa riguarda tutto il gioco di scommesse cui siamo chiamati  a contribuire nella bisca dello “sviluppo”.

Sarebbe meglio guardarsi dalle brioche offerte alle plebi malmostose, al posto della crema ci mettono il veleno.

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Evasione & Secessione

italia-secessione  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati 22 anni da quando una piccola e risoluta task force di cretini – 8 “venetisti”, vennero definiti – sequestrarono un ferry boat per trasferire a San Marco un tank, un camper fornito di alcun fiaschi di vino, pane e salame, l’equipaggiamento necessario  insomma per la presa del simbolo della Serenissima e dell’istanza di indipendenza da Roma ladrona.

Si sa che il sindaco Cacciari, uno di quelli che invidiava esplicitamente il radicamento territoriale della Lega, costola della sinistra, perse una intera notte di lettura di brani scelti di Hofmannsthal e di inediti di Nietzsche, impegnato in una trattativa con gli insorti asserragliati nel campanile, che si arresero, si mormorò,  una volta finite le vettovaglie e le bevande.

L’accaduto, oggi dimenticato, suscitò allora grande scalpore in qualità si segnale d’allarme del diffondersi di pressioni secessioniste e eversive, poi via via retrocesse a inoffensivo folclore, come l’elmo con le corna dei fan di Borghezio e la somministrazione rituale ai fedeli di acqua del sacro fiume fetida e velenosa per via dei reflui industriali e agricoli della brava gente della Padania.

Siccome tutto è relativo l’impresa degli 8  preoccupò l’arco costituzionale ancora intriso di valori unitari e sovranisti mentre la vera secessione, quella richiesta di autonomia delle regioni ricche, viene intesa oggi come legittima rivendicazione di chi produce, lavora, spende e pretende, autorizzato quindi a gestirsi il portafoglio, padrone in casa sua, oggetto verosimile di una contesa all’interno del governo che l’azzeccagarbugli degli italiani cerca di sanare con doverose concessioni su sanità e ambiente, di un negoziato con l’opposizione, le cui “ragioni” sono ben rappresentata dal  presidente dell’Emilia targato Pd, e  di un pronunciamento del Parlamento come d’abitudine chiamato a mettere un timbro notarile sul già stabilito.

I secessionisti decisamente imborghesiti rispetto ai magnifici 8 e destinati perciò ad avere successo di critica e di pubblico dopo quello “istituzionale ( la richiesta di maggiore autonomia   è stata sottoposta a referendum consultivo regionale nell’ottobre 2017 per poi essere ratificata nel febbraio 2018 dal Governo Gentiloni)  stanno dirigendo il loro tank anticostituzionale alla conquista dei fortini oltre che della scuola pubblica e dell’università, dell’assistenza e del governo delle politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” – legittima a loro dire  – del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale.

Vaglielo a dire a Zaia che  avrebbe molti più proventi per attuare le sue riforme se potesse contare sui contributi sottratti dall’evasione dell’operoso Veneto che vanta un primato con 9 miliardi di tasse evase, una cifra enorme,  che pesa per l’8,5% sulla quota nazionale, in un territorio che produce il 9,3% del Pil italiano. Vaglielo a dire che la proverbiale efficienza proclamata non ha saputo contrastare la consegna della gestione dei rifiuti a consorterie criminali, che puzza di marcio lontano un miglio il welfare che vorrebbe promuovere grazie all’autonomia, perchè cresce sul volontario disfacimento dell’assistenza pubblica (sono stati sollecitati a tornare al lavoro i medici ultrasettantenni, per mancanza di personale) in modo da darla in custodia ai privati, proprio come fossimo nel Lazio o in Campania, come si vuole fare con l’istruzione.

E andate a chiedere a Fontana dove vanno i rifiuti delle industriose aziende lombarde, come mai chiudono i presidi ospedalieri e i dipendenti hanno solo i tetti per dire le loro ragioni, che cosa è cambiato dopo lo scandalo Formigoni, se è vero che Milano continua ad essere senza depuratore – e senza opere di salvaguardia per il Seveso, come una Calabria qualunque-  o cosa sta facendo l’Aler (azienda regionale) commissariata a fronte di migliaia di senza tetto, proprio come fossimo a Roma.

E magari si potrebbe avere da Bonaccini presidente dell’Emilia Romagna qualche notizia che incoraggi da affidargli un budget speciale per aiutare quei terremotati che dal sisma del 2012 devono ancora vedere aiuti e risarcimenti, nemmeno si parlasse di Irpinia, o qualche informazione sui suoi “aiuti” alle famiglie molto apprezzati dalla Lega, o sulle recenti misure per la casa della regione Emilia Romagna, che pare non siano altro che contributi arbitrari per l’affitto, o sulla sua legge urbanistica segnata dal totale assoggettamento alla rendita, ai potentati immobiliari e ai costruttori legittimati dalla natura di “cooperative”.

E sto parlando soltanto delle inadempienze che riguardano le competenze in capo alle regioni dopo lo “scioglimento” delle province, la rivoluzione amministrativa e moralizzatrice di Delrio che ha fatto risparmiare ai cittadini ben 26 centesimi di risparmio, a fronte (la fonte è proprio l’Upi) dei  drammatici tagli a scuole, strade, assistenza, con  il quasi dimezzamento delle spese di manutenzione ordinaria (-43% dal 2013 al 2018) e del quasi azzeramento della capacità di investimento delle province (-71% nello stesso periodo) sugli oltre 130 mila chilometri di strade e sulle quasi 7.000 scuole secondarie superiori, insieme all’ aumento secco di circa 36 milioni dei costi per gli oltre 12.000 dipendenti ex provinciali transitati nelle regioni e nei ministeri (dove gli stipendi sono mediamente più elevati). E per non dire del caos che si è creato, della sovrapposizione di competenze, della miserabile rappresentazione di tornate elettorali per le città metropolitane tenute all’insaputa dei cittadini e dove votano i già eletti in modo da raddoppiare l’incarico.

Nemmeno ricordo gli scandali che hanno avuto le regioni come ambientazione di ruberie cialtrone dalla mutande alle merendine e altre più sofisticate, rammentando invece che da molto prima della loro istituzione in tanti avevano messo in guardia sulla natura di enti che avrebbero comportato costi difficilmente sostenibili per le finanze pubbliche italiane senza effetti apprezzabili sulla crescita, dotate di potere decisionale e legislativo ridotto e occasionale anche in virtù della riforma del titolo V della Costituzione del 2001, che ha prodotto sperequazioni in utti i settori compreso quello fiscale.

Oggi il secessionismo dei ricchi rivela la sua indole antidemocratica interpretata in forma bipartisan e che dà carattere di ufficialità alle esternazioni dell’ammiratore del Vesuvio: sfiduciare il Sud, consolidando la convinzione che il Mezzogiorno sia insalvabile per la sua natura di peso morto dove le risorse vengono impiegate in modo irrazionale, improduttivo e clientelare, dove hanno origine e prosperano le cosche, dove alberga il familismo amorale. E volendo dimostrare che in assenza di provvidenziali terremoti e eruzioni, è meglio condannarlo a propaggine africana cui è tassativo negare autodeterminazione e pure le risorse che producono. E d’altra parte si tratta della declinazione nazionale della strategia europea, imporre l’austerità più feroce e arbitraria in modo da dirigere distribuzione, alterare gli equilibri e favorire le disuguaglianze.

Non è solo la Lega a  volere la sua interpretazione aberrante del federalismo,  che costringe il governo a distorcere le norme costituzionali sull’autonomia in modo eversivo per l’unità nazionale e l’universalità dei diritti: la lobby della secessione degli estratti dalla lotteria del privilegio immeritato ha molti associati, le rendite, le multinazionali, i costruttori, gli investitori nei settori del Welfare privato, la finanza che inventa sempre nuove bolle per alimentare il suo casinò, i venditori di beni comuni all’incanto che da anni promuovono crisi in modo che diventino proficue emergenze, quelle che costringono a poteri speciali e liquidazioni eccezionali.

Ah ci sono anche i professionisti dell’antisovranismo, anche quello dei ricchi, che non vogliono dividere le loro correità, nell’Ilva,  ad esempio, cercando qualcuno cui appioppare  la mela marcia che ha avvelenato i tarantini,  nelle banche criminali, nei fallimenti ripetuti dell’Alitalia, in modo che sia chiaro per tutti che lo Stato deve fare il becchino, e noi con lui, seppellire le magagne,  pagare per salvare i padroni, diventare invisibile quando ci sono utili.  

 

 

 

 


Provinciali senza Province

i_basilischi_1_1546941287Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il pregiudizio anche quando è giustificato e legittimo annebbia la ragione. È il caso dei 5stelle che da avventizi della governance vogliono dimostrare coerenza e fermezza soprattutto quando non serve se non per distinguersi dall’alleato troppo esuberante e che si sono ribellati alla sua ultima sortita con la quale propone di resuscitare le province:  «Vogliamo dare i servizi ai cittadini, ha proclamato. «Se i Comuni non riescono a farlo, servono le Province … L’abolizione delle Province è una buffonata di Renzi, che ha portato disastri soprattutto nelle scuole e alle strade».

E dire che i fatti dimostrano anche per i 5stelle che c’è una stella polare cui guardare per agire nell’interesse generale,  fare il contrario dei governi a guida Pd su incarico dell’Europa. In realtà dovrebbero dire anche il contrario di quello che esterna Salvini, ma per una volta l’orologio fermo nella sua testa in mezzo a tutte quelle molle saltate ha fatto l’ora giusta. Anche se con ritardo e estemporaneamente perché per ritardi, inadempienze, incuria, colpevoli non sono i Comuni, i cui vizi per lo strafalcione di natura all’Interno sono incarnati da Roma, ma le Regioni.

Verità semplice che salta agli occhi di tutti prima o poi, dimostrata  dal fatto che perfino Zingaretti alla Provincia ha contato di più che alla Regione, se per contare intendiamo legiferare, emanare, intervenire con atti in nome dell’interesse generale, costretto a agire, si direbbe contro la sua natura, per via della natura dell’incarico che ricopriva. Perché se proprio c’era un ente inutile dagli stipendi sfrontati e i benefit e le sine cura inventati e gonfiati, piccola patria degli usceri, autisti, consulenti, terreno di scorreria  delle clientele, centro di spesa dello spreco straccione (consiglio di scorrere i titoli di testa di qualsiasi film italiano, cinepanettoni in testa, per vedere chi c’è sempre tra i mecenati) è proprio la regione.

D’altra parte l’abolizione delle province – era stato il Carroccio d’accordo con Silvio Berlusconi: «delle Province non voglio parlare, vanno abolite», a decidere il primo storico taglio radicale degli organismi di cui oggi invoca la resurrezione, seguito dalla cancellazione ad opera del duetto Renzi Delrio, non aveva mai avuto un carattere di gesto definitivo, se già allora c’era chi scriveva (lo stesso Corriere che oggi recita: nel «gallodromo» governativo, dopo gli strilli, la polvere e lo svolazzar di penne tra i galli populisti sulle dimissioni di Siri, il 25 Aprile, i comizi corleonesi, le autonomie regionali, gli striscioni fascisti, i porti chiusi, i soldi per Roma e via così, c’è una new entry: il ritorno delle vecchie Province) che  la Provincia è come la coda della lucertola, quando la tagli ricresce. E magari, viene da dire, a vederne la insostituibilità conclamata.

La Repubblica appena nata  aveva fatto i conti  con la constatazione  che le relazioni tra città e paesi limitrofi stavano divenendo tali da richiedere strumenti di vasta portata. Una serie di esigenze (dai trasporti locali allo smaltimento dei rifiuti, dalla localizzazione delle attività produttive e commerciali alla razionalizzazione dell’agricoltura, dalla tutela dell’ambiente, a quella del paesaggio dall’organizzazione scolastica a quella sanitaria e alla politica della casa) richiedevano che l’impiego del metodo e degli strumenti della pianificazione del territorio fosse praticato non solo alla scala urbana ma anche in una dimensione politica, amministrativa e partecipativa più ampia. Quella comunale aveva confini troppo stretti, quella regionale troppo estesi, così si ripensò a quella  inventate dall’ordinamento napoleonico proprio per risolvere quelli che nel XIX secolo erano i problemi d’area vasta (la riscossione dei tributi, la vigilanza contro l’ordine pubblico) e tenendo conto delle tradizioni locali e dei variegati legami tra città e contado. In ragione di ciò se ne erano tracciati i confini sulla base di criteri di efficienza territoriali: la distanza che può percorrere in un giorno un signore che deve recarsi in carrozza al capoluogo per pagare le tasse, uno squadrone di gendarmi a cavallo per ripristinare l’ordine turbato, che fece propri la Costituzione repubblicana rendendo  le province istituzioni rappresentative di primo grado,  cioè elette direttamente dai cittadini, e le cui funzioni si erano già arricchite in vari settori, dall’agricoltura alla gestione del patrimonio forestale e faunistico, dalla salute alla scuola, alla gestione dei rifiuti.

Certo non bastava, e non sarebbe bastato: i problemi si sono moltiplicati dal controllo e contenimento del consumo di suolo, alla politica della casa, alla promozione dei trasporti collettivi, alla tutela del paesaggio e dell’ambiente e che diventano emergenze  in occasione di disastri o dell’accumularsi di  disagi mentre e le città hanno sconfinato in sterminate periferie, tanto che dagli anni ‘70 ao ’90 si tenne un lungo confronto politico e tecnico sulla dimensione  sociale e amministrativa delle città metropolitane. Tutto quel fervore venne cancellato dall’imposizione di un ente oggetto di aspettative ambiziose e di insaziabili appetiti, vero centro di potere e malaffare ben più che di competenze e azione, le regioni, nelle quali collocare altri meritevoli e intermediari preziosi con target elettorali.

Al governo a guida Pd di Napoleone piaceva solo l’imitazione che voleva farne il bonapartino di Rignano, mentre voleva rafforzare a un tempo la figura del sindaco e valorizzare i poteri dei governatori anche in vista dell’ipotesi federalista pensata per regioni leader delle Pr con i privati (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/25/golpino-regionale-e-ragionieri-di-corte/). Dobbiamo a quell’ipotesi sconclusionata la raffazzonata riforma di Delrio che disegnava le  Città Metropolitane fotocopia delle vecchie Province, ulteriormente indebolite e “governate da sindaci” che prestano gratuitamente i loro servizi, senza risorse per le poche competenze aggiuntive, le   cui funzioni assegnate sono appunto “le funzioni fondamentali delle Province” (pianificazione territoriale di puro coordinamento, infrastrutture interne e servizi di mobilità, ambiente, rete scolastica). Scatole cinesi, matrioske, delle cui elezioni non ci siamo accorti,  impossibili da governare quando le Regioni vedono “supercittà”  come ingombranti concorrenti nel controllo del territorio (come nel caso della Lombardia che si oppone a ogni richiesta di estensione di quelle attuali), se i sindaci (quello di Milano in testa) attribuiscono scarsa importanza al loro “secondo incarico” posponendo pervicacemente le elezioni dirette stabilite per Statuto, se i Comuni e le Regioni resistono per mantenere inalterate le loro competenze in materia di consumo di suolo, nel timore che vengano adottati criteri più rigidi rispetto ai loro piani e alle licenze concesse a privati e rendite. Mentre avremmo bisogno di quella creatività politica e di quell’audacia che permetterebbe di fare tabula rasa del “sistema Regioni” per dar vita a istituti nuovi che sappiano governare contesti nuovi secondo regole di buona e trasparente amministrazione.

Ma non sarà che hanno fatto tutto quell’ambaradan i nativi di Rignano, Montevarchi, Reggio, per far vedere che sono cittadini del mondo, fan e supporter della globalizzazione e non piccoli “provinciali” che si vergognano dei loro campanili?  

 

 

 

 

 


Niente di nuovo sul fronte occidentale

odAnna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se si tratti di sindrome di Stoccolma. Va a sapere se invece non ricordi l’atteggiamento non dissimile di quelle donne ripetutamente menate dal consorte, fidanzato, compagno, che, ancora coi segni delle busse non si risolvono a sciogliere quel vincolo avvelenato e non per motivi economico, ma per una malintesa affezione, per l’aspirazione a redimere e salvare il reprobo, per fedeltà a tradizioni patriarcali.

Comunque le aspettative riposte in quello che il Corriere a forma Cazzullo definisce “il principale partito di opposizione  uscito dal limbo in cui si era rinchiuso da oltre due anni, dal 4 dicembre 2016; ed è una buona notizia, non tanto per il partito quanto per il Paese e tutto sommato anche per il governo; perché in democrazia c’è bisogno di un’opposizione”, rientrano a pieno titolo nell’ambito delle patologie o, per dirla con Spinoza, delle passioni tristi,  secondo il quale la sua non era più  l’epoca dell’entusiasmo per i “segni prognostici” dell’avvenire ma quella del ripiegamento e dell’implosione delle aspettative. E ai giorni nostri quella dell’accontentarsi dei MenoPeggio,  di una politica “estetica”, siliconata grazie a iniezioni e artifici di umanitarismo che si guarda bene dal mettere in discussione il capitalismo nella sua declinazione più assatanata di sfruttamento e profitto, la più avida  e  disinibita, capace di ridurre l’etica in utilitarismo e la ricerca di ciò che è giusto in edonismo.

C’è da chiedersi  che cosa gli elettori, i simpatizzanti, tali in quanto antipatizzanti di tutto quello che si muove al di fuori del paesaggio dei gazebi, gli opinionisti (cito ancora: il compito del nuovo segretario è costruire un dialogo con la società, in particolare con forze civiche, cattoliche, sindacali, di volontariato: primo passo verso nuove alleanza con liberali, europeisti, moderati), si aspettino dall’elefantino morente, ridotto ai numeri del Psi dopo la scissione di Palazzo Barberini ma molto meno influente, spodestato anche a livello locale, grazie alla rinuncia al suo tessuto tradizionale di circoli e sezioni, incapace di ristabilire un dialogo con il suo popolo tradito, per via di una politica di governo che ha ridotto gli spazi dei corpi intermedi, rappresentanze, sindacati, associazioni sul territorio, indicati dal reuccio irriducibile come molesti  comitati e  comitatini, da coagulare intorno a sigle uniche, sindacali, partitiche, informative.

Io un merito lo riconosco a queste primarie e al vincitore, quello di sgombrare in maniera definitiva il campo dagli equivoci che piacciono tanto al verminaio sul corpicino morente ma anche alla fazione contraria quella che ha abiurato al credo che voleva obsolete le categorie di destra e sinistra, preferendone la più comoda sussistenza con la speranza di poter occupare da solo  quel confortevole centro, vuoto di idee e principi e vantaggioso perché permette di dire e disdire, fare e probabilmente malaffare.

Beh adesso ancora di più ci vorrà una bella faccia di tolla per dire che il Partito Debole è di centro sinistra, adesso sfido chi mi commenta attribuendomi un’appartenenza comune con   i progressisti che hanno da almeno due decenni scelto di mettersi al servizio dell’ideologi e del costume neoliberista, spacciando per riforme le marce trionfali che hanno accompagnato la dissoluzione dello stato sociale, lo smantellamento dell’edificio di diritti e conquiste del lavoro, la condanna al lavoro minorile di Poletti e alla fatica vegliarda della Fornero,  e poi la tutela del decoro in cambio della sicurezza, della “cooperazione” in Africa con despoti sanguinari al posto dei corridoi umanitari, le Grandi Opere invece della salvaguardia del territorio, l’inerzia per evitare la possibile corruzione e la corruzione  sbrigliata come sistema di governo e delle leggi per favorire l’egemonia privata e finanziaria, esemplarmente simboleggiata tanto per dirne una dalle ultime rilevazioni sull’emergenza sanitaria a Taranto, che ha persuaso il “people” del quartiere Tamburi – assente dalla manifestazione di Milano, a mettere le catene  ai cancelli dell’Ilva. E convinto gli operai di Pomigliano   a indire uno sciopero a cui hanno aderito quasi tutti gli operai dello stampaggio per l’aumento dei turni senza il pagamento degli straordinari, in modo da non riprendere i cassintegrati, spremendo chi  sta alla catena.

Sempre i giornaloni raccontano di un fitto dialogo costruttivo del neo segretario con Chiamparino. E figuriamoci se non si presentava l’occasione per ribadire la priorità del tema Tav, diventato la battaglia per la democrazia, così guai a chi non ci sta, a chi vuole fermare il progresso ed escluderci dal consesso dei grandi insieme al napoleoncino piccolo piccolo che fa il furbo invitandoci a prenderci noi la patacca che lui non vuole più, in modo da alleviare i sonni dei francesi disturbati dei continui passaggi di auto e tir. Figuriamoci se non si approfitta della gradita opportunità di fare di Torino grazie alla Tav la nuova capitale del lavoro facendo capitolare la sindaca invisibile e il suo partito discontinuo quanto ricattato, puntando sui cantieri a termine, sul cottimo precarizzato, sui caporali dell’edilizia nel posto dove si è consumata l’infame liturgia della svendita di una industria che aveva fatto man bassa di aiuti, assistenzialismo, prebende e regalie, scappata col malloppo abbandonando i suoi lavoratori a miseria e dileggio, mentre l’azionariato esangue e inabile si gode dividendi e i frutti dei fondi che ha creato per sfruttare due volte i dipendenti.

Figuriamoci se non viene bene che la Torino del Lingotto  sia teatro del dialogo sulle nuove priorità, dopo che là con la fondazione del morto partito è stato seppellito il mandato ricevuto, la storia, la testimonianza e l’incarico di rappresentanza, quando il promoter scelse la dismissione anche del termine “sinistra” annunciandolo a una testata straniera, quando si stabilì una volta per tutte l’adesione cieca e ubbidiente a Ue e Nato, alla pari con preferenza per la seconda anche per via dell’affiliazione indiscussa  del leader all’impero nonostante la scarsa conoscenza dell’idioma locale,  quando si sancì che i diritti fondamentali ce li avevano elargiti, erano al sicuro: casa, lavoro, salute, istruzione, e adesso era la volta di quelli estetici dei quali un partito moderna in via di trasformazione in azienda si sarebbe fatto mallevadore, per garantircene il minimo sindacale in modo da non irritare altri poteri forti.

E infatti abbiamo visto come erano inalienabili quei diritti e quelle prerogative, subito attaccati dal prodotto del Lingotto in barba alle parole d’ordine e ai quattro temi chiave della fondazione: ambiente, patto generazionale, formazione, sicurezza. Contro i quali vennero via via armate le campagne nazionali: Buona Scuola, Jobs Act, misure di ordine pubblico, Legge Fornero, Salva Italia e condoni, Grandi Opere e riduzione della portata della valutazione di Impatto Ambientale. Ma anche quelle locali, con il fiscal compact, le cravatte per i comuni, la cancellazione fittizia delle province e il rafforzamento delle regioni più ricche, lo stravolgimento delle leggi sul territorio che riduce l’urbanistica a negoziazione del provati con pubblico, condannato aprioristicamente a cedere, impoverimento del sistema sanitario regionale e della somministrazione di assistenza e cura.

Dal 2007 anno di fondazione il trend del Pd e dei suoi leader è quello, i curricula e le referenze sono sovrapponibili per esperienze e competenze, gli obiettivi gli stessi, le disuguagliante tra chi sta casualmente e immeritatamente  sopra e chi sta sotto altrettanto immeritatamente si sono incrementate. Il fatto è che una forza debole come quella fa comodo alle altre forze anche più forti, come opposizione scialba, come ago della bilancia instabile e pronto a ondeggiare al minimo alito di vento, come utile avversario o potenziale alleato opaco.

E allora a qualcuno piace essere cornuto e farsi mazziare, accoppiarsi con gli uni o con gli altri perché fuori da quei sodalizi tocca pensare, scegliere, agire, criticare, perdere qualcosa per guadagnare altro, di sconosciuto certo, ma nostro, e forse buono e giusto.

 

 


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