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Paura alla spagnola

spagnolaNon so quante volte in questi mesi ho sentito citare e praticamente quasi sempre a sproposito l’epidemia spagnola che seminò la morte tra l’ultimo anno della grande guerra e la prima parte del 1920, provocando la morte di un numero imprecisato di persone, ma che si stima possano essere tra i 20 e i 30 milioni, ( non 50 0 100 come spesso si legge) un numero di gran lunga superiore a quelli provocati dalla grande guerra e che destò grande allarme perché invece di colpire gli anziani al termine della loro vita, falciava persone giovani e mature. E adesso come se tutto questo rimuginare storico per sentito dire non bastasse quell’antica epidemia viene evocata per annunciare un suo possibile  e imminente ritorno  visto che il coronarvirus si è dimostrato sin troppo domestico per cui bisogna una qualche spauracchio per far sì che la gente continui a vivere come sugli alberi le foglie. Ma devo una pessima notizia alle interessate Cassandre che vogliono distinguersi nella loro opera di untori della paura: la spagnola è già tornata nel 2009 sotto forma di influenza suina. Gli studi compiuti hanno mostrato che il virus H1N1 del 1920, appartiene alla famiglia dei virus dell’influenza A ed è pressoché identico a quello moderno così che gli studiosi discutono sul perché la suina di 11 anni fa non abbia fatto strage, anzi sia stata piuttosto leggera . E in generale non si capisce bene che cosa abbia provocato l’alta mortalità della spagnola.

Ora innanzitutto  va detto che il nome di spagnola e di suina sono dei falsi: il passaggio dell’H1N1 da qualche uccello alla specie umana è avvenuto presumibilmente in Kansas ed è stato poi  diffuso dalle truppe americane sia in Europa che in altre parti del mondo, mentre la suina è di origine californiana, ( si disse messicana, però il Messico protestò contro questo falso che confondeva il sud California americano con la Baja california  e da allora di parla di suina) ma naturalmente non si poteva e non si può attribuire all’America l’origine di una qualsiasi pestilenza e dunque furono trovati nomi e sigle che allontanassero l’amaro calice dal paese eccezionale. Il quale adesso però se la prende con la Cina come se non fosse egli stesso  l’origine della più grande epidemia  dell’evo moderno e come se non mancassero gli zampini dei suoi filantropi anche dentro il coronavirus. Ma superiamo la nomenclatura che pure è importante per certi versi e concentriamoci invece sugli indici di mortalità: la ricerca che come sappiamo è costantemente influenzata sotto molteplici aspetti dagli Usa fa un po’ di fatica a vedere ciò che ha sotto il naso, si concentra sulle cause più immediatamente fisiche e dunque sul virus in sé, trascurando pervicacemente  il contesto anche quando – e questo è il caso – non si trovano motivazioni e tracce per comprendere la patogenicità radicalmente diverso dello stesso virus.  In particolare sono le condizioni sociali ed economiche ad essere trascurate quando esse si rivelano negative, con la coda di paglia di chi tema che possa essere messo in discussione lo stile di vita: così è sfuggito per molto tempo il fatto che la Spagnola fu così terribile perché si diffuse in piena guerra, in ospedali sovraffollati e certamente messi peggio di quelli del bergamasco, ma soprattutto in un contesto nel quale la denutrizione colpiva vaste fasce di popolazione per cui spesso subentravano al virus superinfezioni batteriche letali. E le persone più giovani a causa della guerra erano più esposte.

Il medesimo virus H1N1 si ripresentò fra le truppe americane anche durante la seconda guerra mondiale, ma mentre nel corso del conflitto ebbe effetti di un certo rilievo, terminate le operazioni militari e dunque eliminate le condizioni impervie della guerra divenne un’influenzina trascurabile. Questo ci dice qualcosa che la scienza medica ha  dimenticato :  è il contesto sociale, economico e sanitario, che definisce in gran parte la gravità della malattia e i suoi indici di mortalità. In un certo senso anche la malattia è un fatto politico, così come lo sono molte delle condizioni che vengono ingenuamente ritenute naturali e unicamente dipendenti dal mondo esterno. Ma senza andare a mettere troppa carne al fuoco è evidente che le condizioni di vita, assieme all’assiduità e alla qualità dell’assistenza medica, nonché al livello euristico delle sue conoscenze  sono decisive per determinare la gravità di una malattia. Per esempio il cancro oggi miete meno vittime non tanto per qualche novità nelle cure, ma per la capacità di diagnosi precoce per la maggior parte della popolazione (almeno era così prima del coronavirus che ha sfasciato tutto) la quale è possibile grazie all’estensione delle tutele sanitarie anche a quella parte di popolazione che una volta non poteva permettersi un’assistenza medica efficace. Laddove prevalgono i sistemi privatistici la differenza tra reddito e mortalità è evidentissimo. Questo trascurando per il momento il fattore di rischio, non dovuto semplicemente al Dna ma alle condizioni di vita: i redditi più bassi sono di solito più esposti a condizioni sfavorevoli per la salute.

Insomma la spagnola non fu terribile in sé, ma per le condizioni in cui il virus si diffuse e questo si può dire per quasi tutte le affezioni virali: Nel caso del Covid la massiccia manipolazione dei dati per trasformare un ‘influenza in pandemia sterminatrice, sarà possibile solo fra qualche anno, (sempre che non si riesca ad evitare una sindrome  orwelliana), ma già da ora è più che evidente che la mortalità è stata causata principalmente da errori radicali nelle cure, dall’adozione di strategie sbagliate come la concentrazione delle persone a rischio che doveva invece essere evitata, dalle azioni scomposte di una sanità drogata dai profitti che non vuole riconoscere il ruolo negativo delle vaccinazioni antinfluenzali nella resistenza ad altri patogeni.


Antipatizzate!

superu Anna Lombroso per il Simplicissimus

Di Grandi Antipatici è piena la storia. E non parlo dei tiranni e despoti, che, al contrario, sono perlopiù saliti in sella ai cavalli immortalati nelle loro statue equestri o sui troni non dinastici, proprio grazie all’aver suscitato consenso e riscosso ammirazione e invidia, prima della paura che poi inesorabilmente accompagna carriere criminali.

Parlo invece di filosofi, pensatori, letterati diventati alla lunga molesti per via di capacità di osservazione che vengono prese per tristemente profetiche, per una certa severità tacciata di moralismo, ma soprattutto per avere l’indole  o l’abitudine a dire quello che gli altri non hanno voglia di sentire.

E siccome si sa che a guardarsi intorno c’è poco da stare allegri, da che mondo è mondo, parlando dell’Ecclesiaste o di Cioran o Sgalambro,  di Marc’Aurelio o Hobbes,  per non dire di Schopenhauer o Leopardi, si è sempre cercato di dare motivazioni psicologiche o temperamentali o fisiche: era gobbo, aveva mal di fegato, era un eccentrico asociale, peggio, un anaffettivo sociopatico, per spiegare come mai si sottraessero a un consolatorio e giocondo ottimismo.

Figuriamoci di questi tempi, quando la “crisi delle ideologie” del passato  ha consolidato l’egemonia della più mediocre delle imitazioni, il politicamente corretto con tutte le censure e autocensure che comporta, che proibisce negatività e scetticismo per promuovere un concreto e realistico entusiasmo, in grado di favorire consumi, acquisti, ambiziosa  affermazione di sé, indulgenza per errori e peccati comuni che perciò diventano veniali e perdonabili.

Figuriamoci in questi giorni nei quali lo slogan è “andrà tutto bene”, nei quali  il dubbio è bandito perché il pilastro dello stato di eccezione che viviamo è credere alle “certezze della scienza”, sottoporsi senza discussione alle minacce dei dati occasionali e confusi, assoggettarsi agli imperativi delle autorità, alle leggi marziali e alle restrizioni della libertà imposte “per il nostro bene”, in attesa del vaccino salvifico, della cura guaritrice, del demiurgo riparatore – il nome c’è già – e della fine del Terrore che, come la crisi, potrebbe anche essere la punizione per aver voluto e avuto troppo nel passato, o la pena per la corsetta al parco nel presente.

E infatti solo dei fastidiosi idolatri del dubbio si sottraggono alla retorica patria, alla glorificazione del migliore di governi che ci potesse capitare in occasione del trailer della prossima apocalisse, all’incensamento del  burbanzoso sussulto di fierezza nazionale con cui si conducono le trattative coi cravattari. Sentimenti comuni che fanno il paio con l’orgogliosa fermezza con la quale i connazionali stanno a casa a guardare la Casa di Carta, osannando sulla tastiera quelli che oggi vengono celebrati come martiri necessari, che si sacrificano per produrre alimenti – ma pure F35, per recapitare merci, per guidare bus allo scopo di fornire alimenti e servizi ai forzati di Netflix e della pastiera mandati in trincea, che a pancia ancora piena rimuovono il pensiero del dopo: esercizi chiusi, negozi, bar e ristoranti falliti, aziende chiuse e la tremenda pressione dei costi dell’emergenza, rinviati insieme ai mutui, ma che il racket è pronto a esigere.

Solo loro, quelli del pensiero necessariamente  pessimista, perciò spesso profetico, si permettono di ricordare che si sapeva  che sarebbe successo – ed è successo, perché perlopiù ci azzeccano, che condizioni climatiche, inquinamento, globalizzazione con circolazione di persone, merci e  specie ci avrebbero esposti a epidemie.

E ammonivano che non si sarebbe  fatto nulla per contenere quel rischio prevedibile perché contrastare una catastrofe costa, non è redditizio prevenirla, come è dimostrato dal cambiamento climatico, e che, al contrario, può produrre ricadute positive per un modello economico che sa approfittare delle emergenze per introdurre il suo ordine sociale, delle guerre per profittare delle ricostruzioni.

E infatti “antipatizzano”, diventano oggetto di esecrazione, anatema ed esorcismi, perché si battono contro i malefici della lucidità, dell’indipendenza di pensiero.

Vengono zittiti in modo che precipitino nella spirale del silenzio obbligato in modo da non essere costretti a pensare che il sacrificio che si sta compiendo sia inutile o sovrabbondante rispetto al pericolo immanente e imminente, per non riflettere sul peso che potrebbero avere su una democrazia, senza sovranità economica e monetaria, quando i governi rivendicano l’impossibilità di spendere l’impotenza a agire per via di vincoli e ricatti esterni e interni, le pressioni e i condizionamenti ampiamenti previsti, ma che vengono presentati come incontrovertibili.

Non è gradito chi cerca di costringere gli altri a interrogarsi se le misure restrittive e le disuguaglianze che introducono tra cittadini siano compatibili con la costituzione e lo stato di diritto e se saranno provvisorie. Se davvero non si sarabbe potuto e non si potrebbe ancora contrastare il ritardo sugli accertamenti, la rintracciabilità degli infetti, rivedere le terapie somministrate forse addirittura controproducenti.

Non è accettabile chi si chiede se una qualche autorità avrà l’audacia di interrompere l’horror, la narrazione apocalittica, che si sa quando e perchè comincia, ma non si sa quando potrà finire, pena la perdita di appoggio, o i rischi dell’aperturismo sconsiderato e quelli del default economico e sociale.

O anche chi mette in guardia dalle soluzioni pensate da chi ha creato i problemi – abitudine inveterata del dio Mercato – che vanno dall’attesa redentiva di un vaccino, di una pozione magica da assumere una tantum come una panacea contro tutte le minacce, dal virus alla malasanità, offerto e somministrato da chi ha tardato e non ha saputo fronteggiare la crisi, da chi ieri ha chiuso ospedali pubblici e domani ci dirà che è impossibile invertire la tendenza a causa del prezzo da pagare, quello si socializzato, mentre i profitti e la corruzione erano privati in regime di esclusiva.

Alla fine sono più graditi i complottisti, quelli del virus diabolicamente sguinzagliato fuori dai laboratori, quelli della macchinazione, come se ci fosse bisogno di provocarla una emergenza, quando è più facile e meno costoso usarla a fini millenaristici, mettendo a frutto nequizie e ingiustizie già commesse quando si è demolito il welfare, mandato in rovina il tessuto sociale che favorisce senso di responsabilità e autodeterminazione e così si possono imporre restrizioni e obblighi arbitrari,  dentro a un contesto di paura  da controllare militarmente.

Perché così si può rimuovere la colpa collettiva di aver sopportato o finto di non sapere  che –secondo i dati ufficiali dell’Istituto Superiore della Sanità – ogni anno in Italia circa 20.000 persone si ammalano in ospedale di varie patologie (tra le quali la polmonite è la più frequente) e muoiono a causa di malattie contratte nei reparti che li accolgono, per effetto del sovraffollamento, delle precarie condizioni igieniche, dell’abbandono senza speranza in cui vengono lasciati gli anziani che “hanno fatto la loro vita”, secondo modalità che non sarebbe azzardato definire una strage di stato.

Loro sono gli Antipatici di oggi, perché continuano a domandarvi perché vi siete lasciati convincere di essere appestati, perché avete accettato di isolarvi, di rinunciare alla critica, alla ricerca delle ragioni, al pensiero indipendente, da rinviare a tempi migliori. Che però non verranno se ci arrendiamo a un peggio cominciato tanto tempo fa, quando abbiamo creduto fosse necessaria la rinuncia a dignità, diritti, libertà in cambio della vita. Ma è vita quella?


Gli Usa al Cassandra Crossing

Cassandra Crossing - CD 2 (frame 77263)Nel 1976 l’antropologo e demografo francese Emmanuel Todd, il cui nome ha oggi una risonanza mondiale, predisse il collasso dell’Unione Sovietica partendo da indicatori come l’aumento dei tassi di mortalità infantile e la diminuzione delle nascite. Insomma qualcosa che allora suonò come ingenuo se non provocatorio, come se i dati demografici di base non avessero nulla a che fare con le dinamiche sociali e politiche. Probabilmente anche oggi  la si pensa così, ma a partire dalla posizione opposta, ossia dall’inesistenza sostanziale della società vista come mera collezione di individui desideranti, però i cambiamenti di certi parametri significano pure qualcosa, non sono mai indifferenti, una sorta di dato biologico ed esistenziale, variabile come il tempo in montagna. Quindi possiamo immaginare lo sconcerto dei fedeli e dei fan quando all’apice del successo del capitalismo finanziario le stesse stigmate appaiono negli Usa, al centro dell’impero.

Le statiche del National Center for Health ci dicono

  • L’aspettativa di vita della popolazione americana è scesa a 78,6 anni nel 2017,  mostrando l’accentuarsi di un declino in atto da tre anni.
  • Il tasso di mortalità specifico per età è aumentato dello 0,4% da 728,8 decessi ogni 100.000 abitanti nel 2016 a 731,9 nel 2017.
  • I tassi di mortalità specifici per età sono aumentati dal 2016 al 2017 per le fasce di età da 25 a 34, da 35 a 44 e 85 e oltre,mentre sono diminuiti per la fascia di età compresa tra 45 e 54 anni.
  • La mortalità materna ed infantile ha raggiunto l’incidenza di 26,4 su centomila, una cifra da terzo mondo, non solo lontana anni luce dagli altri Paesi sviluppati (in Italia è del 4,2 tanto per fare un esempio) ma è in costante aumento mentre dappertutto è in diminuzione.

Le cifre riguardanti la mortalità sono state raggiunte solo negli anni 1916 -18 quando si sommarono le vittime dell’epidemia di spagnola a quelle della guerra mondiale e  ci dicono qualcosa di molto significativo perché se la mortalità infantile e la crescita di mortalità in età anziana riguardano un sistema sanitario ossessivamente privatistico che fa acqua da tutte le parti, dall’altra il fatto che solo nell’età mediana ci sia una diminuzione del tasso di mortalità, istituisce un diretto collegamento con le situazioni sociali: quelli che si sono affacciati nel mondo del lavoro negli anni ’90, prima del definitivo scasso neoliberista, godono di condizioni di vita migliori e più sicure, mentre chi è nato dopo si trova in una condizione angosciosa di perenne precarietà. Ciò si traduce nell’abuso di droghe, anche – se non soprattutto – di origine farmacologica, che hanno fatto aumentare i decessi per overdose di quattro volte a partire dal ’99 e a una spaventosa crescita dei suicidi: nell’America urbana, il tasso è 11,1 per 100.000 abitanti; nelle zone più rurali del paese, è 20 per 100.000. Per rendere più concretamente l’idea è come se nell’area di Roma avessimo 300 casi di suicidio l’anno o un identico numero nella bassa emiliana o come se in tutto il Paese avessimo 7000 suicidi l’anno. 

Tutte le cifre sull’aspettativa di vita appaiono ancora più gravi se le si mettono in rapporto al fatto che alcune cause di morte molto rilevanti in passato come quella derivante dagli incidenti stradali è straordinariamente diminuita ( anche se negli ultimi anni c’è una lieve tendenza al rialzo) visto che ora è  meno della metà rispetto agli ultimi anni ’90, mentre la contrazione progressiva del settore manifatturiero  ha anche diminuito i morti sul lavoro, almeno quelli ufficiali, perché degli immigrati nei cantieri si sa poco o nulla. Ma il peggio è che la situazione si sta degradando mentre il sistema è del tutto ingessato e irriformabile: basti pensare solo alle successive riforme sanitarie prima di Clinton e poi di Obama che si sono arenate sul nulla, visto che le lobby delle assicurazioni avevano in pugno una corposa maggioranza bipartisan sia in Congresso che al Senato e hanno impedito qualsiasi opzione pubblica. Tutto insomma ristagna anche se persino dalle file dei conservatori sembrano venire allarmi e un intellettuale vicino alle ragioni della finanza come Oren Cass cominci a dubitare del verbo e si domanda: “Possiamo sperare che l’aumento delle offerte di lavoro, come conseguenza della legge sulla riduzione delle tasse e l’occupazione, compensi il vuoto che le persone cercano di riempire bevendo o assumendo droghe?”

Di certo non se le offerte di lavoro hanno retribuzioni tali che non consentono la sopravvivenza, di certo non in questo contesto generale di precarietà e di caduta dei diritti. Si può ragionevolmente scommettere su un completo collasso del sistema nel giro di un decennio, senza per questo apparire come Cassandre frettolose: Trump è stato un’avvisaglia, una procellaria che vola innanzi la tempesta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


5 marzo, vaghe stelle dell’Orsa….

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da tempo – almeno dalle amministrative e pure da un referendum che aveva promesso svolte epocali ma che è stato risucchiato dal vortice delle ammucchiate di regime culminate in quella legge elettorale che ieri ha dato i suoi frutti perfino suicidi – ho esaurito la mia scorta di soddisfazione nel contemplare seduta sul divano le facce illividite, i ghigni amari e impaurite della sconfitta.

E ho smesso anche quella di essere una navigata cassandra; non mi piace vincere facile e gli esiti erano prevedibili anche per gli avventizi delle profezie. Come non bastasse la inaudita affluenza al voto annunciava i risultati in un paese ancora una volta troppo lungo, nel quale al nord vince la Lega, a sud i pentastellati e al centro si naviga tra i rottami, a dimostrazione che le politiche di governo hanno eroso perfino il patrimonio clientelare.

Mi resta solo quella di essere come al solito tra i gloriosi perdenti, dentro una minoranza onorevole quanto esigua, esiguissima,  che non poteva aspettarsi di più accontentandosi di una prima verifica, un PaP test insomma, dal quale adesso si dovrebbe dimostrare di saper partire per proseguire un lavoro di coagulo di forze sul territorio.

Gli opinionisti sono già all’opera per dimostrarci che dall’età della paura saremmo passati a quella del rancore. Meglio sarebbe stata quella della collera rivoluzionaria e creativa, ma c’è poco da sperare da una paese ricattato, intimidito, umiliato, strozzato da nuove o consolidate miserie. Sono già attivi per riconfermare stantie interpretazioni sul voto, rimpiangendo quell’astensionismo indifferente e accidioso che veniva letto come ragionevole delega, come prova di adulta maturità di popolo, oggi regredito a manifestazione di rumori e rimescolamenti intestinali espressioni della pancia ormai vuota di una marmaglia.

E comincia già l’esercizio rituale, quello delle ardite scommesse sulle alleanze e le associazioni temporanee di impresa, a riconferma – ve  ne fosse mai bisogno –  della distanza siderale della politica alta dalla politica bassa, quella insomma “della  vita”.

Non ho dubbi che i 5 stelle già piuttosto scaltriti vi si presteranno con il loro giovanile impeto. Avrebbero preso più voti se non avessero introiettato le modalità degli usi elettorali, mitigando concetti convinzioni e slogan, addomesticando il no all’Europea e all’euro, – l’hanno fatto perfino i “pazzi “ troppo poco visionari di Potere al Popolo, venendo a patti in sede di designazione dei potenziali ministri con i danni delle “riforme” renziane, proclamando la opportunità della ragionevole “revisione” di buona scuola e jobs act piuttosto della benefica e implacabile cancellazione.

Non hanno capito che il segreto del loro successo almeno all’inizio sarebbe la dimostrazione della volontà di essere il  “governo del disfare” rispetto a quel fare iniquo avido e pusillanime del passato, che la loro fortuna risiede nella capacità di rompere con gli usi e le infami adesioni a ideologhe e azioni fondate sullo sfruttamento di chi sta in basso, come sulle rendite e il privilegio di chi sta in alto, sulla clientela e il familismo, sulla speculazione e la corruzione. Che poi non è mica la rivoluzione,  magari, ma sarebbe il primo segnale dell’inversione di rotta che ci si attendeva a Roma tagliando il nodo gordiano che legava indissolubilmente interessi immobiliari e speculativi, bande di innominabili criminali, famiglie mafiose e diversamente tali e amministrazione e ceto dirigente

Perfino chi come me esige qualità del lavoro e della vita, tutela ambientale, uscita dalla fortezza europea e dai suoi delitti e dall’euro, e poi antifascismo quello vero, istruzione pubblica, fermo alle privatizzazioni, welfare e accorto sistema previdenziale – che  mica è la rivoluzione nemmeno questo! – intanto ricomincerebbe a sperare.

Ma la montagna di queste elezioni . una specie di sondaggio in grande stile ad uso  dell’impero per valutare lo stato di slaute di remote province – largamente inutili rispetto alle nostre esistenze e ai nostri diritti e bisogni, non poteva che partorire un topolino. E in fondo una soddisfazione l’abbiamo avuta i due sorci più ributtanti stavolta sono in trappola.


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