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Paura alla spagnola

spagnolaNon so quante volte in questi mesi ho sentito citare e praticamente quasi sempre a sproposito l’epidemia spagnola che seminò la morte tra l’ultimo anno della grande guerra e la prima parte del 1920, provocando la morte di un numero imprecisato di persone, ma che si stima possano essere tra i 20 e i 30 milioni, ( non 50 0 100 come spesso si legge) un numero di gran lunga superiore a quelli provocati dalla grande guerra e che destò grande allarme perché invece di colpire gli anziani al termine della loro vita, falciava persone giovani e mature. E adesso come se tutto questo rimuginare storico per sentito dire non bastasse quell’antica epidemia viene evocata per annunciare un suo possibile  e imminente ritorno  visto che il coronarvirus si è dimostrato sin troppo domestico per cui bisogna una qualche spauracchio per far sì che la gente continui a vivere come sugli alberi le foglie. Ma devo una pessima notizia alle interessate Cassandre che vogliono distinguersi nella loro opera di untori della paura: la spagnola è già tornata nel 2009 sotto forma di influenza suina. Gli studi compiuti hanno mostrato che il virus H1N1 del 1920, appartiene alla famiglia dei virus dell’influenza A ed è pressoché identico a quello moderno così che gli studiosi discutono sul perché la suina di 11 anni fa non abbia fatto strage, anzi sia stata piuttosto leggera . E in generale non si capisce bene che cosa abbia provocato l’alta mortalità della spagnola.

Ora innanzitutto  va detto che il nome di spagnola e di suina sono dei falsi: il passaggio dell’H1N1 da qualche uccello alla specie umana è avvenuto presumibilmente in Kansas ed è stato poi  diffuso dalle truppe americane sia in Europa che in altre parti del mondo, mentre la suina è di origine californiana, ( si disse messicana, però il Messico protestò contro questo falso che confondeva il sud California americano con la Baja california  e da allora di parla di suina) ma naturalmente non si poteva e non si può attribuire all’America l’origine di una qualsiasi pestilenza e dunque furono trovati nomi e sigle che allontanassero l’amaro calice dal paese eccezionale. Il quale adesso però se la prende con la Cina come se non fosse egli stesso  l’origine della più grande epidemia  dell’evo moderno e come se non mancassero gli zampini dei suoi filantropi anche dentro il coronavirus. Ma superiamo la nomenclatura che pure è importante per certi versi e concentriamoci invece sugli indici di mortalità: la ricerca che come sappiamo è costantemente influenzata sotto molteplici aspetti dagli Usa fa un po’ di fatica a vedere ciò che ha sotto il naso, si concentra sulle cause più immediatamente fisiche e dunque sul virus in sé, trascurando pervicacemente  il contesto anche quando – e questo è il caso – non si trovano motivazioni e tracce per comprendere la patogenicità radicalmente diverso dello stesso virus.  In particolare sono le condizioni sociali ed economiche ad essere trascurate quando esse si rivelano negative, con la coda di paglia di chi tema che possa essere messo in discussione lo stile di vita: così è sfuggito per molto tempo il fatto che la Spagnola fu così terribile perché si diffuse in piena guerra, in ospedali sovraffollati e certamente messi peggio di quelli del bergamasco, ma soprattutto in un contesto nel quale la denutrizione colpiva vaste fasce di popolazione per cui spesso subentravano al virus superinfezioni batteriche letali. E le persone più giovani a causa della guerra erano più esposte.

Il medesimo virus H1N1 si ripresentò fra le truppe americane anche durante la seconda guerra mondiale, ma mentre nel corso del conflitto ebbe effetti di un certo rilievo, terminate le operazioni militari e dunque eliminate le condizioni impervie della guerra divenne un’influenzina trascurabile. Questo ci dice qualcosa che la scienza medica ha  dimenticato :  è il contesto sociale, economico e sanitario, che definisce in gran parte la gravità della malattia e i suoi indici di mortalità. In un certo senso anche la malattia è un fatto politico, così come lo sono molte delle condizioni che vengono ingenuamente ritenute naturali e unicamente dipendenti dal mondo esterno. Ma senza andare a mettere troppa carne al fuoco è evidente che le condizioni di vita, assieme all’assiduità e alla qualità dell’assistenza medica, nonché al livello euristico delle sue conoscenze  sono decisive per determinare la gravità di una malattia. Per esempio il cancro oggi miete meno vittime non tanto per qualche novità nelle cure, ma per la capacità di diagnosi precoce per la maggior parte della popolazione (almeno era così prima del coronavirus che ha sfasciato tutto) la quale è possibile grazie all’estensione delle tutele sanitarie anche a quella parte di popolazione che una volta non poteva permettersi un’assistenza medica efficace. Laddove prevalgono i sistemi privatistici la differenza tra reddito e mortalità è evidentissimo. Questo trascurando per il momento il fattore di rischio, non dovuto semplicemente al Dna ma alle condizioni di vita: i redditi più bassi sono di solito più esposti a condizioni sfavorevoli per la salute.

Insomma la spagnola non fu terribile in sé, ma per le condizioni in cui il virus si diffuse e questo si può dire per quasi tutte le affezioni virali: Nel caso del Covid la massiccia manipolazione dei dati per trasformare un ‘influenza in pandemia sterminatrice, sarà possibile solo fra qualche anno, (sempre che non si riesca ad evitare una sindrome  orwelliana), ma già da ora è più che evidente che la mortalità è stata causata principalmente da errori radicali nelle cure, dall’adozione di strategie sbagliate come la concentrazione delle persone a rischio che doveva invece essere evitata, dalle azioni scomposte di una sanità drogata dai profitti che non vuole riconoscere il ruolo negativo delle vaccinazioni antinfluenzali nella resistenza ad altri patogeni.


Sorpresa: la Germania ha vinto la prima guerra mondiale

SDC10966_thumb1Scordiamoci i bollettini della vittoria: a un secolo di distanza possiamo concludere che la Germania ha vinto la prima guerra mondiale o meglio l’ha persa solo contro gli Stati Uniti, ma per il resto ha realizzato tutti gli obiettivi che si era proposta dopo lo scoppio dell’ immane conflitto.  L’elezione della Lagarde  e la prossima di Ursula von der Leyen nel tripudio delle forze reazionarie comunque travestite e pure quelle che si erano finte critiche e alternative che sono come una resa. Ora per renderci conto di ciò che sta accadendo bisogna sapere che nel 1914, mentre erano in corso le prime operazioni belliche sul continente il cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Hollweg elaborò quello che viene comunemente chiamato “programma di settembre” ( di cui si parla ormai pochissimo per ragioni che al termine del post appariranno chiare)  in cui si delineavano gli obiettivi tedeschi dopo la guerra che ancora si immaginava breve e vittoriosa visto che era in corso l’offensiva in direzione della Marna destinata a spezzare l’esercito francese: a parte il ridisegno delle colonie in Africa e qualche  piccola revisione territoriale il grosso era  delle condizioni che la Germania avrebbe imposto era costituito dalla creazione di una “Mitteleuropäischer Wirtschaftsverband” ossia di una comune zona doganale comprendente Francia, Belgio, Olanda, Danimarca, Austria-Ungheria, Polonia ed, eventualmente, Italia, Svezia e Norvegia che avrebbe dovuto sancire il dominio tedesco sul continente. Ingenuamente ci si potrebbe domandare: tutto qui per una guerra terribile e sanguinosa? Per ottenere qualcosa che appare come un obiettivo di pace?

Non si possono comprendere a pieno le intenzioni del “piano di settembre” senza chiamare in causa la storia dell’unificazione tedesca ad opera della Prussia che raggiunse questo risultato non con le armi, ma con lo zollverein, ossia l’unione doganale tra i 38 stati della Confederazione Tedesca, ad esclusione della sola Austria e del suo impero con il quale si creò una continua frizione. Fu una costruzione complessa e durata diversi decenni, ma che alla fine venne sfruttata da Bismarck, grazie al predominio economico prussiano per la creazione dell’impero. Naturalmente queste unioni portarono a una progressiva unificazione monetaria con la creazione  ufficiale del Goldmark nell’età guglielmina, ma preceduta già da molti anni dall’adozione del Mark Banco, una moneta garantita dalla Hamburger Bank: non si ebbero i gravi scompensi che sarebbero stati fatali allo Zollverein perché questo tipo di marco era solo una divisa di riferimento per trasferimenti bancari (come dovrebbe essere l’euro) , priva di banconote circolanti, mentre nel concreto continuavano ad essere usate le monete dei vari stati senza l’effetto di creare enormi divari come invece è accaduto con la moneta unica europea.  In Italia questa parte di storia europea  viene completamente ignorata a cominciare dalle scuole sebbene proprio l’espandersi del potere prussiano come contraltare di quello austriaco permise in definitiva anche il successo della riunificazione italiana.

Evidentemente però tutto questo è ignorato anche altrove visto che nessuno sembra avere il minimo sospetto di come queste unioni doganal – economiche vengano percepite in Germania, ossia  come una questione essenzialmente di potere che si è immediatamente trasferita anche nella costruzione europea. In pochi decenni Berlino è stata in grado di raggiungere prima (come avvenne per la Prussia ) una preponderanza economica e poi, con l’euro, la capacità di creare una vasta area manifatturiera  che include tutte le regioni industriali ad essa vicine. Ha approfittato e tratto vantaggi notevoli dall’inclusione dei Paesi dell’Est e ha scaricato sull’area mediterranea il costo della moneta unica favorendo al contempo le proprie esportazioni. In breve, è riuscita a sviluppare una struttura geo – commerciale  che le permette di avere di avere sul continente europeo unì influenza simile a quella che che si prefiggeva di avere con un’eventuale vittoria nella prima guerra mondiale. Tutto questo naturalmente è stato raggiunto naturalmente grazie all’attenta supervisione degli Usa che, specie dopo il crollo dell’Unione sovietica le hanno regalato a Berlino questo ruolo centrale, convincendo anche i partner continentali a appoggiare in ogni modo l’unificazione del  Paese e poi ad adottare la moneta unica. Ciò che non avevano messo in conto e che anche gli altri Paesi europei avevano equivocato con la scellerata scelta della moneta unica, è che la Germania acquisisse un’egemonia tale da voler fare da sola ed emanciparsi dal suo tutore iniziando a fare una propria politica nei confronti degli arcinemici di Washington, ossia Russia e Cina.

L’animosità di Trump verso la Ue non è certo dettata da ragioni ideologiche che comunque nella testa dell’inquilino della Casa Bianca devono essere parecchio confuse, ma dal fatto che dopo aver lavorato duramente a tenere insieme l’Europa prima in funzione antisovietica e poi come dama di compagnia nel mondo unipolare, adesso Washington si trova a temere una defezione. La strategia non è però quella di andare in rotta di collisione – a parte alcuni avvertimenti , vedasi Volkswagen – né è quella di favorire una disgregazione della Ue che è nei fatti,  ma semplicemente di renderla una istituzione tecnocratica e includente, favorevole alla governace della finanza e delle multinazionali, ma incapace di avere una propria sovranità politica e ridotta ormai un mero ostaggio del nuovo conflitto con una Berlino che ha finalmente raggiunto gli obiettivi della Germania di Bismark. Naturalmente a nostra insaputa e anzi con il nostro fattivo aiuto.

 


Il 24 maggio, storia brevissima e funesta

italianiOggi l’esercito marciava per raggiunger la frontiera e far contro il nemico una barriera. Oggi, un secolo fa, con un giorno di anticipo rispetto al 24 maggio rimasto nella leggenda per via della canzone del Piave che aveva bisogno di una sillaba in più rispetto al 23.  Ed è straordinario quanto poco ancora gli italiani sappiano su una guerra che ha determinato in tutti i sensi le sorti del Paese, oltre a costituirne una precoce e disperatissima autobiografia. Ma insomma come si è arrivati all’esercito in marcia contro gli imperi centrali che erano stati fino all’anno prima gli alleati di elezione e avevano tra l’altro coperto le spalle alle ambizioni coloniali italiane dall’Eritrea fino alla Libia? Bè la storia non è delle migliori e presenta i maledetti caratteri da mercato delle vacche che non mancano mai, che determinano la nostra fama di inaffidabilità  e che finiscono regolarmente per svendere le possibilità del Paese per qualche piatto di lenticchie. Avvelenate per giunta.

Dunque nell’ estate del 1914 quando l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, mettendo in moto l’infame meccanismo del massacro, l’Italia, nonostante la sua appartenenza alla Triplice alleanza, scelse la neutralità per due sostanziali motivi: in primo luogo perché non voleva dare una mano all’impero austroungarico ad ampliare la sua influenza nei balcani sui quali il Paese a torto o ragione riteneva di dover avere delle pretese e in secondo luogo perché temeva la potenza della Germania e non voleva opporsi apertamente alle mosse di Vienna. Più tardi successero alcune cose: la Germania fu fermata sulla Marna dagli anglo francesi sia pure a prezzo di enormi risorse umane  e dunque apparve meno invincibile di quanto non si credesse, mentre l’Italia, ancora formalmente nella Triplice, diventava la pedina decisiva in quel gioco: se la Francia avesse dovuto aprire un fronte sud sarebbe stata spacciata. Perciò Londra e Parigi non risparmiarono denaro e sforzi per creare una corrente interventista  di natura antiaustriaca proprio per evitare questa possibilità: una campagna ad ampio spettro che andava dai fondi dati a Mussolini per uscire dal partito socialista e fondare Il popolo d’Italia a opache concessioni,  finora solo indiziarie riguardanti il favoreggiamento degli affari di casa Savoia nel campo dei petroli. Quelle stesse per le quali sarebbe stato ucciso Matteotti dieci anni dopo, secondo una non trascurabile scuola di pensiero .

Ma non corriamo troppo. Sta di fatto che alla fine del 1914 il ministro degli Esteri, Sidney Sonnino apre una sorta di trattativa sia con gli anglo francesi e che con gli austro tedeschi per cercare di lucrare il più possibile dagli uni o dagli altri. Ovvio che fosse l’Intesa ad avere il maggiore interesse ad offrire le ricompense più alte perché si trovava in maggiori difficoltà e sempre sull’orlo di una sconfitta decisiva non fosse altro che per questioni demografiche. Austria e Germania invece erano molto più in difficoltà a fare promesse perché le richieste territoriali italiane andavano dalla concessione di territori di lingua tedesca  (l’Alto Adige dove domani non verrà esposta la bandiera, tanto per dire che affare abbiamo fatto) alla sottrazione dell’unico sbocco marittimo  per l’Impero Austroungarico, ovvero Trieste e la Dalmazia. Qualcosa di quasi impossibile anche se poi venivano promesse, in caso di vittoria, la Corsica e il Nizzardo. Una scelta difficile per un governo che era pressato dagli industriali a scendere in guerra per ovvi motivi e che vedeva crescere sempre di più i movimenti nazionalisti e interventisti. Nonostante questo la trattativa andò avanti a lungo e fu sostanziamente sbloccata dagli avvenimenti: nella primavera del 1915 l’esercito zarista conseguì travolgenti successi sul fronte austriaco mettendo in grave crisi tutto il sistema difensivo imperial regio  per cui si cominciò a pensare che una guerra contro l’Austria (il governo italiano tentò in effetti la mossa di dichiarare guerra solo a Vienna e non a Berlino) sarebbe stata facile e che in qualche mese se non in qualche settimana le truppe italiane avrebbero potuto arrivare alla capitale austriaca. Così il 26 aprile del 1915 l’Italia firmò il Patto di Londra (successivamente disatteso per volontà soprattutto degli americani scesi in guerra molto dopo) e un meno di un mese dopo entrò in guerra. Purtroppo per uno scherzo del destino pochi giorni dopo la firma del patto, esattamente il 2 maggio  una controffensiva austro tedesca sul fronte della Galizia  compresa tra le cittadine di Gorlice e Tarnov provoco il crollo del fronte russo: la ritirata delle truppe dello zar si trasformò in rotta e gli attaccanti in pochi mesi penetrarono in tutta la Polonia, prendendo Varsavia il 5 agosto.

Dunque la guerra che sembrava in un primo momento facile e rapida ( esattamente come accadrà venticinque anni dopo) divenne anche per gli italiani un massacro senza fine sia sulle Alpi che sul fronte dell’Isonzo con alterne vicende che rispecchiavano grosso modo gli eventi del fronte russo su cui l’Austria era costretta a mantenere il grosso delle’esercito e le truppe migliori. Infatti non appena la Russia fu attraversata dai fermenti rivoluzionari e l’esercito, decimato dalle perdite e dalle diserzioni in favore dei bolscevichi, non riuscì più a combattere efficacemente, fu subito Caporetto. Una mazzata che probabilmente avrebbe decretato una disastrosa  sconfitta per un Paese che aveva appena cinquant’anni di travagliata vita alle spalle. Ma non accadde solo perché furono trovate le risorse militari per organizzare una resistenza davvero straordinaria.

Questo è davvero il nodo della guerra e degli eventi successivi: la resistenza sul Piave a quello che era ormai l’esercito austriaco al completo, con le truppe migliori e più agguerrite, per giunta rafforzato da molte divisioni tedesche provenienti dal fronte orientale, non furono il risultato di un particolare valore o della brillantezza degli stati maggiori che al contrario scontavano un’arretratezza cronica, quanto dalla prodigiosa e inaspettata capacità del complesso industriale di sfornare armi.  Quasi tremila cannoni prodotti in più, messi in magazzino, fecero contro il nemico una barriera, ma in generale, fatto pressoché sconosciuto, la produzione italiana di armi, di munizioni, sistemi bellici fu doppia e spesso tripla rispetto a quella dell’impero Austro Ungarico  consentendoci di resistere e poi di avere partita vinta.

E questo implica un fatto decisivo: al fronte, oltre ai militari di mestiere e agli uomini delle popolazioni vicine alle zone di guerra, andavano i figli della piccola borghesia del centro nord e i contadini del sud, mentre gli operai rimanevano in fabbrica con turni massacranti. Così alla fine della guerra la classe operaia rivendicava sul fronte dei salari e dei diritti la sua parte di vittoria che tanti profitti aveva portato ai padroni del vapore, mentre tra gli uomini delle trincee di sviluppava il fenomeno del reducismo. Della vittoria mutilata, ma soprattutto della disillusione e delle aspettative tradite dopo anni di orrenda vita di fronte. Entrambi si contendevano il merito della vittoria pur all’interno di una visione radicalmente diversa del futuro. Come sappiamo l’esercito dei reduci, come accade inevitabilmente anche oggi sia pure in forme diverse e più ambigue, fu man mano arruolato dalla classe dirigente in difesa dei propri interessi e alla fine confluì nel fascismo che pareva loro come una continuazione dello spirito di trincea e una rivalsa nei confronti degli “imboscati”.  Del resto lo aveva detto un singolare personaggio che negli anni della guerra e negli afflati camerateschi aveva trovato la sua strada: “i soldati sono proletari senza coscienza di classe”, una frase che sorprendentemente non appartiene all’universo rivoluzionario di quegli anni,  ma ad Adolf Hitler che peraltro tentò nel 1919 di iscriversi al partito comunista, ma fu respinto in quanto testa eccessivamente calda.

Quello che è accaduto dopo è ben noto: gli industriali del nord si presero la rivincita sugli operai e dormirono sonni tranquilli al riparo da sindacati e rivendicazioni.  Sonni tanto tranquilli e coperti dalla condiscendenza complice e opaca del regime e delle commesse di comodo, che nella successiva guerra mondiale riuscirono a compiere un altro miracolo: quello di dar vita a una produzione bellica del tutto marginale rispetto anche ai protagonisti minori del conflitto e per giunta di qualità pessima, salvo quando si accorsero che il bengodi era in pericolo.  Ma certo qualcosa di quei giorni di un secolo fa lo si riconosce ancora oggi sotto le spoglie mutate di un Paese che dovrebbe ripudiare la guerra, ma si trova impegnato in molti conflitti e che vive alla giornata la sua inquieta pace.


Bagdad Express

lawrence d'arabiaOggi si fa un gran parlare di guerra e di terrorismo dopo gli attacchi americani in Siria, non si capisce bene se contro Assad o contro i pezzi dell’Isis  foraggiati fino a pochi mesi fa dagli stessi Usa e che anzi,stando a un provvedimento del congresso avrebbero dovuto essere foraggiati fino al 30 settembre ( vedi qui).  Probabilmente contro entrambi, nell’ambito di una dottrina che fa del caos e delle sue conseguenze la strategia principe per conservare la supremazia mondiale. Ma questa volta, al contrario di quanto avvenuto nelle campagne irachene e in quella afgana, si ha un brivido sottopelle, come se fosse stato valicato un confine non segnalato, ma egualmente evidente tra conflitto destinati a rimanere localizzato e uno potenzialmente globale, non fosse altro che per le conseguenze dirette sull’Europa, sulla riarticolazione del mondo arabo ( e non mussulmano come viene sostenuto con straordinaria cecità o intollerabile mistificazione dai media), sulla velocità del processo di multi polarizzazione mondiale.

Il tutto rassomiglia drammaticamente agli esiti funesti della prima globalizzazione capitalistica che diede origine alla grande guerra, esattamente un secolo fa: dopo essersi espanse a danno delle colonie, nelle quali erano stati confinati attriti e conflitti, dando pace al continente, alla fine le potenze europee si dovettero scannare fra di loro per supportare la crescita ed evitare i contraccolpi sociali ben visibili all’orizzonte. Purtroppo anche il teatro del scontro di oggi è uno di quelli che nei primi anni del secolo scorso provocò l’accumulo delle polveri e creò le precondizioni dello scontro iniziato poi a seguito di una scintilla del tutto marginale.

Perciò questo post riguarda soprattutto la storia mettendo in luce lo stretto legame tra la regione mesopotamica e la prima guerra mondiale. Non perché la storia si ripeta esattamente, ma per mettere sul chi vive chi creda di essere di fronte all’ennesima, fumosa o pretestuosa guerra al terrorismo. E dunque la vicenda comincia ufficialmente il 5 marzo del 1903 quando il governo tedesco ottiene dall’impero ottomano la concessione per la ferrovia Bagdad (allora sotto il dominio turco) –  Istanbul che poi avrebbe dovuto proseguire verso Berlino.  Le ragioni erano ovvie: la Germania non aveva accesso al Mediterraneo e a Suez, peraltro sotto controllo inglese, se non attraverso una lunga circumnavigazione dell’Europa per cui già da tempo pensava a un collegamento via terra con l’Asia senza dover passare per la Russia. Una simile linea ferroviaria era costosa e logisticamente ardua perché attraversava per gran parte del suo tragitto terre desertiche e aride, dove la mancanza di acqua e di carbone rendevano problematico l’uso delle locomotive. Ma grazie a finanziamenti della Siemens e di un pool di banche delle quali faceva parte anche la Banca commerciale italiana ( del resto diretta da Otto Joel e posseduta a maggioranza da Deutsche Bank e Dresdner Bank) si trovano i soldi per cominciare i lavori.

Nel 1905 la flotta russa viene sconfitta nello stretto di Tsushima  da quella giapponese soprattutto perché le navi dello zar erano stracariche di carbone e manovrano lentamente. Gli esperti delle più importanti marine del pianeta si rendono conto che una proiezione a grande distanza della forza militare richiede un carburante più leggero e gestibile: il petrolio, allora scarso e praticamente usato in maniera massiccia solo negli Usa. La guerra russo giapponese è come la goccia che fa traboccare il vaso e sposta i consumi energetici verso l’oro nero d’altronde più funzionale alla nascente civiltà dell’automobile e dell’aereo.

Nel 1908 viene scoperto uno straordinario giacimento petrolifero a Mosul nel Nord dell’Irak. E a questo punto Francia e Inghilterrra si rendono conto dell’importanza strategica della ferrovia Bagdad – Berlino e cominciarono a fare di tutto per affossare il progetto, organizzando la ribellione araba contro l’impero ottomano e  le prime forme di terrorismo. Così si creò un attrito di fondo e non risolvibile con la Francia, ma soprattutto fra Gran Bretagna e Germania le cui famiglie regnanti erano così strettamente imparentate che i due inni nazionali erano bastati sulla medesima musica. E che in un primo tempo avevano tentato una collaborazione all’opera in funzione antirussa. Tutta l’epopea di Lawrence d’Arabia, primo terrorista proveniente dalla gran Bretagna e tutt’altro che ostile alle decapitazioni, testimonia della battaglia che si è svolta attorno a questa opera strategica, ma ancor più lo rappresentano le enormi risorse di uomini e mezzi messi in campo da Inghilterra e Francia contro la Turchia, proprio mentre erano allo stremo delle forze sul fronte occidentale. Uno sforzo apparentemente assurdo condotto su un fronte minore, ma evidentemente ritenuto vitale.

Ancora oggi l’Irak ha il 12 per cento delle residue riserve petrolifere mondiali e forse il 50% di petrolio di buona qualità ed estraibile a basso costo, mentre qualche altro punto percentuale giace di fronte alle coste mediterranee della Siria. Ed è proprio qui che si sta riscatenando la battaglia. Facciamoci molti auguri.

 


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